Rapporto dall’ultima diga di montagna in cui si parla di Elettroshock

catplathdi Donato Morena

Tra qualche giorno si terrà (si è tenuto, il 13 settembre us. Ndr) un incontro a Montichiari (Brescia) in cui si parlerà anche di Elettroshock. Non è casuale, immagino, la scelta del luogo essendo sede di uno dei pochi centri (circa sedici in totale in Italia), ma con numeri consistenti, dove si pratica la Terapia Elettroconvulsivante (TEC). L’Elettroshock, appunto, come è stata definita questa controversa pratica dai suoi scopritori Bini e Cerletti nel 1938. E’ consuetudine che a ogni discussione su questo scivoloso tema ne seguano altre organizzate dai sostenitori della TEC per rettificare gli errori tecnici, demistificare le leggende, proporre le storie di chi ce l’ha fatta a stare meglio, dopo lunghe e travagliate peregrinazioni. O almeno, questo è quello che dicono. Comunque, recentemente mi è capitato di partecipare a un convegno e, tra le altre, a una relazione incentrata proprio sul tema. Purtroppo non riesco a indicare con maggiori dettagli la sede e la data del convegno perché in quel periodo soffrivo di misteriosi accessi febbrili, di notevole portata e dopo i quali, come dopo uno shock, mi capitavano dei fastidiosi buchi di memoria che ancora ora faccio fatica a riempire. Per fortuna mi viene in soccorso il diario che porto sempre con me, dove ho annotato quanto accadde quel giorno. Mi scuso in anticipo per i probabili, anzi certi, falsi ricordi di cui il racconto seguente potrebbe essere infarcito, ma ribadisco come fossi segnato all’epoca da pessime condizioni di salute, fisiche e mentali.

Ad ogni buon modo, spero che quanto trascritto possa essere motivo di riflessione e di anticipazione del pensiero e delle critiche degli elettro-fan.

Diario: 20.. (?), settembre (forse), un posto in montagna in Italia

L’aria fredda del mattino è secca e pungente, nonostante dicono sia solo la fine dell’estate e che il grande gelo, da cui la gente del luogo è temprata fin dalla culla, sia ancora lontano. Per fortuna noi sprovveduti abitanti di città, senza camicie di flanella a quadri in valigia,  dobbiamo solo sopravvivere al fine settimana. Entriamo nel mega-hotel d’altura che ancora non si scorge il sole dal profilo scuro della montagna che ci sovrasta. A parte i due colleghi con cui sono arrivato, e che subito perdo di vista, non conosco nessuno. Me ne sto perciò a osservare in disparte i capannelli di colleghi in abiti impeccabili che parlottano tra loro o con gli informatori, ancora più impeccabili. Ogni tanto dalle grandi vetrate della porta girevole si intravede la sagoma di un Professore, scortato sempre da qualche collega femme-fatale che ha scelto questa professione per scortare un Professore. Al loro passaggio marziale, i capannelli  si aprono ossequiosi e sardonici. Il tempo di accumulare un pò di penne e di vergognarmi del mio completo vintage fuori luogo e mi avvio alla sala congressi. Le pareti sono rivestite da legno chiaro, le poltrone di tessuto rosso, e c’è un grande palco illuminato da dei faretti. Sale la musica d’inizio del convegno e la sala si riempie alla svelta. I colleghi lasciano a malincuore il buffet ed entrano in fila, alcuni masticano ancora dopo essere stati prelevati di sorpresa dalle hostess. I moderatori arrivano sul palco, calano le luci di sala, si accendono i microfoni, ci richiamano al silenzio. Manca poco, ancora qualche istante e lo show avrà inizio. Eccola che sale, l’attrazione della mattinata, la Professoressa venerata da generazioni di colleghi. Una star mondiale oramai, una guru che con i suoi interventi si dice riesca a smuovere anche le coscienze più restie e riluttanti, a intrecciare le corde profonde del cuore con quelle più raffinate della mente.
Lo sguardo della Professoressa mira all’orizzonte, a un punto focale fisso chissà dove oltre il fondo dell’aula. Gli occhi chiari che sporgono dagli ossicini taglienti del volto sembrano due fari che rischiarano lo spazio immerso nella penombra. Un colpo di tosse, uno schiocco di lingua, e subito il canale uditivo è inondato dalla sua voce rauca, da fumatrice inesausta, che ha un timbro quasi metallico e sembra sospingere le parole perentorie a una distanza ultra-umana.
“E’ finita”, dice di scatto. “Si, finalmente la guerra è finita. Il fuoco fatuo dell’Ideologia che ha serpeggiato nei focolai di una psichiatria alternativa è quasi completamente spento. Qualcuno ha vinto e qualcuno ha perso. Ovviamente non poteva aver la meglio chi combatteva per una Psichiatria basata sull’etica o ancor peggio sull’estetica. Filosofi. Nostro malgrado abbiamo dovuto assecondarli, per non contraddire un’opinione pubblica trasognante, inebriata da parole vuote come libertà, bellezza, partecipazione. Abbiamo atteso pazientemente che la sbornia passasse, che i sogni si sbriciolassero di fronte alla potenza del Reale. Lo sapevano tutti che erano solo mistificazioni, gli operatori che non stavano sotto i riflettori, i familiari dei pazienti, i politici. Però tacevano e anzi solleticavano le spinte ordaliche del popolo. I politici, soprattutto loro, i più ipocriti, che hanno disegnato leggi sul corpo della nostra Psichiatria senza mai tenerci davvero in considerazione, senza mai affidarsi ad una Istituzione vera e riconosciuta come la nostra. Ma noi sapevamo, sapevamo di essere dalla parte giusta, perchè eravamo dalla parte della Legge. La Legge della Statistica, dei Numeri, dell’Economia. La Legge della Scienza. Non dimentichiamolo mai. E’ grazie alla Scienza che esistono i farmaci che hanno permesso di chiudere i manicomi. E’ grazie alla Scienza che è stato possibile migliorare l’esistenza di persone prima emarginate perchè inguaribili e pericolose. E dopo essere state ammansite, concedere loro di far ritorno ai propri cari. Finanche i casi più difficili, di quei pazienti che con molle negligenza rifiutavano le cure, sono stati risolti grazie alla Scienza. Invece di perdere tempo e risorse per convincerli ad assumere ogni giorno la Cura, la Scienza ha messo a punto dispositivi per rilasciarla nel corpo giorno dopo giorno. Oggi addirittura per mesi e mesi. Così abbiamo accontentato anche i pazienti più paurosi degli aghi! (Ride,ndr). Per non parlare dello sforzo enorme che si sta combattendo sul fronte della Riabilitazione. La Scienza ha svelato la completa inutilità degli intrattenimenti di dubbia derivazione ideologica, smascherando gli impostori pseudo-artisti che volevano contaminare la nostra cara Psichiatria. Anche qui l’improvvisazione è finita, oggi è scientificamente provato cosa serve al Malato per fare ritorno nella Società. Ovviamente residua la soggettività, quella volontà che l’Io precario del Malato non sempre riesce ad avere solida e potente, per cui qualcuno non riesce a re-integrarsi nel ciclo produttivo. Poco male, che si accontenti della pensioncina d’invalidità! (Ride,ndr). Insomma cari colleghi, a coloro che parlavano di una Psichiatria morta abbiamo risposto con tutta la vitalità dell’innovazione. La Scienza ha vinto dovunque! Rimane un solo, ultimo baluardo da far crollare, l’ultimo appiglio a cui l’Ideologia tramortita si aggrappa spudoratamente. Mi trovo a dover discutere, di nuovo purtroppo, della Terapia Elettro-Convulsivante. Purtroppo, ahimè, perchè ci sono pazienti impauriti e un’opinione pubblica che continua a dare credito alle quisquilie, agli squittii di quei residui bellici che non si sono rassegnati. Che ancora parlano, parlano, parlano, innamorati del blablabla, de Lalingua, come direbbero gli psicologi lacaniani. Ah!, gli psicologi. Loro si che sono passati a più miti consigli! I più bravi si sono rinchiusi in una gabbia dorata a parlare di essere e nulla, gli altri si sono limitati a lavorare con test e compiti a casa. Degli psicologi non dobbiamo temere, mentre agli altri, a quegli eversivi basagliani, io dico, attenti!, ricordatevi che oramai noi sappiamo tutto di voi e delle vostre teorie. Grazie alla Scienza abbiamo occupato ogni campo dello scibile. Non siamo più i neurologi e i biologi mancati di un tempo, gli esperti materici di molecole e picchi plasmatici. Avete voluto sfidarci su altri terreni, condurre lo scontro nello spazio della cultura perchè non avevate la forza di confrontarvi sul campo della Scienza. E noi vi abbiamo sconfitto anche lì, disarmandovi. Ci siamo impadroniti dei mezzi del vostro linguaggio libertario e degli strumenti delle vostre pratiche, inglobandoli, metabolizzandoli, ortopedizzandoli per renderli finalmente Scientifici. Oggi siamo noi a parlare con Efficacia di salute mentale, di prevenzione, di presa in carico, di ripresa, di lotta allo stigma. Ma voi, luddisti primitivi, che avete avuto almeno la dignità di togliervi il camice, continuate a mettere i bastoni tra le ruote del Progresso, e ora vi opponete tignosamente alla diffusione delle cosiddette terapie fisiche, e soprattutto alla loro regina, la TEC. Che poi, per l’onestà intellettuale che ci contraddistingue, siamo tenuti a dire che proprio di Progresso in questo caso non si può parlare. Diciamo, meglio, più che di una Scoperta si tratta di una riscoperta, più che di Ricerca di recherche. Ebbene, era dai tempi di Bini e Cerletti che non si sentiva un’aria tanto frizzante, un entusiasmo così combattivo, un fermento scientifico così vivace. Dopo una piccola deflessione, una ritirata naturale per proteggersi dalla pioggia acida e ipocrita delle misconoscenze, siamo sul punto di ripristinare l’Ordine della Verità e della democrazia. E la Verità è che dovremmo essere orgogliosi di questa piccola, grande vicenda italiana. Lasciamo perdere, per carità (sbuffa,ndr), le vecchie storie dei mattatoi di maiali, del ventennio fascista, della corrente che brucia il cervello, delle botte alle radio rotte. Banalità!, analfabetismi!, leggende!. La Verità, non ce ne vogliano le Case Farmaceutiche qui presenti, è che nessuna Terapia in Psichiatria ha dato risultati comparabili a quelli della TEC. La Verità è che lo Shock, di qualsiasi natura, dalla piretoterapia alla malarioterapia, dal metrazolo all’insulina, rappresenta da sempre la Cura migliore per quasi tutti i disturbi psichiatrici, da quelli maggiori a quelli morali. E’ vero, sappiamo ancora poco degli effetti biologici della TEC sul cervello, sulle sinapsi e sull’architettura dei circuiti nervosi. Aspetti, questi, di prioritario interesse per noi. Eppure, siamo convinti che entro qualche anno tutto sarà chiarito. Per ora accontentiamoci dell’Efficacia. Forse che i colleghi cardiologi si chiedono quali modifiche molecolari determini l’uso del defibrillatore? E no, il paragone non è azzardato, perché la TEC è una terapia salvavita! Nella maggior parte dei paesi del mondo, ovviamente in quelli democratici e non oscurantisti come il nostro, nessun ospedale può permettersi di non prevedere l’uso della TEC! Noi, invece, in Italia, patria dei quasi premi Nobel Bini e Cerletti, dobbiamo assistere ai pellegrinaggi terapeutici verso quei pochi centri che resistono ai pregiudizi e alle malelingue. In questi centri di eccellenza, peraltro, si assiste a un’incredibile innovazione della tecnica, oggi totalmente atraumatica e proposta in setting sanitari confortevoli e asettici. E’ un po’ come andare dal dentista! (Ride, ndr). Il giorno dopo i pazienti vanno tranquillamente a lavoro, e senza il fardello della depressione!,altro che smemorati! Le funzioni cognitive migliorano moltissimo, come mostra la Ricerca! In più oggi a nostro sostegno abbiamo molti testimonial in carne e ossa che hanno provato i benefici della TEC e tentano di diffondere la loro esperienza.
Mi avvio alla conclusione. Prima, tuttavia, voglio ricordare come al corpo del malato oggi la Scienza e l’Elettricità offrano non solo la TEC, ma un vero e proprio ventaglio di possibilità terapeutiche di Efficacia comprovata. Oltre alle scosse convulsivanti della TEC abbiamo infatti quelle più tenere della Stimolazione Transcranica con Correnti Dirette (tDCS), le stimolazioni profonde direttamente nel tessuto cerebrale della Stimolazione Cerebrale Profonda (DPS) e quelle con i campi magnetici della Stimolazione Magnetica Transcranica (SMT). E non dimentichiamo la stimolazione del tenero Nervo Vago, lui che pensava di starsene tranquillo e indifferente a vagare per il corpo! (Ride, ndr).
Bene signori e colleghi, la mia breve relazione termina qui, nel ricordarvi che noi siamo uomini di Scienza! E non è nella nostra disponibilità mettere in discussione la Legge della Scienza, il cui principio è al di là del bene e del male! La Scienza, in quanto a contatto con l’Universale, non può che rappresentare l’inizio e la fine del nostro operato e deve necessariamente escludere obiezioni etiche e contestazioni umanistiche. Insomma, ciò ch’ei Cura, ei lice, anzi ei Deve!
Noi siamo contro gli avventurieri, gli improvvisatori, i fanatici oppositori della gerarchia medico-paziente, gli amanti della parola. Noi amiamo i fatti e la Scienza! Ed essendo un fatto che la TEC, uno dei prodotti migliori della Scienza, sia uno strumento magnifico e salvifico, ebbene noi amiamo la TEC! Perciò, difendiamola e proponiamola!”
Dura solo pochi secondi il silenzio, al massimo 6 o 8, il tempo di una scossa di TEC, poi la luce si accende e come un lampo parte un applauso scrosciante, i colleghi si alzano in piedi per 30-40 secondi, il tempo di una crisi convulsiva, più o meno. C’è chi si avvia sotto al palco per stringere le mani alla Professoressa, chi continua ad applaudire con lo sguardo fisso di chi si è appena svegliato da un attacco epilettico, chi corre al tavolo dei rappresentanti della ditta che vende la PushBottonMagicBox. Io rimango fermo, quasi catatonico, ma per fortuna nella confusione non se ne accorge nessuno e mi risparmio un scossa di TEC. Alzo solo gli occhi al cielo. Mi accorgo che sopra di me inaspettatamente c’è una campana di vetro. Ma come ho fatto a non accorgermene prima? E’ l’ultima visione, poi sale di nuovo la febbre, e non ricordo più niente. O forse, mi pare di aver sentito come in lontananza una voce femminile che diceva più o meno cosi: “Per la persona che è sotto la campana di vetro, vuota e  bloccata là dentro come un bimbo morto, il mondo è in sé un brutto sogno. Un brutto sogno”.

Nota: nessuno dei personaggi menzionati nel racconto è realmente esistito. E’ invece vissuta Sylvia Plath, di cui è l’ultima frase, dal libro “La campana di vetro”. Un libro che parla anche di Elettroshock, ma soprattutto di vita e poesia.

(Da Psychiatryonline: http://www.psychiatryonline.it/node/7003)

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