Schizofrenia: quanta complessità dentro quell’unica parola

doisneauDi Peppe Dell’Acqua

[lettera pubblicata sul quotidiano triestino Il Piccolo]

In questa settimana, una marea montante di luoghi comuni, pregiudizi, approssimazioni e superficialità sono state dette e scritte intorno ai terribili e dolorosi fatti di Trieste. Il mio interesse a parlarne non ha alcuna intenzione polemica né con i giornalisti, né con gli opinionisti che si sono avvicendati. Sono le domande che mi rivolgono i familiari e i tanti giovani che nella nostra città faticosamente riescono a rimontare, a farcela e ritrovare possibilità di futuro, malgrado l’esperienza del disturbo mentale e l’attraversamento di diagnosi – come schizofrenia, che qui estendo a malattia mentale – che spesso suonano come inappellabili condanne.

Nei giorni scorsi, e di recente anche su Il Piccolo, è ritornata questa parola. Una parola che facciamo da tempo fatica a svuotare dalle profezie paurose e immutabili: schizofrenia/incurabilità, schizofrenia/marginalità, schizofrenia/incomprensibilità e soprattutto il luogo comune più infondato di tutti: schizofrenia/violenza/aggressività/pericolosità.

Forse è bene cominciare proprio da qui. Si deve sapere che il reato, il crimine e tanto più il gesto efferato ha pochissimo a che vedere col disturbo mentale. E ancor di più con la diagnosi, ancorché incerta, di schizofrenia.

Una ricerca condotta nell’Università del North Carolina, osservando per circa 10 anni un campione di 35.000 persone affette da disturbo mentale, ha dimostrato che gesti-reato non sono affatto conseguenza del disturbo mentale, ma delle condizioni economiche, sociali e relazionali che le persone vivono. Una ricerca simile, condotta nel Regno Unito nei primi anni 2000, ha evidenziato che un numero esiguo di persone (lo 0,2%) affette da disturbo mentale, si rende autore di crimini e nella quasi totalità dei casi si tratta di reati di scarsa entità.

Tuttavia, ancora oggi, sia in ambiti clinici che mediatici, la parola schizofrenia viene usata con tutta quella sequela di attributi. E la diagnosi, come in tante storie di cui si sono occupati i giornali e le televisioni, viene detta con un’impressionante e pericolosa superficialità. Sto parlando soprattutto di soggetti, tanti, che hanno voluto condividere con me la loro storia, i quali, di fronte ad affermazioni gridate che associano con assoluta certezza il disturbo mentale alla pericolosità, vivono momenti di profonda inquietudine, sentendo su di loro lo sguardo accusatorio degli altri; mentre il pregiudizio si consolida rischiando di chiudere dentro recinti sempre più impenetrabili le persone con disturbo mentale.

Ho lavorato per anni con i familiari di persone con disturbo schizofrenico. Un’esperienza che mi ha formato, che mi ha posto infiniti dubbi e interrogazioni.

Si potrebbe dire che la diagnosi di schizofrenia è soltanto un’astrazione, che non indica qualcosa di concreto, di unico e di certo. L’esperienza nostra e di tante persone che ora riescono a parlare liberamente c’insegna che alla diagnosi di schizofrenia non corrisponde un quadro di sintomi uguali e riscontrabili sempre alla stessa maniera e in tutte le persone. Al contrario, per giungere a una comprensione e riferirsi a quel quadro patologico, occorre tempo – si dice almeno 6 mesi – e un ascolto intenso e partecipato. È davvero incredibile quando psicologi, psichiatri, criminologi pronunciano la sentenza diagnostica, mettendo insieme le poche note che leggono in cronaca.  Le persone che vivono l’esperienza del disturbo schizofrenico sono una diversa dall’altra e in ognuna di esse i sintomi e i comportamenti si annodano e si snodano in maniera completamente differente. Non esiste nemmeno una unicità delle cause. Non esiste un unico percorso che conduca alla formazione dei sintomi e alla produzione dei comportamenti, perché in maniera diversa incidono gli eventi della vita, le relazioni, il contesto sociale. Insomma alla parola schizofrenia non corrisponde una malattia unica e definita, come invece alle parole diabete, infarto, tubercolosi corrispondono quadri clinici meglio definibili e circoscritti, sintomi che nascono e si formano con cadenze universalmente note. Ciò non significa che non sappiamo di cosa stiamo parlando quando parliamo di schizofrenia. Significa invece che stiamo cercando di articolare meglio le nostre domande di fronte a un problema che nel corso degli ultimi 100 anni si è sempre più rivelato non riconducibile alla semplificazione. La scoperta forse più straordinaria e ricca di futuro è avere finalmente compreso, e avviato pratiche conseguenti, che esistono sempre e prima di tutto le persone che vivono queste umane esperienze, con i loro bisogni e i loro diritti. Anche quello di pagare col carcere eventuali reati commessi. E non la schizofrenia, lo schizofrenico, il malato di mente.

Questa condizione riguarda un numero considerevole di soggetti al mondo. Si stima che almeno 5 persone ogni 1000 soffrano o abbiano vissuto, con diversa intensità, questa condizione e con esse, circa il doppio di persone coinvolte come soprattutto i familiari. Solo per dire che occorrerebbe riflessione e responsabilità ogni volta che si attraversano questi campi, avendo la consapevolezza che l’uso della parola schizofrenia, ancorché ormai considerato arcaico, colpisce dolorosamente milioni di persone. Alcuni ci dicono che forse è arrivato il momento di abolirla definitivamente questa parola. Al contrario, penso che bisogna consumarla e corroderla, questa parola. Oggi sempre più riusciamo a farla esplodere riempiendola dell’esperienze nuove e positive di tante e tante persone.

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