Radici forti e pratiche buone
uomo vestito

(disegno di Ugo Guarino)

di  Antonio Pettolino[*]

Credo che, nell’ambito dei lavori dell’VIII congresso nazionale degli Spdc no restraintche comincia domani a Foggia,  verranno ricordate le ragioni e le condizioni che diedero  origine alla nascita del servizio ospedaliero “Michele Gualano”, un SPDC per i tempi “anomalo” perché ebbe sin dall’inizio nel suo Dna fondante l’umanizzazione e la personalizzazione delle cure, la lotta alle varie forme di  contenzione, la piena integrazione del servizio ospedaliero nell’assistenza territoriale.

Non è un caso che il “Michele Gualano” sia ora il servizio ospitante questo congresso.

Mi auguro naturalmente che tale questione sia evidenziata nel corso del congresso, ma pensoche non sia male evidenziarlo anche qui e che valga opportunamente anche in questo caso il detto “repetitaiuvant”.

Oltretutto, perché penso che la storia – le storie dei servizi e delle persone che si sono avventurati su questa strada, dimostrando che “si può fare”, debbano servire da riferimento per chiunque voglia intraprendere la stessa strada.

In effetti, l’attivazione del SPDC “Michele Gualano”  di San Marco in Lamis nel 1994 va vista come un punto di snodo strategico del movimento antiistituzionale che nella provincia di Foggia aveva determinato la formazione di un  coordinamento provinciale di operatori della salute mentale, che si andava ad affiancare ad alcune associazioni di utenti e familiari già operanti da tempo nel territorio (Circolo Bel Lombroso di San Marco in Lamis, Genoveffa de Troia di Monte Sant’Angelo, Tutti in Volo di Troia).

In quegli anni, infatti, il manicomio di Foggia, nonostante la presenza di altri due SPDC a Foggia e Manfredonia, continuava aeffettuare non solo ricoveri “volontari” ma anche troppi ricoveri obbligatori , giustificati dalle varie istituzioni coinvolte con la carenza di posti letto ospedalieri alternativi.

Su iniziativa comune del Circolo Bel Lombroso e del Centro di Salute Mentale di San Marco in Lamis, vennero poste le basi per la costituzione di un servizio psichiatrico ospedaliero a “misura” di utente, dove il rispetto della persona fosse la differenza fondamentale non solo in confronto all’ospedale psichiatrico ma anche a moltispdc provinciali ed extraprovinciali attivati in applicazione della legge 180.

Il presidente del Circolo Bel Lombroso, quel Michele Gualano cui fu poi intitolato il servizio, una personacon esperienza che fu protagonista di moltissime iniziative tese alla riappropriazione dei diritti di cittadinanza da parte dei “malati mentali”, si battè strenuamente per la costituzione di un servizio ospedaliero nel quale il ricovero non rappresentasse più una frattura negativanel progetto terapeutico e nella vita stessadella persona sofferente, nel corso del quale non si effettuassero interventi coercitivi o – peggio ancora – violenti, ma dove la ricerca di una buona relazione terapeutica, la narrazione, avesse la preminenza su tutto.

Queste prassi furonosuccessivamenteoggetto di un concreto tentativo di allargamento al contesto regionale attraverso un progetto obiettivo pluriennale di miglioramento della qualità dell’assistenza, del quale il “Michele Gualano” fu il principale promotore, che rappresentò effettivamente un concreto passo avanti nel miglioramento della qualità dell’assistenza e nel contrasto alla contenzione in molti degli SPDC pugliesi.

Le criticità emerse nel corso di quel progetto e le iniziative volte al loro superamento, che furono riprese negli atti regionali emanati nel settore, restano ancora attuali, tali da indicare in una sorta di decalogo i principi per una buona prassi nei servizi a porte aperte:

  • accoglienza, rispetto dell’individuo sofferente sin dalle prime fasi del ricovero,  perdurante per tutta la sua durata, perché possa sentirsi in effetti una persona e non un caso o un numero;
  • clima di reparto, tanto più positivo quanto più realizzato in un modello di lavoro di equipe multiprofessionale, di pari dignità tra le varie figure, con il responsabile che non “dirige” ma è di riferimento unificante per tutti nella individuazione e nella realizzazione degli obiettivi e, soprattutto, nella vita quotidiana di reparto;
  • contenimenti, non trascurando mai il rischio, sempre incombente, di “sostituire” la contenzione con altre forme più “scientifiche” di contenimento, come la terapia farmacologica intensiva o il rapporto operatore-degente profondamente sbilanciato, come il paternalismo autoritario nelle sue varie possibili declinazioni;
  • continuità del progetto terapeutico, che deve essere assicurata congiuntamente, nel corso del ricovero, dal servizio ospedaliero e dal servizio territoriale, lavorando perché quest’ultimo possafunzionare 24 ore su 24, 7 giorni su 7;
  • integrazione, operando perché ilSpdcpossa essere pienamente integrato nella rete intra (ed extra) dipartimentale, con la presenza regolare in reparto degli operatori dei servizi territoriali e un confronto costante per la verifica e l’eventuale rimodulazione del progetto terapeutico individuale;
  • storie, la storia del SPDC (il passato in termini di progressi,  arretramenti,  riprese) diventa la storia dell’intero gruppo degli operatori,  facilita il loro proiettarsi collettivo nel futuro, rende  a loro più comprensibili le storie delle persone degenti;
  • territorialità, il servizio ospedaliero deve essere polo assistenziale di riferimento, di norma, per un dato territorio;evitando ricoveri non appropriati;
  • risorse, la povertà di risorse si traduce in servizi-ghetto ed equipe non stabili, con il ricorso a forme di controllo come soluzione “obbligata”;
  • umanizzazione e personalizzazionedell’assistenza, la relazione paziente–operatore diviene centrale nell’episodio di ricovero per favorire la capacità di ascolto, l’informazione corretta, la ricerca di un’adesione convinta ai trattamenti non lesivi della sua dignità;
  • valutazione, gli strumenti di valutazione, cartelle registri e moduli vari, vanno visti come strumenti  necessari a favorire discussioni di approfondimento sui casi individuali e sulle azioni di reparto finalizzate al miglioramento continuo della qualità.

Potrebbe essere questa l’idea-guida dell’esperienza fatta con il “Michele Gualano”, per facilitare la buona pratica terapeutica in SPDC, libera dalla contenzione. Potrebbe bastare escludere la contenzione dall’elenco degli interventi possibili in quanto prassi antiterapeutica, per la diffusione della buona pratica.


[*]Antonio Raimondo Pettolino. Già responsabile delSpdc “Michele Gualano”. Socio del Circolo“Bel Lombroso

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