Sciopero della fame per la salute mentale

nm_01_2009_15Di Dario Stefano Dell’Aquila

Peppe Pagano, presidente della cooperativa sociale Agropoli, ha cominciato lo sciopero della fame. Una scelta radicale per protestare contro l’atteggiamento della Asl di Caserta che da oltre un anno non paga e che ha deciso, di fatto, di chiudere l’esperienza dei budget di salute mentale. Peppe è una persona solare e ottimista ed è anche uno dei migliori operatori sociali della nostra regione. É responsabile di un bene confiscato alla camorra. Anima tra le tante cose, una esperienza stupenda. Un ristorante, a Casal di Principe, che porta, a mo’ di sfida, il nome di Nuova cucina organizzata (NCO) e nel quale lavorano persone con disagio psichico. Peppe ripete molto spesso la frase di Basaglia: «Abbiamo reso possibile l’impossibile».

Per spiegare le ragioni della battaglia di Peppe e per comprendere che sono ragioni che riguardano uno dei nodi fondamentali dell’assistenza ai sofferenti psichici, dobbiamo fare un passo indietro. E risalire a quando, circa una decina di anni fa, con l’avvento di una gestione della Asl di Caserta affidata a Franco Rotelli, furono introdotti quelli che sono definiti “budget di salute mentale”. I budget si fondano su un meccanismo molto semplice: i dipartimenti di salute mentale individuano per una persona che ha un disagio un progetto terapeutico individualizzato, destinano delle risorse economiche specifiche e individuano, con un organismo del terzo settore un percorso di inserimento sociale. É così che si sono sviluppate esperienze di gruppi appartamento o cooperative sociali che hanno individuato percorsi di autonomia e inserimento, basati essenzialmente su due aspetti: la libertà e la dignità del sofferente psichico, il suo essere persona.

Il primo aspetto, quello della libertà, non deve apparire scontato. Ancora oggi, a oltre trent’anni dalla Basaglia, le politiche di assistenza psichiatrica si fondano su un vasto panorama di strutture residenziali che costituiscono piccoli luoghi di internamento e che assolvono esclusivamente a funzioni custodiali. Strutture sociosanitarie che contengono, soffocano e imprigionano, condannando chi soffre a essere per sempre vittima di uno stigma. Il secondo aspetto, la dignità, va declinato non solo nel modo in cui il paziente psichiatrico è ospitato in queste strutture, ma anche nel riconoscimento della sua identità e del diritto a essere riconosciuto come persona. Quando a una persona si offre una prospettiva, quando in suo favore si elabora un progetto individualizzato di reinserimento le si sta riconoscendo il diritto a esistere e non semplicemente a sopravvivere. La cosa ancora più interessante, che mettiamo per terza, è che mentre la presenza in una struttura sanitaria o sociosanitaria costa oltre cento euro al giorno, i budget hanno consentito di investire risorse inferiori e hanno, quindi, determinato anche un significativo risparmio.

É stato dunque possibile immaginare per il sofferente psichico, attraverso modelli di inclusione sociale aperti, un percorso di autonomia che non passa necessariamente per una perenne medicalizzazione che non lo riconosce se non attraverso la sua malattia e che ha come unico risultato di renderlo redditizio come “prigioniero” depositato in qualche struttura sanitaria.

Questa esperienza, che si è sviluppata in questi anni in un sistema di regole e procedure mai codificate, invece di essere messa a sistema e rivendicata come buona prassi, viene oggi smantellata. E viene smantellata, molto probabilmente, non perché se ne sia effettuato un bilancio o una valutazione, ma perché la fase di crisi che colpisce il sistema sanitario fa si che non si vogliano dare più risposte sociali a bisogni sanitari. Anche se questo determina alla fine spese maggiori, è evidente che nel silenzio amministrativo – che ha costretto Peppe a una scelta così forte – si nasconde questa precisa intenzione. Quella di ricondurre all’ovile risorse delle quali, alla fine, non beneficiano i pazienti ma i loro custodi.

Per questi motivi, lo sciopero della fame di Peppe Pagano e quello a staffetta che lo seguirà, non è la semplice rivendicazione, pur legittima, di un soggetto del terzo settore che reclama il proprio credito con la Asl. È la richiesta politica che non si determini la fine dell’esperienza dei budget di salute mentale. Una richiesta di libertà, diritti e inclusione che non può che vederci in prima linea. Perché la speranza non nasce dalla cieca fiducia in un domani migliore, ma dalla lotta per dare un futuro a tutti. Un orizzonte comune di diritti e libertà. Da offrire a tutti, a cominciare da chi soffre. (da Napoli Monitor)

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