Lo psicofarmaco aiuta ma non guarisce

(intervento di Federico al convegno: ”I percorsi di cura e di inclusione sociale della salute mentale nella Regione Friuli Venezia Giulia”, Udine, 30 marzo 2010)

Vorrei iniziare raccontando quello che amo definire “il mio schianto contro la psichiatria”.

Era il 2002 e dovevo preparare la mia tesi di laurea in Business Administration presso un’università privata. Ammetto che gli studi mi avevano lasciato non poco perplesso, in particolare quelli di marketing; mi ero reso conto che gli obiettivi della stragrande maggioranza delle multinazionali erano quelli di ingannare le persone per vendere più prodotti. Dopo un semestre in Australia mi sentivo sempre più in difficoltà a proseguire gli studi a causa della superficialità che percepivo studiando le regole basilari del capitalismo.

Dopo il G8 di Genova e dopo esser venuto in contatto con teorie complottistiche cominciai a diventare paranoico, cominciai a studiare e osservare i media e i loro messaggi, compravo riviste, leggevo giornali, vivisezionavo le notizie dei telegiornali, guardavo la CNN e Fox News, studiavo i contenuti della TV spazzatura.

Cominciai così a scrivere un testo contro il marketing, un testo in cui mescolavo parole di saggi e contenuti dei mass media. Iniziai a pensare di essere il primo al mondo a rendersi conto di questa situazione, di questa condizione umana. Iniziai a pensare che sarei stato io a dover salvare il mondo e che il mio manoscritto avrebbe rivoluzionato il capitalismo, avrebbe smascherato l’ingiustizia.

Entrai in psicosi. Mi sentivo osservato, vittima di un complotto che comprendeva amici e parenti, ero solo contro tutti, l’unico rivoluzionario in un mondo che mi aveva venduto alle multinazionali.

Un giorno, era febbraio del 2002, ebbi la percezione che dalla TV mi avessero fatto un cenno. Lo interpretai come un messaggio della “resistenza”, mi stavano convocando.

Feci armi e bagagli, presi il mio prezioso manoscritto e partii alla volta di Milano convinto che sarei stato intercettato dai miei nuovi compagni e amici.

Non accadde nulla, vagai per settimane, girai Milano in lungo e in largo, dormivo in macchina, mangiavo pochissimo, osservavo gli sguardi di tutte le persone che incrociavo, ero convinto di essere osservato, di avere dei microchip nella macchina e per questo leggevo ad alta voce lo scritto nella speranza di convincere i nemici alla resa senza dover combattere.

Non accadde nulla, decisi allora di “cambiare il campo di battaglia”, chiamai i miei e tornai a Trieste. Lì venni convinto a parlare con una persona, accettai, dissi tra me e me: “vediamo dove vanno a parare”.

Mi portarono al Centro di Salute Mentale della Maddalena dove venni accolto da uno psicologo e uno psichiatra. Gli parlai, gli raccontai dei messaggi provenienti dalla TV e dalla musica, venni ricoverato, non ricordo se mi fecero un TSO.

Iniziarono i colloqui, il primo approccio con un antipsicotico, lo Ziprexa. Non andò bene, la paranoia non passava. Provarono a darmi il Leponex, andò meglio. Dopo qualche giorno stavo migliorando, stordito, ma stavo migliorando.

Il confronto con una realtà che percepivo ancora in maniera ostile e il farmaco stavano dando dei risultati. Tornai a casa.

Ad un colloquio mi proposero di andare a giocare a calcio, in un’associazione che si chiama Polisportiva Fuoric’entro, gli allenamenti erano in un campo di un quartiere popolare, all’interno del comprensorio di case popolari della Fondazione Caccia- Burlo. Mi suggerirono inoltre di uscire di casa, di provare a frequentare il Club Zyp. Li ascoltai, iniziai ad andare a leggere i miei libri là. Incontrai un mondo di cui ignoravo l’esistenza, persone abituate ad avere a che fare con gente come me, persone che avevano avuto altre esperienze, mi sentii meno solo. Mi ripresi bene e l’anno successivo riuscii a laurearmi.

Ma ero molto timido e non avezzo al confronto, ebbi l’opportunità di andare a lavorare in una multinazionale, l’esperienza non andò bene, ripresi delle letture che decisamente stimolavano la paranoia ed ebbi un’altra psicosi. Certi pensieri riemersero, ritornò il pensiero del complotto, tornai solo. Fuggii di nuovo, di nuovo venni ripescato. Nuovi ricoveri, nuova trafila.

Tornai alla Fuoric’entro, questa volta, oltre che da giocatore, anche da lavoratore. Il lavoro mi aiutò moltissimo. Lavorare in un ambiente protetto, con persone che conoscono la tua storia e hanno la pazienza di avere rispetto dei tuoi ritmi, è un’esperienza estremamente terapeutica, come lo è l’attività sportiva e il lavoro di gruppo, il confronto di esperienze, il venire a contatto con persone sensibili e altruiste.

Il cammino è stato travagliato, e ad oggi sono passati otto anni dalla mia prima psicosi. Come già detto ne ho avute altre e, una volta superate, è subentrata la depressione. Perché dopo la psicosi, uno stato in cui ti senti invincibile, è molto probabile che subentri uno stato depressivo, la realtà diventa più grigia, più banale, più noiosa.

Vengo agli psicofarmaci.

Ho dovuto fare questa lunga premessa per dire che sono utili, dovrebbero essere visti come delle stampelle per superare le crisi, ma credo che vadano usati con giudizio. E sempre con l’obiettivo primario che forse, un giorno, il paziente non ne avrà più bisogno.

Lo so, molte volte può apparire un rischio.

Se una persona sta bene con il farmaco, perché toglierlo?

Ma sono sostanze molto forti, se in dosi massicce tolgono numerose facoltà, dalle percezioni, alla sensibilità. Riducono le emozioni, svegliano o stordiscono. Certo, anche aiutano.

Credo che ci voglia molta pazienza da parte degli operatori e capisco che molti preferiscono non avere guai riducendo le dosi per poi provare a vedere cosa succede se si toglie il medicinale.

Io farei però qualche tentativo e se dovesse andare male, direi al paziente: “evidentemente tu questo farmaco devi proprio prenderlo, in fin dei conti può succedere nella vita di dover prendere con costanza delle medicine. Pensa ai diabetici”…

Ma bisogna anche essere consapevoli che il farmaco crea dipendenza e altera la percezione.

Io vorrei vivermi allo stato naturale, vorrei scoprire i miei pensieri senza alterazioni.

Allo stato attuale prendo 25 millilitri di Haldol e ho appena passato un periodo depressivo che mi ha costretto a fare un periodo di antidepressivi.

Ma il mio obiettivo è sempre quello, un giorno, di non avere più bisogno degli psicofarmaci e lotterò per questo. Se non sarà possibile, pazienza, accetterò il fatto che ne ho bisogno come un diabetico.

Nella mia vita ho provato lo Zoloft, lo Xanax, lo Ziprexa, il Leponex, il Valium, l’Ansiolin, il Tranquirit, il Disipal, il Seroquel, l’En, l’Haldol e il Daparox. Si può dire che ho una discreta esperienza in questo campo.

Ma non esiste al mondo il benessere che può provocare un bella chiacchierata con un amico, il sentirsi parte di un gruppo, il sentirsi accettati e compresi.

Non esiste al mondo il benessere che può dare un bel concerto, o uno spettacolo teatrale, una famiglia che ti ama, delle persone pronte ad aiutarti e volerti bene.

Io oggi sono dirigente della Polisportiva Fuoric’entro, lì ho trovato una famiglia, lì abbiamo sogni e ambizioni, lì siamo liberi. E la libertà, come si sa, è terapeutica.

Concludo dicendo che il mio percorso è stato possibile grazie a tutti questi fattori determinati dalla fortuna e dalla determinazione, ma, non da ultimo, dal fatto che io vengo da una famiglia borghese, ho una discreta istruzione ed educazione, posso permettermi di andare ai concerti, di andare a cena fuori, di avere un computer e internet, di viaggiare e di praticare sport.

Ci sono molte, troppe persone che non hanno questi strumenti e se vogliamo produrre salute dobbiamo batterci per sconfiggere prima di tutto la povertà, la guerra e la miseria.

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    4 Commenti a “Lo psicofarmaco aiuta ma non guarisce”

    1. Tra il resto le case farmaceutiche ci hanno sempre nascosto la verità sugli psicofarmaci.

      Uno studioso americano ha messo le mani sulle carte segrete delle aziende che producono antidepressivi. E ha scoperto che non sono più efficaci dei placebo.
      http://espresso.repubblica.it/dettaglio/bluff-depressione/2120910/12/0

      Inoltre ti invito a leggere questo studio
      http://www.danni-psicofarmaci.it/wp-content/uploads/2010/01/psicofarmaci-non-funzionano-IT.pdf “Argomenti a sfavore dei farmaci antipsicotici: più danni che benefici in
      50 anni d’impiego*”

      Secondo la nostra esperienza gli psicofarmaci dovrebbero essere usati con molta cautela. Invece sono la prima risposta al disagio. In questo modo si “cronicizza” il disagio e si psichiatrizzano delle persone che magari avrebbero potuto superare la crisi con la psicoterapia o ricorrendo ad un amico.

      Oltre alle bugie delle case farmaceutiche, c’è tutto un “sistema” che vive e lavora sulla pelle dei “malati mentali” e forse la ritrosia a sospendere gli psicofarmaci non dipendo solo dal desiderio di non avere guai…

    2. Ah, ti segnalo anche questo articolo di uno psichiatra francese
      http://www.danni-psicofarmaci.it/scandalo-psicofarmaci
      Ciao, Paolo

    3. Si, lo penso anch’io che possa aiutare, non sempre, non a priori come dice Paolo. Lo psicofarmaco può aiutare, ma occorre ascoltarci ed ascoltarne gli effetti e “vivere nel frattempo”, non accucciarci in attesa del miracolo.
      Occorre… una volta, ogni tanto, o sempre una stampella? Bene se ci aiuta a transitare la sofferenza, ma non mettiamoci sulle spalle un sacco pesante pieno di pietre inutili, ci incurva la schiena, ci fa scomparire sotto il peso. Dosare il peso e la qualità nel sacco è la scommessa del rapporto terapeutico.
      Ma… fa tanto “terapeutico” la pratica farmacologica, è quantificabile, rafforza il ruolo del terapeuta.. c’è chi sulla terapia solo farmacologica ci costruisce convegni, carriere, la fortuna di case farmaceutiche, comunicazione, successo…. Brilla di meno la stella del terapeuta che crea relazioni attorno al sofferente, percorsi autonomi. Come fai a misurarne la luminosità? Il modo c’è, ci sono cifre, indicatori scientifici, basterebbe leggerli.. ma non fanno notizia, la stella che brilla è la molecola, e c’è l’attitudine diffusa a seguire la stella-molecola anzichè la stella-salute che è fatta di molte cose, di lavoro terapeutico condiviso, dove brilla il sofferente, l’equipe e non il singolo terapeuta.
      Il nostro corpo è l’unica “casa” che abbiamo, la delicatezza è d’obbligo.

      Diceva Obama i giorni scorsi che la riduzione delle testate nucleari è il risultato di convinzioni individuali e di collaborazione. In queste due dimensioni, del singolo e della collaborazione si gioca tutto, anche la democrazia, parola diventata impronunciabile perché troppo importante.

    4. Grazie dei link, Paolo. Il succo del mio intervento vuole essere un “bisbiglio” urlato con forza. Ci vuole tanto altruismo, una rete sociale valida che include amici e familiari, idee sane, nuove, aria fresca per la mente, prospettive di vita dignitose. A mio umile parere il problema più che essere psichiatrico è sociale…

      Ma mi son matto :-)

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