Qual è il limite tra “verità” scientifica e potere del marketing di Big Pharma?

Duccio Papanti intervista Roberto Mezzina

E’ da poco nelle librerie “Pazzi come noi: la globalizzazione della psiche americana“ in cui Ethan Watters racconta l’esportazione della cultura psichiatrica statunitense nel mondo.

Negli ultimi 30 anni l’approccio sindromico e categoriale del DSM si è diffuso a macchia d’olio, uniformando sofferenze e disturbi mentali.

La depressione, l’anoressia, lo stress, l’insonnia, sono malattie tipiche dei paesi ricchi che ora l´Occidente, agile e insidioso colonizzatore culturale, ha iniziato a esportare sotto la spinta di potenti campagne pubblicitarie promosse dalle grandi industrie farmaceutiche.

Per ogni patologia importata infatti cresce la domanda di terapie ad hoc e crescono i profitti. Siamo davvero consapevoli della silenziosa mutazione culturale che ci sta attraversando? Qual è il limite tra “verità” scientifica e potere del marketing di Big Pharma?

Lo chiediamo al Dottor Roberto Mezzina, psichiatra, Direttore del Centro Collaboratore per la Ricerca e la Formazione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità presso il DSM di Trieste.

“E’ evidente che la psichiatria, da quando ha cominciato a interrogarsi sulla nosografia, ha proposto dei sistemi di classificazione utili a dare una vernice di scientificità al lavoro psichiatrico, volti a costruire dei modelli di malattia o di sindromi su cui venivano legittimate di volta in volta delle forme di trattamento, di terapia o di brutale internamento. Non è pertanto motivo di sorpresa l’esistenza di tentativi continui e talora virulenti di giungere ad un pensiero psichiatrico unico. E’ già stato annunciato, d’altro canto che i due sistemi più importanti di classificazione internazione dei disturbi mentali, l’ICD ed il DSM, convergeranno in un progetto unico, pur partendo da binari differenti e sempre in una visione quantitativa e tassonomica. Questo pensiero omogeneo viene ricercato nel tentativo di stabilire delle evidenze e delle certezze/certificabilità scientifiche da vincolare poi a delle terapie.

E’ da notare come il costo dei farmaci e il loro uso, specialmente nel campo delle psicosi, sia cresciuto enormemente negli ultimi 15 anni: i “nuovi farmaci” costano in media 10-20 volte più di quelli precedenti senza alcun motivo legato ai costi di produzione: questo fenomeno andrebbe studiato meglio e analizzato meglio.

Siamo quindi di fronte a una curiosa convergenza tra gli sforzi della psichiatria tradizionale di classificazione da un lato e gli interessi di una certa forma di businness delle grosse industrie farmaceutiche.

Da un punto di vista culturale, per quanto riguarda i tentativi di contaminazione della psichiatria, la scuola etnopsichiatrica francofona ha già affermato alcuni anni fa in maniera molto chiara che la  medicalizzazione dei disturbi psichiatrici ha tagliato i nessi che esistono nelle culture piu’ primitive rispetto al senso dello “stare male”, laddove i disturbi mentali in tal senso hanno un significato che la psichiatria occidentale non coglie, ipostatizzando il concetto di malattia, e così svuotando il significato umano e la valenza sociale dell’esperienza del disturbo mentale.

La malattia, nella psichiatria tradizionale occidentale, tende a semplificarsi dentro al sintomo e a ridursi sia su un piano scientifico che antropoculturale, mentre lo sforzo dello psichiatra dovrebbe rivolgersi alla complessificazione e al recupero dei nessi intercorrenti tra la malattia, la vita della persona e la propria comunità.

L’altro rischio della omogeneizzazione delle cure si è storicamente verificata attraverso la colonizzzazione della psichiatria dall’Europa e dall’Occidente su tutto il pianeta, in particolare sul piano istituzionale, com’è evidente nella creazione seriale dei manicomi, che si riproducono ovunque e da sempre in tutti i paesi del mondo, con le stesse e quasi invariabili caratteristiche.

La questione dell’omogeneizzazione pone tuttavia una serie di contraddizioni. E’ ovviamente apprezzabile che venga esportato e garantito il diritto alla cura anche nei paesi piu’ poveri, assieme a una maggiore conoscenza dei disturbi severi, che altrimenti essi resteranno non trattati e si continueranno a creare effetti devastanti per le vite di chi ne è portatore con forme magari diverse ma sempre drammatiche di deriva, emarginazione ed esclusione sociale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità sta portando avanti, in questo senso, un progetto di accessibilità alle cure chiamato MENTAL HEALTH GAP PROGRAMME, rivolto soprattutto per i paesi in via di sviluppo.

Siamo dunque pienamente all’interno di una dialettica di globalizzazione, e se da un lato preoccupa l’uniformità classificativa dei disturbi mentali, dall’altro non possiamo nemmeno continuare a credere al falso mito del “buon selvaggio” e quindi delegare la cura di patologie come la schizofrenia ai guaritori nei paesi a basso reddito, o lasciare i folli legati ai tronchi nelle foreste, abbandonati o emarginati.

L’OMS ha dimostrato in numerosi studi che, seppur con differenze di incidenza e prevalenza, le modalità di presentazioni delle manifestazioni nelle sindromi psicotiche, in tutto il mondo, sono assimilabili, eccezion fatta solo per alcune differenze etnopsichiatriche peculiari. Quello che invece fa la differenza nel destino delle persone che soffrono di questi disturbi è la costituzione delle società ed i tessuti relazionali e comunitari che la compongono, per cui in alcune regioni dell’Africa e delll’Asia chi soffre di schizofrenia è meno coperto dall’ombra dello stigma e ha una possibilità di recovery migliore rispetto ai paesi occidentali, anche in assenza di offerta di servizi di salute mentale.

Un’altra questione molto importante è quella riguardante i disturbi mentali al limite con la normalità. Come scrive Nikolas Rose, autore de “La politica della vita”, edito da Einaudi, stiamo assistendo ad un allargamento di alcune classi sindromiche pre-morbose, descritte come sindromi a se stanti e con un trattamento ad hoc, ad alto costo. Sappiamo che questo è un rischio, soprattutto per la depressione che ha visto l’Italia, all’interno di un trend internazionale, quadruplicare il consumo degli SSRI negli ultimi anni, usati anche per i disturbi d’ansia, gli attacchi di panico e quant’altro.

In questo caso è davvero possibile affermare che c’è un pensiero unico. Questi farmaci tendono a creare delle forme di dipendenza importanti e relativamente sottostimate, con disturbi d’astinenza e da sospensione della terapia, e spesso vengono mantenuti per lunghi periodi.

Si parla di depressione sottosoglia, ma che cosa è esattamente , o cosa non dovrebbe essere la depressione sottosoglia? Puo’ includere in sé il concetto della sofferenza umana, o del disagio diffuso, ed in questo caso tutte le condizioni di sofferenza che non presentano il corteo dei sintomi di un disturbo mentale definito possono essere considerati una sindrome a sé, di significato prodromico o con valenza preventiva, da trattare ad esempio per ridurre il rischio di suicidio. Personalmente nutro dei dubbi su come debba essere diagnosticata e da che figura professionale possa essere essere trattata una depressione sub-clinica. Riducendo ad una prescrizione farmacologica tale trattamento si rischia di incorrere in una medicalizzazione estrema, in cui la psichiatria corre il rischio di agire nuove forme di controllo dei comportamenti e delle vite umane”.

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