Se si può, si deve.

di Livia Bicego 

L’articolo “Non più legare. Si può. Ne discutiamo?” pubblicato qualche giorno fa sul sito del Forum da Giovanna Del Giudice sul tema del “legare”, impone un’analisi approfondita del documento “Contenzione fisica in psichiatria: una strategia possibile di prevenzione emanato lo scorso luglio dalla Conferenza delle Regioni e delle Provincia Autonome.

 

Un primo aspetto critico è l’enfasi posta sulla “prevenzione”, termine che permea l’intero testo e che non a caso è già presente nel titolo. La condanna delle pratiche del legare non è chiara come dovrebbe.

Emerge qua e là il concetto di inevitabilità, sia pur in poche ed identificabili situazioni. La contenzione, in tutte le sue forme, è un approccio da condannare in modo inequivocabile in quanto privazione e lesione di diritti, atto antiterapeutico e anticura, fonte di complicanze e nocività, spesso terribile anteprima di esiti infausti. Non va prevenuta, ma evitata e basta.

 

Che la contenzione poi sia una questione sottovalutata e non indagata, in psichiatria come in geriatria, senza letture di carattere epidemiologico, ma culturale e organizzativo, è fatto indubbio. Non dobbiamo pensare di “porre limitazioni alla contenzione” o “introdurre criteri razionali nella sua gestione” semplicemente perché non esistono criteri razionali che la giustifichino… se non relazionali (e non si tratta di un errore di stampa).

La pratica della contenzione non solo avvalla e sostiene il pregiudizio della pericolosità, ma la determina in quanto fonte e ragione di assoluto risentimento, rabbia, aggressività, negatività, sfiducia nelle cosiddette cure e in chi le eroga.

 

Le Regioni e le Province Autonome avrebbero dovuto interrogarsi sulle culture e relative modalità operative con cui, in alcune realtà, si riesce a rinunciare e condannare da anni la contenzione in tutte le sue forme (meccanica, farmacologica ed ambientale).

Sulla scorta di queste risposte concrete di negazione delle pratiche del legare avrebbero dovuto chiaramente esprimersi con un: “se si può, si deve!”.

 

Al silenzio assordante che regna, alla critica assente verso le pratiche di contenzione, è giusto e doveroso contribuire con esami e valutazioni utili a definire una strategia di affrontamento. Alle Regioni e alle Province Autonome di questo va dato atto, ma non si può invocare una strategia di prevenzione; si può solo promuovere la condanna totale, la dissociazione e il fermo invito al contrasto.

La questione non è fornire raccomandazioni, ma strumenti di lotta alla cattive pratiche della contenzione. È necessario dotarsi di strumenti fondati su criteri organizzativi ed operativi di provata efficacia, nonché su approcci culturali e professionali nuovi, mirati al cambiamento ed al miglioramento dei processi di cura e di accoglienza delle persone.

Bisogna costruire percorsi di attenta lettura del disagio, espresso e inespresso, che può e deve essere (questo sì!) prevenuto e contenuto, facendo propria una cultura di ascolto focalizzata sui bisogni e sull’attuazione concreta delle relative risposte.

 

Dopo questa breve premessa, tento l’analisi di alcuni passaggi che mi hanno particolarmente colpita.

La contenzione non è un intervento di urgenza: se così fosse, sarebbero assolutamente assenti le contenzioni protratte. Un’evidenza di un tanto ci viene fornita dalla ricerca PROGRESS che ci rappresenta come, nel periodo indice considerato[1] risultano essere state contenute 113 persone (7%) su 1.507 dimesse, quasi 1/3 di queste erano persone con una permanenza protratta nella struttura di ricovero superiore ai 2 mesi.  È un dato che smentisce la tesi da più parti fortemente sostenuta: si legano le persone prevalentemente per interventi d’urgenza.

Allo stesso modo risulta altamente criticabile l’attribuzione di difficoltà relazionali a persone portatrici di specifiche patologie psichiatriche. Sarebbe come attribuire responsabilità di iperglicemia a persone portatrici di diabete scompensato. Senza per altro trascurare il fatto che i conflitti spesso sono un sintomo o la conseguenza non solo della patologia, ma soprattutto della qualità dell’accoglienza e delle cure ricevute!

Altro passaggio. E’ verosimile che la psichiatria (e volutamente non parlo di salute mentale!) sia spesso un contenitore aspecifico di diverse situazioni, ma ancor’oggi non ci è possibile immaginare un fare salute mentale senza prima accogliere e poi, eventualmente, indirizzare.

È importante sapere che la Regione Toscana proibisce il ricorso alla contenzione meccanica e norma e stabilisce tra le sue attività, quella di un’attenta azione di farmacovigilanza attraverso il monitoraggio delle prescrizioni farmacologiche. Sulla strada della chiarezza la segue in modo abbastanza netto la Regione Piemonte, ma per il resto prevale il compromesso, la mediazione o, peggio, il silenzio.

Verrebbe da chiedersi: di fronte a quale altra questione fonte di malattia, tragiche complicanze e negazione di diritti fondamentali, i diversi assessorati alla salute si sarebbero comportati così?

Non sarà che i cittadini/persone destinatari di pratiche di contenzione sono spesso “fragili” sotto molteplici aspetti, incluso quello di costituire un bacino elettorale insignificante e quindi di scarso rilievo agli occhi dei politici/amministratori?

 

L’effetto della contenzione è devastante a qualsiasi età. Ma amministratori, politici, professionisti e tecnici si sono mai interrogati sulle conseguenze quando all’età viene sommata la compromissione della prospettiva del proprio futuro, della crescita, dell’evoluzione verso una visione solida del proprio destino? Mi riferisco alle contenzioni subite da giovani donne e giovani uomini, spesso ragazzini e ragazzine.

La contenzione conferma e determina il pregiudizio dell’incurabilità e dell’inguaribilità che, proprio nella fase dell’età evolutiva e verso genitori, sorelle, fratelli… si impone e si imprime con tutto il peso dello stigma indelebile di sfiducia e visione negativa verso il futuro.

La contenzione rende impossibile qualunque cura poiché è incompatibile con un percorso terapeutico declinato sulle caratteristiche del soggetto, sui suoi bisogni, desideri, attitudini e competenze, tanto più se durante la fase di crescita e di sviluppo.

 

Non possiamo più parlare di gradualità del superamento della pratica di contenzione dopo quasi 40 anni dall’inizio del processo di deistituzionalizzazione. Questo è davvero ridicolo se non fosse offensivo verso le tante persone che soffrono per problemi di salute mentale e che vedono, quotidianamente, sovrapporsi a tali sofferenze quelle legate a pratiche inaccettabili.

Tra l’altro, il miglioramento continuo della pratiche di salute mentale, se di scienza volessimo parlare, non può ignorare le molteplici evidenze sugli effetti nocivi e antiterapeutici delle pratiche di contenzione.

La gente è stanca, sfinita, arrabbiata e pertanto non accetta più la gradualità del superamento. Cresce sempre più la consapevolezza dei propri diritti e della possibilità che si può fare senza e, se si può, si deve fare senza. Queste affermazioni non sono astratte quando sostenute da pratiche e organizzazioni efficaci e possibili.

Nelle realtà dove le pratiche psichiatriche assistenziali sono state caratterizzate dalla condanna della contenzione in tutte le sue forme, si è assistito ad un allargamento della questione ad altri ambiti di cura come ad esempio quello rivolto alle persone anziane in condizioni di fragilità e di istituzionalizzazione.

 

Viene ancora da chiedersi, alla fine di queste riflessioni, se già fornire raccomandazioni possa equivalere a legittimare, sia pur minimamente,

se un reato possa essere autorizzato, sia pur di rado,

se un professionista della salute possa avvallare una pratica inefficace e nociva,

se possa accettare di essere un sorvegliante, un secondino, un controllore sociale, se sia davvero questo il suo ruolo,

se possa coprire, subire e compensare vuoti di risorse umane e limiti organizzativi, pur sapendo che si può fare diversamente e meglio.

E se sa che si può, che è possibile, può accettare ancora “raccomandazioni” per “prevenire” con “gradualità” le cattive pratiche?

Logica vorrebbe che, anche in salute mentale, se si può, si deve.

Non è più tempo di aspettare.

 

 


[1] Nella fase 2 del Progetto Progres Acuti si è proceduto alla valutazione delle persone ricoverate, accolte, dimesse e con permanenza protratte (> 60 gg.) e delle strutture di ricovero campionate (30% dei SPDC, le CPU, i CSM 24 ore, i Centri crisi, le case di cura convenzionate e non). Le persone dimesse venivano intervistate dagli/lle Assistenti di ricerca, il questionario conteneva alcune domande relative alla contenzione fisica in senso alto (camerini, cinghie, ecc.).

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Un Commento a “Se si può, si deve.”

  1. Il giorno in cui mia figlia impazzì – Una storia vera
    di Michael Greenberg, Rizzoli editore.
    Marta Ajò
    La protagonista di questo racconto-romanzo ha un nome: Sally.
    “A quindici anni è una ragazzina solo un poco diversa da tutte le altre. La sua casa a New York, nel cuore concitato e bohémien del Greenwich Villagge: ha un padre scrittore freelance che naviga a vista tra un lavoro e l’altro e una madre che vive lontana, sensibile al fascino della New Age. E poi la scuola, gli amici, la passione per la poesia coltivata nelle notti che sempre più spesso trascorre insonne nel loft di Bank Street solo con i suoi libri e i suoi complicati pensieri…”

    Così l’autore ci introduce nel quotidiano di sua figlia Sally; in una sorta di normalità in cui molti potrebbero riconoscersi, salvo per quella sua tendenza all’isolamento e alla meditazione nelle ore del riposo notturno.
    Un segnale d’allarme che se non fosse preceduto dal titolo del libro, avremmo anche potuto ignorare.
    Ed infatti Michael Greenberg, autore ma anche padre di Sally, ci introduce in un mondo invisibile, in cui nessuno può immaginare che quelle notti e quei pensieri febbrili, che si fanno via via più intricati e difficili da governare, siano l’inizio di un viaggio precipitoso e terribile, che nel giro di pochissimo tempo, strapperà questa adolescente al suo mondo e ai suoi affetti, per confinarla, delirante ed estranea perfino a se stessa, nella stanza del reparto psichiatrico di un grande ospedale.

    Questa la sintesi.
    Ma l’autore si sforza di sostanziare la vicenda tragica di Sally, con i immagini e percorsi che si muovono intorno a lei, che a sua volta si mostra a loro indifferente ed ostile, in una teatrino senza sceneggiatura né regia, che non sia quella dettata da lei e dalla sua mente.
    Ognuno dei cooprotagonisti rivela la propria impreparazione ad affrontare l’emergenza; la disponibilità affettiva è inficiata dall’impossibilità di una normale conversazione; del comunicare e del fare sulla base della norma di vita; sulla differenza di interessi intellettuali; sulla paura della perdita di una persona viva che spaventa più di quella data da una persona morta.
    Perché la morte fisica è una regola e come tale sappiamo che, prima o poi vi dobbiamo soggiacere e soprattutto e comunque siamo obbligati ad accettare. Ma la morte della mente, mentre il corpo ogni giorno, ogni minuto, ti ricorda che c’è e che esiste, è un’agonia che difficilmente si riesce ad accettare e a sacrificarsi ad essa.
    La cronaca è piena di casi familiari in cui, e non sono solo casi estremi, i parenti più stretti divengono le vittime sacrificali di questi malati; rifiutati nella società, relegati in luoghi che dovrebbero essere preposti al miglioramento delle loro condizioni di salute, ma spesso totalmente inadeguati ad un vero recupero; la mancanza del numero sufficiente di strutture, di leggi adeguate o mal gestite ed applicate, obbliga i familiari ad accollarsi l’assistenza di questi malati.
    La famiglia va dunque a sostituire, in modo inadeguato, quello che la società e le sue istituzioni non riescono a garantire. Ma il limite di questo nucleo, al di là dell’affetto e della buona volontà, è quello di non essere in grado di dare assistenza medica e terapeutica.

    Prima considerazione: le famiglie sono mutate ed il nucleo d’origine è sempre più ridotto all’essenziale.
    Le realtà patriarcali di una volta, in cui un malato mentale si “spalmava”, in definitiva, in un sostegno condiviso e quindi maggiormente sopportabile da ciascun membro, oggi non esistono più e sono quasi sempre padri o madri ad accollarselo, in un stato di solitudine e di vergogna che li porta a condividere la patologia del congiunto fino all’estremo, divenendo essi stessi patologici per empatia, o quando, come spesso accade, non finisca in tragedia.

    Sally, per chi legge, non è che la rappresentazione, tra romanzo e verità, di una delle tante persone che soffre di patologie psichiatriche e che le stime europee danno come oltre 50 milioni mentre, solo in Italia si è parlato di 4 quattro milioni e mezzo, (cifre forse destinate a crescere con gli ultimi aggiornamenti) di individui con disturbi mentali.
    Individui che devono fare i conti oltre che con la propria malattia, anche contro lo stigmatizzazione della società che tende ad allontanarli e rifiutarli; a non considerarli individui a tutti gli effetti ma ectoplasmi di loro stessi, a considerali “come se non ci fossero”, inesistenti o invisibili.

    Un atteggiamento che deriva certamente dalla paura, oltre che dal rifiuto dei disturbi psichici, una paura collettiva che diventa in qualche modo anch’essa comportamento patologico; che tende a produrre stereotipi e comportamenti negativi e indirettamente violenti, come l’emarginazione sociale e culturale.
    E d’altronde le società hanno sempre emarginato e condannato il malato di mente, considerandolo un diverso e pericoloso, inadatto ad inserirsi in un cosiddetto equilibrio sociale già difficile da gestire nelle sue diversità.
    La storia anche più recente, conferma purtroppo questo atteggiamento; basti pensare in tempi non troppo lontani, fra gli sventurati destinati ai campi di sterminio tedeschi, non vi erano solo ebrei,come individui “diversi” dalla società legale e dalla razza ariana, pura e perfetta, ma anche altri “diversi” come i gay, i rom e i malati di mente.

    Per quanto la scienza e la medicina, nel corso degli ultimi anni abbiano cercato di dare risposte sempre più innovative da un punto di vista scientifico e farmacologico, le metamorfosi della mente rimangono ancora misteriose e come tali difficili da capire ed accettare.
    E’ il mondo che appartiene a questi individui, che li rende diversi e inaccessibili, come se vivessero in un mondo a noi invisibile.
    Il linguaggio in cui essi si esprimono, la gestualità non comune, le idee che manifestano, gli obiettivi che si danno o che non si danno affatto, appartengono a qualcosa che a noi non appartiene, in quanto membri di un mondo codificato ed organizzato: chi esce da queste regole, non può esistere.
    Razionalizzare la differenza che esiste oggettivamente e non soggettivamente tra la cosiddetta “normalità” e la codificata “anormalità”, rende spesso difficile distinguere tra gli individui malati da altri considerati comunemente sani. Le etichette spesso mal si adattano alla caratterialità dell’individuo in quanto tale.
    La sua unicità è fatta di comportamenti, di come concepisce il tempo, di come affronta il quotidiano, di come progetta il futuro, di come percepisce, in assoluto, il senso della vita.

    Quando Sally inizia a vaneggiare esplicitando comportamenti di onnipotenza, a stabilire che lei non è che un puntino della genialità che è in lei e che riconosce in alcuni individui che incontra o che cerca, insegue un suo percorso interiore che non corrisponde a nessuno degli schemi seguiti dai suoi familiari e dal contesto sociale; il suo modo di esprimersi e usare il linguaggio diviene autoreferenziale lasciando basito chi la circonda.

    Disturbo bipolare, diranno i medici.
    Ma un’etichetta non basta a capire, se capire si può. Sally inizia questo viaggio non dormendo la notte, perché il sonno è uno dei primi sintomi ad attivarsi nei disturbi mentali; un tempo di veglia troppo lungo che conduce spesso alle fasi maniacali, che diversamente dalla depressione spinge chi ne soffre ad avere un umore particolarmente euforico con stati di esaltazione in cui sembra tutto possibile e raggiungibile. Questo è un’elemento di forte pericolosità, quando non pone freni alle capacità reali del proprio corpo e delle proprie azioni. E i pensieri si accavallano ad un ritmo difficilmente contenibile. La mancanza di sonno, come quella dell’appetito, non è altro che la manifestazione di un non bisogno sostituito dalla sensazione di poter fare qualsiasi cosa, commettendo spesso azioni compulsive; una forza delirante che priva il corpo dei bisogni necessari perché si nutre dei bisogni della mente e della propria energia mentale: fattasi malattia.

    Spinoza diceva che “la vitalità è la virtù più pura, l’unica virtù. Lo sforzo di autoconservazione è la qualità assoluta condivisa da tutti gli esseri viventi”.
    Cosa succede, però, quando la vitalità diventa così potente che la virtù spinoziana si inverte, e una persona, invece di sopravvivere e prosperare, è indotta a mangiarsi viva?
    Ed infatti, molte patologie psichiatriche s’incrociano con i sintomi dell’anoressia che è carica di vitalità distruttiva che porta il corpo, privato dell’alimentazione necessaria, a consumarsi e nutrirsi degli organi interni; essa spesso non è che alternanza ad altri sintomi psicotici.

    “ All’improvviso Sally si scosta da me, balza in piedi e inizia a percorre l’appartamento a grandi passi….E parla, o, meglio dire, sputa parole dalla bocca come una bottegaia che con la scopa caccia la polvere fuori dalla porta del negozio. C’è gente che l’aspetta, dice, persone che dipendono da lei, …non può deluderle, deve andare subito da loro…”
    “Sally si divincola da noi rifugiandosi nell’angolo più lontano dell’appartamento…”.

    Nelle crisi di maggiore disperazione, quasi tutti questi malati, che hanno la percezione della loro “unicità incondivisibile”, tendono a scappare da quello che rappresenta la normalità, cercando un rifugio dove nascondersi, dove possono ricavare una tana che rappresenti la difesa del loro mondo invisibile. Può essere un angolo, un tavolo o il retro di un divano.
    Quella è la soglia, il limite invalicabile a cui è impedito l’accesso agli altri, e al loro mondo visibile e nemico.

    L’impossibilità di trovare un comune spazio vitale, conduce spesso alla disperazione ed ad un senso di vuoto che può indurre al suicidio.
    L’impreparazione degli “altri” a questi eventi è così forte che diventa difficile cogliere questi momenti, accettarli ed affrontarli. Anche il padre di Sally resta sconvolto ma cerca di dare sempre spiegazioni razionali ai comportamenti della figlia che lo rassicurino; mentire a se stessi sulla gravità di queste patologie spesso è d’aiuto a sopportare quella che è una vera e propria tragedia per il malato e la sua famiglia.
    “Divenni il suo alleato; peroravo instancabilmente la sua causa con gli insegnanti, con gli altri genitori, con i nostri stessi parenti, sconvolti dall’abisso tra come lei vedeva il mondo e come lo vedevano tutti gli altri…Non è forse la dimostrazione che Sally ha accesso a quella regione elevata della mente di fronte alla quale noi possiamo solo restare sgomenti…?”
    E il padre di Sally compie ancora e suo malgrado la rimozione della malattia della figlia, come tendono quasi tutti coloro che sono legati da legami affettivi al malato; un malato intelligente, sensibile e furbo, che riesce spesso a dare nobiltà intellettuale ai propri ragionamenti, al limite della genialità, in cui è facile confondersi, nel tentativo, inutile, di applicarsi ad una logica malata.
    In altri casi, tuttavia, la fase maniacale non è caratterizzata da umore euforico, bensì “disforico”, ovvero da un senso costante di rabbia verso le ingiustizie che il malato pensa di avere subito, stati d’intolleranza, irritabilità e, spesso, vera e propria aggressività. Le conseguenze delle proprie azioni non vengono valutate da chi le produce; inoltre il malato tende a dare spiegazioni ai suoi comportamenti, di cui conserva una percettibilità latente, incolpando altri del proprio stato (d’altra parte modalità simili sono riscontrabili anche in atteggiamenti di persone non definite patologiche e probabilmente vissute in tempi precedenti la malattia stessa); una ricerca di uno o più capri espiatori su cui convogliare il proprio disagio mentale e la percezione latente di non uscire dal vortice della malattia.
    “E’ agitata, infastidita…mi rivolge uno sguardo di rara violenza…con il sandalo tira un calcio fortissimo a un bidone….mi fissa con i pugni stretti lungo i fianchi…Penso, e non per la prima volta, che non sono in grado di gestire una figlia…”.
    “Mi tuffo davanti a lei e lei mi spintona contro il muro. Ha una forza sorprendente…scatti convulsi di energia le fischiano dentro come un venti di tempesta. Mi getta a terra, mi strappa via gli occhiali, mi affonda le unghie nel viso fino a farmi sanguinare…Sally si divincola da noi rifugiandosi nell’angolo più lontano dell’appartamento”.
    Eppure dietro ogni atto, anche il più incomprensibile ed inconsulto, esiste un disperato “Perché è successo a me? Perché a me?”.
    Davanti alle forme di violenza con cui spesso si esprime un sofferente psichiatrico, le persone che lo circondano restano prive di ogni logica spiegazione e restano prede della paura fisica e mentale. Anche il padre di Sally, tenta di scacciare la consapevolezza che sua figlia possa fargli del male. Cerca spiegazioni ai suoi gesti; si rivolge agli effetti della droga, che inconsciamente lui spera abbia assunto per giustificarla. La difficoltà di questi rapporti spesso si consuma in modo omertoso nelle famiglie, come una cosa di cui vergognarsi e per cui nessuno è disponibile ad offrire aiuto.
    I componenti della famiglia di Sally, si sentono tutti inadeguati.
    Lo stesso fratello dichiara con semplicità al padre. “Sono sollevato di non esserci io, chiuso qui dentro, e mi sento in colpa perché mi sento sollevato. Vorrei sapere cosa fare per lei.”
    L’affetto non basta ad accettare il sovvertimento della norma. Le persone, che si attengono ad esse fin dalla più tenera età, scuola, lavoro,leggi ecc., hanno difficoltà a recepire quella diversità; la possibilità di allontanarsene trasforma in un fossato il desiderio di avvicinarsi a quel mondo invisibile di cui uno solo ha le chiavi del castello. Quando il ponte levatoio viene aperto, è possibile accedervi, ma quando si pensa di averlo attraversato e il padrone del luogo lo alza, lasciando cadere ogni possibilità d’incontro, a quest’incontro volentieri ci si sottrae.
    Ma non sono solo i familiari a sfuggire all’imbrigliamento dell’invisibile, che l’affetto avvolge come una spirale; non esiste neanche una complicità di “casta”.
    Gli incontri che avvengono negli ospedali psichiatrici, in cui i malati riescono, nei casi meno gravi, a trovare una complicità fra loro che li induce a guardare il mondo “altro” con una sorta di intesa superiorità, in cui riescono anche a fare gruppo e condivisione o scambio di “interessi” raggiungibili solo fra di loro, lasciano al contrario una sorta di annientamento fra i parenti; invisibili non solo al mondo esterno ma fra loro stessi e tra essi e i parenti degli altri malati.
    Quando l’autore saluta le dimissioni di un altro giovane paziente, di cui ha condiviso i problemi con i familiari scrive: “Né io né lui suggeriamo di tenerci in contatto. Una conoscenza occasionale che nasce in un reparto psichiatrico non esce da quelle mura”.
    Anche se fino a pochi giorni prima quel ragazzo era uguale ed insieme a Sally; ed i familiari parlavano ed interagivano fra loro, con gli altri parenti; considerandosi interlocutori alla pari; gli invisibili, in quanto tali, erano ignorati.
    “Abbasso la voce per non disturbarla, poi mi rendo conto di essere l’unico a prendersi la briga di farlo. Nessun altro nella stanza la considera minimamente. Una tristezza come questa non ha orecchie. Non può essere disturbata. Non ha niente a che fare con la malinconia e neppure con il lutto, che per lo meno sono emozioni immaginabili”.
    L’Autore confessa che per tutta una prima fase del manifestarsi della malattia, egli ha cercato una spiegazione che lo convincesse; fino ai limiti della sublimazione di quella mente devastata il cui linguaggio incomprensibile avrebbe anche potuto essere considerato come il senso e lo sviluppo, di un’ espressione dell’elevatezza della sua anima; una superiorità che poteva essere considerata patologica solo da chi non l’avesse compresa.
    Egli s’inoltra sempre più nei meandri della malattia, nelle farraginose macchine della medicina; nei rapporti umani. Sa che sua figlia potrebbe uscire all’improvviso dal tunnel o precipitarvi per sempre. E’ solo questione di tempo; un tempo che sembra un’eternità.
    “Qualcosa nel suo tono ha attirato la mia attenzione: la modulazione della voce, la sua schiettezza tranquilla: misurata e con un calore che non sentivo più da mesi. Gli occhi le si sono addolciti. Mi riprometto di non farmi ingannare. Eppure il cambiamento in lei è innegabile.”
    “E’ come se fosse successo un miracolo. Il miracolo della normalità. Dell’esistenza ordinaria. Mi lascio guidare da Sally e mi comporto come se non fosse accaduto niente di strano. E si direbbe proprio che per lei non sia accaduto niente di strano: sembra inconsapevole del cambiamenti”.
    “E’ come se avessimo vissuto in una favola per tutta l’estate. Una ragazza bellissima è trasformata in una pietra comatosa, o in un demonio. Le strappano le persone care, il linguaggio, tutto ciò che era suo. Poi l’incantesimo si spezza e lei si risveglia, “sorpresa di avere gli occhi”.
    Ma i miracoli non si compiono con tanta facilità.
    E l’autore, che non vuole dare lezioni di sostegno per famiglie con pazienti psichiatrici a carico, ma ha semplicemente raccontato la sua storia (o meglio quella di sua figlia Sally); non ha voluto ergersi a giudice dei comportamenti; non ha tentato di indicare scorciatoie o terapie perseguibili.
    Alla fine del racconto, molto delicatamente, ma inevitabilmente avverte il lettore che il percorso di questa ragazza sventurata come altri, ha conosciuto da allora solo soste e mai definitive: si è diplomata a pieni voti; ha studiato; ha subito un altro ricovero;si è innamorata e si è sposata; si è riammalata e separata; e, ci informa Greenberg, si è messa infine a lavorare in una panetteria dove si è specializzata in un tipo di biscotti.
    I biscotti della sua creatività, del suo mondo, della consapevolezza di dover combattere contro un demone affilando le sue uniche armi: armi invisibili sotto forma di biscotti visibili.

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