NON SI PUò CHE ESSERE RADICALI II

Quercia-e-radici(Nell’accezione di Angela Davis: “radical simply means grasping things at the root” (radicale significa semplicemente cogliere le cose alla radice).

1974. Appunti sulla pratica psichiatrica.

A 40 anni dal primo convegno di Psichiatria democratica di Gorizia restano intense e ricche di prospettiva le parole dell’intervento di Franco Rotelli.

Mancano quattro anni alla legge centottanta.

(In occasione della V edizione di Impazzire si può, incontro nazionale di associazioni e persone con l’esperienza del disagio mentale, il Forum salute mentale invita alla riflessione e alla ricerca delle radici.)

L’azione sul terreno specifico psichiatrico si articola oggi a vari livelli successivi che devono tener conto di situazioni diverse e dei diversi modi in cui il potere si declina in Italia sul terreno che ci interessa considerare. Ad un livello più arretrato si pone il primo momento: lotta contro le attuali strutture psichiatriche come repressivo-custodialistiche; ad un secondo livello si pone la lotta contro le strutture psichiatriche, anche riformate, come comunque luoghi di istituzionalizzazione della malattia; ad un terzo livello si pone la lotta contro la malattia come istituzionalizzazione della sofferenza; ad un quarto livello la lotta contro la sofferenza come necessità nel mondo del capitale e della società dello scambio. Compito di questo convegno e del futuro lavoro di Psichiatria Democratica ci pare essere il muoversi su queste linee individuando da un lato i momenti tattici che non dimentichino le profonde differenze esistenti tra situazioni locali diverse, ma anche elaborando un’articolazione tra questi momenti che non determini spazio per un processo di strumentalizzazione. Strumentalizzazione e razionalizzazione che sarebbe inevitabile prospettiva ove ci si muova solo, come è possibile accada, sul primo livello di contraddizione, limitandosi opportunisticamente alla lotta contro gli aspetti repressivi e custodialistici delle attuali strutture psichiatriche.

È noto che nel marzo 1973 è uscito in città, a Trieste, un grande cavallo;  marco cavallo lotta per tutti gli esclusi era scritto su centinaia di cartelli. Il senso di Marco cavallo si coglie da sé. Il cavallo azzurro portava fuori tutta la sua carica di contenuti simbolici ed esprimeva in sé una contraddizione: da un lato sogno di liberazione ed esplosione di un desiderio radicale che trascende le mediazioni del reale confronto politico. Piacere di una rottura violenta di una norma che vuole il desiderio castrato dal potere e la miseria perpetuata nei ghetti. Dall’altro un volantino denunciava in termini più espliciti, più concreti, le condizioni dell’indigenza di cui vive l’Ospedale, ogni ospedale. Tra questi due poli i motivi conduttori dell’esperienza di Trieste: soggettività che reclama una liberazione radicale, e paziente tenacia per strappare giorno per giorno uno spazio da usare contro la prepotenza del potere…

(Da Non ho l’arma che uccide il leone di Peppe Dell’Acqua, per Alpha Beta Verlag editore . La terza edizione è in uscita a ottobre.)

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