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	<title>Commenti a: Psichiatria: autointervista (a 2 anni dalla pensione)</title>
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		<title>Di: Leda Cossu</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-autointervista-a-2-anni-dalla-pensione/comment-page-1/#comment-91</link>
		<dc:creator>Leda Cossu</dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Apr 2010 22:34:23 +0000</pubDate>
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		<description>Cari tutti, sicuramente è tardi per dire la mia, ma leggo solo ora questi scritti. Grazie a tutti, l&#039;operatore di Giuliano ha detto tante cose importanti, come tutti, come G.F. sull&#039;omeopatia che conosco e pratico anche in questo delicato ambito. L&#039;operatore di Giuliano non ha detto solo &quot;me ne fotto&quot;, anche se l&#039;espressione è forte e può essere equivocata, ma a me sembra &quot;da arrabbiato forte&quot;, lo ringrazio per le cose che fa, perché i farmaci non sono il suo primo approccio, ma l&#039;ultimo, come dice, perché il suo lavoro non lo misura come l&#039;obbligo di guarire (chi potrebbe avere questa deità?) ma almeno ci prova, a stare accanto alla persona sofferente. E prova a parlare pubblicamente in questo sito, grazie. Sono certa che ne parla anche nel suo lavoro, è troppo lucido e troppo arrabbiato (giustamente) per non farlo. Penso che se non ne parlasse sarebbe già scoppiato da un po&#039; ed invece è ancora quì con la sua rabbia, a sperare che nasca qualcosa. Grazie, anche se in ritardo. Leda</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Cari tutti, sicuramente è tardi per dire la mia, ma leggo solo ora questi scritti. Grazie a tutti, l&#8217;operatore di Giuliano ha detto tante cose importanti, come tutti, come G.F. sull&#8217;omeopatia che conosco e pratico anche in questo delicato ambito. L&#8217;operatore di Giuliano non ha detto solo &#8220;me ne fotto&#8221;, anche se l&#8217;espressione è forte e può essere equivocata, ma a me sembra &#8220;da arrabbiato forte&#8221;, lo ringrazio per le cose che fa, perché i farmaci non sono il suo primo approccio, ma l&#8217;ultimo, come dice, perché il suo lavoro non lo misura come l&#8217;obbligo di guarire (chi potrebbe avere questa deità?) ma almeno ci prova, a stare accanto alla persona sofferente. E prova a parlare pubblicamente in questo sito, grazie. Sono certa che ne parla anche nel suo lavoro, è troppo lucido e troppo arrabbiato (giustamente) per non farlo. Penso che se non ne parlasse sarebbe già scoppiato da un po&#8217; ed invece è ancora quì con la sua rabbia, a sperare che nasca qualcosa. Grazie, anche se in ritardo. Leda</p>
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		<title>Di: gian piero fiorillo</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-autointervista-a-2-anni-dalla-pensione/comment-page-1/#comment-75</link>
		<dc:creator>gian piero fiorillo</dc:creator>
		<pubDate>Thu, 25 Feb 2010 12:43:47 +0000</pubDate>
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		<description>Ho letto e riletto questa “auto-intervista” di cui ci vengono presentate solo le risposte, non già le domande. Ho perso il sonno: se questo è il portato di 35 anni di lavoro antimanicomiale siamo messi bene davvero.

	In effetti sembra che “l&#039;operatore di Giuliano” autore di questo intervento (ma perché non si firma?) abbia capito tutto da tempo, particolarmente che è inutile farsi domande. E dopo tanto silenzio, a un passo dalla pensione vuole dirci la sua. Così si mette a tirare fendenti a destra e a manca: un po&#039; approssimativi, un po&#039; alla viva il parroco. Infine ci dà una perla di saggezza universale: me ne fotto.

	Il suo fottersene non riguarda cose poco importanti, come lui forse pensa, riguarda il cuore della questione. Perché se la malattia mentale esiste allora i pazienti avrebbero il diritto di scegliere la cura e anche di rifiutarla; mentre se non esiste allora prescrivere e somministrare farmaci pesantissimi, disabilitanti e talvolta assassini è molto più che un sopruso, è un crimine. Un crimine di pace, come avrebbe detto il citatissimo (sempre più a sproposito) Basaglia. 
	Non un crimine ma una banalizzazione insopportabile è del resto porre la questione in questi termini, visto che le “menti migliori della mia [e molte altre] generazione” hanno cercato di focalizzare correttamente il problema, e non si possono certo ridurre le drammatiche e complesse vicende storiche di più d’una disciplina a categorie come “gli anglosassoni”, gli italiani”, i medici nuovi, quelli vecchi e così via.   

	Ma l&#039;anonimo di Giuliano se ne fotte. Lui se una persona è malata o meno chi se ne frega, ci va al cinema, la accompagna a fare la spesa, ci passa il Natale insieme. Gli dà anche le pacche sulle spalle per dimostrargli che non gli fa schifo. Che è come dire: sorrido ai negri quando li incontro per dimostrargli che non sono razzista. 
	Quello che l&#039;operatore di Giuliano non sospetta è che proprio così lo vogliono. Il sistema psichiatrico, le case farmaceutiche, i medici vecchi, nuovi, gli anglosassoni, gli italiani (ma dove le ha prese queste categorie?) e poi ancora gli psicosociali, i progressisti, i democratici, gli autoritari, i presidenti di cooperativa, i responsabili di quelle case famiglia che egli denuncia, le “orde” (furbissime, si presentano sempre alla spicciolata) di informatori farmaceutici. Lo vogliono così, pronto a distribuire pacche sulle spalle e evitare di farsi domande. Il lavoro viene meglio se condito di comprensione e umanità. Se chi lo svolge è pronto a chiamare i carabinieri quando qualcuno importuna la persona in difficoltà.
	L&#039;importante è che non chiami i carabinieri quando uno psichiatra prescrive due, tre, quattro, fino a nove psicofarmaci in una volta sola a un poveraccio che sta fuori dal manicomio, sì, ma ben psichiatrizzato e distrutto per sempre in virtù di qualcosa che viene definito malattia ma che non si sa cos&#039;è e nemmeno “se esiste”.

	Gentile operatore, dal suo intervento traspaiono due cose buone: intenzioni e disponibilità. Ma poi queste cose, per concretizzarsi effettivamente e non in semplici pacche sulle spalle, che rafforzano anziché indebolire la psichiatrizzazione forzata, hanno bisogno di pensiero e di parole appropriate, non di luoghi comuni alternativi. 
Pensieri e parole, per dirla con Lucio Battisti. 
	Perché le parole sono pietre, e il pensiero è carne viva almeno quanto la pizza, il cinema, il cenone di Natale. La coscienza della propria condizione, quella degli operatori e quella degli utenti, non è cosa che si deleghi né che possa venire differita fino al giorno della pensione, è cosa che si conquista oggi, riflettendo e mettendosi in discussione, soprattutto evitando slogan come “me ne fotto”, che in una versione più educata è da sempre uno slogan fascista. Da sempre la sinistra, ultimo il PD che pure di sinistra non è, oppone al menefreghismo un (anglosassone?) I care.
	
	Da quando, è ormai quasi una settimana, mi sono imbattuto in questo intervento non ho smesso di pensarci, ho scritto tre o quattro lettere di risposta, per un totale di una quindicina di pagine, ho cercato di considerare la cosa da molti punti di vista, ho perso molte ore di sonno e non mi vergogno a dirlo, ha avuto la tentazione di soprassedere ma non ce l’ho fatta. E la mia conclusione (mia, altri hanno tutto il diritto di concludere diversamente) è sempre un arrabbiato e dolente: tutte le strade portano all&#039;inferno, particolarmente quelle lastricate... beh, lasciamo perdere, se mi metto anche a citare i proverbi, vuol dire che sto proprio invecchiando. 
Forse è ora che incominci anch&#039;io a chiedermi quanto mi manca alla pensione. 

	Distinti saluti, Gian Piero Fiorillo.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho letto e riletto questa “auto-intervista” di cui ci vengono presentate solo le risposte, non già le domande. Ho perso il sonno: se questo è il portato di 35 anni di lavoro antimanicomiale siamo messi bene davvero.</p>
<p>	In effetti sembra che “l&#8217;operatore di Giuliano” autore di questo intervento (ma perché non si firma?) abbia capito tutto da tempo, particolarmente che è inutile farsi domande. E dopo tanto silenzio, a un passo dalla pensione vuole dirci la sua. Così si mette a tirare fendenti a destra e a manca: un po&#8217; approssimativi, un po&#8217; alla viva il parroco. Infine ci dà una perla di saggezza universale: me ne fotto.</p>
<p>	Il suo fottersene non riguarda cose poco importanti, come lui forse pensa, riguarda il cuore della questione. Perché se la malattia mentale esiste allora i pazienti avrebbero il diritto di scegliere la cura e anche di rifiutarla; mentre se non esiste allora prescrivere e somministrare farmaci pesantissimi, disabilitanti e talvolta assassini è molto più che un sopruso, è un crimine. Un crimine di pace, come avrebbe detto il citatissimo (sempre più a sproposito) Basaglia.<br />
	Non un crimine ma una banalizzazione insopportabile è del resto porre la questione in questi termini, visto che le “menti migliori della mia [e molte altre] generazione” hanno cercato di focalizzare correttamente il problema, e non si possono certo ridurre le drammatiche e complesse vicende storiche di più d’una disciplina a categorie come “gli anglosassoni”, gli italiani”, i medici nuovi, quelli vecchi e così via.   </p>
<p>	Ma l&#8217;anonimo di Giuliano se ne fotte. Lui se una persona è malata o meno chi se ne frega, ci va al cinema, la accompagna a fare la spesa, ci passa il Natale insieme. Gli dà anche le pacche sulle spalle per dimostrargli che non gli fa schifo. Che è come dire: sorrido ai negri quando li incontro per dimostrargli che non sono razzista.<br />
	Quello che l&#8217;operatore di Giuliano non sospetta è che proprio così lo vogliono. Il sistema psichiatrico, le case farmaceutiche, i medici vecchi, nuovi, gli anglosassoni, gli italiani (ma dove le ha prese queste categorie?) e poi ancora gli psicosociali, i progressisti, i democratici, gli autoritari, i presidenti di cooperativa, i responsabili di quelle case famiglia che egli denuncia, le “orde” (furbissime, si presentano sempre alla spicciolata) di informatori farmaceutici. Lo vogliono così, pronto a distribuire pacche sulle spalle e evitare di farsi domande. Il lavoro viene meglio se condito di comprensione e umanità. Se chi lo svolge è pronto a chiamare i carabinieri quando qualcuno importuna la persona in difficoltà.<br />
	L&#8217;importante è che non chiami i carabinieri quando uno psichiatra prescrive due, tre, quattro, fino a nove psicofarmaci in una volta sola a un poveraccio che sta fuori dal manicomio, sì, ma ben psichiatrizzato e distrutto per sempre in virtù di qualcosa che viene definito malattia ma che non si sa cos&#8217;è e nemmeno “se esiste”.</p>
<p>	Gentile operatore, dal suo intervento traspaiono due cose buone: intenzioni e disponibilità. Ma poi queste cose, per concretizzarsi effettivamente e non in semplici pacche sulle spalle, che rafforzano anziché indebolire la psichiatrizzazione forzata, hanno bisogno di pensiero e di parole appropriate, non di luoghi comuni alternativi.<br />
Pensieri e parole, per dirla con Lucio Battisti.<br />
	Perché le parole sono pietre, e il pensiero è carne viva almeno quanto la pizza, il cinema, il cenone di Natale. La coscienza della propria condizione, quella degli operatori e quella degli utenti, non è cosa che si deleghi né che possa venire differita fino al giorno della pensione, è cosa che si conquista oggi, riflettendo e mettendosi in discussione, soprattutto evitando slogan come “me ne fotto”, che in una versione più educata è da sempre uno slogan fascista. Da sempre la sinistra, ultimo il PD che pure di sinistra non è, oppone al menefreghismo un (anglosassone?) I care.</p>
<p>	Da quando, è ormai quasi una settimana, mi sono imbattuto in questo intervento non ho smesso di pensarci, ho scritto tre o quattro lettere di risposta, per un totale di una quindicina di pagine, ho cercato di considerare la cosa da molti punti di vista, ho perso molte ore di sonno e non mi vergogno a dirlo, ha avuto la tentazione di soprassedere ma non ce l’ho fatta. E la mia conclusione (mia, altri hanno tutto il diritto di concludere diversamente) è sempre un arrabbiato e dolente: tutte le strade portano all&#8217;inferno, particolarmente quelle lastricate&#8230; beh, lasciamo perdere, se mi metto anche a citare i proverbi, vuol dire che sto proprio invecchiando.<br />
Forse è ora che incominci anch&#8217;io a chiedermi quanto mi manca alla pensione. </p>
<p>	Distinti saluti, Gian Piero Fiorillo.</p>
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		<title>Di: rubina</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-autointervista-a-2-anni-dalla-pensione/comment-page-1/#comment-69</link>
		<dc:creator>rubina</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 14 Feb 2010 09:03:35 +0000</pubDate>
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		<description>Ho 38 anni. Ho seguito la fiction su Basaglia alla RAI ed ho visto per la prima volta le immagini dei manicomi. Mi hanno molto  colpito per la violenza di quei contesti e ho deciso di approfondire un poco di più l’argomento.  Un amico mi ha prestato “L’istituzione negata” scritto da Basaglia ed ho cominciato a farmi un’idea più precisa sul suo pensiero ed i suoi obiettivi. Della psichiatria non conoscevo quella realtà lontana ma solo quella attuale: ho due amici che vengono seguiti da un dipartimento di salute mentale. Attraverso la loro esperienza ho imparato termini e sigle che mi erano del tutto sconosciute: TSO, SPDC, farmaci long acting. Le famiglie dei miei due amici si lamentano sempre per i problemi che devono affrontare ogni giorno per andare avanti nel tentativo di conciliare la loro vita con la scelta di non abbandonare e rinchiudere i loro familiari. Ho sempre pensato che fosse quella la normalità terapeutica, che fosse il meglio che si potesse ottenere da un servizio pubblico. Leggere Basaglia mi ha mostrato l’esistenza di una possibilità diversa, di un modo di curare migliore, di ridare dignità ai pazienti come di un vantaggio per tutti noi. Da allora è passato molto tempo, Basaglia è morto. Non sono un’esperta questo è chiaro ma, conoscendo gli attuali standards di assistenza psichiatrica nel mio territorio del suditalia, mi sembra di poter dire che ci troviamo di fronte ad una promessa mancata, ad un tradimento di un’impostazione assai diversa che era alle origini di questo cambiamento. Sono arrivata per caso a sapere del sito web “salutementale.it” ed ho cominciato a leggere e mi sono imbattuta nella tua autointervista e nei commenti ad essa: lì si legge la conferma dei miei sospetti. Quello che faceva Basaglia nella sua pratica e quello che si fa oggi nei Dipartimenti di salute mentale sono due cose assai diverse: lui svuotava i manicomi per ridare dignità alle persone, oggi si riempiono centinaia di strutture private per togliere dignità definitivamente alle persone. Quando parli dei nuovi medici, delle nuove medicine dici cose che conosco anche io ma che non avevo mai valutato criticamente perché non conoscevo altre realtà. Bisognerebbe “SPUTTANARE” molti medici dei servizi pubblici di salute mentale, bisognerebbe rimandarli a scuola a studiare il pensiero e le teorie di Basaglia e non perché così tutte le persone sofferenti guarirebbero: accetto anche l’idea di non poter guarire ma non quella di essere abbandonata e umiliata. Spero che questo piccolo dibattito possa allargarsi ad altri.
R.C.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Ho 38 anni. Ho seguito la fiction su Basaglia alla RAI ed ho visto per la prima volta le immagini dei manicomi. Mi hanno molto  colpito per la violenza di quei contesti e ho deciso di approfondire un poco di più l’argomento.  Un amico mi ha prestato “L’istituzione negata” scritto da Basaglia ed ho cominciato a farmi un’idea più precisa sul suo pensiero ed i suoi obiettivi. Della psichiatria non conoscevo quella realtà lontana ma solo quella attuale: ho due amici che vengono seguiti da un dipartimento di salute mentale. Attraverso la loro esperienza ho imparato termini e sigle che mi erano del tutto sconosciute: TSO, SPDC, farmaci long acting. Le famiglie dei miei due amici si lamentano sempre per i problemi che devono affrontare ogni giorno per andare avanti nel tentativo di conciliare la loro vita con la scelta di non abbandonare e rinchiudere i loro familiari. Ho sempre pensato che fosse quella la normalità terapeutica, che fosse il meglio che si potesse ottenere da un servizio pubblico. Leggere Basaglia mi ha mostrato l’esistenza di una possibilità diversa, di un modo di curare migliore, di ridare dignità ai pazienti come di un vantaggio per tutti noi. Da allora è passato molto tempo, Basaglia è morto. Non sono un’esperta questo è chiaro ma, conoscendo gli attuali standards di assistenza psichiatrica nel mio territorio del suditalia, mi sembra di poter dire che ci troviamo di fronte ad una promessa mancata, ad un tradimento di un’impostazione assai diversa che era alle origini di questo cambiamento. Sono arrivata per caso a sapere del sito web “salutementale.it” ed ho cominciato a leggere e mi sono imbattuta nella tua autointervista e nei commenti ad essa: lì si legge la conferma dei miei sospetti. Quello che faceva Basaglia nella sua pratica e quello che si fa oggi nei Dipartimenti di salute mentale sono due cose assai diverse: lui svuotava i manicomi per ridare dignità alle persone, oggi si riempiono centinaia di strutture private per togliere dignità definitivamente alle persone. Quando parli dei nuovi medici, delle nuove medicine dici cose che conosco anche io ma che non avevo mai valutato criticamente perché non conoscevo altre realtà. Bisognerebbe “SPUTTANARE” molti medici dei servizi pubblici di salute mentale, bisognerebbe rimandarli a scuola a studiare il pensiero e le teorie di Basaglia e non perché così tutte le persone sofferenti guarirebbero: accetto anche l’idea di non poter guarire ma non quella di essere abbandonata e umiliata. Spero che questo piccolo dibattito possa allargarsi ad altri.<br />
R.C.</p>
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	</item>
	<item>
		<title>Di: G.F.</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-autointervista-a-2-anni-dalla-pensione/comment-page-1/#comment-66</link>
		<dc:creator>G.F.</dc:creator>
		<pubDate>Tue, 09 Feb 2010 12:36:24 +0000</pubDate>
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		<description>Quasi quotidianamente scrivo e faccio interviste ai medici. Ma questa è la mia prima riflessione “libera” sul mio lavoro, fatta sulla spinta delle riflessioni e delle emozioni suscitate in me dalla lettura della autointervista di G.D.
E’ da 12 anni che lavoro come consulente nel settore salute di importanti istituti di marketing milanese; in pratica conduco interviste qualitative, motivazionali face to face o di gruppo con i medici di varie città campione in Italia per capire quali sono le rappresentazioni di una certa malattia, qual è l’opinione e l’esperienza con i diversi farmaci, quali sono gli orientamenti terapeutici attuali e prefigurati per il futuro. Poi stendo la mia relazione cercando di cogliere i nessi e le ragioni alla base dei dati ricorrenti, condivisi, così come delle differenze fra medico e medico, in base alla specialità, al centro di lavoro, all’area geografica, alla pressione delle case farmaceutiche ecc.
E’ un lavoro che mi piace molto, perché sono pagata per confrontarmi con gli altri, ascoltarli, riflettere e scrivere, e perché mi piace imparare e capire molte cose sulla medicina, argomento di mio reale interesse. 
In particolare io sono una appassionata cultrice di alcune pratiche mediche cosiddette “alternative” come Omeopatia, Kinesiologia, Agopuntura, Nuova Medicina di Hamer, e queste mie conoscenze rendono ancora più interessante l’approfondimento di quelle che sono le credenze e le pratiche della medicina “ufficiale”, perché dentro di me vive un costante integrarsi dei dati, un continuo e serrato confronto fra i punti di vista con un effetto di progressivo e sistematico sgretolarsi della presunta assoluta “scientificità” della medicina ufficiale che è in molti casi volonterosa, dignitosa, soddisfacente (in alcuni è invece una presa per il culo come dice Gigetto), ma né più né meno di altre medicine che non godono come questa dello scudo ideologico del “paradigma”, del “dogma” scientifico, ma sono anzi demonizzate come “credenze” ingannevoli.
Ma dov’è l’inganno? Io ne vedo tanti. 
Sicuramente quello di cui parla Gigetto legato alla promozione e alla spinta delle Case Farmaceutiche che sono industrie private interessate al profitto esattamente come negli altri settori merceologici, vedo l’inganno dello Stato che delega a queste la ricerca e l’aggiornamento dei medici e un inganno nella cultura che questo produce che è necessariamente una cultura del “consumo” farmacologico di cui i medici sono spesso vittime, al di là di ogni buona o cattiva intenzione, del congresso sponsorizzato alle Maldive piuttosto che sotto casa.
Ma il primo inganno, il più tosto e difficile da scalfire è quello culturale, ideologico, simbolico della medicina ufficiale condiviso da tutti i suoi attori: dai medici, dai sani e dai “malati” ovvero  l’impossibilità di mettere in discussione i criteri stessi con cui la medicina afferma se stessa, il “metodo”; si possono criticare la corruzione del sistema, i risultati buoni o cattivi, si può anche criticare (e rifiutarsi di prendere) la medicina in più o in meno, ma il metodo nessuno si può permettere di criticarlo e nessuno lo critica, ecco cosa intendo come dogma. 
Tanto per fare degli esempi concreti: 
-	se fallisce una terapia ufficiale è perché il medico ha sbagliato, la malattia era troppo cattiva o il malato troppo debole, ma non si criticano mai i presupposti di quella terapia; si arriva fino al punto di introdurre (ed accettare tutti, medici e pazienti) nella cattedrale della scienza e dell’oggettività, il criterio di “sfiga” spesso declinato più elegantemente come predisposizione genetica (che in alcuni si attiva in altri no, quindi qual è il motivo? Dov’è la risposta al come, ai perché? ….La risposta della scienza?? Il caso!);
-	se una terapia ufficiale ha successo è per la forza e il valore del farmaco e del sistema di cura (non del malato, delle sue risorse interne);
-	se fallisce una terapia omeopatica (o chi per essa) è perché è il metodo sbagliato, è la medicina che non vale niente;
-	se ha successo è perché la malattia non era bastarda, il paziente aveva delle sue risorse e sarebbe guarito lo stesso, è la suggestione, l’effetto placebo;
-	il criterio della chimica newtoniana (alla base delle nostre medicine) deve essere universale: ma è come pretendere di analizzare con quel criterio il contenuto di un libro o di un disco e dire siccome all’analisi chimica c’è solo carta o plastica, che dentro quello strumento non c’è altro, non c’è nessuna informazione significativa. L’omeopatia ad esempio agisce con uno stimolo che è sub-molecolare cioè prettamente energetico (presente Einstein e la fisica quantistica? Ecco invece in medicina non si può parlare di “energia” se no si è frikkettoni orientalisti) così come l’agopuntura, che agisce come stimolazione energetica che ha effetti documentati da secoli;
-	si pretende ad esempio di valutare l’efficacia dei rimedi omeopatici con studi di confronto in doppio cieco: a parte che sulla validità e la significatività di questi studi dal punto di vista della clinica c’è molto da dire (una differenza tirata per il collo nella statistica non necessariamente corrisponde a vantaggi significativi nella clinica), ma comunque non si può fare uno studio, diciamo per farmaci contro il mal di testa e confrontare 100 pazienti con la Nimesulide contro 100 che prendono Belladonna, perché uno dei principi fondamentali dell’omeopatia è che non esiste la malattia, ma il malato e non tutti i malati “sono” Belladonna quando hanno il mal di testa; quindi peculiarità della omeopatia è l’individualizzazione del rimedio che necessariamente non può essere fatta in doppio cieco, ma va anzi fatta da un medico con gli occhi, le orecchie, il cervello ed il cuore ben in funzione.
Ma l’omeopatia ha materie prime ed una tecnologia di preparazione molto semplice. Tutti i rimedi provengono dal mondo animale, vegetale, minerale e ormai è troppo tardi per  brevettare cose tipo il sale da cucina (Natrum muriaticum) oppure le api che volano in giardino (Apis) ecc. ecc. E’ una medicina troppo economica. Un terreno di conquista non interessante per le aziende farmaceutiche che se non possono comprare, acquisire, devono “reprimere”.
-	Si critica la kinesiologia perché sembra cosa da stregoni avere risposte dal corpo dei malati. Ma perché un cane, un gatto, un canarino (che si dice abbiano un cervello immensamente più limitato del nostro) dovrebbero capire cosa gli serve per guarire (ad esempio selezionando una alimentazione specifica) mentre noi dovremmo essere completamente ignari e ignoranti dei nostri processi fisici e mentali e di ciò che ci serve per guarire?
-	Ma la cosa di fondo, che tutto sommato mi stupisce di più, è che gli sforzi della nostra medicina non sono rivolti a dare risposta alle domande più importanti: Perché alcuni si ammalano ed altri no? Perché alcuni guariscono ed altri no? Una volta durante un’intervista un oncologo romano mi disse che due persone con lo stesso melanoma, della stessa tipologia e gravità, con lo stesso  referto bioptico possono avere due andamenti e due esiti molto diversi, perché comunque non siamo tutti uguali. Che inspiegabilmente c’è una piccola quota di persone che guarisce completamente. Ed è una cosa così inspiegabile per la medicina che in quei casi si mette in dubbio la diagnosi (pur di non mettere in dubbio il sistema, cosa non si farebbe!!) Ecco io mi chiedo: ma perché tanto accanimento e tante risorse per capire quale chemioterapico allunga la vita di due settimane o due mesi in un tot percentuale di pazienti (che comunque vivono malissimo per via degli effetti collaterali) e nessuno si preoccupa di studiare approfonditamente chi è guarito, cosa aveva di diverso, cosa ha vissuto di diverso rispetto agli altri, a quali risorse ha attinto? 
Se l’è chiesto con rigore scientifico e teutonico il dott Hamer, medico oncologo tedesco a cui Vittorio Filiberto ha ucciso il giovane figlio Dirk. 
Si è fatto un sacco di domande il dott. Hamer, perché dopo quella morte ha sviluppato un tumore ai testicoli (luogo simbolico della virilità quindi della paternità). Così ha ripreso tutti i suoi dati di oncologo, tutti i contatti con i suoi pazienti ed ha iniziato ad analizzare il problema da un’altra prospettiva. Ed è arrivato a scoprire delle cose molto interessanti che rendono auspicabile una presa di coscienza ed una conoscenza da parte del malato. Il dott. Hamer naturalmente è stato radiato dall’albo dei medici, ma non solo. E’ stato anche imprigionato due volte. Lui è anziano ma se ne frega. Dice che in carcere ha lavorato moltissimo. 
  
Potrei andare avanti con molti altri esempi, ma mi fermo qui. Penso di aver reso l’idea.
Dal mio particolare osservatorio, oltre a questo c’è sicuramente anche tutto quello che descrive Gigetto sulle case farmaceutiche.
C’è l’avidità di personaggi che pensano di poter vendere facilmente qualunque menzogna, manager di prodotto che prima ancora di aver recepito i risultati di una ricerca sono già lì che pianificano strategie di vendita con i dollaroni verdi che gli girano nelle orbite.
Ci sono i medici scazzati, che se ne fregano dei malati e del loro lavoro ma sono interessati solo a fare il viaggio a scrocco e lo dicono anche apertamente, senza pudore.
C’è che non si fa ricerca e non ci sono farmaci per le malattie “rare” o poco diffuse (anche quelle emergenti) e che nel futuro non avremo più antibiotici a coprire le resistenze, perché nessuno ne ha più in studio e c’è invece un affollamento di interessi e di competizione nelle patologie a larga diffusione, le più frequenti, le croniche e lì c’è la corsa a spingere sugli alti dosaggi e sui trattamenti continuativi “di fondo” per vendere di più!
In tal senso la psichiatria, la malattia mentale (dove sicuramente ci sono interessi molto grandi) è in buona compagnia: ipertensione, diabete, dislipidemie, osteoporosi, artrite reumatoide, BPCO, e anche le malattie non croniche ma recidivanti come ad es. asma, allergie, psoriasi ecc…. malattia mentale, non sei sola!!!
Quindi le riflessioni di Gigetto sulla medicina degli anni 80 non mi meravigliano. 
E’ quello che ho visto e vedo da quando faccio questo lavoro. 
Ed ho visto (ed ahimè, contribuito) alla creazione “comunicazionale” del farmaco che rispondeva ai desideri dei medici: quello per la serotonina, per la noradrenalina, quello selettivo e quello ad ampio spettro, quello per i sintomi positivi, produttivi e quello per i sintomi negativi, di chiusura, quello più tranquillizzante, quello più attivante, quello più stabilizzante ecc. in una diversificazione, dissezione del malato, della malattia, delle indicazioni, dei sintomi che non è solo business, ma piace tanto ai medici, perché, secondo me, è in continuità con i presupposti stessi della nostra medicina che è nata sul tavolo anatomico e proseguita “in vitro”. 
Che è in grado solo di prendere in considerazione dei pezzi, dei brandelli di persona.
La persona viva nella sua complessità ed interezza è un fastidio, un noioso “sporcarsi” del quadro, non interessa, crea fatica, una inutile perdita di tempo, confusione.
E a proposito di persone e di come sono fatte, devo dire che io stessa le rare volte che sono andata presso i reparti di psichiatria, mentre ero in attesa del medico nei corridoi, con i malati che mi giravano attorno, magari chiedendomi soldi o sigarette o semplicemente osservandomi ho provato grande disagio e perfino un sentimento di paura. Paura di un contatto fisico, di una eccessiva vicinanza. Quella diversità era inquietante perché metteva in crisi la mia “normalità”: come devo comportarmi per non dare nell’occhio? Per non sembrare strana a questi strani?
Ecco, mi piacerebbe una volta tanto chiedere ad un medico, invece che dei farmaci, di com’è la sua relazione, il suo vissuto verso questi pazienti, cosa prova e come ha fatto a superare le sue resistenze e quelle dei malati per stabilire un contatto. 
Magari un giorno lo chiederò a Gigetto.
Ma intanto leggere il suo scritto mi ha aperto il terz’occhio, ha aperto il mio sguardo su un orizzonte inaspettato, su una esperienza del passato che non avevo idea fosse stata così forte e “rivoluzionaria”, così importante non solo per i poveri malati finalmente fatti uscire dai manicomi e non solo per i medici, ma per delle intere comunità, per l’intera società.  
Sicuramente mi ha colpito molto anche il suo ragionamento sullo spreco di risorse, vero per tutta la sanità, ma ancor più vergognoso per malati che sono sotto il livello di sussistenza e senza risorse lavorative e spesso familiari.
Ma quello che mi ha colpito più profondamente è stata la parte finale del suo scritto, quella delle conclusioni. 
Penso che sia di una forza incredibile. 
Anche perché non so quanti medici e quante persone come lui ci siano in giro. 
Fra due anni lui va in pensione, resta questo “testamento” professionale ed umano che dovrebbero leggere tutti i futuri psichiatri. Tutti i futuri medici. Tutti noi.

G.F.</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Quasi quotidianamente scrivo e faccio interviste ai medici. Ma questa è la mia prima riflessione “libera” sul mio lavoro, fatta sulla spinta delle riflessioni e delle emozioni suscitate in me dalla lettura della autointervista di G.D.<br />
E’ da 12 anni che lavoro come consulente nel settore salute di importanti istituti di marketing milanese; in pratica conduco interviste qualitative, motivazionali face to face o di gruppo con i medici di varie città campione in Italia per capire quali sono le rappresentazioni di una certa malattia, qual è l’opinione e l’esperienza con i diversi farmaci, quali sono gli orientamenti terapeutici attuali e prefigurati per il futuro. Poi stendo la mia relazione cercando di cogliere i nessi e le ragioni alla base dei dati ricorrenti, condivisi, così come delle differenze fra medico e medico, in base alla specialità, al centro di lavoro, all’area geografica, alla pressione delle case farmaceutiche ecc.<br />
E’ un lavoro che mi piace molto, perché sono pagata per confrontarmi con gli altri, ascoltarli, riflettere e scrivere, e perché mi piace imparare e capire molte cose sulla medicina, argomento di mio reale interesse.<br />
In particolare io sono una appassionata cultrice di alcune pratiche mediche cosiddette “alternative” come Omeopatia, Kinesiologia, Agopuntura, Nuova Medicina di Hamer, e queste mie conoscenze rendono ancora più interessante l’approfondimento di quelle che sono le credenze e le pratiche della medicina “ufficiale”, perché dentro di me vive un costante integrarsi dei dati, un continuo e serrato confronto fra i punti di vista con un effetto di progressivo e sistematico sgretolarsi della presunta assoluta “scientificità” della medicina ufficiale che è in molti casi volonterosa, dignitosa, soddisfacente (in alcuni è invece una presa per il culo come dice Gigetto), ma né più né meno di altre medicine che non godono come questa dello scudo ideologico del “paradigma”, del “dogma” scientifico, ma sono anzi demonizzate come “credenze” ingannevoli.<br />
Ma dov’è l’inganno? Io ne vedo tanti.<br />
Sicuramente quello di cui parla Gigetto legato alla promozione e alla spinta delle Case Farmaceutiche che sono industrie private interessate al profitto esattamente come negli altri settori merceologici, vedo l’inganno dello Stato che delega a queste la ricerca e l’aggiornamento dei medici e un inganno nella cultura che questo produce che è necessariamente una cultura del “consumo” farmacologico di cui i medici sono spesso vittime, al di là di ogni buona o cattiva intenzione, del congresso sponsorizzato alle Maldive piuttosto che sotto casa.<br />
Ma il primo inganno, il più tosto e difficile da scalfire è quello culturale, ideologico, simbolico della medicina ufficiale condiviso da tutti i suoi attori: dai medici, dai sani e dai “malati” ovvero  l’impossibilità di mettere in discussione i criteri stessi con cui la medicina afferma se stessa, il “metodo”; si possono criticare la corruzione del sistema, i risultati buoni o cattivi, si può anche criticare (e rifiutarsi di prendere) la medicina in più o in meno, ma il metodo nessuno si può permettere di criticarlo e nessuno lo critica, ecco cosa intendo come dogma.<br />
Tanto per fare degli esempi concreti:<br />
-	se fallisce una terapia ufficiale è perché il medico ha sbagliato, la malattia era troppo cattiva o il malato troppo debole, ma non si criticano mai i presupposti di quella terapia; si arriva fino al punto di introdurre (ed accettare tutti, medici e pazienti) nella cattedrale della scienza e dell’oggettività, il criterio di “sfiga” spesso declinato più elegantemente come predisposizione genetica (che in alcuni si attiva in altri no, quindi qual è il motivo? Dov’è la risposta al come, ai perché? ….La risposta della scienza?? Il caso!);<br />
-	se una terapia ufficiale ha successo è per la forza e il valore del farmaco e del sistema di cura (non del malato, delle sue risorse interne);<br />
-	se fallisce una terapia omeopatica (o chi per essa) è perché è il metodo sbagliato, è la medicina che non vale niente;<br />
-	se ha successo è perché la malattia non era bastarda, il paziente aveva delle sue risorse e sarebbe guarito lo stesso, è la suggestione, l’effetto placebo;<br />
-	il criterio della chimica newtoniana (alla base delle nostre medicine) deve essere universale: ma è come pretendere di analizzare con quel criterio il contenuto di un libro o di un disco e dire siccome all’analisi chimica c’è solo carta o plastica, che dentro quello strumento non c’è altro, non c’è nessuna informazione significativa. L’omeopatia ad esempio agisce con uno stimolo che è sub-molecolare cioè prettamente energetico (presente Einstein e la fisica quantistica? Ecco invece in medicina non si può parlare di “energia” se no si è frikkettoni orientalisti) così come l’agopuntura, che agisce come stimolazione energetica che ha effetti documentati da secoli;<br />
-	si pretende ad esempio di valutare l’efficacia dei rimedi omeopatici con studi di confronto in doppio cieco: a parte che sulla validità e la significatività di questi studi dal punto di vista della clinica c’è molto da dire (una differenza tirata per il collo nella statistica non necessariamente corrisponde a vantaggi significativi nella clinica), ma comunque non si può fare uno studio, diciamo per farmaci contro il mal di testa e confrontare 100 pazienti con la Nimesulide contro 100 che prendono Belladonna, perché uno dei principi fondamentali dell’omeopatia è che non esiste la malattia, ma il malato e non tutti i malati “sono” Belladonna quando hanno il mal di testa; quindi peculiarità della omeopatia è l’individualizzazione del rimedio che necessariamente non può essere fatta in doppio cieco, ma va anzi fatta da un medico con gli occhi, le orecchie, il cervello ed il cuore ben in funzione.<br />
Ma l’omeopatia ha materie prime ed una tecnologia di preparazione molto semplice. Tutti i rimedi provengono dal mondo animale, vegetale, minerale e ormai è troppo tardi per  brevettare cose tipo il sale da cucina (Natrum muriaticum) oppure le api che volano in giardino (Apis) ecc. ecc. E’ una medicina troppo economica. Un terreno di conquista non interessante per le aziende farmaceutiche che se non possono comprare, acquisire, devono “reprimere”.<br />
-	Si critica la kinesiologia perché sembra cosa da stregoni avere risposte dal corpo dei malati. Ma perché un cane, un gatto, un canarino (che si dice abbiano un cervello immensamente più limitato del nostro) dovrebbero capire cosa gli serve per guarire (ad esempio selezionando una alimentazione specifica) mentre noi dovremmo essere completamente ignari e ignoranti dei nostri processi fisici e mentali e di ciò che ci serve per guarire?<br />
-	Ma la cosa di fondo, che tutto sommato mi stupisce di più, è che gli sforzi della nostra medicina non sono rivolti a dare risposta alle domande più importanti: Perché alcuni si ammalano ed altri no? Perché alcuni guariscono ed altri no? Una volta durante un’intervista un oncologo romano mi disse che due persone con lo stesso melanoma, della stessa tipologia e gravità, con lo stesso  referto bioptico possono avere due andamenti e due esiti molto diversi, perché comunque non siamo tutti uguali. Che inspiegabilmente c’è una piccola quota di persone che guarisce completamente. Ed è una cosa così inspiegabile per la medicina che in quei casi si mette in dubbio la diagnosi (pur di non mettere in dubbio il sistema, cosa non si farebbe!!) Ecco io mi chiedo: ma perché tanto accanimento e tante risorse per capire quale chemioterapico allunga la vita di due settimane o due mesi in un tot percentuale di pazienti (che comunque vivono malissimo per via degli effetti collaterali) e nessuno si preoccupa di studiare approfonditamente chi è guarito, cosa aveva di diverso, cosa ha vissuto di diverso rispetto agli altri, a quali risorse ha attinto?<br />
Se l’è chiesto con rigore scientifico e teutonico il dott Hamer, medico oncologo tedesco a cui Vittorio Filiberto ha ucciso il giovane figlio Dirk.<br />
Si è fatto un sacco di domande il dott. Hamer, perché dopo quella morte ha sviluppato un tumore ai testicoli (luogo simbolico della virilità quindi della paternità). Così ha ripreso tutti i suoi dati di oncologo, tutti i contatti con i suoi pazienti ed ha iniziato ad analizzare il problema da un’altra prospettiva. Ed è arrivato a scoprire delle cose molto interessanti che rendono auspicabile una presa di coscienza ed una conoscenza da parte del malato. Il dott. Hamer naturalmente è stato radiato dall’albo dei medici, ma non solo. E’ stato anche imprigionato due volte. Lui è anziano ma se ne frega. Dice che in carcere ha lavorato moltissimo. </p>
<p>Potrei andare avanti con molti altri esempi, ma mi fermo qui. Penso di aver reso l’idea.<br />
Dal mio particolare osservatorio, oltre a questo c’è sicuramente anche tutto quello che descrive Gigetto sulle case farmaceutiche.<br />
C’è l’avidità di personaggi che pensano di poter vendere facilmente qualunque menzogna, manager di prodotto che prima ancora di aver recepito i risultati di una ricerca sono già lì che pianificano strategie di vendita con i dollaroni verdi che gli girano nelle orbite.<br />
Ci sono i medici scazzati, che se ne fregano dei malati e del loro lavoro ma sono interessati solo a fare il viaggio a scrocco e lo dicono anche apertamente, senza pudore.<br />
C’è che non si fa ricerca e non ci sono farmaci per le malattie “rare” o poco diffuse (anche quelle emergenti) e che nel futuro non avremo più antibiotici a coprire le resistenze, perché nessuno ne ha più in studio e c’è invece un affollamento di interessi e di competizione nelle patologie a larga diffusione, le più frequenti, le croniche e lì c’è la corsa a spingere sugli alti dosaggi e sui trattamenti continuativi “di fondo” per vendere di più!<br />
In tal senso la psichiatria, la malattia mentale (dove sicuramente ci sono interessi molto grandi) è in buona compagnia: ipertensione, diabete, dislipidemie, osteoporosi, artrite reumatoide, BPCO, e anche le malattie non croniche ma recidivanti come ad es. asma, allergie, psoriasi ecc…. malattia mentale, non sei sola!!!<br />
Quindi le riflessioni di Gigetto sulla medicina degli anni 80 non mi meravigliano.<br />
E’ quello che ho visto e vedo da quando faccio questo lavoro.<br />
Ed ho visto (ed ahimè, contribuito) alla creazione “comunicazionale” del farmaco che rispondeva ai desideri dei medici: quello per la serotonina, per la noradrenalina, quello selettivo e quello ad ampio spettro, quello per i sintomi positivi, produttivi e quello per i sintomi negativi, di chiusura, quello più tranquillizzante, quello più attivante, quello più stabilizzante ecc. in una diversificazione, dissezione del malato, della malattia, delle indicazioni, dei sintomi che non è solo business, ma piace tanto ai medici, perché, secondo me, è in continuità con i presupposti stessi della nostra medicina che è nata sul tavolo anatomico e proseguita “in vitro”.<br />
Che è in grado solo di prendere in considerazione dei pezzi, dei brandelli di persona.<br />
La persona viva nella sua complessità ed interezza è un fastidio, un noioso “sporcarsi” del quadro, non interessa, crea fatica, una inutile perdita di tempo, confusione.<br />
E a proposito di persone e di come sono fatte, devo dire che io stessa le rare volte che sono andata presso i reparti di psichiatria, mentre ero in attesa del medico nei corridoi, con i malati che mi giravano attorno, magari chiedendomi soldi o sigarette o semplicemente osservandomi ho provato grande disagio e perfino un sentimento di paura. Paura di un contatto fisico, di una eccessiva vicinanza. Quella diversità era inquietante perché metteva in crisi la mia “normalità”: come devo comportarmi per non dare nell’occhio? Per non sembrare strana a questi strani?<br />
Ecco, mi piacerebbe una volta tanto chiedere ad un medico, invece che dei farmaci, di com’è la sua relazione, il suo vissuto verso questi pazienti, cosa prova e come ha fatto a superare le sue resistenze e quelle dei malati per stabilire un contatto.<br />
Magari un giorno lo chiederò a Gigetto.<br />
Ma intanto leggere il suo scritto mi ha aperto il terz’occhio, ha aperto il mio sguardo su un orizzonte inaspettato, su una esperienza del passato che non avevo idea fosse stata così forte e “rivoluzionaria”, così importante non solo per i poveri malati finalmente fatti uscire dai manicomi e non solo per i medici, ma per delle intere comunità, per l’intera società.<br />
Sicuramente mi ha colpito molto anche il suo ragionamento sullo spreco di risorse, vero per tutta la sanità, ma ancor più vergognoso per malati che sono sotto il livello di sussistenza e senza risorse lavorative e spesso familiari.<br />
Ma quello che mi ha colpito più profondamente è stata la parte finale del suo scritto, quella delle conclusioni.<br />
Penso che sia di una forza incredibile.<br />
Anche perché non so quanti medici e quante persone come lui ci siano in giro.<br />
Fra due anni lui va in pensione, resta questo “testamento” professionale ed umano che dovrebbero leggere tutti i futuri psichiatri. Tutti i futuri medici. Tutti noi.</p>
<p>G.F.</p>
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		<title>Di: Lisa</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatria-autointervista-a-2-anni-dalla-pensione/comment-page-1/#comment-65</link>
		<dc:creator>Lisa</dc:creator>
		<pubDate>Sun, 07 Feb 2010 23:33:37 +0000</pubDate>
		<guid isPermaLink="false">http://www.news-forumsalutementale.it/?p=2304#comment-65</guid>
		<description>Gentilissimo,
ho letto con interesse il suo scritto. Lei si chiede se esista o meno la malattia mentale: ad oggi nessuno (psichiatra, psicologo, medico...) è stato in grado di dimostrare con esami clinici sensibili e specifici l&#039;esistenza di questa malattia. Eppure molti continuano a prescrivere psicofarmaci per curarla!
Le consiglierei di leggere il libro di Thomas Szasz &quot;Il mito della malattia mentale&quot; e i libri di Giorgio Antonucci (&quot;Lezioni della mia vita&quot;)che per me sono stati un esempio di libertà intellettuale e di etica. Giorgio Antonucci, che ha lavorato con Basaglia, è uno dei più solidi riferimenti in questo settore, a differenza di molti psichiatri che dicono di aver lavorato con Basaglia ma che continuano a fare tso che sono una grave violazione della libertà dell&#039;individuo.

Cordiali saluti,
Lisa</description>
		<content:encoded><![CDATA[<p>Gentilissimo,<br />
ho letto con interesse il suo scritto. Lei si chiede se esista o meno la malattia mentale: ad oggi nessuno (psichiatra, psicologo, medico&#8230;) è stato in grado di dimostrare con esami clinici sensibili e specifici l&#8217;esistenza di questa malattia. Eppure molti continuano a prescrivere psicofarmaci per curarla!<br />
Le consiglierei di leggere il libro di Thomas Szasz &#8220;Il mito della malattia mentale&#8221; e i libri di Giorgio Antonucci (&#8221;Lezioni della mia vita&#8221;)che per me sono stati un esempio di libertà intellettuale e di etica. Giorgio Antonucci, che ha lavorato con Basaglia, è uno dei più solidi riferimenti in questo settore, a differenza di molti psichiatri che dicono di aver lavorato con Basaglia ma che continuano a fare tso che sono una grave violazione della libertà dell&#8217;individuo.</p>
<p>Cordiali saluti,<br />
Lisa</p>
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