Ritratto di un militante, François Tosquelles

franois-tosquelles-ca66fb49-27ec-4551-9bd7-2a07574e2a3-resize-750Di Patrick Faugeras e Michel Minard

[pubblicato in Sud/Nord, 2010/1 (n° 25), pp. 49-56]

La rete, lo sapete, può farti incontrare storie, eventi, documenti, pezzi di passato quando meno te lo aspetti. E poi per chi, maldestro come me, finisce per essere condotto nella rete piuttosto che condurre. E così mi sono imbattuto in questo articolo. Il Tosquelles militante mi ha incuriosito. Un po’ so della sua storia e del suo lavoro. Non leggo il francese ma con curiosità mi sono perso nella lettura. Poi qualcuno più capace mi ha aiutato. Ho letto e riletto la traduzione aggiustando fin dove ho potuto. Ora mi sento di leggerlo insieme agli amici del Forum. Lo spessore politico che sempre sottolinea Tosquelles mi pare utile e attuale. Spero che gli autori, che ringrazio, non leggano questo loro articolo. Dovesse accadere, non posso che chiedere di essere perdonato.

Peppe Dell’Acqua

Ma ci sono altri modi di praticare la psichiatria oltre alla politica?

Il 2 marzo 1974 il generale Franco, nonostante i forti movimenti di protesta internazionale, fece mettere a morte gli anarchici Salvador Puig Antich e Heinz Chez. Furono gli ultimi, in Spagna, a subire la tortura della garrota (un cerchio di ferro fissato ad un palo, che viene stretto mediante una vite attorno al collo del condannato, fino a provocarne la morte per strangolamento): il primo a Barcellona, il secondo a Tarragona.

Molto tempo prima, molti repubblicani in Spagna avevano concluso i loro giorni nella camera a gas del campo di Mauthausen in Austria, a Dachau o Buchenwald, o altrove in altre prigioni. Franco completava così la sua vita e il suo lavoro: assassinando.

François Tosquelles, nato a Reus nella provincia di Tarragona, in Catalogna, psichiatra di formazione, membro del Parti Ouvrier d’Unification Marxiste, POUM, il Partito Operaio di Unificazione Marxista, due volte condannato a morte (prima dai franchisti e poi dagli stalinisti), non smise mai di affermare di essere Catalano. Non era sua intenzione, in alcun modo, affermare o riaffermare una scelta nazionalista, ma voleva ricordare come la sua esistenza fosse segnata non solo da quarant’anni di lotta contro la dittatura, ma anche dalla guerra che lo aveva costretto all’esilio, una guerra civile e fratricida.

Forse, anche nel suo accento, nel suo modo di parlare spesso incomprensibile, che ha mantenuto fino alla fine, ha usato la Catalogna, la precarietà del suo stato, la difesa dell’identità, la repressione di cui era oggetto, il suo desiderio di indipendenza, come metafora dell’esistenza. Potrebbe non essere assurdo leggere i suoi scritti o considerare il suo lavoro di psichiatra partendo da paradigmi come il potere e i suoi abusi o la precarietà dell’identità, o anche la ferocia, la violenza. Dopotutto, si è interessato presto alla follia e la sua tesi di laurea era su Le vécu de la fin du monde dans la folie, L’esperienza della fine del mondo nella follia.

Quello che emerge con certezza è che la guerra civile spagnola lo ha introdotto a qualcosa di diverso dalla dialettica. Freud sviluppò, in quegli anni, la sua concezione della pulsione di morte, che non si deve confondere con la distruttività, e la cui assenza possiamo immaginare dietro ogni desiderio di vivere. Tosquelles sarà interessato, al di là della follia, a sviluppare fedelmente ciò che Freud poteva solo abbozzare, e che la guerra evidenziava: le modalità collettive e istituzionali dello stare insieme.

Dopo aver trovato rifugio in Francia nel 1939, ritornerà in Catalogna vent’anni dopo nel 1958, per partecipare a un congresso internazionale sulla psicoterapia di gruppo, a Barcellona. Franco, sperando nel ritorno in Spagna dei “cervelli” fuggiti dal regime, aveva aperto le frontiere. Durante questo congresso, dove parteciparono molti psichiatri francesi, tra gli altri Jacques Lacan, ma anche il catalano Henry Ey – che sfidò l’autorità franchista pronunciando le sue parole in catalano, la lingua proibita – François Tosquelles parlò a lungo della sardana, emblematica danza catalana, in modo che tutti capissero che questo era un modo indiretto per criticare il regime franchista. E forse non è assurdo pensare che questo modo di parlare dell’essenziale in modo indiretto, aggirando la censura, non sia anche un modo politico di praticare la psichiatria.

Ma ci sono altri modi di praticare la psichiatria oltre alla politica? Anche quando pensi di essere a un milione di miglia distante dal praticarla in quel modo? La storia delle nazioni e dei popoli ci mostra abbondantemente che non è possibile: la pratica della psichiatria è sempre il riflesso esatto delle concezioni politiche, economiche, filosofiche, religiose – ed eventualmente scientifiche – delle società umane, che progrediscono, regrediscono o ristagnano con loro.

Le testimonianze sono infinite, dalla nascita del primo ospedale dei pazzi a Valence, nel 1409, da parte di Joan Gilabert Jofre (opportunamente ricordata da Tosquelles), al programma di sterminio dei malati di mente incurabili nella Germania nazista, passando, ad esempio, dalle fondazioni di luoghi di asilo per pazzi iberici su iniziativa di un religioso portoghese di Montemor o Novo a Saint Jean-de-Dieu, dai manicomi per alienati in Francia all’indomani della Rivoluzione, dalla fondazione degli Ospedali di Stato negli Stati Uniti nella dinamica creata dalla loro Indipendenza e dalla Rivoluzione Americana, uniti al filantropismo caritatevole dei Quaccheri e di pochi altri.

Lo stesso François Tosquelles ha illustrato bene questa affermazione a modo suo, se non altro difendendo fermamente l’idea che non fosse possibile trattare l’alienazione mentale senza trattare allo stesso tempo l’alienazione sociale (inteso più nel senso datogli da Marx – così dice il Partito! – che in quello datogli da Rousseau), e mettendo in pratica questa idea di giorno in giorno.

Se diamo uno sguardo più da vicino, sembra abbastanza ovvio che i precursori della psichiatria moderna, così come i filantropi che si occupavano del destino dei malati di mente, si preoccupassero per primi di trattare l’alienazione sociale prima di poter trattare, almeno modestamente, l’alienazione mentale. In altre parole, gli effetti deleteri della “follia” sulle persone che ne sono state colpite, a causa dello stigma e del rifiuto sociale che li ha raggiunti oltre i sintomi, ma anche a causa dei sintomi, in un terribile circolo vizioso, ha rafforzato la loro emarginazione sociale.

Si pensi a Pinel e Poussin che in modo altamente simbolico rimuovono le catene dei pazzi di Bicêtre e delle pazze de La Salpêtrière; si pensi a Esquirol che predica, davanti all’Assemblea nazionale, i diritti dei pazzi non solo a essere protetti nella loro persona e nella loro proprietà, ma anche curati in luoghi dignitosi di asilo che rispettano le persone; si pensi al quacchero inglese William Tuke che ha creato il primo “ritiro” per risparmiare ai folli le pratiche disumane del manicomio di York; si pensi a Dorothea Dix, attivista statunitense, che attraverso un energico programma di pressione sul Congresso degli Stati Uniti, ha creato la prima generazione di ospedali psichiatrici americani difendendo dinanzi ai tribunali degli Stati Uniti d’America il diritto dei pazzi a non vivere più nudi, picchiati, ammanettati, in vicoli ciechi; si pensi all’ex internato Clifford Beers, fondatore del movimento americano per la salute mentale, che ha passato la vita a sostenere l’umanizzazione di questi stessi Ospedali, che nel giro di decenni sono diventati luoghi di maltrattamenti; si pensi a Franco Basaglia e al movimento di Psichiatria democratica preoccupato innanzitutto di assicurare un posto dignitoso ai malati mentali nella società italiana, in una dinamica fenomenologica di sospensione del giudizio (soprattutto a livello diagnostico), che probabilmente classificherà, a torto, questa prassi tra gli antipsichiatri. In altre parole, precursori e filantropi si sono avvicinati alla follia attraverso il suo aspetto storicamente più contestualizzato: quello del destino che ogni città ha offerto ai propri concittadini colpiti da disturbi mentali.

Coerentemente, la duplice esperienza di guerra e follia, l’intima associazione con quest’ultima e la necessità di trattarla in una situazione di emergenza e di disagio generale, non costringerà Tosquelles solo a scoprire la follia come parte inalienabile della nostra umanità, ma anche da riconsiderarla nella prospettiva di pratiche di cura collettiva.

In effetti, questo pragmatismo è in un certo senso un pragmatismo studiato che si è formato nel corso degli anni. Psichiatra a 23 anni, frequenta a Barcellona alcune figure del mondo surrealista, ma anche importanti intellettuali tedeschi che, in fuga dal nascente nazismo, vi hanno trovato rifugio, portando però nei loro bagagli due cose essenziali, gli ultimi sviluppi del pensiero fenomenologico e degli ultimi progressi nella ricerca freudiana, i cui testi erano stati tradotti man mano che venivano pubblicati.

Potremmo dire, senza andare oltre, che la fenomenologia, con la sospensione di ogni conoscenza e di altre rappresentazioni, invita ad “andare dritto alla cosa”. È il presupposto di un pragmatismo (di buona qualità), che apre anche un’opportunità filosofica al dispiegamento di una pratica psicoanalitica. La considerazione dell’inconscio e delle dinamiche transferali improvvisamente dinamizza una pratica clinica ben radicata sulla divisione divenuta classica operata dalla filosofia kantiana tra oggetto e soggetto. Inoltre, psichiatra nelle file dell’esercito repubblicano, poi nel campo dei rifugiati politici di Septfonds dove aveva organizzato un sistema di cure psichiatriche, conoscerà da vicino esperienze di sofferenza che lo porteranno a considerare il peso del contesto sull’evoluzione delle patologie e sulla loro cura.

Vedrà che in tempo di guerra le persone sono meno pazze, ma non dobbiamo affrettarci a concludere che le patologie sono meno numerose o meno gravi, né che i malati occupati a fare la guerra pensano meno alla loro patologia. Potrebbe essere più facile combattere un nemico esterno che un nemico interno, ma sembra più giusto pensare che la pazzia in tempo di guerra sia meno ovvia perché la struttura del legame sociale cambia di natura. Il reale quando assume la maschera della morte non è privo di effetti sui modi dell’organizzazione sociale.

La seconda osservazione che farà in questa occasione, e che sarà determinante anche per la sua pratica terapeutica e istituzionale, è che la pratica dell’assistenza e la sua qualità non dipendono necessariamente dalla condizione professionale. Ne farà un principio, ricordando in molte occasioni che nell’esercito repubblicano spagnolo le infermiere erano le più efficaci, cioè quelle che erano le più attente, le più capaci di sentire la sofferenza. Gli uomini (i professionali), invece, erano venuti ad assistere le truppe repubblicane perché «conoscevano bene gli uomini» e gli avvocati perché sapevano parlare alla gente.

Questo pragmatismo si mescolerà con il marxismo («l’analisi concreta della situazione concreta»), con la fenomenologia («diritto alle cose»), con la psicoanalisi («c’è solo una relazione transferale») – a tutto ciò si aggiunge anche l’esperienza dei gruppi che la guerra porterà – darà luogo a una pratica, una prassi, una terapia che rifiuterà sempre di diventare una teoria; rifiuto di una concettualizzazione per lasciare, da un lato, una parte alla creatività, alle elaborazioni e altri ritocchi che impone una clinica degna di questo nome, e, dall’altro, per far sì che la parola pazzo e il rapporto speciale che si può avere con questa parola non vengono insabbiati troppo rapidamente.

È per questo motivo che «Tosquelles non scrisse mai un libro di testo sulla psichiatria», poiché la psichiatria, secondo lui, non poteva essere scritta; perché l’unica cosa che conta è il rapporto con il paziente, e volerlo cristallizzare, raccoglierlo in una formula, oltre a oggettivarlo, significa generalizzarlo, e «il singolare è l’essenza della psichiatria».

«Sto dicendo quello che ho visto. Per quanto possa essere doloroso e scioccante. [...] Colgo l’occasione, cari signori, per richiamare brevemente la vostra attenzione sullo stato attuale dei dementi che sono detenuti nei nostri istituti [le prigioni e gli ospizi nell'area di Boston], in gabbie, in piccole stanze, cantine, stalle o anche recinti, incatenati, nudi, battuti con verghe o frustati per meglio ottenere la loro obbedienza» [Howard Zinn, Storia popolare dell’impero americano dal 1492 a oggi, HarperCollins, 2003; traduzione italiana a cura di Erica Mannucci, Il saggiatore, 2005] – Zinn riporta qui le parole di Dorothea Dix, il cui attivismo era alla base della creazione degli ospedali psichiatrici statali americani.

Possiamo considerare che si sta verificando una rottura epistemologica, in un contesto pericoloso in cui gli uomini si lacerano a vicenda, chiamando la psichiatria in una nuova era in cui l’uomo malato psichico non sarà solo riconosciuto come portatore di una dimensione di interesse per tutta l’umanità, ma sarà anche oggetto di cure, anche quando il peggiore dei deliri lo abbraccia.

Dopo Reus e Père Mata, dopo la guerra civile e il servizio sanitario dell’esercito repubblicano spagnolo, dopo la parentesi attiva nel campo profughi di Septfonds vicino a Montauban (qui incontra lo psichiatra Paul Balvet, che cerca uno psichiatra per il suo ospedale), è all’ospedale psichiatrico della Lozère, a Saint-Alban-sur-Limagnole, piccolo villaggio sperduto nel cuore di Margeride – l’ex provincia di Gévaudan – che avrà luogo questa rottura epistemologica.

Se la leggendaria bestia (bestia del Gévaudan è il nome associato a un animale feroce, o più di uno, mai identificato con esattezza, che causò decine di vittime nelle campagne del Gévaudan, fra il 1764 e il 1767 ) non si aggira più quando Tosquelles arriva lì, una bestia molto più terrificante, la Germania nazista, spingerà alcuni intellettuali resistenti e alcuni militanti comunisti a rifugiarsi in questo antico manicomio trasformato in pochi mesi da Tosquelles, non solo in un luogo reale di accoglienza e cura per i Lozériens affetti da disturbi psichiatrici, ma anche in un luogo elevato della Resistenza: il leader del movimento Dada, Tristan Tzara, il dottore filosofo, Georges Canguilhem (allora uno dei leader della Resistenza in Alvernia), il poeta Paul Éluard, il giovane stagista in psichiatria, comunista e surrealista, Lucien Bonnafé.

Si narra che le braccia della bestia di Gévaudan fossero nascoste sotto il letto monumentale della Madre Superiora delle monache, che abitava nel castello medievale degli ex signori di Calvisson, cuore dell’attuale ospedale, e che aveva subito collaborato all’opera di Tosquelles. Si dice anche che dopo l’impennata della bestia hitleriana sul Gévaudan, durante l’occupazione della cosiddetta zona franca alla fine del 1942, i nazisti mostrarono i corpi dei guerriglieri uccisi con le loro mani, erano sicuri che i professionisti di questo luogo fossero legati alla Resistenza.

La lotta di Tosquelles contro le dittature di estrema destra non si era conclusa con la vittoria del sinistro Franco e la schiavitù della nativa Catalogna. Anche a livello professionale doveva continuare la lotta; prima lottare per guadagnarsi da vivere, dovendo sostenere nuovamente esami e concorsi per ottenere una posizione ufficiale, pagata per un po’ dal governo messicano; lotta alle pratiche di asilo dell’epoca: reclusione, maltrattamenti, disprezzo per i pazienti, stigmatizzazione, ma anche, in questi tempi di guerra spietata, gravi carenze nutrizionali che porteranno alla morte di oltre la metà dei pazienti ricoverati; lottare per portare nuove idee, in particolare quelle dello psichiatra tedesco Hermann Simon sul lavoro terapeutico e le cure da dare all’istituzione, e quelle di Jacques Lacan sulla psicosi, e pratiche innovative, comunità gestita da pazienti, associazione culturale, funzione psicoterapeutica degli infermieri, scomparsa delle mura ospedaliere, assistenza domiciliare, creando così un movimento che in seguito sarebbe stato conosciuto come psicoterapia istituzionale, come l’hanno nominata Daumézon e Koechlin.

Saint-Alban sarà presto riconosciuto come il crogiolo di una nuova psichiatria e Tosquelles farà parte di tutti i movimenti per la trasformazione della psichiatria francese. Parteciperà con pochi altri alla metamorfosi dei vecchi manicomi francesi che, per molti di loro, avevano perso questa essenziale funzione di asilo, metamorfosi che si tradurrà nell’istituzione di una nuova politica della psichiatria pubblica, la policy della psichiatria di settore, in linea di principio non ospedaliera e al servizio dei pazienti, orientata alla città, alle cure ambulatoriali e all’integrazione sociale. In questa prospettiva importerà dalla tarda Repubblica di Catalogna la sua filosofia e il suo sistema di organizzazione territoriale della psichiatria in comarche (aree territoriali), se ricordiamo gli esperimenti socialisti che furono effettivamente attuati in Catalogna, le comarche, comunità rurali o urbane che Tosquelles aveva ben conosciuto. L’ospedale di Saint-Alban era certamente per essere collocato in un territorio a forte carattere rurale, per il suo isolamento geografico, la sua condizione economica e l’assenza di formazione di infermieri e suore il luogo di esercizio per eccellenza dove si poteva pensare e costruire una vita comunitaria intra ed extramurale.

E si potrebbe facilmente sostenere l’idea che il modo in cui la psicoterapia istituzionale si è occupata della comunità dei caregiver e dei pazienti all’interno dell’istituto – sostenendo, ad esempio, sia l’autonomia dei corpi, delle funzioni, delle pratiche e delle loro relazioni necessarie – non è senza evocare questa preoccupazione politica, ma anche soggettiva di essere se stessi con l’altro.

Il lavoro istituzionale e clinico che Tosquelles avvia a Saint-Alban, ma anche più in generale nel campo della psichiatria francese, è essenzialmente un lavoro di svuotamento, dove teorie, sistemi, ideologie, poteri, conoscenze e credenze esigono (e producono) certezze. Certezza che è oggi abbastanza ben rappresentata dai tentativi spesso efficaci di sigillare ogni incertezza, ogni area sfocata, ogni zona grigia, in nome della Scienza con la S maiuscola, una scienza che ovviamente non soffre di alcun approccio critico ma che si nutre di qualsiasi approccio apologetico, autoreferenziale. L’essenziale in clinica, tanto se non più che altrove, accade proprio dove la certezza scappa, dove non ci sono mappe sicure, nelle terre di nessuno, allo scoperto, sempre in modo improvviso, insolito, imprevisto. Questo lavoro di ricerca non è un lavoro di ignoranza, evidentemente, al contrario.

Ma, se queste riflessioni non bastano a comprendere la totalità della terapia, di fatto è la condizione della possibilità che diviene evidente. Un’istituzione che non si impegna in questo lavoro di critica e di ricerca è un’istituzione malata che, forse è al passo sul piano amministrativo e “scientifico”, ma soffoca sotto le sue regole e gerarchia ogni crescita della vita. Poiché tutte le istituzioni sono suscettibili di ammalarsi, Tosquelles ha detto «non si può curare qualcuno se l’istituzione stessa è malata».

Sinteticamente, si può dire che la psicoterapia istituzionale lavora allo stesso tempo per disfare gli assetti gerarchici regressivi, le resistenze al cambiamento, le confusioni istituzionali in modo che una funzione veramente sollecita – che non è, paradossalmente, dei curanti – può essere esercitata, in un incontro efficace suscettibile di dar luogo alla possibilità dell’incontro.

Alcuni storici hanno notato che i trattamenti d’urto usati in psichiatria erano stati inventati in paesi il cui regime politico era totalitario o dittatoriale, l’elettroshock in Italia sotto Mussolini, la lobotomia sotto Salazar in Portogallo, per esempio. Eppure è difficile negare che la violenza non ha aspettato che il fascismo arrivasse in tutti i paesi del mondo, per dominare sia come terapia psichiatrica che come modalità di cura quotidiana. Che si accetti o meno questa conclusione degli storici, possiamo dire che la pratica terapeutica di Tosquelles, che sperimenta la violenza, ci invita ancora una volta a cogliere l’essenza del politico, vale a dire semplicemente, pensare di stare insieme.

Il che è tutt’altro che ovvio di questi tempi!

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