Revisionare la 180, un antico sogno della S.I.P.

schermata-2021-07-13-alle-19-24-05Di Antonio Lucchetti – psichiatra, Bolzano

Risulta piuttosto curioso come la Società Italiana di Psichiatria abbia deciso di partecipare al dibattito pubblico che si è recentemente aperto, in occasione di un concorso svoltosi a Trieste per l’assegnazione di un posto di primario di struttura complessa, prima, e attorno alla seconda Conferenza Nazionale per la Salute Mentale indetta dal Ministero della Salute, poi, sottraendosi di fatto a un confronto diretto ma favorendo comunicazioni in backstage inviate in via del tutto privata a una lista di contatti di cui io, non so in che modo, faccio parte.

Il tentativo piuttosto goffo di informare il proprio esercito di addetti ai lavori, sottraendoli al contempo al dibattito nella sua interezza mi sembra, a questo punto, collegato più all’intenzione di mantenere un potere, mistificando, piuttosto che corrispondere a una vera intenzione di confronto su saperi e pratiche nell’interesse della collettività.

La email che mi è arrivata, diventata nel suo contenuto poi pubblica, postata sui social e leggibile da molti, veniva spacciata come una risposta alla intervista di Simonetta Fiori  ad Alberta Basaglia su La Repubblica del 15 giugno scorso dal titolo “Se muore il sogno di mio padre Franco Basaglia”, nel quale veniva espressa la preoccupazione che in Friuli Venezia Giulia fosse attiva un’operazione, a cornice politica, di attacco dell’esperienza cosiddetta basagliana in psichiatria, e della rete dei servizi  di medicina di territorio più in generale.

In risposta all’intervista il dott. Giuseppe Luciano, psichiatra torinese già attivo negli anni della riforma, condivide un piccolo scritto prodotto di suo pugno dove parla di “levata di scudi contro i presunti nemici della riforma psichiatrica del 1978 ancorati al culto della personalità di Franco Basaglia”, e di Agostino Pirella, collaboratore di Basaglia poi nominato “sovrintendente degli ospedali psichiatrici di Torino nel 1979 e coordinatore di tutti i servizi psichiatrici della Regione Piemonte”.

Luciano ricorda come Pirella fosse stato destituito qualche anno dopo da tale incarico per decisione dell’Assessore alla Sanità di quella Regione, Maccari.

In un articolo di La Repubblica del 18 dicembre 1988 dal titolo “La 180 dieci anni dopo da Torino una revisione” si narra di un convegno organizzato dalla Uil Sanità al quale  parteciparono psichiatri, infermieri, personale paramedico, rappresentanti dei familiari e politici.

Nell’articolo si ricorda come proprio a Torino nel maggio del 1987 era iniziata una “campagna di sensibilizzazione sullo sfascio della 180”. Si afferma che in tale occasione “hanno sparato a zero un radicale come Angelo Pezzana, consigliere regionale della Lista Verde Civica, e due primari della psichiatria che, come Annibale Crosignani e Giuseppe Luciano – e qui un collegamento con i fatti recenti – si erano battuti, assai prima della 180, per una svolta democratica nella cura delle malattie mentali”.

Vorrei ricordare che i radicali, nel periodo immediatamente precedente all’approvazione della legge 180, legge Orsini (democristiano) poi ribattezzata Basaglia, avevano raccolto 700.000 firme per un referendum che avrebbe potuto abrogare il quadro legislativo in vigore in tema di psichiatria e che proprio l’approvazione della legge aveva bloccato il processo referendario.

Inoltre a Torino, prima della legge 180, era in corso il tentativo di organizzare la cosiddetta politica di settore che prevedeva una suddivisione del territorio in aree e ciascuna area aveva il suo ambulatorio di psichiatria: a ogni settore poi corrispondeva un pezzo del manicomio. Tale costruzione “fuori” di servizi di psichiatria finiva, di fatto, per mantenere in piedi il manicomio rinfrescandone e saldandone i poteri, istituzionali e di chi lo governava.

Anche la Società Italiana di Psichiatria appoggiava la politica di settore e guarda caso l’alleanza continua a essere in auge. Ponendosi in una posizione di “avanguardia” sosteneva un discorso che, rispetto a quello avanzato dai movimenti di contestazione istituzionale, era piuttosto reazionario.

Nell’articolo del 1988 si confondeva il movimento anti-istituzionale di allora con la corrente antipsichiatrica, sviluppatasi contemporaneamente in altri paesi europei, di cui però Basaglia e i suoi compagni non hanno mai fatto parte. Il gruppo di Trieste, infatti, non negò mai la malattia mentale ma la mise “tra parentesi” (Basaglia aveva solide basi di psicopatologia fenomenologica, di cui ha anche scritto molto) per occuparsi della questione manicomiale.

“A conclusione delle due giornate di dibattito – si legge andando avanti – la Uil ha sposato la tesi di una profonda riforma della 180”.

L’ostilità per la riforma, che emerge chiaramente in questo articolo, è proseguita; raramente osteggiata direttamente dai suoi detrattori, ma lo sviluppo che avrebbero dovuto i servizi di prossimità, domiciliari e radicati nella comunità e in grado di dare risposte articolate ai bisogni dei “malati” non riducibili fu ostacolato, in ragione di ambulatori della “malattia”, della diagnostica, del farmaco. Servizi che sarebbero stati la vera alternativa al manicomio, e non la riproposizione della pericolosità, della distanza e di conseguenza l’abbandono dei “malati” alle famiglie.

Alberta Basaglia ha affermato che i suoi genitori (Franco e Franca) “non si meravigliavano di tanta ostilità: si trattava – dice – di far cadere una barriera che teneva in piedi un sistema di potere”.

Nella seduta del Consiglio Regionale del Piemonte n. 175 del 30 settembre 1988 si svolse un dibattito intitolato “Tutela della salute mentale”.

Notiamo una certa sovrapposizione tra la preoccupazione di Alberta Basaglia oggi  e quella avanzata da diversi consiglieri, allora, nel mettere in evidenza come negli ultimi anni, durante l’assessorato di Maccari, non era stata spesa una sola lira aggiuntiva alle risorse ministeriali per aprire servizi territoriali mentre era stata allestita una mostra presso il palazzo della Giunta dove venivano esaltate le case di cura private, i “manicomi privati” che cominciarono ad avere buona vita in quella regione.

Le responsabilitá politiche venivano, allora come oggi, scaricate sui tecnici in un’opera di mistificazione agita con l’intenzione di rovesciare le parti, per creare confusione e celare le vere responsabilità. In questo quadro venne sollevato dall’incarico Agostino Pirella.

Si affermò l’intenzione dell’allora assessore Maccari  promuovere “una linea controriformatrice tutta incentrata sui posti letto ospedalieri” ignorando prevenzione, riabilitazione e strutture territoriali.

In quell’occasione il consigliere Calligaro, del Partito Comunista, mise in evidenza la consapevolezza che “dietro la drammatica vicenda della psichiatria si nascondono possibilità di affari di vasta portata. Di qui l’apertura al privato, alle case di riposo, alle cliniche variamente denominate”.

L’Assessore alla Sanità del Friuli Venezia Giulia Ricciardi in un’intervista su ilfriuli.it del 28 settembre 2020 aveva fatto riferimento all’intenzione di aumentare le risorse destinate al privato accreditato, affermando che il budget regionale è già stato potenziato, ma poco, con un innalzamento dal 3,8% al 6%. Di recente altre cospicue risorse economiche sono state destinate a vario titolo ai privati

Infine Matteo Salvini – dello stesso partito che guida la maggioranza in Fvg – qualche giorno fa ha dichiarato: “La lega propone a tutta la politica di unirsi per rivedere la legge (180) e non lasciare sole le famiglie, che dopo la chiusura degli istituti di cura sono state troppo spesso abbandonate”.

Nella piccola ricostruzione che ho tentato, senza voler pretendere un riconoscimento di completezza, riusciamo a intravedere una certa continuità di progetto e di visione politica. A coloro che vogliono rilasciare dichiarazioni sradicandole dalla storia, dalle culture, dalle visioni e dalla mistificazione che operano possiamo solo mostrare che la volontà di ricostruire un senso è forte, e possibile, e ricordare che noi cosidetti “basagliani” non siamo ideologici, ma lavoriamo sporcandoci le mani a tutti i livelli, e che non siamo qui per vincere, ma per convincere, perché come diceva Franco Basaglia, “è il potere che vince sempre”.

Al momento diverse voci si sono sollevate stanche dell’egemonia di quel paradigma spacciato come biopsicosociale. che divenuto biobibio, ritorna a richiedere posti letto a porta girevole. Le richieste di ratifica rispetto ad alcune posizioni assunte  dalla Società Italiana di Psichiatria e avanzate da voci interne alla società stessa non hanno avuto risposta. La società Psicoanalitica Italiana,invece, si fa sentire lasciando dichiarazioni sui giornali rispetto alla necessità non più rimandabile di arginare semplificazioni quando si parla di sofferenza psichica, chiedendo adesione ad ampio spettro e coinvolgendo frange della stessa SIP. Lo sguardo di buoni operatori e psichiatri filtrato da formazioni specialistiche in mano a cattedratici universitari bio-comportamentisti traduce discorsi su salute mentale di comunità (portati avanti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità) in dichiarazioni antipsichiatriche. La maggior parte degli psichiatri che si definiscono umani continuano ad aderire a pratiche lesive dei diritti delle persone nonostante le campagne portate avanti a livello globale, e dimostrazioni locali, hanno confermato che si può fare diversamente.

In poche parole, senza andare oltre nel discorso e senza recuperare cornice e complessità, storica e di significato, si rischia di confondere umanità e scientismo, di cui molti si sentono portatori, con semplificazione e fascismo, realtà di fatto.

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