“Melanconia con stupore” di karen venturini: un libriccino prezioso.

malinconia

“Rachele era nata in un casolare

nelle campagne di Cesena.

Un sabato mattina, nei suoi dodici anni,

mentre andava a comperare la farina al mercato,

fu spinta alle spalle,

buttata a terra e montata da un corpo pesante.

Sentì solo la puzza dell’alito,

un misto di vino e formaggio ammuffito,

il rumore dell’aria buttata fuori

come di un cane quando afferra la gallina,

e il dolore tra le gambe,

prima fuori e poi dentro.

Da quella mattina, con l’erba e la terra tra i denti

e con la gonna alle caviglie,

Rachele decise che sarebbe diventata una malinconica semplice.”

Karen Venturini, l’autrice, è foglia di uno psichiatra che lavorò con Franco Basaglia aTrieste negli anni della famosa 180, la prima legge in Europa che decretava la fine dei manicomi e ne proclamava la chiusura. Dalla presentazione dell’autrice stessa:

“Tra i ricordi visivi della mia fanciullezza ci sono i viali alberati dell’OPP (ospedale psichiatrico) di Trieste, la scritta all’entrata del complesso “La libertà è terapeutica”, Marco Cavallo, un enorme cavallo blue di cartapesta simbolo della liberazione, gli abbracci e i baci dei matti con la saliva che rimaneva sulle mie guance e schifata la rimuovevo con il bordo della maglia, e poi un libro intitolato “Non ho l’arma che uccide il leone” di Peppe dell’Acqua, un collega di mio padre . Peppe dell’Acqua aveva raccolto le storie di vita dei folli, detenuti nel manicomio triestino, e le riportava con lo stesso linguaggio, la stessa sincerità e freschezza con la quale li aveva sentiti raccontare. Leggendo le pagine di quel libro ero incuriosita, stranita, ma anche eccitata da sapere che quelle persone un po’ deformi, che camminavano strascicando i piedi, con lo sguardo perso nel vuoto, e con la bava alla bocca avessero avuto una vita normale, potuto provare amore, odio, pena, rancore, aver avuto un lavoro, una famiglia, essere andate a scuola, proprio come facevo io. Quel libro mi aprì gli occhi e il cuore, mi presentò delle nuove persone, mi avvicinò al loro dolore e alla loro solitudine. Continuai a frequentare i matti e i loro ricoveri, fino all’ospedale Osservanza di Imola del quale mio padre assunse la direzione negli ultimi anni prima della chiusura. I luoghi deputati all’asilo dei matti e costruiti a fine Ottocento si assomigliano l’uno con l’altro. Nel credo del positivismo ottocentesco, gli psichiatri definirono con piacere catalogatorio la malattia mentale e l’organizzazione delle cittadelle destinate ad accoglierla, fino a fornire ai progettisti indicazioni per come edificarli nel modo più efficace possibile. Anche l’architettura pareva potesse contribuire alla guarigione: e allora la disposizione topografica dei camminamenti, dei padiglioni, della chiesa fu finalizzata al ripristino dell’ordine sociale ed individuale. Così come la medicina anche l’architettura inneggiò al trionfo della ragione, all’utopia di un mondo schematico e di un uomo razionale. Nella mappa geografica manicomiale un viale centrale segnava il territorio mentre alle estremità si ergevano l’edificio del culto e la sede del direttore. Il prete e il direttore, i due padri/padroni del manicomio, le due figure cardine da rispettare con devozione e reverenza.  Ai lati del viale i padiglioni, rettangoli perfetti, con finestre simmetricamente allineate e lunghi corridoi nei quali si muovevano le infermiere/suore, devote alla cura autoritaria, di bianco vestite come il contesto che le circondava. I brevi racconti che mi accingo a presentare, nascono a seguito della consultazione casuale di materiale sul manicomio di Imola. Nello specifico, si tratta di un centinaio di schede identificative (o tessere di riconoscimento) degli internati in manicomio dal 1870 al 1890, fotografie del complesso manicomiale dell’Osservanza, delle camerate, delle addette alla lavanderia, dei malati in posa nei giardini.  Il ritratto fotografico, i dati identificativi dei pazzi (nome e cognome, luogo di nascita, paternità, età e giorno dell’ammissione in manicomio) e la definizione della forma di pazzia hanno guidato la fantasia nella rappresentazione letteraria del profilo del soggetto catalogato nella scheda. Molti possono essere gli appunti su quanto segue: improprio utilizzo di materiale storico, questioni di privacy, lacune sul sapere psichiatrico, e via dicendo, ma i punti di contatto con la fiaba sono numerosi e sovente hanno sovrastato l’interesse per la veridicità.”

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