Se il TSO diventa un sequestro di persona

Urbino, l’incredibile storia di Patrizia Gamba che racconta 10 anni di inferno fino alla sentenza del Tar che dà ragione alla sua verità

Qualcuno puo’ decidere che tu, sì proprio tu che stai leggendo, sei un disturbato mentale. E dopo che le voci prive di fondatezza diventano verità acquisita farti precipitare in un inferno. Tutto ciò è avvenuto nei confronti di Patrizia Gamba, 61, assistente universitario, in pensione dal novembre 2011. Laureata con lode in matematica il 15 marzo ’75, a Bologna, e già 5 giorni dopo, in virtù dell’ottimo curriculum, era laureata addetto all’Università d’Ancona. Pochi mesi diventa dopo assistente incaricato in Analisi Matematica alla Facoltà d’Ingegneria e un anno dopo, vincendo il concorso, assistente ordinario, ruolo ricoperto fino al momento della pensione.

“Ho lavorato con passione e competenza, apprezzata da colleghi e studenti – racconta Patrizia – che continuano a manifestarmi stima anche a distanza di anni. Un quadro idilliaco se non fosse che, circa 20 anni fa, entrai in rotta di collisione con un accademico misogino: con lui nessuna donna avrebbe fatto carriera e così fu”. La soluzione per Patrizia sarebbe quella di andar via. “Tentai ma, anche per problemi familiari, non trovai alternative soddisfacenti. Con la carriera congelata mi sono potuta dedicare alla grande passione per la didattica. Svincolata da logiche di carriera non potevo essere ricattata e, soddisfatta per i positivi risultati del mio operato, mi permettevo di dir ciò che pensavo. Ma Pirandello non ammoniva che se si dice la verità si è presi per pazzi? Certo, condivisibile opinione, ma ritenevo che quel monito non potesse attecchire in ambiti culturalmente elevati! Peccai d’ingenuità e di fantasia: settimanali partite a biliardo permisero all’accademico misogino d’insinuare il sospetto se non la convinzione che fossi disturbata mentale”.

Il calvario

L’inizio di questa storia assurda parte dall’ Agosto del 2004. “Nel giro di qualche mese – ricorda la ex docente – divento oggetto di falsità e maldicenze, subisco danneggiamenti e minacce, ricevo lettere minatorie e offese pubbliche. Le mie denunce sono sistematicamente archiviate e vengo incriminata per accuse false o risibili. Un esempio: sono stata processata per aver detto “pinocchio” a un bugiardo con tanto di prove materiali e testimoniali a mio favore”.

Nel maggio di cinque anni dopo, nella piazza di Cantiano dove Patrizia si è trasferita, arriva un faccia a faccia che avrà le conseguenze peggiori. “In piazza non riesco a trattenermi e affronto il “pinocchio” di prima su una vecchia storia che riguarda un alterco tra me e la sorella. Conoscenti del “pinocchio” mi si scagliano subito contro gridando che sono pazza, da ricovero, vogliono chiamare il 118. Stupefatta e incredula resto lì, pochi minuti e arrivano carabinieri, sindaco e vicesindaco: vengo spintonata nell’ufficio della polizia municipale. Arriva un medico: non sono da ricovero. Altro medico: anche per lui non sono da ricovero. Volano pesanti insulti tra medici e sindaco. Sono allibita, allarmata, attenta e controllata. Il primo medico viene spinto all’interno dell’ufficio poi gli viene consegnato un cellulare: all’altro capo c’è una persona con cui gli viene intimato di parlare. Il medico esce. Sono più di 3 ore che sono sequestrata, non ho mai dato in escandescenze: mi tengo in contatto telefonico con mio fratello e con una esterrefatta e impotente nipote di Brescia”.

A quel punto tutto precipita. “Il medico rientra e mi riferisce che mi avrebbero portata ad Urbino per un Aso. Un’agente mi domanda: Cosa hai fatto all’Università d’Ancona? Vengo caricata sull’ambulanza opponendo solo resistenza passiva. Arrivo al pronto soccorso e vi è un solo medico: lo stesso che un anno prima voleva sottopormi a esame psichiatrico per denunce anonime pervenute al 118, come attestato da una mia denuncia ai carabineri di Cantiano del luglio’08. L’agente dice al medico: ‘Il sindaco di Cantiano è in contatto con i vigili d’Urbino per l’ordinanza’. Risposta: ‘Ora che la signora è qui l’ordinanza non mi serve più’. Poi il medico si apparta pochi secondi mettendosi in comunicazione, tramite cellulare, con un altro medico, così intuisco anche se parla sottovoce. Dopo 4 minuti dal mio arrivo al Pronto soccorso mi rinchiudono in Psichiatria: solo alla consegna della cartella clinica saprò che 2 medici avevano chiesto il Tso, diagnosticando scompenso psichico” Il medico assente scrive: la paziente dichiara possibile episodio maniacale.

Tre anni dopo sarà il Tribunale di Urbino a restituire la verità dei fatti. Con il decreto numero 271 annullava il TSO del maggio 2009:

“palese illegittimità dell’ASO, in mancanza della necessaria ordinanza sindacale, travolge la legittimità di tutti gli atti successivi; il medico, nel proporre l’ASO, non ha riscontrato alcun sintomo psicopatologico. Ha dichiarato:in base a verosimili informazioni raccolte…L’alterazione psichica è stata quindi desunta da informazioni e non direttamente constatata; deve presumersi che i medici del P.S. non abbiano potuto denotare, con le generiche dizioni usate… la presenza di gravi sintomi psicopatologici, tali da porre in essere una situazione di pericolosità per sé o per gli altri e da giustificare la proposta di Tso”.

Per Patrizia il decreto è la prova tangibile che ha subito un sequestro di persona o quanto meno un abuso, un’ingiustizia. “Pensai che con il decreto l’incubo fosse finito. La mia sete di giustizia voleva sanzioni per tutti i prepotenti ignoranti coinvolti nel sequestro, ma soprattutto maturavo la convinzione di una azione collettiva alla Corte di Strasburgo perché a nessun altro potesse accadere quello che era capitato a me: deve cessare l’aberrante negazione dei diritti umani presente in ogni Tso. Ma l’avvocato di Roma sminuiva le mie richieste, consigliava un profilo basso. Intanto non erano mai cessate vessazioni e minacce da parte dei carabinieri e del sindaco di Cantiano, tanto che mi ero trasferita ad Urbino ma anche qui alcuni vigili avevano iniziato con sorrisi ironici a lanciare battutine sulla mia salute mentale e facevano velenosi riferimenti al Tso. Chiedevo: conscia dell’articolo 21 che reato commetto dichiarando d’essere stata sequestrata?”

L’incredibile storia non finisce qui. Il 31 agosto in piazza a Urbino Patrizia viene di nuovo prelevata per un secondo Tso. Ogni volta che in un luogo pubblico prova a discutere con le persone scattano i pregiudizi e le voci incontrollato sul suo presunto, quanto inesistente, disturbo mentale. “Molte persone erano presenti in piazza, tanto a Cantiano quanto a Urbino potrebbero testimoniare che stavo solo denunciando ingiustizie e lo facevo in modo civile, inusuale se volete, ma nulla era illegale e soprattutto non sussistevano elementi di sofferenza o pericolosità da giustificare il Tso. Temo altri assurdi Tso ma continuo e continuerò a denunciare quanto subito”.

Possibile che una persona debba vivere tutto questo da dieci anni? Possibile che la politica locale e le istituzioni diano credito a voci senza fondamento e non intervengono di fronte alla sentenza di un tribunale? Patrizia si è trovata al suo fianco gli studenti, soprattutto quelli riuniti nel Collettivo dell’Università Carlo Bo di Urbino. L’abuso del trattamento sanitario obbligatorio ha prodotto tanti altri casi, alcuni tragici come quello di Franco Mastrogiovanni che ha pagato con la morte le torture subite.

Giuseppe Manzo, responsabile comunicazione di Legacoopsociali

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4 Commenti a “Se il TSO diventa un sequestro di persona”

  1. Il Tso è un sequestro di persona. Il fatto che lo stesso non rilevi, se segue alcune procedure, per la legge penale non fa di quest’azione qualcosa di diverso da quello che è.
    Lo stupirsi di fronte a situazioni come quelli di Patrizia e parlare di abuso di tale strumento, è un modo di mistificare la “realtà” cercando di far passare l’idea che ci siano “buone” e “cattive” ragioni per costringere un essere umano, che non ha commesso alcun reato, ad essere privato della sua libertà e del controllo del proprio corpo e della propria esistenza.
    In tutti questi anni non ho mai sentito uno psichiatra affermare di aver compiuto un abuso nel praticare la coazione nei confronti dei propri utenti involontari. Nessuno dei medici e degli infermieri che hanno portato alla morte Francesco Mastrogiovanni ha mai manifestato il benché minimo dubbio circa la liceità delle proprie azioni, affermando di aver operato a “garanzia” della propria vittima.
    “Garanzia” è la parolina magica che unisce tutti coloro che praticano la psichiatria coercitiva: lo si fa sempre in scienza e coscienza e sempre a garanzia della persona.
    Di cosa sono condannabili i medici che sono intervenuti nella situazione di Patrizia ? Certamente di non aver applicato la procedure previste per legge. Ma se lo avessero fatto, il Tso avrebbe smesso di essere una violenza e un abuso per la donna che lo subiva ?
    Alla base di ogni TSO c’é una divergenza di opinioni fra chi lo subisce e chi lo dispone. La famosa “contrattazione” di cui parlano i fautori delle “buone pratiche” è una mera chimera o, nel migliore dei casi, una mistificazione che tende a confermare l’immagine “democratica” dell’operatore. In realtà ciascun utente dei servizi psichiatrici sa che non è, né sarà mai libero di scegliere ciò che è bene per lui, fino a che resterà “in cura” presso i servizi di salute mentale.
    Molti si vantano di aver ridotto il ricorso ai TSO nei propri Dipartimenti di salute mentale e pubblicizzano ciò come indicatore di una psichiatria consensuale e partecipata. In realtà il TSO serve meglio alla causa psichiatrica se non viene praticato (evitando di rimandare all’opinione pubblica un messaggio di violenza gratuita su esseri “vulnerabili”), piuttosto che se viene usato come minaccia mirata a piegare la volontà e il protagonismo dell’utente,
    Non ho bisogno di ricoverarti in TSO per convincerti ad accettare le cure, mi basta minacciare di farlo per ottenere la tua collaborazione. Non importa quanto violente, inumane siano le “cure” che mi imponi, io non potrò rifiutarle, né scappare fino a che non accetto la volontà dello psichiatra che mi ha in cura e accetto di essere “malato” che lui è un “medico” e che le cose che fa di e su di me siano delle “cure”.
    Stupirsi di quanto è accaduto a Patrizia, e che può capitare ad ognuno di noi, è non chiedere che il TSO venga abolito è un esercizio di malafede e/o incoscienza. Tanto quanto chiedere l’abolizione della contenzione fisica senza mettere in discussione l’istituto del TSO che la sottende, la giustifica e la rende inevitabile. Se è lecito trattenere in ospedale contro la propria volontà, le persone che rifiutano la “cure”, allora potrò usare a questo scopo tutti i mezzi necessari. E’ mistificante parlare di superamento della contenzione fisica se non si elimina il principio secondo cui è legittimo obbligare qualcuno a cure non richieste.

  2. si rimane sconcertati, almeno è quanto è successo a me, leggendo queste parole. vorrei spostare l’attenzione momentaneamente non tanto sull’ atto ‘volontario’ del paziente ma sulle garanzie che comunque il medico sia competente per ‘curare’ la persona. Risolto questo punto ho notato per esperienza diretta che la politica della ‘costrizione’ è attuata a diversi livelli terapeutici anche dagli infermieri stessi. Sul punto mi sovviene una domanda che così si pone: ma è possibile che dottori della mente unama e personale ritenuto qualificato per interagire con persone che hanno disturbi non abbiano diversi modi che il ‘ricatto’ per ‘ammansire’ un paziente ? Una persona che ha disturbi mentali soggiace a diverse priorità o meccanismi razionali che una persona ritenuta ‘normale’. Non sono i medici ed i paramedici a sbagliare modi di porsi nei confronti di queste persone? Se sai ‘comprarti’ la fiducia delle persone queste ti seguono come un cagnolino, senza tso senza ‘ricatti’. Ma lo ritengo troppo impegnativo da parte di tutti i sanitari comprendere che questo è il punto focale del discorso: non un medico che crede di sapere quello che prova il paziente, ma il paziente che insegna come comportarsi al medico.

  3. Assisto spesso sbalordito a un uso spregiudicato (e illecito) del TSO in tanti servizi di salute mentale. Il direttore di Vallo della Lucania, per esempio, a proposito della contenzione mortale subita dal maestro Mastrogiovanni dichiarò: “… era ricoverato in TSO e di conseguenza era lecito contenerlo..”. Altri psichiatri, che poco hanno studiato, dichiarano nelle loro certificazioni per chiedere l’ordinanza del sindaco che quella persona è : ”pericolosa per sé e per gli altri”, dimenticando che nel 1978 qualcosa di molto importante è cambiato. Accade poi che l’ordinanza del sindaco venga eseguita dalla polizia e dai carabinieri in assenza di operatori sanitari e senza una traccia di negoziazione, di vicinanza, di comprensione. E ancora nella quasi totalità dei servizi di diagnosi e cura si sbarrano le porte, si controllano le persone con le telecamere, in alcune situazioni ho potuto vedere guardie giurate armate. Ma perché? “… per poter ricoverare i TSO!” rispondono.

    Queste le pratiche.

    Non deve meravigliare poi che persone si battono per l’abolizione del TSO. Eppure tutti affermiamo che la legge 180 è preziosa, che ha cambiato radicalmente la prospettiva di vita delle persone con disturbo mentale, che è una legge che tutti ci invidiano.

    Come tutti sanno la legge 180, il cambiamento epocale che ha determinato, altro non è che la regolamentazione dei trattamenti sanitari volontari e obbligatori.

    La svolta avvenne il 13 maggio 1978, quando fu approvata la legge, il cui nome completo è “Norme per gli accertamenti ed i trattamenti sanitari volontari e obbligatori”. In seguito essa venne inserita nella legge n. 833 del 23 dicembre 1978, che istituì il Servizio Sanitario Nazionale. La legge 833, stabilisce un principio fondamentale: alla base del trattamento sanitario, deve esserci non più un giudizio di pericolosità e/o di pubblico scandalo ma prima di tutto il bisogno di cura di ogni singola persona. Il trattamento sanitario è di norma volontario e viene effettuato, come pure la prevenzione e la riabilitazione, nei presidi e nei servizi extra – ospedalieri operanti nel territorio. Ma tante volte, e Daniele ha ragione, non è così.

    Durante lo svolgimento delle pratiche per l’attuazione del TSO occorre fare ogni sforzo per ricercare il consenso alle cure da parte della persona, alla quale devono comunque essere garantiti i diritti di libera comunicazione e la possibilità di ricorrere al giudice tutelare contro il provvedimento. Anche altri, familiari e amici, possono ricorrere.

    Il Trattamento Sanitario Obbligatorio viene attuato presso qualsiasi struttura territoriale di salute mentale oppure anche a domicilio della persona. Nel caso in cui si reputi necessaria la degenza ospedaliera, il TSO viene eseguito negli Ospedali Generali, in genere presso i Servizi Psichiatrici di Diagnosi e Cura (SPDC) oppure nei reparti di degenza se sono presenti altre condizioni mediche che lo richiedono.

    La 180 fu pensata come una legge quadro. Nel senso che rinviava a un Piano Sanitario Nazionale le disposizioni attuative. Doveva essere perciò questo Piano Sanitario Nazionale a stabilire tutti “i criteri e gli indirizzi ai quali deve riferirsi la legislazione regionale per l’organizzazione dei servizi fondamentali e per l’organico del personale … le norme generali per l’erogazione delle prestazioni sanitarie, gli indici e gli standard nazionali da assumere per la ripartizione del Fondo Sanitario Nazionale tra le Regioni”. Accadde invece che le leggi regionali vennero formulate con gravi ritardi, in modo frammentario e spesso contraddittorio rispetto alla legge nazionale. Di conseguenza il Piano Sanitario Nazionale si realizzò tra innumerevoli lentezze, difficoltà e resistenze. Basti pensare che solo nel 1994 è stato emanato il primo Progetto Obiettivo Tutela Salute Mentale. Nel frattempo la legge 180 non fu aiutata né adeguatamente finanziata. In questa situazione, può essere ricordata a titolo esemplificativo la Regione Friuli – Venezia Giulia, che, come alcune altre, poche purtroppo, recepì pienamente le indicazioni della legge 180. E, con la legge regionale n. 72/23 dicembre 1980, diede avvio ad un profondo cambiamento.

    Attualmente, a fronte di una sempre maggiore regionalizzazione, cioè attribuzioni di competenze in campo sanitario ai governi regionali, la legge 180 acquista ancora più valore. Essa infatti stabilisce l’indirizzo generale e i margini di garanzia e di diritto che le leggi regionali devono salvaguardare.

    Un paio di decenni fa, quando l’Ospedale Psichiatrico era l’unica possibilità di trattamento, di frequente le persone subivano per lunghi periodi di tempo l’internamento coatto, cioè contro la loro volontà. L’intento era quello di salvaguardare la società e di fornire alle persone protezione e tutela. Custodia e cura. In questa situazione questi trattamenti non potevano avere successo: al contrario, essi causavano gravi danni derivanti dalla lunga istituzionalizzazione.

    Oggi l’approccio al disturbo mentale (anche severo) può essere completamente diverso: esistono trattamenti che riducono in maniera sostanziale i sintomi. Ed esistono i servizi territoriali che possono garantire assistenza e continuità terapeutica a tutte le persone, quale che sia la loro condizione economica. Oggi, se una persona viene obbligata al ricovero ospedaliero e/o al TSO, ciò deve avvenire operando affinchè nel più breve periodo si riducano i sintomi acuti e così possa essere dimessa e possa continuare la sua ripresa nel contesto familiare e sociale.

    Accade a volte che una persona non stia bene, rompa le sue normali relazioni, cambi le sue consuete abitudini, e pur non essendo affetta da un disturbo mentale grave, non si renda conto di avere bisogno di cure. In questo caso i familiari, gli amici, i conoscenti devono assolutamente ricorrere al servizio di salute mentale. Se la persona non si convince di aver bisogno di cure, è necessario far riferimento alle leggi per la salute mentale, che garantiscono la tutela della salute delle persone e l’avvio di un programma terapeutico. Anche obbligatorio, se del caso. E’ qui che si gioca il diritto alla salute e alle cure che tanto invochiamo. È l’articolo 32 della Costituzione. Tra diritto alla salute e rifiuto delle cure, la legge 180, il TSO, in tutta evidenza non è la soluzione. È soltanto un punto di massimo equilibrio possibile, estremamente contraddittorio, per garantire le persone e conservare possibilità nel momento di massima fragilità.

    Quando perciò i servizi non si muovono verso le persone, ascoltando, mediando, negoziando stanno ledendo un diritto.

    In certi paesi è sufficiente che uno o due medici certifichino la necessità delle cure perché abbia luogo il ricovero obbligatorio. In altri, bastano evidenti segni di comportamento pericoloso o bizzarro rilevato dalla polizia per portare all’ospedalizzazione coatta le persone, senza certificato medico ma soltanto per ordine della polizia. In altri ancora, le normative per la salute mentale si prestano a interpretazioni discordi che creano problemi alle persone, ai familiari e ai medici.

    E’ importante a questo punto sottolineare il fatto che, quando una persona viene ricoverata contro la propria volontà, ciò deve avvenire al solo fine di sottoporla a dei trattamenti sanitari urgenti, e non per altri motivi come ad esempio ordine pubblico, controllo sociale o difesa di interessi di terzi.

    In Italia la legge che istituisce il Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) prevede che la persona resti un cittadino e che conservi i diritti fondamentali previsti dalla Costituzione.

    La legge italiana prevede che il TSO venga proposto da un medico, non necessariamente uno psichiatra, che sia sempre convalidato da un medico del servizio pubblico (almeno uno dei due deve essere psichiatra), che la richiesta venga accolta dal Sindaco che dispone l’ordinanza di ricovero, comunicando e trasmettendo al Giudice Tutelare del tribunale competente il provvedimento entro 48 ore. La richiesta deve contenere precise motivazioni (e non pericoloso a sé …). Far cenno alla pericolosità da parte dei medici può costituire ragione di nullità dell’ordinanza stessa. La richiesta di TSO deve contenere la narrazione di tutti i tentativi messi in atto per ottenere il consenso della persona, la descrizione del contesto, le ragioni del rifiuto ostinato.

    Il giudice nel prenderne atto dovrà vigilare sulla corretta esecuzione del trattamento a garanzia dei diritti dalla persona in quanto a questa vengono temporaneamente limitate alcune le libertà personali. Il TSO non può durare più di sette giorni, fatto salvo che il medico non rinnovi la richiesta al sindaco.

    L’obiettivo è dunque quello di rendere il TSO una misura di carattere prevalentemente transitorio e comunque periodicamente controllata. In modo da evitare quell’abbandono terapeutico e giuridico delle persone, quell’isolamento in cui sfociava l’internamento manicomiale. Può accadere in molti Paesi, purtroppo anche in alcune zone di varie Regioni italiane, che i servizi si attivino con difficoltà e con lentezza nel prendere in carico una persona. La mancanza di ascolto, di contatto, di conoscenza porta talvolta a far dire che non si può fare altro che obbligare.

    Ma cosa non si è fatto prima?

    È utilissimo che tutti, specie le persone con esperienza, conoscano le disposizioni di legge. E sappiano che, anche se la persona non accetta nessuna visita medica che valuti le sue condizioni, esiste l’istituto dell’Accertamento Sanitario Obbligatorio (ASO) che permette di effettuare questa visita. Per richiedere un ASO basta la firma di un solo medico, che deve essere convalidata dal Sindaco. Comunque, ASO e TSO devono venire effettuati nei tempi più brevi e nei modi più adeguati possibili, cioè mettendo in atto tutte quelle strategie volte ad ottenere il consenso della persona, come la legge sempre prevede.

    E’ importante sapere che gli operatori dei servizi sono obbligati a effettuare la visita a casa. Bisogna evitare che la persona, rifiutando la visita oppure impossibilitata a spostarsi, resti abbandonata senza ricevere le cure di cui ha bisogno (e diritto).

    Le disposizioni di legge insomma offrono alle persone con l’esperienza, ai loro amici e alle loro famiglie strumenti per impedire che prepotenze delle psichiatrie “riduttive”, conflitti di competenze tra amministrazioni o irrigidimenti burocratici ritardino o addirittura impediscano l’attivazione dei servizi. O peggio rendano leciti e “normali” trattamenti lesivi dei diritti, della dignità, della propria singolare storia.

    Insomma se la scuola di Arzano è sgarrupata, devo sentire ancora di più l’urgenza di sostenere il diritto all’istruzione e alla scuola pubblica.

  4. detto anche carcere invisibile ma è carcere il tso a tutti gli effetti infatti hai la fedina penale compromessa emarginata non puoi piu fare domande di lavoro hai la vita distrutta al pari di una criminale ed è anche peggio del carcere il tso perchè viene offesa la persona con medicinali che se è un errore quel tso come nel mio caso che lo è la persona vittima di tso riporta addirittura lesioni fisiche che per risollevarsi dal turpe chimico ci vogliono anni e anni per uscire dal intossicazioni delle medicine che passano nei ospedali e ritrovare un equilibrio normale cosciente quindi non lo so se a parità di reclusione di errore sia forse meglio il carcere in quanto essendovi anche avvocati rendendosi conto del errore che è stato compiuto in quanto a un certo punto anche se è richiesto 20 giorni se la persona non né colpevole viene comunque scarcerata e poi certamente ci sarà un processo e hai diritti come tutti e non viene compromessa la salute cosa che invece in ospedale psichiatrico viene compromessa in maniera assolutistica senza replica anche se non c’è necessità di proseguire il tso continuano nel tenere reclusa una persona quindi sequestro di persona si dimenticano proprio che la persona è li reclusa in quel ambiente che diventa non piu sequestro di persona ma ergastolo perchè tenuta al interno una persona senza un vera concreta motivazione perchè non deve piu ragionare .quindi come si può definire una azione del genere su una persona che non fargli averei suoi diritti viene sequestrata la persona .quel tso li si chiama violenza criminalità perchè lo scopo era non far piu ragionare la vittima con la propria testa non accettatono di aver sbagliato invece nella reclusione classica c’è un possibile dialogo,possibile scelte per chiarire equivoci non compromessa la salute psichica che è basilare .e era interesse di chi ha chiesto il tso che non ci fosse via di uscita affinchè non potesse essere chiarito e affinchè la persona non avesse piu possibilità di ragionare di avere un processo cognitivo di pensare di parlare arrivare anche a togliere la parola questo si chiama violazione dei diritti umani inflitto a un cittadino qualsiasi da asl 5 .
    ho denunciato asl 5 ,per maltrattamenti lesioni sequestro di persona perchè non si puo sbagliare e persistere con rabbiosa tenacia è perseverando nel errori alienando la persona dalla società dalla ragione e non poter reclamare

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