L’uomo nero

StigmaDi Lorenza Magliano, Professoressa Associata di Psichiatria presso l’Università degli Studi della Campania “Luigi Vanvitelli”

Ci volle un po’ di tempo a capire che la sua schizofrenia e la sua paranoia non erano etniche: il suo Paese, il Ghana, non era il mandante della sua pazzia macellaia.

Francesco Merlo, L’uomo nero, la Repubblica, 21 marzo 2019.

Il 21 marzo era giovedì ed io avevo lezione di prima mattina. La lezione era di quelle centrali in un corso di psichiatria rivolto a futuri psicologi, secondo me. Si parlava di diritti, garantiti e negati, e di stigma. Se si vuole che una persona con un disturbo mentale grave riceva gli interventi psicologici più utili per la sua guarigione – e se si vuole che questa persona sia trattata nei contesti sanitari con lo stesso rispetto riservato a ogni altro cittadino – è anche di stigma che bisogna occuparsi. L’esperienza e la ricerca ci dicono, infatti, che se gli operatori sanitari sono convinti di avere di fronte una persona pericolosa e imprevedibile evitano di averci troppo a che fare (qui un riferimento). Succede anche con gli psicologi ed è uno dei motivi per cui interventi non farmacologici di dimostrata efficacia nei disturbi mentali gravi, esistono sì, ma in condizioni ordinarie sono pochi gli utenti che li ricevono. Dunque ero in aula a fare una lezione su stereotipi, pregiudizi e discriminazioni. Un laboratorio con video, testimonianze e lavoro in gruppo che si arricchisce ogni anno grazie ai materiali segnalati da studenti, operatori e persone con esperienza di disturbo mentale (qui un breve resoconto). Tre ore, giovedì 21 marzo, a discutere con gli studenti di pericolosità e schizofrenia, del fatto che la percentuale di reati gravi commessi da persone con disturbi mentali complessivamente sia di circa il 10% e spiegabile in larga parte con il concomitante uso di sostanze. In treno verso casa, inizio a leggere il quotidiano – in prima pagina la notizia del dirottamento di un autobus con 50 ragazzi a Milano. L’articolo di Francesco Merlo – un’analisi di quanto avvenuto il giorno prima – riporta: Ci volle un po’ di tempo a capire che la sua schizofrenia e la sua paranoia non erano etniche: il suo Paese, il Ghana non era il mandante “oggettivo” della sua pazzia macellaia. Che effetto avranno avuto, mi chiedevo, queste affermazioni sul lettore comune, e sulle persone con schizofrenia e sui loro familiari e, non da ultimo, sui “miei” studenti? Parole così dovrebbero essere evitate, io credo. È una forma di comunicazione poco accorta, che può ferire chi si trova ad affrontare le conseguenze di questa diagnosi e può aumentare la preoccupazione dei suoi familiari. Di media e stigma ne parla efficacemente Madia Marangi in una bella lettera pubblicata sul forum qualche anno fa che fu uno stimolo potente nello sviluppo della Carta di Trieste. La schizofrenia alla quale faceva riferimento il giornalista Merlo è stata accantonata il giorno successivo, ma il messaggio, io credo, ancora una volta è stato a danno delle persone con questo disturbo. Sì – qualcuno potrebbe obiettare – ma il giornalista intendeva “schizofrenia” in senso metaforico. Forse – si potrebbe rispondere – ma l’effetto non cambia di molto, anzi. L’uso metaforico del termine “schizofrenia” aumenta (eccome!) gli stereotipi – i cliché cioè – che fanno considerare le persone con questo disturbo genericamente imprevedibili e inaffidabili, pericolose verso gli altri e, anche per questo, da tenere a distanza. Di recente e insieme con un giornalista, ho analizzato quanto spesso e in che modo il termine schizofrenia venisse usata sui quotidiani (qui l’analisi). Nelle edizioni online dei 3 principali quotidiani italiani (letti in media da tre milioni di utenti singoli al giorno) nell’arco del 2017, “schizofrenia” era stata usata 234 volte. Nel 64% dei casi il termine era stato usato in senso lato e si riferiva a fatti che con la schizofrenia non avevano niente a che fare. Metaforicamente, il termine il più delle volte indicava gruppi o entità astratte (per esempio, la schizofrenia politica) e quasi sempre era un modo per dire incoerenza, inaffidabilità e volubilità. Un uso figurato che porta il lettore a estendere queste caratteristiche negative alle persone con schizofrenia, con conseguenze rilevanti in termini di percezione di pericolosità e di distanza sociale. Quando usato in relazione al disturbo in sé, invece, il termine schizofrenia in più della metà dei casi si trovava in articoli che riportavano studi di genetica, brain imaging e ricerca sui farmaci, mentre solo nel 9% era rintracciabile in articoli su cure non farmacologiche e interventi psicosociali. L’enfasi sugli aspetti biogenetici contribuisce ad alimentare nell’uomo comune (ma anche negli “specialisti”) la convinzione che “lo schizofrenico” non abbia il controllo dei propri comportamenti e che soffra di un disturbo inevitabilmente cronico. Quando usata in riferimento a persone con una diagnosi di schizofrenia, infine, il termine per lo più veniva rintracciato in cronaca nera, in notizie su persone che avevano commesso gravi reati, ribattute molte volte perché “il pazzo macellaio” fa notizia. Anche in questo caso, l’effetto è quello di rafforzare nel lettore l’associazione schizofrenia-pericolosità. I giornalisti sono spesso inconsapevoli del peso delle loro parole sulla vita delle persone con disturbi mentali. Includere la Carta di Trieste nel Testo Unico dei Doveri del Giornalista può rappresentare un passo fondamentale nella lotta allo stigma.

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