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Nell’accezione di Angela Davis: “radical simply means grasping things at the root” (radicale significa semplicemente cogliere le cose alla radice). Quarant’anni dopo il primo convegno di  Psichiatria democratica tenutosi a Gorizia nel  1974 l’introduzione di Gianfranco Minguzzi restituisce la profondità di un pensiero critico forse dimenticato e la necessità di scommettersi nelle pratiche.

(In occasione della V edizione di Impazzire si può, incontro nazionale di associazioni e persone con l’esperienza del disagio mentale, il forum salute mentale invita alla riflessione e alla ricerca delle radici.)

A Gorizia, il 22 e il 23 di giugno, si tenne il primo convegno nazionale di psichiatria democratica “la pratica della follia”.

[…]Gianfranco Minguzzi, professore di Psicologia clinica all’Università di Bologna, segretario provvisorio del comitato costituente Psichiatria Democratica, apre i lavori nell’affollatissima assemblea in una palestra di un liceo goriziano.

La sua relazione inizia riconoscendo che negli ultimi anni sono state tentate con alterni successi, da parte di singoli e di gruppi, esperienze di lotta alle strutture istituzionali, di iniziative alternative, di critica all’ideologia scientifica. Dice con soddisfazione che ormai la lotta antistituzionale iniziata come momento specifico di critica pratica al manicomio è estesa a tutte le strutture emarginanti e oppressive dalla scuola autoritaria agli istituti per minori e quelli per minorati agli stessi (nascenti) centri di igiene mentale. Parla così delle iniziative di gestione alternativa, intendendo con questo nome che definisce approssimativo, le esperienze di assistenza extramanicomiale, nel territorio che si rivelano ricche di interesse soprattutto per il loro aspetto politico in quanto pongono in modo palese la questione del collegamento con le altre forme di intervento sociale e sanitario. Sottolinea preoccupato che anche queste iniziative possono essere facilmente neutralizzate attraverso l’enfatizzazione del loro aspetto tecnicistico. Se per il tecnico l’unico problema diventa quello di calibrare in maniera ottimale le équipes, o di studiare se il reparto psichiatrico in ospedale debba essere per soli acuti o anche per lungodegenti, e così via, queste esperienze sono destinate a fallire. E nel frattempo il manicomio resta quello di sempre. Passa, dopo altre riflessioni a un’ultima questione che ritiene, forse, la più rilevante e costitutiva, la critica all’ideologia scientifica. Sottolinea che questa trova la sua validazione proprio perché nasce dalle esperienze pratiche in atto e ha fatto giustizia di molte conoscenze ritenute neutrali e che invece hanno dimostrato palesemente il loro carattere di copertura ideologica delle contraddizioni insite nel rapporto diseguale fra gli uomini. Nel passaggio successivo, proprio per sottolineare la rilevanza dell’affermazione precedente, mette in guardia dal rischio che la critica all’ideologia non diventi essa stessa ideologia, rifiuto incondizionato della scienza, affermazione di posizioni praticistiche, di atteggiamenti infine più vicini allo spiritualismo che al materialismo. Conclude rilevando che si sono già organizzate 18 sezioni locali e più di 700 persone hanno aderito. Sono infermieri per più di un quarto, medici per quasi la metà, psicologi, studenti, assistenti sociali, maestri, artisti, amministratori locali. Già questa composizione basta da sola a testimoniare che non si tratta di una società scientifica di psichiatri.

Da Non ho l’arma che uccide il leone di Peppe Dell’Acqua, Edizioni Alpha Beta Verlag.

La terza edizione è in uscita a ottobre.

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