Non più legare. Si può. Ne discutiamo?

papaverodi Giovanna Del Giudice

Vogliamo riprendere il tema del “legare” nei servizi psichiatrici ed aprire un dibattito tra operatori, persone con esperienza, familiari, non professionali a partire dalle raccomandazioni su “La contenzione fisica in psichiatria. Una strategia possibile di prevenzione” emanate il 29 luglio 2010 dalla Conferenza delle Regioni e delle Provincie Autonome.

Riteniamo che il documento rappresenta un importante step nell’impegno contro la contenzione in psichiatria.

Il legare persone in cura è stata una pratica per molto tempo colpevolmente sottaciuta, sottovalutata, quando non negata, dalla “psichiatria ufficiale”, e quando se ne riusciva a parlare, da molti veniva affermato essere la contenzione pratica sanitaria, quando non terapeutica.

Noi del Forum ci siamo da sempre battuti contro la contenzione e denunciato il suo uso nei servizi psichiatrici, e non solo, ponendo l’accento sulle modalità organizzative, gli stili operativi, le culture che in un dipartimento rendono possibile la sua abolizione e mettendo in discussione la giustificazione alla contenzione in nome di uno “stato di necessità” , anche da parte di chi aveva creduto nella riforma o crede di metterla in atto.

Va evidenziato che, nonostante la scarsità di ricerche sistematiche sull’utilizzo dei mezzi coercitivi nei dipartimenti di salute mentale, da tempo si ha evidenza dell’utilizzo della contenzione, ma anche di ispezioni e perquisizioni ai pazienti e ai familiari nel Spdc, di sottrazione di vestiti e beni personali, di impedimento al libero movimento per le persone in trattamento sanitario volontario, etc…, e sono a disposizione alcuni dati certi e significativi.

In particolare l’indagine del 2001 dell’Istituto Mario Negri di Milano sulle pratiche nei servizi psichiatrici di diagnosi e cura (Spdc), nata nel contesto dello Studio Collaborativo Italiano sugli Esiti dei Disturbi Mentali Gravi e riguardante 39 Spdc e 2 cliniche universitarie che gestivano un Spdc, aveva portato alla luce la persistenza nell’assistenza psichiatrica, anche dopo la chiusura definitiva del manicomio, di pratiche di tipo segregativo, custodialistico e contenitivo . Dallo studio si era evidenziato peraltro che il 12% dei Spdc non faceva ricorso ai mezzi di contenzione e tra i rimanenti Spdc un terzo ricorreva alla contenzione in rari casi.

Nel 2005 la ricerca “Progress Acuti”, promossa dall’Istituto Superiore di Sanità, che ha interessato tutte le regioni italiane tranne la Sicilia, riporta che su 285 Spdc, 200 dichiarano di fare ricorso alla contenzione e di usare un camerino di isolamento mentre 85 Spdc dichiarano di non fare ricorso alla contenzione e di operare con le porte aperte. Ricordiamo che nei tre giorni della rilevazione, in 3 su 10 dei Spdc visitati, c’era almeno una persona legata, in alcuni fino a 4 contemporaneamente. Quindi nell’ambiente scientifico era diffusa la conoscenza del fenomeno del ricorso alla contenzione fisica in psichiatria e della sua entità.

Ma quello che ha reso non più possibile lasciare nel sommerso tale questione è certamente stata la “pubblicizzazione di eventi tragici che riguardano persone “legate” ”, ovvero la diffusione della notizia delle morti in un Servizio psichiatrico di diagnosi e cura, dal 2006 al 2009, di quattro persone, legate al letto continuativamente per molti giorni, fino a sette. Pubblicizzazione da mettere in relazione con lo “svelamento” ed affrontamento di quelle morti, come del tipo di “assistenza” fornita alle persone, da parte di alcuni tecnici ed amministratori che rompevano una omertosa complicità professionale, che cessavano di essere “l’uno la spalla dell’altro ”con le denuncie dei familiari delle vittime, con le denuncie delle associazioni dei familiari delle persone con sofferenza mentale, con la nascita di comitati civici locali che chiedono “verità e giustizia”.

“L’occasione prossima” delle raccomandazioni è infine il parere espresso dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura e trattamenti inumani o degradanti (CPT) nella sedicesima relazione, che riguarda il periodo da agosto 2005 al luglio 2006, reso pubblico nel 2009, relativamente alla sessione “Mezzi di contenzione negli istituti psichiatrici per adulti”, che sottolinea “il potenziale di abuso e di maltrattamento che l’uso dei mezzi di contenzione comporta”.

Le prime dieci domande

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