Olocausto: la psichiatria non può dimenticare

bild1Prima che a pieno regime si cominciasse a uccidere nei campi di sterminio, un’orrenda tragedia preparò il terreno. Una ben nota e disastrosa alleanza tra giuristi, psichiatri e sostenitori dell’eugenetica e del darwinismo sociale avviarono alla morte centinaia di migliaia di esseri umani: bambini handicappati, inguaribili o incontrollabili e uomini e donne malati di mente. Quasi una sperimentazione, una prova generale per il grande sterminio che di lì a poco arrivò. La distruzione di quelle “povere cose” (vite) si protrasse per qualche tempo anche dopo il 1945. Conseguenze disastrose della psichiatria che sottrae valore e significato alla vita. Che affonda le sue radici nelle incontestabili certezze biologiche.

Nel 1920 usciva in Germania un libro di Karl Binding, professore di diritto penale all’università di Lipsia, e di Alfred Hoche, professore di clinica psichiatrica all’università di Strasburgo, dal titolo “Il permesso di annientare vite indegne di vita”. Nel libro si affermava che la vita dei malati di mente cronici, internati negli ospedali psichiatrici, fosse una vita non degna di essere vissuta. Le inumane parole di Binding dicevano: “non c’è dubbio alcuno  che negli ospedali psichiatrici vi siano persone (ancora) viventi la cui morte rappresenta per loro la redenzione e, per la società e lo stato, una liberazione”. E quelle ancora più spaventose di Hoche che definiva queste persone “gusci umani totalmente vuoti” e la loro eliminazione non costituiva “alcun crimine” ma, anzi, “un atto medico consentito e lecito”.

Queste idee, nelle definizioni di inguaribilità e indegnità, mettono in primo piano l’utilità e la produttività e non il significato quale criterio per cogliere il valore di una vita.

L’utilità, la produttività, come criterio discriminante assoluto tra una vita degna di essere vissuta e una vita non degna e la negazione di ogni vita spirituale, dell’esistenza delle persone che vivono la malattia mentale, si sono configurate come pilastri, paradigmi che hanno consentito alla psichiatria (a una certa psichiatria che ancora vediamo florida e prepotente) e al potere politico tedesco di allora di considerare lecita e poi di realizzare la dimissione forzata dei pazienti con una diagnosi psichiatrica di malattia mentale cronica e l’avvio alla loro uccisione.

Certo sono lontani i tempi in cui queste cose sono state espresse e sono avvenute, ma la riflessione su di esse non è estranea ai fini di un discorso sulle distorsioni, le oggettivazioni, le sottrazioni di senso sempre in agguato nella psichiatria.

Peppe  Dell’Acqua

( Ho attinto a piene mani dalle incomparabili parole di Eugenio Borgna nel suo “Come se finisse il mondo” (Feltrinelli, 1995), che suggerisco con molta convinzione di leggere).

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Un Commento a “Olocausto: la psichiatria non può dimenticare”

  1. Oggi é prescritta “l’informazione per il consenso” in ambito sanitario: é bene ricordare che tale prescrizione non é nata nell’ambito medico e professionale, ma dal processo di Norimberga, dall’ “odore del fumo” che ancora spesso si sente in tutte le situazioni in cui qualcuno é nel potere di qualcun altro, come nella contenzione meccanica nei SPDC e praticata alle persone anziane nelle RSA, negli OPG e in carcere.
    Pertanto é necessario promuovere dappertutto la figura del Garante per i diritti delle persone limitate nella libertá.
    L’ odore del fumo deve ricordarci che quanto avvenuto si puó ripresentare in forme differenti.

    “Una volta trasferito il bambino, i periti del Comitato ne ordinavano
    la soppressione. I medici e tutto il personale dei reparti di
    eutanasia ricevevano un compenso extra per premiare un lavoro così
    orribile: denaro in cambio del silenzio e dell’”efficienza”. La scelta
    dei metodi di uccisione fu lasciata ai medici dei reparti infantili.
    Uno era la morte per inedia, che però non fu il metodo più diffuso;
    quello preferito fu l’uso di farmaci quali bromuro, morfina, veronal,
    luminal. Farmaci che erano usati regolarmente in una struttura
    sanitaria per cui i bambini non venivano uccisi con veleni estranei,
    ma con un’overdose di un farmaco comune. Inoltre l’overdose di
    barbiturici non procurava una morte immediata, ma dava luogo a
    complicazioni mediche, in particolare la polmonite, che nel giro di
    due o tre giorni provocavano il decesso. A quel punto i medici
    potevano constatare la “morte naturale”.
    Sulle condizioni dei bambini in questi reparti di eutanasia abbiamo
    l’agghiacciante testimonianza di Ludwig Lehener relativa ad una delle
    visite guidate che venivano organizzate nel reparto di eutanasia della
    clinica di Eglfing-Haar alla quale lui aveva partecipato come studente
    di psicologia. Il dottor Hermann Pfannmuller, direttore della clinica,
    “tolse un bimbo da un lettino. Mentre lo mostrava ai visitatori, con
    sguardo da intenditore disse qualcosa come: – questo qui per esempio
    durerà ancora due o tre giorni -. Non dimenticherò mai la faccia di
    quell’uomo, che sogghignava tenendo nelle sue mani grasse quel
    mucchietto di ossa piagnucolante, circondato da altri bambini
    affamati”. Durante i processi alcuni medici ed infermieri
    testimoniarono sulle terribili condizioni in cui avvenivano i
    trasferimenti dei bambini. “La dott.ssa Weber ha descritto l’arrivo di
    uno di questi convogli, che era in viaggio da diversi giorni. I
    bambini erano ammucchiati l’uno sull’altro ed il puzzo che emanavano
    era insopportabile. Alcuni erano già morti, altri erano sul punto di
    morire… Il dott. Schmidt descrive il convoglio dei bambini più
    grandi, costretti in camicie di forza, di come si dimenassero,
    mordessero e graffiassero selvaggiamente”.
    (Alice Ricciardi von Platen, Il nazismo e l’eutanasia dei malati di
    mente, Ed. Le Lettere, pp. 65/66).

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