Pazzi dal dolore

(dipinto di Bubu che frequenta il Laboratorio Creativo nel Centro Diurno di Aurisina - Trieste)

(dipinto di Bubu che frequenta il Laboratorio Creativo nel Centro Diurno di Aurisina - Trieste)

V. mi scrive: “Le invio la mia testimonianza. Considerato il lavoro che fa, e i suoi libri, sarà l’ennesima storia che sentirà, quindi non pretendo nessuna replica, ma nero su carta dovevo pur metterlo.”

Leggo il pezzo, l’ennesima storia di banalità di questa psichiatria, in cui s’imbatte una ragazza che non è stata costretta a curarsi, ma è lei che lo ha chiesto, che ha chiesto il ricovero, sapendo di star male, eppure è bastato solo l’ingresso in questo SPDC romano, le è bastato essere chiusa dentro, messa in ammollo di psicofarmaci, impossibilitata perfino a leggere, le è bastato sentire le minacce di contenzione a una sua compagna di ricovero se non avesse preso la terapia, per capire che questa non è cura ma è mero controllo. Le rispondo che questa sua testimonianza è bella e importante. Le chiedo di pubblicarla sul sito del forum salute mentale.

Mi risponde a stretto giro che vorrebbe riguardare il pezzo, perché l’ha scritto di getto, ed essendo di non-professione una scribacchina non tollera i refusi. La questione principale però, è un’altra: “io mi vergogno di essere stata ricoverata. Nessuno a parte i miei cari e gli amici più stretti, sa che a un certo punto sono sbroccata, mi sono impasticcata e sono finita al Santo Spirito (per inciso, l’ospedale dove mi hanno rinchiuso). Qui sta lo stigma: per tutta la vita mi hanno detto che ero strana, che ero “pazza”, ma in fondo la giovinezza cerca un parallelo con la follia, se ne bea; e anche andare dallo psicologo, prendere farmaci, questo ormai è anche accettato. Il ricovero no. Probabilmente perché, malgrado il trucco estetico, la maggior parte delle volte il ricovero richiama ancora il manicomio, un luogo di miseria e ignoranza dove finirci deve dirla lunga su come sei ridotto. Quindi, questo, non so se riuscirei ad ammetterlo così pubblicamente. E mi vergogno anche della mia vergogna”.

Questo mi ha scritto V. Quella che segue è la sua testimonianza. E io la ringrazio.

Piero Cipriano

Per quanto mi riguarda, mi sono fatta ricoverare volontariamente. Al telefono il mio psichiatria mi aveva consigliato di presentarmi in ospedale, dire che avevo tentato il suicidio e farmi una settimana di riposo. Così ho fatto, perché avevo paura di me stessa, della facilità con cui mi ero imbottita di pillole senza mai pensare veramente di star facendo qualcosa di sbagliato – una persona mi disse, “era un comportamento così autolesionista che non aveva senso arrabbiarsi con te – e mi convinsi che a quel punto l’ospedale, i dottori, la Medicina, sapevano il fatto loro e potevano aiutarmi. I miei non volevano, ma mi dicevo che forse ero davvero pazza dopo tutto quello che avevo combinato. Mi immaginavo, in un lampo di fantasia estrema, la terapia, le sedute di gruppo, un terapeuta serio che si sarebbe appassionato alla mia angoscia e al mio linguaggio invece così controllato, puntuale, lucido. E poi, mi aveva assicurato il mio psichiatria al telefono, potevo uscire quando volevo.

Arrivai accompagnata dai miei, una borsa assurdamente piena di cosmetici come se andassi in villeggiatura, e mio padre finse di aver lasciato a casa la carta d’identità, espediente in seguito confessato al fine di ritardare la mia decisione di chiudermi in carcere. Perché, mentre io mi agitavo per liberarmi dalla mia follia e metterla in mani che credevo sapienti, mia madre notava che appena ammessa, confiscati tutti i miei bei trucchi, avevano chiuso la porta del reparto a chiave. Loro non potevano entrare, e io non potevo uscire.

Mi trovarono un letto di fortuna, mi addormentai senza pensare e poi, il giorno dopo, il risveglio in un ambiente freddo, inquietante, le facce prive di espressione dei pazienti. In un attimo mi dissi, ma che ci faccio qua, come diavolo dovrei guarire qui. Chiamai i miei, e dissi, Venitemi a prendere. Loro erano felici, ma ecco l’inghippo: no, non potevo uscire quando volevo. Sorpresa! Quella del mio psichiatria era una balla. Forse aveva già deciso, come me, che ero pazza, che non meritavo un confronto leale, che l’importante era rinchiudermi prima che facessi qualche cazzata. Forse era sinceramente convinto che per il mio bene fosse meglio convincermi a farmi assistere anche contro la mia volontà. E gliene avrei dato atto, se appunto mi avessero curato.

Invece non mi hanno fatto niente. Imbottito di farmaci. Nessuna conversazione. Stavo lì, ad aver paura dei malati più gravi, e a fraternizzare con quelli più simili a me, semplicemente disperati. Già mi ero imbottita io di Tavor, poi iniziano i dottori con dosi da cavallo di Depakin, che poi ho scoperto dopo, veniva rifilato a man bassa come fosse acqua. I miei arrivano e scoprono che no, non posso uscire. Mio padre chiama i carabinieri per sequestro di persona, ma io di mia spontanea volontà avevo accettato di entrare. Che non avessi accettato la contenzione, quello era un discorso secondario. Chiamo il mio psichiatra, mi dice solo che se non sto buona scatta il TSO. Ed ecco, io posso ancora dirmi che forse lo faceva per il mio bene, che voleva costringermi con la forza a smettere di far cazzate, come fanno i grandi con i piccoli e come da grande ho fatto anche io con le mie amiche quando continuavano a farsi male senza fermarsi. Questo, potrei credere, se potessi convincermi  che allora il mio psichiatra, povero, non sa che in realtà non stanno facendo niente per me. Controllano che stiano buona e basta. Analisi del sangue la mattina, farmaci, pranzo, cena, fine. Nient’altro. Vivo solo delle visite dei miei, e posso orgogliosamente dire di essere la più fortunata del reparto: in una settimana di ricovero non c’è un giorno in cui venga lasciata da sola. Amici, cari, parenti, portano regali, dolci, riviste, libri, videogiochi, tutto per farmi passare il tempo. Solo che sono talmente sedata che non riesco a fare nulla. Soprattutto, io lettrice bulimica, non riesco a leggere nemmeno una riga. Prima provo coi libri, poi con le riviste, infine coi fumetti e la fotografia. Non riesco a concentrarmi sulle parole. Non riesco a camminare correttamente, e allora mia madre mi prende per mano e mi fa fare piccole passeggiate per il corridoio, pian piano avanti e indietro, siamo arrivate fin qui e ora torniamo indietro.  Sbavo, parlo biascicando. A  mia madre dico, Non voglio che Papà mi veda così, e lei aspetta che sia un attimo più ricomposta, decente, per farlo venire. Ma intanto lui, che il telefonino lo usa a malapena, mi ha scribacchiato splendidi sms pieni di sincero amore. Sono sfortunata a essere così fragile, ma sono anche fortunata, questo lo so.

Ora qualcuno potrebbe dire, ma questa che scrive, che storia ha? Una storia fatta di assistenza pubblica, che i soldi della terapia privata non me li sono mai potuti permettere. Una storia che, si badi bene, non rinnego: al Cim dove ho passato 4 anni della mia vita devo molta consapevolezza, sedute illuminanti, farmaci chiesti espressamente da me e mai imposti. Tutto questo malgrado la difficoltà congenita del settore pubblico, dove le persone sono tante e i dottori pochi, dove le sedute durano, se ti va bene, mezz’ora, e dove è facile non vedersi anche per un mese perché la continuità terapeutica è ardua da mantenere (senza dimenticare che non pagando, uno si sente meno in colpa a saltare una seduta se vuol fare altro: ad ognuno le sue responsabilità). Ma qualcosa è mancato quando sono entrata in ospedale. La mia piena fiducia è stata spazzata via.

I miei sono andati anche a parlarci, coi miei dottori, cercavano aiuto e invece loro gli hanno rinfacciato le cose che io gli avevo confidato in privato, Dov’era Lei per sua Figlia, un discorso comprensibile se non fosse che l’alternativa offertami in ospedale non mi pareva tanto più costruttiva.  Dice mia madre: se dovevano solo metterti a letto e non farti uscire, potevo farlo anche io per te, almeno eri a casa tua, fra persone che ti amano. Alla fine capiamo che mi devo star buona, ingoiare tutto, e mi faranno uscire. Dopo, mi spiegherà tutto il mio psichiatra: lui rischiava di andarci di mezzo se mi fossi fatta del male.  E aggiunse: il ricovero è un luogo di contenimento, serve a contenere la follia, non a guarirla. Per questo non ricordo un contatto empatico con un qualsivoglia paziente, per questo invece non mi tolgo dalla mente le lacrime della mia compagna di stanza che piangeva sempre, eternamente disperata, abbandonata dai genitori come un prodotto mal riuscito. E per questo, sopratutto ricordo la sera in cui chiesi il permesso alle infermiere, e presi i miei bei trucchi e tutte noi ci chiudemmo nella sala fumatori a farci la manicure, e io avevo staccato una fibbia dalla mia borsa a mò di specchietto per sistemarmi le sopracciglia, perché dopo qualche giorno ero  brutta, anzi abbrutita, mi lavavo, mi vestivo, ma sembravo comunque uno zombie. In ospedale si diventa brutti a priori, non puoi depilarti, truccarti, e nessuno viene a farlo per te, forse per convincerti che visto come ti sei ridotta, forse sei davvero pazza.

Ma quella sera eravamo felici e chiacchieravamo, finché arrivata la mezzanotte vennero gli infermieri a dirci di metterci a letto e di prendere le medicine, e la mia compagna di stanza si rese conto che le avevano aggiunto un farmaco di cui non sapeva niente. A cosa serve, perché, in che dosi, quali sono le controindicazioni: non si sapeva. Poteva esserci qualsiasi cosa. Secondo loro avrebbe dovuto ingoiare tutto a occhi chiusi e basta, ma lei si rifiutò, si sentiva una cavia perennemente strafogata. Iniziò il suo lungo, ormai abituale pianto disperato, e gli infermieri dissero, o le prendi o ti leghiamo. Erano stanchi, erano annoiati, avevano perso – o forse non avevano mai avuto – l’abitudine al confronto, i pazienti sono solo matti che danno rogne e vogliono fregarti, questo li si leggeva in viso. Allora mi alzai e andai a cercare un dottore, perché pure a quasi trent’anni compiuti non riuscivo a togliermi l’idea infantile che i medici curano, che se uno fa il medico è perché ha a cuore la salute del suo paziente, così entrai in una stanza e dissi, la prego, venga a vedere, una paziente piange, le vogliono dare medicine di cui non sa niente, nessuno le ha detto di un cambio di terapia. E lui mi guardò. Lo stesso sguardo stanco e annoiato degli infermieri, che diceva “basta, non vi sopporto, non ho la forza di dialogare” e mi disse solo, vada a letto signorina, è tardi. È stato allora che ho capito che molti medici diventano tali per ambizione, o amore della teoria, della conoscenza, del progresso; ma non per amore dell’essere umano. L’essere umano li ostacola con la sua imperfezione, con la sua complessità. Pensavano che bastasse studiare e laurearsi per potersi dire dottori e dimostrare l’irriducibilità del dato scientifico, magari dei piccoli Dr House poco empatici ma bravissimi matematici, tesi a far quadrare equazioni di sintomi e reazioni. Però nella serie tv Dr House era sì antipatico ma almeno i pazienti li salvava, qui invece la variabile che costringe la psicanalisi a scienza non esatta, ovvero il cervello umano, rende ostico il cammino verso la guarigione. Meglio ignorarlo, ignorare la persona che quel cervello lo usa, e procedere per la via indiscutibile della cura farmacologica, prendi questo e quello, non provare a farmi problemi che ti lego, il tuo rifiuto nasce dalla tua malattia mentale, in fondo se eri mentalmente affidabile non stavi qui, no?

Ed io, che non sapevo che altro fare, quella sera supplicai la mia compagna di stanza di prendere le medicine nuove. Fu per vigliaccheria, perché l’avrebbero legata nella nostra stanza, e tutta la notte l’avrei sentita gemere trattenuta a letto. Avevo già visto un TSO all’opera, una ragazza urlante sedata su momento, ma viverlo così da vicino non potevo. Sarei davvero diventata pazza, a quel punto.

Io invece, non protestavo. Prendevo tutto, annuivo, e aspettavo. Tanto, più che assumere i farmaci e non far casino, non pretendevano. Così da brava scolaretta, mi dimisero dopo una settimana. Promisi di seguire la terapia, uscì da là, i miei mi riportarono a casa, mia madre pose fiori sui miei capelli, mi lavai, mi depilai, e tentai di tirare avanti. Questa però  è un’altra storia. La storia che  vorrei raccontare per concludere questa narrazione, riguarda quando continuai a sentire qualche mia ex compagna di ospedale. Una in particolare, l’andai a trovare in un altro ospedale prima, e in una casa di cura privata dopo. Memore della mia esperienza mi portai i miei trucchi dietro e le feci manicure e pedicure perché continuasse a sentirsi umana. Allora mi dissi, forse posso fare qualcosa di buono: l’unica cosa positiva di quel ricovero che non mi aveva né curata né salvata, era stato l’involontario contatto con una dose di umanità che fino ad allora, io, che conoscevo perlopiù i miei problemi, non avevo mai visto così cruda e diretta. Nel bene e nel male. Gli altri pazienti erano famelici di tutto, scroccavano qualsiasi cosa: ci voleva la mia più esperta compagna di stanza a fargli star zitti perché tutto il giorno tutti ti chiedevano qualcosa, hai una sigaretta, mi fai fare una chiamata, e io all’inizio dicevo di sì a tutti perfino se non fumavo. Poi arrivava lei e urlava Lasciala stare, ma io però cercavo di condividere quello che avevo, soprattutto la frutta fresca che mia madre mi portava ogni giorno. Anche per farmi benvolere, si intende. C’erano, come i tutti i posti in cui l’umanità si riduce al dato basilare della sopravvivenza, momenti di orribile crudezza e altri di lancinante tenerezza, come se, preso nella sua essenza più scarna, l’essere umano si rivelasse diviso fra gli identici e  opposti istinti di prevaricare il debole per farcela, e cercare disperatamente il contatto umano, l’affetto, l’amore. Alcuni pazienti litigavano e si urlavano contro, altri si chiudevano di nascosto nel bagno a far sbrigativamente l’amore con un visitatore o un paziente, non aveva importanza.  Non ho mai dimenticato Monika che mi chiede qualcosa, le solite cose, una sigaretta, qualche soldo, io avrò detto di sì come al solito, e lei d’improvviso si slancia e mi abbraccia quasi piangendo, e mi tiene così, e non vuole smettere.  Io la stringo sorpresa sussurrandole va tutto bene, tranquilla, è tutto a posto, sperando di farle capire che almeno per me lei è ancora un essere umano.

Decido allora di fare la volontaria, trovo un’associazione laica e faccio il primo colloquio. Non nego nulla della mia storia, pertanto capirei benissimo se mi dicessero Oddio, con un ricovero alle spalle forse non sei la più adatta, invece mi accettano, devo solo portare un certificato di salute mentale e fare un corso. Alla prima lezione arriva questo dottore, chiaramente colto e sicuro di sé, io lo ascolto rispettosamente e mi appunto tutto, parla dei benefici del Litio, della campagna diffamatoria contro l’elettroshock, e io non posso giudicare perché non so e quindi non parlo, finché non arriva al TSO. Cosa si fa se un paziente rifiuta le cure? Risponde lui, Io mi presento con due infermieri alti due metri e gli faccio capire che o obbedisce o finisce legato. Ride dicendo questo. Alzo la mano e chiedo, Mi scusi, ma non pensa che questo possa provocare un problema di fiducia con il paziente? Mi risponde lui e fanno eco gli altri aspiranti volontari, guardandomi storto: cosa devi fare con uno che è pericoloso, che non ci sta con la testa. Potrei crederci, se non avessi visto Bea piangere per un farmaco inghiottito a forza, potrei crederci anche malgrado questo pensando a qualcuno che distrugge tutto e va fermato. Potrei, se il dottore non avesse riso mentre ne parlava, come se fosse una barzelletta.  Farlo nel privato,  con gli amici, per togliersi la tensione di avere a che fare con gente problematica tutto il giorno, sarebbe ancora comprensibile, ma mostrare a dei futuri volontari, in un ambiente professionale, che il paziente in fondo è solo un bambino, un demente, uno che non bisogna ascoltare e che cerca solo di fregarti con mille scuse, significa insegnare subito che la relazione umana non c’entra niente con la cura.

Alla mia seconda lezione vengo buttata fuori ancor prima che inizi. Il certificato di salute mentale, e la mia iniziale accettazione ora non significano più niente. Adesso che ci pensano sono pur sempre malata, dicono senza guardarmi negli occhi, imbarazzati: non vado bene, non vogliono nemmeno farmi finire il corso e vedere se sono adeguata, non mi ci vogliono e basta. Sono pregata di non farmi più vedere. Esco e piango: ancora una volta mi hanno messa a tacere perché pazza.

Se tutto questo dolore è servito a qualcosa, è stato solo a farmi capire che io non ero pazza. E anche la maggior parte di quelli che ho conosciuto lì dentro non lo erano. Soffrivamo soltanto. Forse, se invece di follia, si coniasse la diagnosi Pazzi dal Dolore, la gente avrebbe meno paura. E maggiore pietà.

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