L’occhio

nicoli

[Photograph by Marko Opancina / Alamy]

Di Guido Nicoli

La notte è madre, come una madre mi culla, ma io sono inquieto, mi rigiro tra le coperte, sudo. Fuori un cane abbaia. Fa molto caldo. Cosa vorrà questo cane? Perché continua ad abbaiare? Forse sta segnalando una presenza? Un agente segreto che mi tiene d’occhio? Ho paura, qualcuno mi osserva, è certo. Mi alzo per controllare fuori dalle finestre se c’è qualcuno: mi pare di intravvedere un’ombra segnata dai lampioni della strada. Allora c’è davvero qualcuno. Controllo che la porta sia chiusa a chiave, poi mi sdraio sul letto. Sono nudo, non sopporto nessun vestito addosso con questo caldo. Ascolto con attenzione i rumori che sento fuori. Il cane ha smesso di abbaiare, ma solo per poco. Si sentono i rumori delle macchine che passano lungo la via Cremasca, non sembra ci sia molto traffico, saranno le cinque. Guardo la sveglia: cinque e dieci. Non riesco a prendere sonno, mi sento strano. Prendo il rosario nero nel cassetto, è il rosario di un santo, ma non ricordo quale, dovrebbe proteggermi dalle forze oscure, che non si vedono ma sono sempre presenti, e ti osservano, ti spiano, ti tengono d’occhio. Sento il suono sordo di un aereo che decolla dall’aeroporto di Orio al Serio, sarà un aereo spia, forse sta già registrando i miei movimenti, che sono minimi, cerco di tenermi fermo, immobile, che non possa destare sospetti. Così, atterrito e sudato, attendo che appaiano le prime luci dell’alba, e dopo un tempo che mi è parso lunghissimo, scandito solo dal ritmo monotono della vecchia sveglia, vedo la camera illuminata dalla luce del mattino, allora mi alzo, fumo una sigaretta, nudo sul divano del salotto, ho ancora in mano il rosario, sussurro mentalmente delle preghiere confuse e spengo la sigaretta nel posacenere per accenderne un’altra subito dopo. Mi alzo di scatto e vado verso la libreria: prendo la Bibbia e la apro a caso:

«Lettera di Giuda: Carissimi, avevo un gran desiderio di scrivervi riguardo alla nostra salvezza, ma sono stato costretto a farlo per esortarvi a combattere per la fede, che fu trasmessa ai credenti una volta per tutte. Si sono infiltrati infatti tra voi alcuni individui – i quali sono già stati segnati da tempo per questa condanna – empi che trovano pretesto alla loro dissolutezza nella grazia del nostro Dio, rinnegando il nostro unico padrone e signore Gesù Cristo.»

Sono certo io l’empio, il peccatore, allora mi distendo per terra, mi rannicchio e, baciando il rosario, imploro il Signore di assolvermi dalle mie colpe, e piango, e tremo, il pavimento è bagnato dal mio sudore. Mi rialzo. Accendo la televisione.

Le torri gemelle bruciano, si vedono persone che si lanciano nel vuoto: tutta colpa mia, e loro lo sanno. Mi osservano, sento il suono di un elicottero, mi stanno tenendo d’occhio, la televisione continua a mandare le immagini tragiche dell’attacco dell’11 settembre, io mi alzo e vado verso la finestra, guardo fuori, non c’è nessuno, il cane da molto ha smesso d’abbaiare, l’agente segreto deve essere andato via. Mi sento male, provo una grande angoscia ma non ne sono cosciente, solo continuo a camminare avanti e indietro tra il salotto e la cucina, pieno di paura, e il suono delle immagini tragiche mandate dalla tv. Continuo a muovermi senza senso, vorrei fuggire, ma sono un animale in gabbia. Mi cresce la rabbia, la rabbia per i peccati che ho commesso, e che ora ricadono su quei disgraziati che si lanciano dalle torri gemelle. Prendo un bicchiere dal tavolo e in uno scatto d’ira lo scaglio per terra. Il bicchiere va in frantumi lasciando schegge di vetro disperse sul pavimento, ma io non me ne accorgo, continuo a muovermi disperato avanti e indietro, braccato, i pezzi di vetro si infilzano nella carne dei miei piedi e inizio a lasciare tracce di sangue per tutto l’appartamento, ma non me ne accorgo, non sento dolore, solo sento la voce del cronista inglese che commenta: non capisco nulla, ma la voce è piena di paura, si sente l’ansia, la sua ansia, la mia angoscia, mi accascio, mi tocco i piedi e mi accorgo che vi sono conficcati dei pezzetti di vetro. Ho paura. Giuda aveva ragione: io l’empio, il peccatore, e ora questi tagli, come me li son fatti? Una punizione, un segno, forse un giusto supplizio per espiare la mia colpa. Tolgo tremando i frammenti di vetro dai piedi, me li tengo stretti tra le mani. Il pavimento è tutto macchiato di sangue, e io piango e bacio il rosario del santo e chiedo perdono. Con la lingua lecco il sangue, sento il sapore ferroso, sputo, vado a bere un bicchiere d’acqua, ho sete, molta sete. Vado verso la tv e cambio canale, ma su ogni canale c’è sempre la stessa immagine delle torri che crollano, è il 12 di settembre del 2001, io sono in preda a una crisi psicotica, ma non ne sono consapevole, tutto quello che vivo, dolori e pensieri, per quanto assurdi sono per me reali, pugnalate nel mio corpo di peccatore che non cessa di respirare. Poi sento di nuovo il rumore metallico delle pale dell’elicottero: loro lo sanno chi sono io, mi osservano, mi devo nascondere. Guardo l’armadio di noce antico di mio nonno, che non contiene nulla, e mi chiudo dentro, così non possono vedermi. È buio dentro l’armadio, nessuno mi vede. Nonostante il caldo, sento freddo, tremo, mi tengo stretto tra le braccia, mi accarezzo quasi a volermi calmare, immaginando di essere accarezzato da mia madre, un pezzente consolato, un peccatore che si nasconde allo sguardo di Dio. Sento i commenti in inglese della tv, e guardo fuori dallo spiraglio delle ante socchiuse dell’armadio, non vedo nessuno, non sento nessuno, mi tranquillizzo un poco, forse hanno perso il mio contatto, forse se ne sono andati. Allora mi faccio coraggio ed esco dall’armadio: mi avvicino al tavolo in cucina, mi siedo e cerco un po’ di pace, che non trovo, solo pensieri angosciosi nella testa, pensieri di morte, forse dovrei farla finita, forse, ma come? Vado in camera, è lì che ho nascosto nell’armadio la corda per impiccarmi, ma non la trovo. Butto fuori dall’armadio a caso gli abiti, finché trovo la corda, la prendo e metto una sedia sul letto, per avvicinarmi al gancio di ferro che tiene su il lampadario in mezzo alla camera. Lego la corda e faccio il cappio, infilo la testa, e attendo. Sento la pressione della corda sul collo, ma non ho il coraggio di saltare giù dalla sedia, piango, mi stringo il cappio al collo, cosa si sente quando la corda ti stringe il collo? Sento le vene del collo che pulsano, sento l’aria che mi manca, ma non ho il coraggio di compiere il gesto risolutivo: la corda stringe, ma prima che perda i sensi allargo il cappio e sfilo la testa, poi mi siedo sulla sedia sul letto e piango. Mi vergogno, nudo come un verme, verme del peccato, serpente del male, solo la santa Vergine Maria può schiacciare la testa del serpente, allora prego la Vergine Maria: «Ave, Maria, gratia plena, Dominus tecum. Benedicta tu in mulieribus, et benedictus fructus ventris tui, Iesus…». E ripeto continuamente la preghiera, per un tempo di cui ho perso il senso, è come se fossi in un altro luogo, forse in un deserto, tentato dal demonio, ma no, no che non mi butto dal monte più alto, non mi inganni Satana, continuo a pregare, unica arma di cui dispongo, poi mi lascio scivolare dalla sedia al letto, e ancora mi rannicchio, quasi volessi tornare nell’utero materno, quasi volessi perdere la coscienza: un feto ha coscienza? Un feto vive in uno stato di grazia, senza colpa, è questo che cerco, pace, solo pace, ma sento un vuoto nel ventre, un pesante senso d’angoscia. Per un po’ resto rannicchiato sul letto a piangere, i piedi che sanguinano, il sudore sulla pelle, gocce che bagnano il mio corpo quasi fosse un battesimo redentore, poi di nuovo sento dei rumori, dei passi, il cane riprende ad abbaiare. Scendo dal letto e mi avvicino alla finestra. Scosto la tenda e intravvedo la figura di un uomo di spalle che attraversa il vialetto. Chi è? È tornato l’agente? Hanno ripreso l’attività di controllo? Devo fare un’azione positiva, un’azione di vita, che dà vita: vado in cucina e apro gli armadietti. Dove è il sacchetto dei fagioli? Eccolo! Prendo qualche fagiolo secco e lo pianto nel vaso in salotto, poi prendo una brocca d’acqua e innaffio i fagioli che ho piantato. Questi fagioli saranno la mia salvezza, ho dato la vita, ho creato, Dio mio aiutami! Dio mio! E corro avanti e indietro, con la tv che manda di continuo le immagini delle torri gemelle, crollo che io con i miei peccati ho creato, e corro avanti e indietro per la casa, pregando e chiedendo aiuto a Dio, che mi perdoni, Signore aiutami, e con un’intenzione pura dal mio cuore sorge un’implorazione: guardo il cielo fuori dalla finestra e chiedo col cuore in mano che Dio mi perdoni, che mi dia un segno del mio perdono. Ed ecco che mi appare nel cielo un occhio nero, un’ogiva nera in mezzo al cielo, una visione che dura pochi secondi, e poi scompare. Mi ritraggo dalla finestra stupefatto, cosa è successo? Che cosa era quell’occhio nel cielo? Di colpo è come se tutte le mie paure fossero scomparse, guardo di sguincio fuori dalla finestra: non c’è nessuno, il cane ha smesso di abbaiare.

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