Ricordare non è peccato. Bisceglie

biscIl grande affare e la grande vergogna per quei bambini oltre i cancelli della Casa della Divina Provvidenza

di Mario Lamanuzzi

Per una comunità cittadina, fare i conti con la propria storia è sempre esercizio salutare. Sia quando prevale l’aspetto agiografico come è stato fatto recentemente con il primo sindaco del dopoguerra Umberto Paternostro, sia quando di quella storia si deve aprire una pagina oscura.

Lo spunto arriva dalla morte giorni fa di Giorgio Antonucci, medico ed esponente di quella psichiatria che ha riformato profondamente la cura della salute mentale, umanizzandola fino ad arrivare all’abolizione dei manicomi con la famosa legge 180, quella che porta il nome di Franco Basaglia, lo psichiatra veneto di cui Antonucci è stato per un periodo uno stretto collaboratore.

La legge fu approvata nel 1978 ma il manicomio di Bisceglie (perché allora non era altro che un manicomio), cioè quella struttura creata da don Pasquale Uva che dava lavoro a tanta gente, il grande volano dell’economia cittadina, si opponeva al cambiamento. Anche attraverso dispute serrate con l’ostruzionismo perpetrato sui pazienti di cui era stato disposto il trasferimento nei primi anni ‘80 presso le case famiglia che stavano sorgendo nella provincia, per effetto proprio della legge Basaglia.

Uno dei tanti simboli dell’arretratezza culturale del meridione lo si ritrovava proprio nel baluardo di resistenza a quel cambiamento che dal Tevere in su era ormai considerato ineludibile. La Cdp ha resistito oltre un decennio prima di cedere alla dilazionata e progressiva chiusura dei reparti psichiatrici, con la contestuale riconversione in reparti ospedalieri che oggi si ritrovano funzionanti e operativi, dove sono occupati dipendenti che in massima parte hanno appreso un lavoro qualificato che non fosse più quello di badare a dei poveri cristi e tenerli buoni con ogni mezzo. Con ogni mezzo.

Scrive Piero Del Giudice sul Forum Salute Mentale: «Quando viene il tempo delle inchieste – memorabile quella di Liliana Madeo (della redazione romana della Stampa) sui manicomi pugliesi di Bisceglie, Putignano e Santa Maria di Foggia – emerge la complessa rete di interessi che fermentano sulla miseria umana: soldi dati per le rette dalle Province che spariscono, pensioni che spariscono, voti alla Democrazia Cristiana con percentuali bulgare. Le suore caritatevoli, come nella Giornata di uno scrutatore di Italo Calvino al Cottolengo».

Contattata personalmente la giornalista e scrittrice Liliana Madeo, le ho chiesto di poter leggere gli articoli di quell’epoca, anno 1977. La Madeo seguiva l’inchiesta della magistratura. «Un magistrato del tribunale dei minorenni di Bari – scriveva la corrispondente de La Stampa -, il pretore della cittadina, un funzionario di polizia, carabinieri e operatori sanitari compirono un’ispezione nel complesso, scattarono 300 fotografie e acclusero agli atti mezzi necessari per la contenzione».

«Secondo le prime indagini – si legge ancora nell’articolo -, nell’ospedale si ricorreva alla violenza sistematica, erano sfruttati i ricoverati lavoratori, venivano trattenuti soggetti sani di mente, si abusava dei mezzi di contenzione».

In un altro articolo, Madeo scrive: «Nell’ispezione del 7 gennaio scorso furono scoperti circa 200 bambini (il più piccino ha 5 anni, alcuni mesi fa ne morì un altro che aveva appena un anno e mezzo) sia nello psichiatrico sia nel reparto ortofrenici. Si scoprì che venivano sottoposti a metodi di contenzione violenti e prolungati, che vivevano in promiscuità con adulti irrecuperabili, che avevano subito violenze carnali, che venivano sfruttati nei laboratori dell’istituto in nome dell’ergoterapia».

Nello stesso servizio una suora dell’ordine fondato da Don Uva aveva dichiarato alla giornalista: «È vero anche che sono stati messi insieme malati mentali e insufficienti mentali, handicappati fisici e ragazzi normalissimi, sia fisicamente, sia psichicamente, ma poveri, non voluti da nessuno. Però, per affrontare tutto questo in modo diverso ci vogliono strutture, interventi, volontà politica che prescindono dai nostri compiti e dalle nostre possibilità».

In quel periodo alla Casa Divina Provvidenza venivano erogati dalla provincia di Bari (competente in materia all’epoca) finanziamenti, sotto forma di rette giornaliere per paziente, per circa 16 miliardi di lire annui, l’equivalente oggi di oltre 60 milioni di euro. Ma già allora, da via Bovio, reclamavano più denaro.

Quello che era considerato normale in un’epoca non troppo lontana, quell’accumulo di esseri umani su cui costruire l’impero totalitario dell’assistenza psichiatrica che drenava enormi quantità di risorse pubbliche, oggi è a giusta ragione un vergognoso ricordo del passato.

Come accaduto per tante tragedie nella storia dell’umanità, il male si alimenta scorrendo sulle rive della banalità. “Se uno è pazzo, deve essere rinchiuso”, questa era la considerazione dominante in quegli anni prima dell’avvento della legge Basaglia, semplice no? L’effetto benefico sui pazienti era però indimostrato, ma il beneficio apprezzato era quello sul business creato: più se ne rinchiudono e più soldi dalle rette si guadagnano, più stipendi si garantiscono, più voti alla Democrazia Cristiana si danno.

Un esempio di ricovero indiscriminato viene dal racconto di Felice Mangiarano, un ospite della Cdp che suo malgrado acquisì notorietà per aver difeso pubblicamente la struttura dall’ondata di nuovi scandali nei primi anni ‘90, culminata con la vicenda di una paziente che aveva partorito da sola un bambino, distesa sul pavimento in una pozza di sangue, senza che nessuno si fosse accorto della sua gravidanza.

Quell’ospite raccontò ad un giornale di come fosse stato ricoverato. Lui aveva un handicap fisico che non gli permetteva di deambulare. Era un bambino quando nel 1938, suo padre, umile contadino con scarsi mezzi economici, da Monopoli lo trasportò in bici verso Bisceglie e lì lo lasciò. Con il trascorrere dei decenni, per Felice la Cdp era considerata a pieno titolo la sua casa e tutto il suo mondo. Una chiusura di quei reparti dovuta all’applicazione della legge 180 era vista da Felice come un evento carico di drammatiche incognite.

A proposito di famiglie dei – veri o presunti – malati, in un interessante corsivo a commento dei fatti del 1977, firmato da Eleonora Bertolotto su La Stampa si legge: «Quel che accade negli istituti italiani varca spesso i confini della fantasia macabra più sfrenata: promiscuità, violenze, privazioni. E ha motivi molteplici. I bambini sani sequestrati nell’ospedale psichiatrico di Bisceglie sono numeri che “producono” rette lucrose: dieci, anche 20mila lire al giorno (…) Ma la domanda che ci si pone di fronte ai casi di bambini sani trattenuti indebitamente nello psichiatrico di Bisceglie, supera i limiti delle carenze istitutive. Sono tutti orfani questi bimbi? E – se no – quale volto attribuire alle loro famiglie, come spiegare l’indifferenza di fonte alla loro sorte?»

Gli anni più recenti non vedono solo l’esplosione di scandali finanziari ai quali, anche grazie all’operazione che ha portato all’acquisizione dell’Opera Don Uva da parte di Universo Salute, si potrà forse mettere la parola fine, ma anche nell’ultimo decennio si sono verificati casi di maltrattamenti e abusi. Su uno di questi ci fu un procedimento giudiziario e l’assoluzione del personale incriminato. Un paziente fu trovato legato ad un termosifone dai Carabinieri. Al processo fu tutto un rimpallo di responsabilità fino ad arrivare ad accusare un altro paziente. I tre imputati deviarono le accuse verso una collega, che a sua volta le rigettò e le deviò verso un degente, le cui condizioni psichiatriche non hanno consentito di renderlo imputabile e punibile.

Risultato: assolti perché il “fatto non costituisce reato” a causa della “insufficienza di prove”.

(dal blog di Mario Lamanuzzi)

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