Neo mamme e depressione: «Il problema resta l’assistenza, una visita non basta»

di Luana De Vita

ROMA (14 giugno) – Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di “Cosa non serve alla Salute mentale in Italia. Un’occasione per discutere e affrontare la questione partendo dal presupposto che la Legge 180 non è e non è mai stata “il problema” e presentare la riedizione del libro “Fuori come va?” di Peppe dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute Mentale di Trieste. Non è più una questione di 180, la legge Basaglia è storia non attualità. Attuale invece è parlare di promozione del benessere, di risorse economiche, di organizzazione di servizi, di qualità degli interventi di informazione, promozione, prevenzione, assistenza e cura. Molto attuale sarebbe parlare di percorsi di sostegno, di riqualificazione, di riabilitazione che consentissero di riappropriarsi della qualità della propria vita, quella dei malati e quella dei familiari dei malati che vengono coinvolti, di progetti terapeutici che includano opportunità concrete di abitare, lavorare, vivere nel contratto sociale. Sembrano concetti astratti, parole prive di senso eppure basta osservare da un altro punto di vista eventi recentissimi per capire di cosa stiamo parlando.

Una mamma, in provincia di Rieti getta dalla finestra la sua bimba di pochi mesi, depressione post-partum . La notizia viene diffusa da diversi organi di stampa che riportano però un errore grossolano sin dalle prime righe: «La signora Daniela Altamura era in cura da uno psicologo che le aveva prescritto una terapia farmacologica». Gli psicologi non possono prescrivere farmaci, non sono medici, quindi quanto riportato è una macroscopica corbelleria o un autentico reato ai danni della signora, ma nessuno lo segnala. Resta il fatto che in Italia si può affermare una simile sciocchezza senza che alcuno si accorga di quanto sia insensata al punto da riportarla in cronaca. Cose da pazzi, ma non solo.

Nei giorni successivi si levano voci autorevoli a segnalare che in Italia c’è un’emergenza, quella delle neo-mamme in depressione, e una possibile soluzione quella del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) extraospedaliero, ovvero a domicilio. La proposta è indirizzata al ministro della Salute da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), e Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade Onlus, medico, psichiatra e responsabile del progetto “Rebecca” per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio. Cos’è il TSO? E’ un istituto giuridico – previsto proprio dalla legge 180- che prevede l’intervento terapeutico obbligatorio, ossia contro la volontà del paziente, anche in condizioni di non ricovero, ovvero a domicilio.

Daniela Altamura rifiutava le cure? No, anzi. Era effettivamente in cura psicofarmacologica e lo conferma proprio Antonio Picano, perché la signora si era rivolta anche al progetto Rebecca del San Camillo di Roma e proprio Picano l’aveva incontrata: «La signora si era rivolta al nostro servizio su suggerimento di un’amica, era stata seguita da un neurologo privatamente. Aveva già avuto la sua diagnosi, la sua prescrizione farmacologica, aveva bisogno di un riferimento di assistenza pubblica ma nella sua zona di residenza non certo a 70 km di distanza. Ho personalmente contattato il Centro di Salute Mentale di Passo Corese, non ho potuto parlare con un medico ma ho spiegato ad un’infermiera la necessità della paziente. Ho dato massima disponibilità alla signora lasciandole perfino i miei recapiti personali».

Ma allora perché parlare della necessità di trattamenti obbligatori domiciliari? «Lanciare l’idea del Tso è servito a suscitare un’attenzione specifica al problema, che è un problema serio di organizzazione dell’assistenza – spiega Picano – Ci deve essere una procedura, che sia uguale per tutte le donne che hanno un problema psichiatrico di questo tipo, un trattamento che sia obbligatorio, dove l’obbligatorietà si intenda soprattutto per il servizio di salute mentale: assistenza domiciliare, non solo per una visita medica, perché sono necessarie attenzioni particolari per la paziente che ha una condizione a rischio».

Daniela Altamura ha dovuto aspettare 15 giorni per il primo appuntamento, il giorno della tragedia avrebbe dovuto incontrarsi con una psicologa dei servizi. Il direttore del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) di Rieti, Roberto Roberti, spiega che i tempi di attesa sono nella norma e in linea con quelle che sono le risorse del DSM: «una paziente inviata da uno psichiatra e in trattamento farmacologico che ha richiesto un supporto psicoterapeutico, psicologico. Una donna che ha cercato aiuto, che si è rivolta a psicologo, neurologo privatamente, poi ha cercato un centro specifico per la sua patologia, quindi è arrivata ai servizi territoriali. Troppo tardi, purtroppo, ma non si può proprio dire che non volesse curarsi, che non riconoscesse di stare male o che non cercasse una soluzione per stare meglio». Alla fine però Carlotta è volata giù da una finestra ed è morta, sua madre è stata arrestata per figlicidio. Sei mesi passati a parlare con i medici, ad assumere psicofarmaci, a cercare un aiuto. Ma in molte realtà italiane questa è la norma. Persone che girano, cercano, rimbalzano tra servizi privati e pubblici, e con loro figli, genitori, parenti. Cose da pazzi, ma non solo.

Il sottile filo che divide il grande dibattito sulla salute mentale è tutto qui: le cose non funzionano, ma non sono certo i pazienti il problema, il problema è chi se ne occupa, anzi come se ne occupano e se davvero se ne occupano. Le soluzioni? Si direbbe che la psichiatria si stia spostando su un nuovo versante teorico, quello “difensivo”, al centro non c’è il paziente, c’è il mondo intorno al paziente che deve essere improvvisamente difeso, tutelato, stimolato a reagire ed agire: rinchiudiamo, obblighiamo, prolunghiamo, insomma smantelliamo la 180. E tuteliamo chi? Familiari, servizi, medici. E le persone che soffrono di disagio psichico? Smettono di essere persone e non interessano più se non come “oggetto” da controllare in un’ottica difensiva.

Lo ha spiegato bene anche il ministro Fazio che ha abbandonato, contestatissimo, il convegno cui aveva aderito. Se la proposta dell’onorevole Ciccioli insiste su prolungamenti di Trattamenti sanitari Obbligatori per tutti e riforma della legge 180 la prospettiva del ministro della Salute è un’altra: “Riteniamo che la attuale situazione non funzioni, dobbiamo lavorare tutti insieme, compreso chi vede in questo momento nel Tso prolungato e quindi nello smantellamento della legge 180 che ci invidia tutto il mondo, una soluzione. Non è questa l’unica soluzione – ha concluso Fazio – una soluzione bisogna trovarla ma non è questa”. Bene, ripartiamo sereni da questa affermazione.

E invece no, l’onorevole Ciccioli mentre Fazio lascia il convegno, rassicura la platea di aver personalmente parlato con il Premier: “ La riforma della 180 si farà.”

Ma il giorno dopo una nota di Palazzo di Chigi smentisce: “ Il Presidente Silvio Berlusconi non ha mai parlato di modifiche alla Legge 180 con nessuno”. Fuori come va? Cose da pazzi in Italia, ma non sono i malati il problema.

*psicologa e psicoterapeuta

 da Il Messaggero.it

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