Marco Cavallo incontra il teatro di comunità di Jesi

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di Anita Eusebi

Lo scorso 16 luglio a Serra San Quirico, piccolo e suggestivo centro medioevale dell’entroterra marchigiano in provincia di Ancona, ha preso il via l’edizione 2014 del Festival di Teatro Educazione Scena e Pedagogia in Italia (TESPI), in collaborazione con l’Associazione Teatro Giovani, la Rete del Sollievo e la Rassegna Malati di niente di Jesi. Lo staff organizzativo dell’evento ha voluto per l’occasione un ospite d’eccezione: Marco Cavallo. Un ospite di quelli che irrompono nelle strade e nelle coscienze, che portano aria di festa, di libertà e di speranza in un’atmosfera di bandierine colorate, laboratori artistici e musica, ma al tempo stesso costringono a fermarsi a riflettere, invitano a rimboccarsi le maniche e a sporcarsi le mani per poter continuare a credere in un mondo migliore. Non è una favola messa in scena in un teatro una serata tra tante quella di cui parliamo, ma un simbolo dal significato profondo, una storia che va ricordata, raccontata, compresa e reinventata ogni giorno, una lotta ai diritti che ha il colore del cielo della primavera triestina del 1973. Azzurro appunto, come Marco Cavallo.

“Marco Cavallo, come simbolo di libertà da contrapporre alla miseria della psichiatria, fu un’esperienza unica”, scrive Franco Basaglia. E continua, “Ancor oggi, a distanza di tanti anni, fornisce materiale per accese dispute sul senso e la convenienza di utilizzare un simbolo quale elemento rappresentativo del cambiamento, un simbolo intorno al quale possano riunirsi uomini che vogliano e siano in grado di riconoscersi in una speranza.” E ad accogliere Marco Cavallo a Serra San Quirico è stato l’abbraccio festoso dei bambini che guardavano con innocente meraviglia l’enorme cavallo di legno e cartapesta, lo hanno accompagnato nella piazza attraverso i vicoli stretti del paese e chiedevano curiosi quale fosse la sua storia agli operatori teatrali, provenienti dell’Accademia delle Belle Arti di Macerata e di Brera.

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Quale il significato di laboratori creativi che mettono insieme il teatro e il tema della salute mentale? Quale il ruolo di Marco Cavallo? «Per me è molto importante sottolineare il percorso artistico e la forza di Marco Cavallo, di un’arte come canale sociale – afferma Salvatore Guadagnuolo, direttore artistico dell’Associazione Teatro Giovani – intesa non tanto come aiuto per il sociale quanto come parte essa stessa di un cambiamento, non solo per l’estetica ma anche e soprattutto per il grande valore comunicativo che ha nella società. E i bambini, che sono lo specchio più autentico di questa società, hanno recepito in pieno la forza del grande sogno che la macchina teatrale di legno e cartapesta di Marco Cavallo rappresenta».

E come nasce l’idea di coinvolgere Marco Cavallo al Festival TESPI quale rassegna nazionale del teatro sociale? «Da diversi anni collaboriamo come Rassegna Malati di niente con l’Associazione Teatro Giovani, e abbiamo sempre portato all’interno del teatro di comunità i nostri temi di promozione alla salute mentale e di lotta allo stigma e al pregiudizio verso il disagio psichico», spiega Gilberto Maiolatesi, responsabile della struttura residenziale terapeutica per pazienti psichici Soteria di Jesi e coordinatore del Servizio Rete del Sollievo. «La Rassegna Malati di niente, che nasce all’interno della comunità Soteria e per diversi anni si è un po’ contrapposta alla psichiatria cosiddetta ufficiale, collabora dal 2001 con il Dipartimento di Salute Mentale di Trieste – prosegue Maiolatesi – e nel 2005 abbiamo avuto il piacere di avere nostro ospite anche Peppe Dell’Acqua. E ora, dopo anni di attività e di collaborazione con il gruppo di teatro, l’idea di ospitare Marco Cavallo. Ci sembra racchiuda simbolicamente un po’ quello che è il nostro lavoro di tutti i giorni. Un lavoro che ha “nella sua pancia” le storie di tanti uomini e donne ed è esso stesso una storia di lotte, di fatica, di speranza e di libertà». Appunto la storia che Marco Cavallo racconta e di cui si fa esso stesso simbolo. «Nella nostra esperienza quotidiana – racconta Maiolatesi – misuriamo l’abbattimento dello stigma in molte questioni, dalle borse lavoro alla gestione degli alloggi. È stata una dura lotta in questi ultimi venti anni. Oggi la situazione è un po’ migliorata, ma resta ancora molto da fare. Marco Cavallo con Basaglia ha buttato giù le mura del manicomio di Trieste nel 1973, ma ce ne sono tanti, tantissimi, ancora di piccoli manicomi. Perché ce l’abbiamo dentro. Nulla è più come prima, ma un pezzetto di manicomio ce lo portiamo sempre inconsciamente in testa, anche noi operatori psichiatrici che siamo per una psichiatria assolutamente anti-istituzionale». In altre parole, restano ancora oggi radicati nella società la paura e un atteggiamento di chiusura nei confronti del disagio mentale. «Di qui lo scopo e il significato della Rassegna Malati di niente e di iniziative come questa all’interno di TESPI – puntualizza Maiolatesi – ossia portare il discorso della salute mentale, non della malattia mentale, all’interno del contesto sociale, dentro la città, lavorando con e per la cittadinanza, le istituzioni, i giovani, le scuole».

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Il lavoro di cui parla con chiara emozione Maiolatesi è un lavoro faticoso svolto in modo continuativo e capillare, giorno dopo giorno, che a volte resta quasi invisibile, altre viene piacevolmente illuminato dalle luci di un palcoscenico teatrale. «La presenza del cavallo azzurro è stata molto forte – commenta Marina Ortolani, direttrice dell’Associazione Teatro Giovani – facciamo teatro da tanto tempo, certo non ci occupiamo di psichiatria, ma curiamo attività e laboratori teatrali di comunità con persone con disagio psichico, dunque l’incrocio fra il mondo della cultura e la salute mentale è un lavoro che sperimentiamo e costruiamo ogni giorno. Non pensiamo però che l’arte sia una forma di terapia, né che il cavallo azzurro abbia una vera e propria valenza terapeutica, secondo quello che d’altronde è anche il pensiero dello stesso Giuliano Scabia». L’arte dunque non come uno strumento quanto piuttosto come un linguaggio, che serve a lavorare su stessi attraverso percorsi di crescita e trasformazione del singolo, e al tempo stesso a entrare in relazione con gli altri, in un’ottica fortemente pedagogica. «Le attività con chi vive l’esperienza del disagio mentale, in una collaborazione con i servizi psichiatrici di Jesi che va avanti da molti anni, sono un lavoro molto delicato che come teatranti ci mette in discussione – precisa Ortolani – e ci porta a sperimentare cose nuove ogni volta, all’interno delle strutture dei servizi psichiatrici e fuori. Gli operatori psichiatrici che lavorano con i pazienti tutti giorni ci dicono che sul palcoscenico si trasformano, riescono a esprimersi con la voce e il corpo, a raccontarsi, a mettersi in gioco e in relazione con gli altri. Ne siamo molto soddisfatti. È stata una fortuna per noi incontrarli, ci hanno aperto gli occhi su un mondo che non conoscevamo».

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Padre artistico di Marco Cavallo insieme allo scultore Vittorio Basaglia, il drammaturgo e scrittore Giuliano Scabia diceva infatti “Noi non siamo psichiatri o artisti guaritori: non siamo venuti a guarire con l’arte, cioè a fare arte terapeutica che ci sembra pericolosamente equivoca, e nemmeno siamo venuti a creare noi l’opera d’arte, né psicodrammi. Siamo qui per fare un qualcosa che va inventato giorno per giorno”. In particolare, nell’introduzione al libro Marco Cavallo Da un ospedale psichiatrico la vera storia che ha cambiato il modo di essere del teatro e della cura, scrive “Marco Cavallo vuole essere uno stimolo a intervenire in ogni luogo e in ogni comunità cercando di rispondere alle domande che quella comunità pone e alle contraddizioni che le domande palesemente o celatamente contengono”.

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