Sanità modello qualità

di Umberto Veronesi

Il Servizio sanitario nazionale garantisce a tutti le cure necessarie. Ma troppe cose non funzionano. Per colpa di cinque fattori. Scopriamo quali e come rimediare.

Prendiamo esempio da Obama: proprio in un momento in cui la crisi economica consiglierebbe un ordinario tran-tran in attesa di giorni migliori, fa la proposta di un sistema sanitario che finalmente copra anche i 44 milioni di americani che finora sono stati privi di assicurazione malattia. È demagogico? No, è ponderatamente creativo, perché contro la crisi economica propone un cambiamento capace di fare anche da moltiplicatore delle dinamiche economiche stesse. Semplificando molto, si può infatti considerare la sanità in due modi: o una spesa, o un investimento. Io la considero un investimento, e lego questo investimento alla qualità, pre-requisito della centralità del paziente.

Noi italiani condividiamo con le altre nazioni dell’Unione europea la rassicurante situazione del diritto alle cure mediche, qualunque sia l’organizzazione dei vari servizi sanitari. Sono ormai 31 anni che abbiamo fatto questa conquista: la legge di riforma sanitaria, la 833 del 23 dicembre 1978. Quando fu approvata e varata, io ne fui entusiasta, perché sulla carta rappresentava un momento alto della nostra democrazia. Il nostro servizio sanitario nacque come modello universalistico che garantisce le cure ad ogni cittadino, e voglio ricordare qui che nonostante i reiterati tentativi di cancellare una norma che ha le sue basi sia nella solidarietà umana sia nella scienza medica, le garantisce anche agli stranieri ‘presenti sul territorio italiano’, che siano regolari o clandestini.

Nonostante i limiti e le disavventure, questa legge ha garantito e garantisce tutto ciò che è necessario: dal medico e dal pediatra di base ai costosissimi trapianti di organo. Siamo, come capacità e competenza degli addetti alla Sanità, nella zona alta della classifica europea. Tuttavia, troppe cose non funzionano, e io non posso non essere d’accordo quando si sostiene che bisogna andare a un ‘reset’. Perché la legge di riforma sanitaria è stata tradita.

Ci sono cinque grandi tradimenti, nello spirito e nei fatti, di quella riforma. Questi tradimenti hanno, di fatto, alterato profondamente il funzionamento della nostra sanità. Il primo è stato il tradimento della prevenzione, che avrebbe dovuto realizzarsi con una capillare rete di ambulatori e di centri diagnostici sul territorio, portando la salute vicino al cittadino e riservando gli ospedali al trattamento dei casi acuti. Sulla carta, c’era tutto: ambulatori di salute mentale, ambulatori per gli adolescenti e per la famiglia, consultori pediatrici di zona, centri per la lotta all’alcolismo, al fumo, alla droga, centri per la riabilitazione, task force per la salute degli anziani, nuclei di prevenzione della nocività e degli incidenti nei luoghi di lavoro. Dopo i fervori iniziali, sono stati fatti mancare uomini e mezzi, e ciò che è rimasto di quel grande progetto vivacchia stentatamente. In più c’è il fatto che il passaggio delle competenze sanitarie dallo Stato alle Regioni (le quali devono garantire il pareggio di bilancio) ha creato figli e figliastri: la prevenzione è quasi inesistente nelle regioni con bilanci in affanno. La decentralizzazione del sistema sanitario è stato l’asse maggiore delle riforme intraprese da una ventina d’anni, ma ora è essenziale che il cambiamento venga gestito. Come? Riempiendolo di proposte e di idee più vicine ai cittadini. Cittadini che non sono uguali a Bolzano e a Palermo, a Firenze e a Bari. Sia perché i fattori ambientali spesso modificano l’incidenza delle patologie sulla popolazione residente, sia perché la cultura, gli usi e le abitudini richiedono una flessibilità del modello sanitario da applicare.

Il secondo tradimento è quello del tempo pieno. Continuiamo ad essere in Europa un esempio anomalo, costruito sull’assurdo principio secondo cui dopo aver lavorato nella mattinata in ospedale, il medico va in clinica privata. Come se un giornalista de ‘L’espresso’ nel pomeriggio andasse a lavorare a ‘Panorama’. Gli ’stop and go’ sul tempo pieno sono stati tanto numerosi (a causa di pressioni corporative, compromessi elettorali, incapacità degli ospedali di organizzare un modello efficace) che è arduo perfino ricordarseli per farne la storia. Basti dire che il tempo pieno non c’è, e che i risultati sono sotto gli occhi di tutti, incluse le liste d’attesa.

(29 dicembre 2009) tratto da: http://espresso.repubblica.it/dettaglio/sanita-modello-qualita/2118359/12

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