Ma i matti sono violenti?

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di Anita Eusebi –  Conversando con Peppe Dell’Acqua.


La Società Italiana di Psichiatria (SIP) ha di recente istituito la I Giornata Nazionale sulla Salute e Sicurezza degli operatori in psichiatria, prevista per il 24 ottobre 2014, a Bari. Il motivo appare chiaro fin dalle prime parole con cui si apre la lettera d’invito del presidente Claudio Mencacci. Una lettera breve, in cui le parole violenza e aggressione compaiono ben sei volte nello spazio di poche righe. Ma di quale violenza si parla? Una lettera in cui è protagonista il camice bianco di medici e operatori con il tesserino e la qualifica in bella vista, e dei pazienti non vi è traccia. E naturalmente a sostegno delle motivazioni viene chiamata la scienza, con i suoi studi internazionali e le recenti indagini. E come si cerca di dare una risposta alla violenza? Compilando un questionario.

“Io vedo che, quando allargo le braccia, i muri cadono. Accoglienza vuol dire costruire dei ponti e non dei muri”, diceva Don Andrea Gallo. Parole così belle e ricche di significato che sono rimaste nel cuore. Mostrarsi disarmati e accoglienti, ecco quanto dovrebbe accadere di fronte a una persona sofferente, di fronte a uno che sta pensando che la sua vita è finita. In una parola, accogliere. Non si può fare altro che questo.

“E invece questi psichiatri, in maniera tristemente smemorata, ripescano le immagini peggiori della psichiatria stessa, e dimenticano la violenza che loro stessi esercitano su coloro che vivono l’esperienza del disagio mentale, l’abbandono in cui vivono queste persone, lo sguardo freddo con cui le guardano, le modalità di relazioni che si esprimono in un rapporto che continua a essere un rapporto di forza”, commenta Peppe Dell’Acqua. E tornano in mente le parole conclusive della lettera di Antonin Artaud ai direttori dei manicomi: “Possiate ricordarvene domattina, all’ora in cui visitate, quando tenterete, senza conoscerne il lessico, di discorrere con questi uomini sui quali, dovete riconoscerlo, non avete altro vantaggio che quello della forza.”

“Perché di rapporto di forza infatti si tratta – prosegue Dell’Acqua –, un tirarsi indietro, che non è fare un passo indietro per ascoltare l’altro, ma piuttosto tirarsi fuori per non assumersi nessuna responsabilità. Perché il confronto è responsabilità, garantire la sicurezza dell’altro significa comprenderlo, farlo tuo nella sua insicurezza”. Ecco, tutto questo, nella lettera, nelle ricerche scientifiche, nel questionario, non c’è. Si parte da un dato di fatto, quello dei gravissimi episodi di violenza e di aggressione, e da qui giustificano la necessità di servizi psichiatrici di diagnosi e cura chiusi, barricati, con le telecamere, i metal-detector e le porte di ferro. Così, uno che sta male, per entrare in uno di questi posti, deve superare una porta di ferro, la guardia giurata, farsi vedere da una telecamera, poi superare un’altra porta, ecc. E una volta dentro? Accade in genere non c’è nessuno che lo ascolti, se non leggere quello che altri hanno scritto di lui, e nove volte su dieci gli capita, per prima cosa, che lo mettano a letto e lo contengano, chimicamente e non solo. Ecco cos’è la violenza.

“Quelli che noi chiamiamo atti di violenza e aggressività da parte dei malati non sono che l’espressione di un bisogno estremo di essere accolti e ascoltati, di un dolore profondissimo che genera una paura inavvicinabile e una sofferenza enorme”, afferma Dell’Acqua. “E quando questa paura si esprime in atti – continua Dell’Acqua – è sempre in conseguenza di una mancata risposta o di risposte violente che vengono messe in campo.”

E il momento di maggiore violenza è quando si cerca di costringere una persona alla cura, all’assunzione dei farmaci e, in conseguenza al rifiuto, alla contenzione. O ancora, quando gli si impedisce di muoversi e di agire, anche se limitatamente alla sua libertà personale, invece di negoziare, e rinegoziare, con lui la relazione. “Accoglienza, negoziazione, ascolto. Ecco, ci sarebbe piaciuto se la SIP avesse fatto un questionario per sensibilizzare operatori, infermieri e psichiatri su come ascoltano, su come accolgono, su come ricostruiscono il percorso individuale di ciascun paziente e il loro drammatico arrivo in quel luogo”, insiste Dell’Acqua. E invece il questionario è incentrato sulla pericolosità, sui sistemi di sicurezza, sulle vie di fuga, sui campanelli di allarme, su come difendersi dalle aggressioni. Perché è scontato che il malato di mente è violento e pericoloso per definizione, che col malato di mente non puoi parlare, non puoi ragionare, che tanto lui non può capire…

Se da un lato si potrebbe avere allora qualche remora oggi a parlare di oggettivazione, poiché è una parola che sembra restare legata agli anni antecedenti alla chiusura dei manicomi, una lettera e un questionario di questo tipo aprono gli occhi su quanto sia invece necessario proiettarla al futuro, e non al passato, per comprenderla davvero. Così come è necessario che gli psichiatri si mettano in discussione, e si torni a ragionare in termini di soggettività, diritto e dignità di una persona. Non si deve dimenticare che tutto quello che è accaduto di importante nei manicomi italiani è accaduto perché a un certo punto medici e operatori si sono messi in discussione proprio su queste cose, si sono spogliati di camici e chiavi, e hanno accolto. Per dirla con le parole di Franco Basaglia in Conferenze brasiliane, “quando le porte dei manicomi sono chiuse (e quindi i pazienti sono internati) i medici sono liberi, quando invece le porte sono aperte gli internati sono i medici”. Imprigionati in una responsabilità, in un’etica, in una contraddizione, in un’interrogazione costante.

Sulla base di queste considerazioni, e concordando con quelle riportate in Lo psichiatra nella gabbia di Federico Scarpa, “Non posso che invitare tutti a boicottare questo questionario e a rimandarlo al mittente”, conclude dell’Acqua. E aggiunge, “Se però da un lato non mi stupisce che la SIP faccia questo, trovo inappropriato un prossimo evento organizzato dalla CGIL Puglia dove, guarda caso, nel titolo risuonano le stesse parole: La gestione del paziente aggressivo e violento.” Il riferimento è a un corso di formazione che si terrà a Brindisi il 5 e il 12 aprile, e come oggetto di studio avrà, appunto, il malato violento, le condotte aggressive nei confronti degli operatori sanitari, le strategie applicabili per ridurre i rischi di aggressione.

Appare paradossale, infine, e di cattivo gusto che sia la SIP che la CGIL Puglia organizzino questi due eventi, alludendo in qualche modo al drammatico episodio che ha portato via Paola Labriola, “che certamente non avrebbe mai desiderato che tornassero con prepotenza in gioco parole come queste” conclude Dell’Acqua.

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