Manicomio criminale: vero addio?

di Pier Aldo Rovatti.

Riassumo i fatti. Il Decreto legge chiamato “Svuotacarceri” (approvato definitivamente dalla Camera martedì scorso) contiene un emendamento che sancisce la chiusura dei sei “manicomi criminali” (Opg) ancora esistenti in Italia e l’istituzione di un numero da precisare di strutture regionali di dimensioni ridotte e a «esclusiva gestione sanitaria». Il provvedimento dovrebbe andare a norma entro il 31 marzo 2013 e si lasciano poche settimane per precisare entità e caratteristiche delle nuove strutture. Si sa comunque che esse prevedono un’«attività perimetrale di sicurezza e vigilanza esterna», in altre parole che saranno delle strutture chiuse. Ricordo anche che nella nostra regione non esiste alcun Opg (e non per caso) e anticipo che non c’è a oggi alcuna intenzione di chiedere che in regione possa nascere una delle strutture alternative previste. Cosa è successo e perché dopo così tanti anni (dalla legge Basaglia del 1978) il bubbone è scoppiato? E soprattutto come spiegare che, mentre molti plaudono alla fine della barbarie dei manicomi criminali, da Trieste sia subito partito un forte allarme in cui, in sintesi, si avverte che «sta tornando la cultura del manicomio che pensavamo di avere sconfitto e sotterrato»? In pochi mesi, e grazie al lavoro di una Commissione parlamentare d’inchiesta guidata dal senatore Ignazio Marino (del Pd), si è scoperchiata la nefandezza degli Opg, ben nota agli addetti della salute mentale ma che non era mai diventata davvero di pubblico dominio: livelli poco immaginabili di incuria e di abbandono, completa fatiscenza, contenzione prolungata e violenze psicofisiche di ogni genere, incertezza della pena (molto spesso sine die, a configurare veri e propri “ergastoli bianchi”), assenza di reali cure, inquietante moltiplicazione dei decessi.

Lo stesso Napolitano, prendendone precisa conoscenza, ha chiesto di mettere uno stop a questa barbarie. C’è stata, dunque, un’effettiva accelerazione che ha spinto Marino e i suoi collaboratori ad agganciarsi in fretta al provvedimento sulla sovrapopolazione delle carceri. Troppa fretta? Forse occorreva procedere con maggiori cautele. Come funzioneranno simili “strutture”? È lecito temere che esse non sorgeranno proprio dal nulla (e c’è già chi bussa alla porta), ma soprattutto è abbastanza evidente che se, creandole, si introdurranno elementi di “umanizzazione” (o semplicemente di medicalizzazione), tuttavia si lascerà intatto il grosso del problema costituito dallo stigma della “pericolosità sociale”. Questo stigma (sancito dagli articoli 88 e 89 del famigerato codice Rocco di epoca fascista) permette di collegare strettamente la “pericolosità” alla malattia mentale: in breve, una volta che qualcuno viene dichiarato “folle”, egli è anche stigmatizzato come un violento e dunque come un potenziale criminale. Il “reo-folle” (come si usa dire) va custodito non solo per i reati commessi, ma anche per i reati che – in quanto folle e perciò socialmente pericoloso – potrebbe e potrà commettere. Dunque, fino a quando non si slega questo barbarico abbraccio che sta alla sua base, il bubbone resta. A parte ogni altra lecita e utile considerazione (per esempio, quando capiterà che qualcuno evada dalla “struttura”, come ci si comporterà?), si capisce bene, solo da quanto ho accennato, che c’è un abisso tra la cultura promossa da Basaglia con la sua “180” e questa “cultura” medica delle strutture sorvegliate. Basaglia voleva che anche il folle acquisisse i diritti del cittadino, mentre qui si potrebbe promuovere una versione soft del manicomio (un manicomio diffuso nel territorio) in un nuovo connubio tra potere medico e potere di custodia, magari restituendo agli psichiatri quel mandato di sorveglianza sociale che sembrava andato in frantumi. Se è vero che potremmo lasciarci alle spalle l’orrore dei manicomi criminali, così come li conoscevamo, adesso però inizia un percorso tutto in salita, e sicuramente una stagione di lotte, se non altro per impedire che realtà che si credevano acquisite vengano confiscate all’insegna di un’ambigua medicalizzazione. Ed è facile prevedere che Trieste, con la sua storia paradigmatica, avrà un peso preponderante in tale risalita. D’altronde, nessuno si era davvero illuso sulla stagione culturale che stiamo vivendo. Mi viene in mente una felice immagine proprio di Franco Basaglia: attenzione, aveva detto, che se la nave del manicomio affonda grazie ai nostri sforzi (due decenni di battaglie!), non abbiamo molto tempo per i festeggiamenti perché altre navi, solo all’apparenza meno minacciose, già si indovinano all’orizzonte.

(da il Piccolo del 17.02.2012)

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