Sentenza Corte Costituzionale 139/82

SENTENZA N. 139

ANNO 1982

 

REPUBBLICA ITALIANA

IN NOME DEL POPOLO ITALIANO

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

composta dai signori Giudici:

Prof. Leopoldo ELIA

Dott. Michele ROSSANO

Prof. Guglielmo ROEHRSSEN

Avv. Oronzo REALE

Dott. Brunetto BUCCIARELLI DUCCI

Avv. Alberto MALAGUGINI

Prof. Livio PALADIN

Prof. Antonio LA PERGOLA

Prof. Virgilio ANDRIOLI

Prof. Giuseppe FERRARI

Dott. Francesco SAJA

Prof. Giovanni CONSO

ha pronunciato la seguente

 

SENTENZA

 

nei giudizi di legittimità costituzionale degli artt. 204, cpv, 205 cpv, n. 2, 215, 222, comma primo, e 231 cod. pen. (Misure di sicurezza) promossi con le ordinanze emesse il 21 aprile 1976 dal giudice istruttore del Tribunale di Firenze, il 30 giugno 1976 dal giudice istruttore del Tribunale di Siena, il 30 agosto 1976 dal giudice di sorveglianza del Tribunale di Frosinone, il 30 ottobre 1976 dal giudice istruttore del Tribunale di Firenze, il 29 novembre 1976 dal Pretore di Monza, il 27 ottobre 1977 dal giudice istruttore del Tribunale di Bologna, il 18 febbraio 1978 dal giudice istruttore del Tribunale di Pisa, il 20 maggio 1978 dal giudice di sorveglianza del Tribunale di Roma, il 7 dicembre 1978 dalla Sezione di sorveglianza di Bologna, il 29 ottobre 1979 dal giudice istruttore del Tribunale di Milano, il 16 novembre 1979 dal Tribunale di Como, il 4 febbraio 1980 dal giudice istruttore del Tribunale di Milano, il 23 febbraio 1980 dal giudice istruttore del Tribunale di Pisa, il 25 febbraio 1980 dal Tribunale di Roma, il 27 maggio 1980 dal giudice istruttore del Tribunale di Milano, il 25 giugno 1980 dal Pretore di San Donà di Piave, il 29 settembre 1980 dal giudice istruttore del Tribunale di Milano, il 4 settembre 1980 dal giudice istruttore del Tribunale di Pisa, il 20 dicembre 1980 dal Pretore di Pieve di Cadore, il 21 marzo 1981 dal Pretore di Pisa, il 20 maggio 1981 dal giudice istruttore del Tribunale di Grosseto e il 29 maggio 1981 dal Tribunale di Venezia, rispettivamente iscritte ai nn. 480, 582, 638 e 723 del registro ordinanze 1976, ai nn. 68 e 584 del registro ordinanze 1977, ai nn. 370 e 480 del registro ordinanze 1978, ai nn. 372 e 966 del registro ordinanze 1979, ai nn. 68,192,360,367,519,658 e 896 del registro ordinanze 1980 ed ai nn. 11, 90, 360,480 e 573 del registro ordinanze 1981 e pubblicate nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica nn. 239, 267 e 321 del 1976, nn. 10 e 100 del 1977, nn. 60 e 293 del 1978, nn. 10 e 189 del 1979, nn. 57, 92, 138, 173 187, 263 e 311 del 1980 e nn. 70, 77,117, 276, 297 e 338 del 1981.

Visti gli atti di costituzione di Capobianco Luigi e di Prada Pierantonio e gli atti di intervento del Presidente del Consiglio dei ministri;

udito¬†nell’udienza pubblica del 10 febbraio 1982 il Giudice relatore Alberto¬†Malagugini;

uditi¬†l’avv. Vincenzo¬†Ferrari¬†per¬†Prada¬†Pierantonio e l’avv. dello Stato Franco¬†Chiarotti¬†per il Presidente del Consiglio dei ministri.

 

Ritenuto in fatto

 

1. – Con ordinanza emessa il 21 aprile 1976 nel procedimento penale a carico di Giacinti Armando, imputato di furto aggravato, il giudice istruttore presso il Tribunale di Firenze sollevava d’ufficio questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 204, secondo comma e 222, primo comma,¬†c.p., assumendone il contrasto con gli¬†artt. 3, primo comma, 111, primo e secondo comma e 27, primo comma della Costituzione (r.o.¬†480/76).

Premesso che da una perizia psichiatrica all’uopo disposta era¬†risultato¬†che l’imputato (reo confesso) era al momento del fatto totalmente incapace di intendere e di volere, e che peraltro il perito aveva escluso che attualmente egli fosse persona socialmente pericolosa, il G. I.¬†rilevava che se ne sarebbe dovuto ordinare il ricovero in manicomio giudiziario in base ad una pericolosit√† sociale presunta per legge (artt. 204 cpv. e 222, primo comma¬†c.p.). Peraltro, osservava ilG.I., con la sentenza 110 del 1974 la Corte ha riconosciuto al giudice il potere di revoca delle misure di sicurezza – ove sia accertata la cessazione dello stato di pericolosit√† – anche prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge.¬†Dopo tale sentenza, il potere di revoca non √© quindi pi√Ļ, come per il passato, di natura eccezionale, n√© pu√≤ pi√Ļ prescindere dalla cessazione dello stato di pericolosit√†. E d’altro lato, ad¬†essa¬†”consegue che la predeterminazione del periodo minimo di ricovero in un manicomio giudiziario (art. 222, comma primo, c.p.) non pu√≤ basarsi sulla opportunit√† che il giudizio sulla pericolosit√† sia sottoposto a ripetute verifiche in istituti specializzati e non dipenda dal parere di un singolo perito (come aveva ritenuto la Corte con le¬†sentenze n. 68 del 1967¬†e¬†n. 106 del 1972). A prescindere dal rilievo che, secondo l’art. 202¬†c.p., lo stato di pericolosit√† √© il presupposto della misura di sicurezza e quindi l’irrogazione di questa non pu√≤ avere il fine di verificare l’esistenza di quello, risulta infatti chiaro, dopo la citata¬†sentenza n. 110 del 1974, che si pu√≤ fare a meno delle verifiche suddette o di alcune di esse e disporre la revoca anticipata della misura di sicurezza proprio sulla base di una singola perizia o comunque di accertamenti protratti per un periodo di tempo inferiore a quello corrispondente alla durata minima prevista dall’art. 222¬†c.p.. Se cos√¨ √©, non si vede perch√© debba comminarsi la misura di sicurezza, qualora sia accertato in concreto che il malato di mente non √© pericoloso per poi revocarla anticipatamente, magari poco tempo dopo l’irrogazione”.

Di qui, ad avviso del giudice¬†a quo, il contrasto con l’art. 3 primo comma Cost. delle norme suddette, in quanto irragionevolmente assoggettano ad un identico trattamento il soggetto pericoloso e quello di cui sia¬†accertata¬†la non pericolosit√† prima della comminatoria della misura di sicurezza.

D’altra parte, “stante la natura di sanzioni penali” delle misure di sicurezza, ad¬†esse¬†dovrebbe ritenersi applicabile, secondo il giudice¬†a quo, il principio della personalit√† della responsabilit√† penale di cui all’art. 27, primo comma,¬†Cost.: e con questo contrasterebbe il ricollegare tali misure ad uno status presunto, e non concretamente accertato, di pericolosit√† criminale.

Le norme in questione contrastano anche, ad avviso del G.I. con gli¬†artt. 13 e 111¬†Cost.,¬†che impongono l’obbligo di motivazione dei provvedimenti giurisdizionali, ed in particolare di quelli relativi alla libert√† personale. Tale obbligo¬†infatti, per la funzione di garanzia (sentenza n. 1/1971) che √© propria della motivazione, anche al fine di rendere pi√Ļ penetrante ed efficace il sindacato sul provvedimento, non pu√≤ che significare obbligo di motivazione razionale, cio√® articolata attraverso una serie di argomenti logicamente coerenti. Ed esso non potrebbe essere soddisfatto nel caso di specie, perch√© nella sentenza di proscioglimento per difetto¬†di¬†imputabilit√† si dovrebbe – per la presunzione assoluta posta dalle norme impugnate – irrogare la misura di sicurezza, pur essendo questa, secondo l’art. 202¬†c.p., applicabile soltanto alle persone socialmente pericolose e pur dovendosi far menzione, nella motivazione, della perizia medico – legale che ha accertato la non pericolosit√† dell’imputato.

2. – Un’analoga questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt¬†204 e 222 c.p.¬†veniva¬†sollevata d’ufficio, con ordinanza del 30 giugno 1976, dal G. I.¬†del Tribunale di Siena nel corso di un procedimento penale per i reati di cui agli¬†artt. 521 e 527 c.p. a carico di Sasselli Lino (r.o.¬†582/76).

Premesso che l’obiettivit√† dei fatti appariva sufficientemente provata e rilevato che una perizia psichiatrica aveva accertato che l’imputato era al momento del fatto totalmente incapace d’intendere e di volere e che non era, peraltro, socialmente pericoloso, il G. I.¬†osservava innanzitutto che all’ammissibilit√† della questione non pu√≤ ostare l’asserita illegittimit√† della perizia che abbia valutato la pericolosit√† sociale dell’incapace per infermit√† psichica, trovando tale asserzione “la sua radice nella stessa norma di cui si eccepisce l’incostituzionalit√†”.

Richiamate poi le sentenze di questa Corte (19/1966¬†e¬†68/1967)¬†con cui sono state ritenute compatibili con l’art. 13,secondo comma, Cost. le ipotesi di pericolosit√† presunta previste dal codice – peraltro con il limite della “ragionevolezza” della scelta del legislatore, in base al quale √© stata esclusa la legittimit√† dell’art. 224¬†c.p.:¬†sent. 1/1971 – il giudice¬†a quo¬†riteneva che il suddetto indirizzo dovesse essere sottoposto a nuovo esame, alla luce di un’evoluzione normativa che tende sempre pi√Ļ¬†ad¬†adeguare gli strumenti punitivi alla personalit√† del reo (affiancando ovvero sostituendo la cura medica o la rieducazione sociale alle sanzioni tradizionali) e che quindi postula “una concettuale impossibilit√† di applicazione delle misure di sicurezza detentive indipendentemente da un concreto accertamento sulla personalit√† del reo”.

Ma, ad avviso del giudice¬†a quo, le norme di cui agli¬†artt. 204 e 222 c.p. contrastano anche con l’art. 3¬†Cost.:¬†sia perch√© prevedono un uguale trattamento per situazioni diverse, quali le diverse infermit√† o le differenze soggettive nell’ambito di una stessa infermit√†; sia perch√© sarebbe irragionevole stabilire una presunzione di pericolosit√† in base a criteri probabilistici, o statistici, o di comune esperienza, laddove √© possibile caso per caso un riscontro scientifico della pericolosit√†.

3. – Con ordinanza in data 30 agosto 1976 il giudice di sorveglianza del Tribunale di¬†Frosinone, decidendo sulla richiesta¬†di¬†applicazione della misura di sicurezza del ricovero in manicomio giudiziario di¬†Capobianco¬†Luigi – prosciolto in quanto non imputabile per totale infermit√† di mente dal reato di cui all’art. 582 c.p. – sollevava questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 204, secondo comma e 205, secondo comma e 222, primo comma c.p.¬†in relazione agli¬†artt. 3, primo comma e 24, secondo comma Cost. e, per l’art. 222,primo comma, anche in relazione all’art. 32 Cost. (r.o.¬†638/76).

Premesso che l’imputato non¬†appariva¬†persona socialmente pericolosa e che “sembra clinicamente guarito”, il giudice¬†a quo¬†ravvisava un contrasto delle norme predette con l’art. 3 Cost. nel fatto di assoggettare alla medesima misura di sicurezza sia soggetti riconosciuti socialmente non pericolosi sia persone di rilevante pericolosit√† sociale. La perentoriet√† della norma e la conseguente applicazione automatica delle misure contrasterebbero, d’altra parte, anche con la garanzia del diritto di difesa, che¬†viene¬†cos√¨ garantito in modo esclusivamente formale e potrebbe validamente esplicarsi solo in sede di accertamento in concreto della pericolosit√† sociale, se cio√® venisse dichiarata l’illegittimit√† della pericolosit√† sociale presunta. Inoltre, adempiendo il ricovero in manicomio giudiziario ad una precipua funzione curativa (cio√®¬†di recupero mentale e sociale del soggetto), applicandolo – in base all’art. 222 c.p. – anche a chi rispetto all’epoca del commesso reato sia psichicamente migliorato sino alla completa guarigione si verrebbe ad obbligare al trattamento sanitario un soggetto che pi√Ļ non ne abbisogna.

In tal modo, da un lato la misura di sicurezza si trasformerebbe in una vera e propria sanzione, sostituendosi alla pena non potuta applicare per difetto¬†diimputabilit√† e dall’altro si verrebbe ad attentare irreparabilmente alla salute mentale del soggetto, con evidente violazione dell’art. 32 Cost.

L’art. 222, primo comma, d’altra parte, sarebbe in contrasto con l’art. 3 Cost. anche per il fatto di regolare in modo uguale la situazione degli insani di mente e di¬†coloro che pi√Ļ sani¬†non sono.

4. – Alla tesi dell’ordinanza aderiva con una breve memoria¬†di¬†intervento la difesa del¬†Capobianco.

5. – Con ordinanza del 30 ottobre 1976 emessa nel procedimento penale a carico di¬†Leorati¬†Marcello, il giudice istruttore del Tribunale di Firenze – premesso che nei confronti dell’imputato vi erano sufficienti prove di colpevolezza per il reato addebitatogli (furto aggravato) e che lo stesso, sottoposto a perizia psichiatrica, era stato riconosciuto totalmente incapace d’intendere e di volere – sollevava¬†in¬†riferimento agli¬†artt.¬†3 e 27, primo comma¬†Cost. questione di legittimit√† degli¬†artt. 204, secondo comma e 222, primo comma,¬†c.p., in quanto implicanti l’obbligatorio ricovero del prevenuto in manicomio giudiziario per almeno due anni nonostante che la perizia lo avesse ritenuto socialmente non pericoloso (r.o.¬†723/76).

Il giudice¬†a quo¬†dichiarava di non condividere le affermazioni in tema di pericolosit√† presunta contenute nelle sentenze di questa Corte¬†nn. 68/1967¬†e106/1972, osservando che¬†in relazione al¬†principio di uguaglianza √© doveroso compiere una comparazione tra tale sistema di accertamento della pericolosit√† e quello dell’accertamento caso per caso. Quest’ultimo √© a suo avviso senz’altro preferibile, “non corrispondendo all’id¬†quod¬†plerumque¬†accidit¬†(e ne fanno fede i casi prospettati nelle ordinanze di¬†rimessione¬†alla Corte) che la pericolosit√† sociale sia collegabile alla mera entit√† della pena¬†legislativamente¬†stabilita per il reato”. Viene quindi meno la ragionevolezza della presunzione di pericolosit√†, che non sarebbe salvaguardata – come ha ritenuto la Corte – dalla possibilit√† di revoca anticipata della misura. Al contrario, questa pu√≤ valere solo come tardivo rimedio all’abnorme situazione insita nell’applicazione di¬†essa¬†a soggetto non pericoloso, e per ci√≤ stesso porta al riconoscimento dell’irrazionalit√† del vigente sistema di pericolosit√† presunta.

Il giudice¬†a quo¬†rilevava poi che “se responsabilit√† penale √© quella per un fatto penalmente rilevante¬†in relazione al¬†quale √© prevista la irrogazione di una sanzione criminale”, avendo tale natura – secondo quanto riconosciuto da autorevole dottrina – anche la misura di sicurezza, risulta a questa applicabile il principio della personalit√† nella responsabilit√† penale di cui all’art. 27, primo comma¬†Cost..

Ora, essendo la misura di sicurezza, ben altrimenti della pena, collegata alle caratteristiche soggettive dell’agente – in quanto destinata a durare fintanto che perduri la condizione di pericolosit√† – sarebbe in contrasto con tale principio la sua applicazione a chi non √© in concreto pericoloso.

6. – Alla motivazione della suddetta ordinanza si richiamava espressamente il giudice istruttore del Tribunale di Bologna nel sollevare,¬†in¬†riferimento agli¬†artt. 2, 3, 27, 32¬†Cost.,¬†questione di legittimit√† costituzionale dell’art. 222, primo comma c.p. (ordinanza del 27 ottobre 1977 emessa nel procedimento per incendio doloso a carico di¬†Naldi¬†Remo) (r.o.¬†584/77).Nel caso di specie, dalla perizia psichiatrica all’uopo disposta era¬†risultato¬†che costui, affetto da frenastenia, era al momento del fatto incapace di intendere e di volere per il concorso di altre circostanze, quale l’abuso di alcool; che peraltro egli non era pericoloso per s√© o per altri, ed aveva “raggiunto quella condizione di stabilizzazione che gli ha permesso di¬†reimmettersi¬†nella vita sociale e lavorativa con regolarit√† cambiando ambiente di lavoro ed amici, pur venendo sottoposto con una certa regolarit√† da parte del¬†C.I.M.¬†a cicli curativi che sembrano avere pi√Ļ uno scopo preventivo”.

Ci√≤ premesso, ad integrazione delle argomentazioni del G. I.¬†di Firenze, il giudice di Bologna osservava che, stabilendo una presunzione di pericolosit√† che non consente accertamenti in concreto ed √© applicabile anche ove la pericolosit√† non esista, la norma impugnata tradisce la finalit√† di rieducazione che, insieme a quella preventiva, √© assegnata alla misura di sicurezza dall’art. 27, terzo comma¬†Cost., e che costituisce uno sviluppo del principio del rispetto della persona umana, consacrato negli¬†artt. 2 e 3¬†Cost..¬†Anzi, l’equilibrio¬†biopsichico¬†cui la rieducazione mira “verrebbe ad essere violentato” a fini di difesa sociale nelle ipotesi in cui esso “si fosse gi√† stabilizzato”. Risultato, questo, che secondo il G.I. contrasta anche con l’art. 32¬†Cost.,¬†il quale, statuendo che “la legge non pu√≤ in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”, vieta il perseguimento di finalit√† accessorie quando vengano a mancare ragioni curative e di recupero della salute.

7. – Un’analoga questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 204 e 222¬†c.p., veniva sollevata, in riferimento agli¬†artt. 3, 13, 27 e 32¬†Cost.,¬†dal Pretore di Monza nel corso di un procedimento penale per il reato di cui all’art. 582 c.p. a carico di Rovelli Claudio, il quale, in base alla perizia all’uopo disposta, era risultato incapace d’intendere e di volere all’epoca del fatto e persona che pu√≤ talvolta diventare socialmente pericolosa (r.o.¬†68/77). Dopo aver riferito che da successive indagini¬†era emerso¬†che il prevenuto in virt√Ļ delle intense cure ricevute, non era attualmente pericoloso, il Pretore motivava sulla non manifesta infondatezza della questione richiamandosi in sostanza alle precedenti ordinanze.

8. – Il 18 febbraio 1978 il giudice istruttore del Tribunale di Pisa, dopo aver prosciolto¬†Fiordelmondo¬†Riccardo dal reato di tentato omicidio in danno della madre in quanto persona non imputabile per vizio totale di mente, esponeva con riferimento all’obbligatorio ricovero del prevenuto in manicomio giudiziario per anni cinque – che dalla perizia psichiatrica era risultato che egli – affetto al momento del fatto da “bouff√©e¬†dissociativa acuta” a carattere transitorio -¬†attualmente¬†”si trova in condizioni di buon equilibrio psichico, ha conseguito la guarigione clinica, non √© pi√Ļ infermo di mente e non pu√≤ essere considerato persona socialmente pericolosa”.

Ciò premesso, con ordinanza in pari data il G. I. sollevava Рsu eccezione della difesa Рquestione di legittimità costituzionale del predetto art. 222 (primo e secondo comma) c.p. in riferimento agli artt. 3, primo comma e 32, secondo comma, Cost. (r.o. 370/78).

Rilevato che le precedenti sentenze di rigetto di questa Corte (nn. 68/1967¬†e¬†106/1972) si sono “limitate ad escludere la¬†censurabilit√†, rispettivamente del meccanismo presuntivo¬†di¬†accertamento della pericolosit√† e del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario di un infermo di mente riconosciuto tale “durante il processo”, il G.I. osservava, in riferimento all’art. 3¬†Cost., che gli elementi reali posti dalla legge a fondamento delle varie presunzioni di pericolosit√† (lo stato di mente; alcune particolari qualifiche normative, ecc.) erano stati ritenuti sufficienti e ragionevoli per inferirne la pericolosit√† del soggetto (salvo che per i minoriinfraquattordicenni: art. 224 cpv. c.p.) in quanto il loro valore sintomatico √© fondato sull’utilizzazione di “comuni esperienze”. Ora l’ovvio ed implicito presupposto di questo schema¬†argomentativo¬†su cui¬†in effetti¬†la Corte si √© basata nel ritenere ragionevole che ai suddetti elementi fosse ricollegata una valutazione rigida, indipendente dall’accertamento in concreto della pericolosit√† – √© dato, a parere del giudice¬†a quo, “dalla circostanza che gli elementi reali, su cui si fonda il giudizio presuntivo, sussistano effettivamente nel momento in cui esso deve essere formulato e nei confronti del soggetto cui la presunzione stessa deve essere applicata. Se cos√¨ non fosse, non ci si troverebbe pi√Ļ¬†in presenza¬†di una presunzione, ma di una vera e propria¬†fictio“. Ai sensi dell’art. 222¬†c.p., viceversa, “l’accertamento dell’infermit√† psichica su cui si basa il proscioglimento, si riferisce al momento in cui il fatto fu commesso, mentre l’applicazione giudiziale si verifica in un momento necessariamente successivo; per cui nulla garantisce che in tale secondo momento sussista ancora l’infermit√† psichica che dovrebbe costituire l’elemento reale della presunzione. In tal modo, ricollegando l’applicazione della misura alla mera circostanza del “proscioglimento per infermit√† psichica”, l’art. 222 c.p. finisce con lo stabilire non una,¬†ma due presunzioni: la prima consistente nel presumere che l’infermit√† psichica, accertata rispetto al momento della commissione del fatto, persista al momento dell’applicazione giudiziale; la seconda consistente nel ricollegare a tale presuntiva infermit√† un giudizio legale di pericolosit√†. In sostanza, una presunzione fondata su un’altra¬†presunzione”.

E se la seconda pu√≤ dirsi ragionevole, non altrettanto pu√≤ dirsi della prima, perch√© dal proscioglimento per un’infermit√† psichica¬†illo¬†tempore¬†sussistente non pu√≤ inferirsi che l’infermit√† sia ancora presente, dovendo tale persistenza desumersi da un accertamento psichiatrico da¬†effettuare¬†in concreto, “al posto del quale non possono di certo intervenire criteri di frequenza statistica, dato che esso non presenta alcuno degli elementi di opinabilit√† e di incertezza propri del giudizio di pericolosit√†”.

La censura¬†di¬†irragionevolezza ed arbitrariet√† della disciplina non intacca quindi – sottolineava il giudice a quella presunzione per cui l’infermo di mente √© pericoloso indipendentemente dall’accertamento in concreto della pericolosit√†, bens√¨ la presunzione “surrettizia” “che un soggetto continui ad essere infermo di mente al momento dell’applicazione giudiziale della misura di sicurezza, solo perch√© √© stato riconosciuto tale in relazione al momento del fatto”: presunzione questa che conduce all’aberrante conseguenza di dover avviare all’ospedale psichiatrico giudiziario soggetti non pi√Ļ infermi di mente, e ad equiparare ingiustificatamente le ipotesi in cui l’infermit√† effettivamente persista a quelle in cui sia invece del tutto scomparsa.

Ci√≤, d’altra parte, comporta, secondo il G. I.¬†di Pisa, “un’ulteriore censura di incostituzionalit√†, rispetto all’art. 32, secondo comma,¬†Cost., nella parte in cui la norma costituzionale stabilisce che, nel disporre un determinato trattamento sanitario, la legge non possa “in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

In effetti¬†l’esecuzione della misura dell’ospedale psichiatrico giudiziario comporta necessariamente la cura dell’internato, perch√© la rieducazione ed il reinserimento sociale dell’infermo di mente implicano la guarigione (od il miglioramento) della malattia che √© all’origine della pericolosit√† del soggetto; e non v’√® dubbio, ovviamente, che si tratti di un trattamento obbligatorio. Se cos√¨ √©, esso deve sottostare ai limiti sanciti dall’art. 32, secondo comma,¬†Cost.,¬†per qualsiasi trattamento sanitario coattivo.

In particolare, il “rispetto della persona umana”, ed i limiti che esso impone, possono ricondursi all’esigenza fondamentale e primaria consistente nella necessit√† che il soggetto sia in ogni caso riguardato e trattato come un valore in s√©, e non degradato a mezzo per perseguire finalit√† estranee, secondo il principio che √© alla base del nostro ordinamento costituzionale (art. 2 Cost.). Trasferendo tali esigenze al trattamento sanitario obbligatorio, non √© difficile scorgere che il primo limite, imposto dal rispetto della persona umana, consiste nella necessit√† che sia assicurato un accertamento medico tecnicamente corretto dei presupposti del trattamento, perch√© soltanto questa condizione assicura che la limitazione imposta alla libert√† del soggetto corrisponde ad una sua effettiva necessit√† terapeutica, senza la quale il trattamento stesso costituirebbe un mezzo realizzato per fini diversi dalla cura, e quindi, estranei alla persona che lo subisce”.

9. – Nel giudizio cos√¨ instaurato interveniva – in rappresentanza del Presidente del Consiglio dei ministri – l’Avvocatura dello Stato, che, richiamando la sentenza di questa Corte¬†n. 106/1972,¬†negava che la norma impugnata introduca una “presunzione fondata su un’altra presunzione”, essendo solo prevista, in essa, una ragionevole cautela nell’accertamento della cessazione dello stato di pericolosit√†. D’altra parte, i limiti imposti dal rispetto della persona umana (art. 32 cpv. Cost.) sarebbero rispettati attraverso le ripetute verifiche dello stato del soggetto e la possibilit√† di revoca anticipata della misura.

10. – Della costituzionalit√† dell’art. 222 c.p. dubitava altres√¨, sotto un diverso profilo, il magistrato di sorveglianza del Tribunale¬†di¬†Roma, chiamato ad applicare la misura di sicurezza in questione nei confronti di Riva Giuseppe, prosciolto perch√© riconosciuto infermo di mente dai reati di resistenza e oltraggio a P. U., incensurato e risultato allo stato “affetto da una forma di malattia mentale riconducibile a forte esaurimento nervoso e trattabile¬†ambulatoriamente¬†(grazie anche alla fattiva collaborazione della famiglia e ad una concreta prospettiva di lavoro)” (r.o.¬†480/78).

Nell’ordinanza, emessa il 20 maggio 1978, il giudice¬†a quo¬†osservava che “la previsione che l’infermo di mente debba essere sottoposto solo e soltanto alla misura di sicurezza detentiva dell’ospedale psichiatrico giudiziario” – fondata sulle preminenti finalit√† di prevenzione e difesa sociale assegnate nel codice vigente alle misure di sicurezza – si¬†traduce¬†in una distorsione della funzione di¬†risocializzazione¬†a questa assegnata dalla Carta costituzionale nei casi in cui la malattia mentale da cui il soggetto √© affetto sia, per la sua natura o per il grado di evoluzione, curabile¬†ambulatoriamente, o comunque con tecniche o terapie conciliabili con un suo normale inserimento nel contesto sociale. Ci√≤ tanto pi√Ļ in quanto esiste nel sistema¬†un’altra misura di sicurezza, la libert√† vigilata, che – essendo sottoposta ad una disciplina sufficientemente elastica da consentire al magistrato di sorveglianza l’individuazione degli obblighi da imporre al prosciolto per infermit√† mentale (cure ambulatoriali, periodi di osservazione presso nosocomi ecc.) – sarebbe funzionalmente idonea a rimuovere le cause della pericolosit√† senza compromettere le potenzialit√† di¬†risocializzazione¬†del soggetto. La sostituibilit√† della libert√† vigilata alle case di cura e di custodia √© del resto gi√† contemplata per i semi – infermi di mente dall’art. 219, terzo comma, c.p. La mancata previsione, nell’art. 222¬†c.p., di un’analoga facolt√† di sostituzione contrasterebbe, ad avviso del giudice¬†a quo, con i diritti al lavoro, alla salute e, in genere, ad una attiva partecipazione alla vita sociale garantiti dagli¬†artt.¬†4, primo e secondo comma, e 32 Cost.

La censura d’incostituzionalit√†, di conseguenza, dovrebbe investire “anche l’art. 231 stesso codice laddove non prevede, come adeguato e conforme aggravamento per delle violazioni di particolare gravit√†¬†delle¬†prescrizioni della libert√† vigilata applicata ad un infermo di mente, l’applicazione della misura di sicurezza dell’ospedale psichiatrico giudiziario in luogo della casa di lavoro o della colonia agricola”.

11. – Intervenendo in rappresentanza del Presidente del Consiglio dei ministri nel giudizio cos√¨ instaurato, l’Avvocatura dello Stato osservava che, essendo opinabile, allo stato delle conoscenze scientifiche, l’individuazione delle modalit√† pi√Ļ¬†adeguate¬†alla cura dei malati di mente, essa non pu√≤ che spettare al legislatore ordinario: sicch√© il problema sollevato dall’ordinanza sarebbe di politica legislativa e non di legittimit√† costituzionale.¬†Ed¬†invero, a preminente sul diritto al lavoro v’√® il dovere – diritto di curarsi se infermi; ed il diritto alla salute √© di certo tutelato con la prescrizione di ricovero adeguato”.

Quanto alla censura mossa all’art. 231¬†c.p., l’Avvocatura osservava che con essa veniva chiesta alla Corte una sorta d’integrazione, non consentita, del sistema normativo; e che, non essendo la violazione delle prescrizioni alla libert√† vigilata necessariamente segno di infermit√† mentale da curare in manicomio giudiziario, mancherebbe il nesso di¬†conseguenzialit√†¬†di cui all’art. 27, ultima parte, l. n. 87 del 1953 e la questione sarebbe quindi irrilevante. In ogni caso, essa sarebbe infondata, essendo evidentemente problema di politica legislativa l’individuazione delle sanzioni appropriate per le suddette inosservanze.

12. – Decidendo sull’istanza¬†di revoca anticipata della misura di sicurezza del ricovero in manicomio giudiziario per la durata minima di dieci anni avanzata da Nebiolo Dario prosciolto per vizio totale di mente dall’imputazione di omicidio – la Sezione di sorveglianza di Bologna con ordinanza in data 7 dicembre 1978, sollevava questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 215 e 222¬†c.p., in riferimento agli¬†artt. 3, primo comma e 32 Cost. (r.o.¬†372/79).

La Sezione osservava innanzitutto che la misura di sicurezza manicomiale si¬†fonda¬†sulla concezione adottata dal legislatore del 1930, secondo cui l’infermit√† psichica rende probabile la commissione di reati: concezione che √© una specificazione di quella che aveva ispirato la legge manicomiale N. 36, del 1904 la quale vedeva il malato di mente come elemento perturbatore della societ√† dei “sani” e perci√≤ si preoccupava innanzitutto di provvedere al suo ricovero coattivo, subordinando a tale intervento quello terapeutico. Di siffatta preminenza delle finalit√† di sicurezza sono espressione varie disposizioni che consentono (o consentivano) il ricovero in manicomio: anche indipendentemente da ogni provvedimento¬†relativo alla¬†custodia preventiva (art. 88¬†c.p.p.); anche durante l’esecuzione della pena (art. 148¬†c.p., prima della¬†sentenza n. 146/1975); ovvero anche prima dell’accertamento dell’attribuibilit√†¬†del fatto – reato (art. 206 c.p.); o ancora in una forma che non √© quella della misura di sicurezza provvisoria (art. 258¬†c.p.p.). Ed un’ulteriore¬†riprova di tale finalizzazione sta, secondo il giudice¬†a quo, nell’assegnazione ai manicomi giudiziari di una funzione complementare rispetto a quelli “civili”, fino a prevedere talvolta il ricovero alternativo nell’uno o nell’altro, a discrezione del giudice (artt. 148 c.p. e 88¬†c.p.p.ora¬†citati).

Atteso poi il suddetto fondamento della misura (pericolosit√† derivante da infermit√† psichica), il fatto – reato – osservava ancora la Sezione di sorveglianza – si pone logicamente come frutto di una pericolosit√† preesistente, e non come causa esso stesso della pericolosit√†, ed √© conseguentemente solo l’occasione per l’irrogazione della misura di sicurezza manicomiale: che¬†viene¬†disposta, quindi, “quando” e non “perch√©” √© stato commesso un reato.

Dalla vaghezza e genericit√† delle disposizioni concernenti le modalit√† d’esecuzione della misura di sicurezza in questione (artt. 213 cpv.¬†c.p., 64 e 65 l. 26 luglio 1975, n. 354, 20¬†d.P.R.¬†29 aprile 1976, n. 431) il giudice¬†a quo¬†deduceva un’identit√† sostanziale del relativo regime rispetto a quello di esecuzione della pena, di talch√© potrebbe affermarsi che la sentenza di proscioglimento per vizio totale di mente risparmia al soggetto la condanna ma non lo salva dalla pena”.¬†Anzi nella realt√† dei fatti la misura, per una serie di meccanismi perversi e aberranti inscindibili dalla natura stessa dei manicomi giudiziari, “√© la pi√Ļ dura ed inumana pena del nostro ordinamento”.

Ad una concezione del tutto diversa – rilevava poi la Sezione di sorveglianza -¬†si¬†ispira invece la nuova legislazione sui malati di mente (l. 180/1978, sostituita dalla l. 833/78 sul servizio sanitario nazionale): la quale, fondandosi su un profondo mutamento di indirizzo delle concezioni psichiatriche dominanti – che escludono l’origine organica di molte malattie mentali e la sufficienza di trattamenti¬†farmacologici¬†che non siano accompagnati da interventi di carattere psicologico e sociale da realizzare in un ambiente di vita non artificiale – ha affermato “il criterio che gli interventi di prevenzione, cura e riabilitazione relativi alle malattie mentali sono attuati di norma dai servizi e presidi territoriali extra ospedalieri, ed ha considerato eccezionali gli interventi” di ricovero obbligatorio; i quali comunque, non possono pi√Ļ fondarsi sulla pericolosit√† dell’alienato, bens√¨ solo sulla necessit√† di urgenti interventi terapeutici, e devono avere durata la pi√Ļ breve possibile e tale da ridurre al minimo le limitazioni della libert√† dell’infermo.

Dal raffronto tra questa nuova disciplina e quella concernente il ricovero in manicomio giudiziario discende, ad avviso del giudice¬†a quo, una grave ed irrazionale disparit√† di trattamento “in danno dei sottoposti alla misura di sicurezza manicomiale, che come infermi di mente hanno diritto allo stesso tipo di prestazioni curative e¬†riabilitative previsto¬†in via generale e che in concreto di tali prestazioni vengono privati proprio per effetto dell’internamento nell’ospedale psichiatrico giudiziario”.¬†N√©¬†si potrebbe fondatamente sostenere che tale disparit√† “sia resa legittima dalla diversa situazione di fatto connessa all’avere il sottoposto alla misura di sicurezza manicomiale commesso un reato”, giacch√© questo, secondo quanto gi√† detto, √© solo occasione e presupposto e non gi√† causa della misura.

D’altra parte, essendo il trattamento cui √© sottoposto il ricoverato in manicomio giudiziario di natura essenzialmente carceraria ed¬†afflittiva¬†e quindi antitetico al regime degli interventi terapeutici e riabilitativi previsti dalla nuova legge,¬†risulta¬†evidente, secondo il giudice¬†a quo, “il carattere non solo non terapeutico ma dannoso per la salute psichica degli internati infermi della misura di sicurezza medesima”: di qui la censura di violazione dell’art. 32 Cost. mossa alle norme impugnate.

13. – Della legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 204 cpv. e 222, primo comma, c.p.¬†dubitava¬†anche, in riferimento 21 solo art. 3, primo comma¬†Cost., il giudice istruttore del Tribunale di Milano con ordinanza del 29 dicembre 1979 emessa nel procedimento penale per porto illegale di armi a carico di Fusi Giacomo, che da una perizia psichiatrica all’uopo disposta era risultato totalmente incapace d’intendere e di volere – in quanto affetto da schizofrenia¬†paranoide¬†- e peraltro persona sicuramente non pericolosa (r.o.¬†966/79).

Riferendosi alle argomentazioni sviluppate nelle sentenze di questa¬†Corte¬†nn. 68/1967¬†e¬†106/1972, il G. I.¬†opinava che – alla stregua della radicale diversit√† della disciplina dei trattamenti sanitari, anche obbligatori, contenuta nella legge 180/1978 rispetto a quella concernente l’internamento in manicomio giudiziario – dovrebbe escludersi che questo possa rispondere a finalit√† terapeutiche nei confronti di malati di mente che risultino socialmente non pericolosi; cos√¨ come dovrebbe escludersi che la previsione di un internamento minimo di due anni risponda ad esigenza di controllo sanitario e non, invece, di (malintesa) difesa sociale.

Ci√≤ premesso, il giudice¬†a quo¬†osservava che il contrasto col principio¬†di¬†uguaglianza consiste non nella statuizione di una presunzione di pericolosit√† basata sull’id¬†quod¬†plerumque¬†accidit, bens√¨ nell’assolutezza di essa che, non consentendo la prova contraria, comporta il concreto rischio di sottoporre alla misura persone in effetti non pericolose ed oblitera le diversit√† di natura, origine e conseguenza esistenti tra le varie infermit√† e le differenze soggettive nell’ambito di una stessa infermit√†: il che non sarebbe ragionevole, specie “in una materia tanto complessa e variabile come quella delle propensioni criminali, essendo di per s√© evidente che da meri giudizi di probabilit√† (necessariamente relativi e validi fino a prova contraria) non possono trarsi prognosi infallibili e assolute”.

14. – Argomenti analoghi a quelli gi√† riferiti¬†venivano¬†succintamente svolti anche nell’ordinanza l6 novembre 1979 del Tribunale di Como, con la quale, nel corso di un procedimento penale a carico di Sampietro Giuseppe, veniva sollevata, in riferimento agli¬†artt. 3 e 13, secondo comma¬†Cost.,¬†questione di costituzionalit√† dei citati¬†artt. 204 e 222 c.p. (r.o.¬†68/80).

15. РAlla motivazione della sopra illustrata ordinanza 7 dicembre 1978 della Sezione di sorveglianza di Bologna si richiamava espressamente il giudice istruttore del Tribunale di Milano nel sollevare Рcon ordinanza del 4 febbraio 1980 emessa nel procedimento penale a carico di Prada Pierantonio Рquestione di legittimità costituzionale degli artt. 215 e 222 c.p. in riferimento agli artt. 3, primo comma e 32 Cost. (r.o. 192/80).

In particolare il G. I.¬†si soffermava sul “capovolgimento” dei principi ispiratori della legge manicomiale del 1904 operato con la 1. 833/1978 (artt. 1¬†cpv.,¬†2 lett. g, 34), lamentando la disparit√† di trattamento tra i malati di mente socialmente pericolosi che ne consegue, a seconda che abbiano o meno commesso un fatto – reato. E, a dimostrazione dell’irragionevolezza di¬†essa, metteva in rilievo l’occasionalit√†¬†e la trascurabile entit√† dell’episodio oggetto del procedimento (il¬†Prada, privo di un braccio, era accusato di oltraggio e di aver tentato di colpire con un pugno un agente), nonch√© la diversit√† di conseguenza che tale difformit√† di disciplina comporta per l’inimputabile¬†che abbia commesso violenza carnale (ipotesi non infrequente)in dipendenza del fatto puramente estrinseco che la querela sia stata o non presentata.

Rispetto al diritto alla salute di cui all’art. 32 Cost. – a suo avviso certamente leso rispetto ai soggetti gi√† guariti, o¬†comunque¬†non pi√Ļ pericolosi, dalla previsione di un biennio minimo d’internamento – il G. I.¬†osservava che ad escludere l’illegittimit√† di tale previsione non basta la possibilit√† di revoca anticipata della misura ex art. 70 l. 354/75; anche perch√© la necessit√† all’uopo di un ricorso (sia pure non limitato a soggetti portatori di un interesse particolarmente qualificato) la renderebbe strumento inidoneo a garantire, per qualsiasi internato, che la custodia in ospedale psichiatrico non si protragga oltre il necessario.

Il fatto poi che la durata minima dell’internamento¬†sia¬†ricollegata al solo parametro della pena comminata in astratto – e, come precisato dalla giurisprudenza, secondo i criteri della contestazione (pena massima irrogabile, computando le aggravanti e non le attenuanti) – comporta, a parere del¬†G.I., che si parifichino situazioni anche profondamente diverse tra loro, impedendo ogni possibilit√† di valutazione differenziata dei singoli casi concreti (es. comparazione tra attenuanti e aggravanti).

Il giudice¬†a quo¬†evidenziava infine le disparit√† di trattamento che l’art. 222 c.p.¬†comporta¬†rispetto ai seminfermi di mente, per i quali – a differenza che per i totalmente infermi – √© talora consentita (art. 219, terzo comma c.p.) la scelta tra la misura di sicurezza detentiva e quella non detentiva.

16. – Nel giudizio cos√¨ instaurato interveniva il¬†Prada¬†che, richiamando le argomentazioni svolte dal G. I.¬†di Milano, sosteneva in particolare l’inidoneit√† del criterio della commissione di un reato a costituire valido strumento per differenziare la posizione dell’infermo di mente “comune” da quella dell’infermo di mente “imputato”. La previsione dell’inimputabilit√†¬†di costui, escludendo che nei suoi confronti sia celebrato un processo, impedirebbe¬†infatti¬†che si compiano gli accertamenti relativi alla sussistenza del fatto, alla sua¬†addebitabilit√†¬†al prevenuto ed alla sua natura di reato, dato che su tali circostanze normalmente non si pronuncia (e non si pu√≤ pronunciare) il giudice naturale con tutte le garanzie previste dalla legge. Inoltre, il carattere “inumano” e “degradante” del trattamento riservato agli infermi di mente in manicomio giudiziario comporterebbe violazione dell’art. 3 della Convenzione Europea dei diritti dell’uomo e quindi del principio di cui all’art. 10, primo comma,¬†Cost..

17. – Lo stesso G. I.¬†di Milano sollevava poi con motivazione sostanzialmente identica, questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 204¬†cpv.,215 e 222c.p., in relazione agli¬†artt. 3, primo comma e 32¬†Cost.;¬†questa volta, peraltro, riferendosi solo alla diversa disciplina di cui alla legge 833/1978 ed all’inammissibilit√† di prova contraria sulla pericolosit√† sociale. L’ordinanza (r.o.¬†896/80) veniva emessa il 29 settembre 1980 nel corso di un procedimento penale per furto, rapina ed altro a carico di Romeo Luigi, risultato all’esame peritale del tutto incapace d’intendere e di volere al momento del fatto e bisognoso, secondo il perito, di un trattamento diverso da quello praticabile col ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario.

18. – Sulle conseguenze del riferimento alla pena comminata in astratto dalla legge si appuntava invece la censura di violazione dell’art. 3 Cost. prospettata rispetto all’art. 222 c.p. dal giudice istruttore del tribunale di Pisa con ordinanza del23 febbraio 1980 (r.o.¬†360/80), emessa nel corso del procedimento a carico di Tempesti Alessandro, riconosciuto affetto da vizio totale di mente. Premesso che a costui era addebitato, oltre a due contravvenzioni, il furto¬†di¬†oggetti di modesto valore custoditi all’interno di un’autovettura e che – in virt√Ļ dell’attenuante del danno di speciale tenuit√† quanto meno equivalente alle aggravanti contestate – egli avrebbe sicuramente meritato una pena inferiore ai due anni di reclusione, il G. I.¬†contestava¬†la razionalit√† di una previsione per cui non solo la durata del ricovero, ma addirittura l’applicazione o meno della misura in questione, ed in definitiva la stessa pericolosit√† sociale, dipende dall’entit√† della pena massima stabilit√† dalla legge per l’ipotesi astratta di reato (superiore a due anni di reclusione; se inferiore, si fa luogo alla semplice comunicazione della sentenza di proscioglimento all’autorit√† di P.S.). In tal modo, secondo il giudice¬†a quo, “sfugge del tutto il collegamento tra pericolosit√† e gravit√† del fatto in concreto”, manca cio√® ogni possibilit√† di adattamento della misura all’effettiva entit√† del reato e quindi al grado di pericolosit√† del soggetto. “Cos√¨, persone che, portate a giudizio per rispondere di fatti pur ricadenti sotto la stessa ipotesi di reato, sarebbero punite in modo diverso in rapporto alla diversa gravit√† del fatto, sono considerate ugualmente pericolose agli effetti dell’applicazione della misura tanto che saranno ricoverate in manicomio per uguale periodo minimo; e persone che, portate a giudizio per rispondere di reati diversi, sarebbero per√≤ condannate alla stessa pena in rapporto ad una gravit√† del fatto sostanzialmente corrispondente e dovrebbero quindi denotare una pericolosit√†¬†di¬†uguale grado, sono invece soggette oppure no alla misura a secondo del titolo di reato”.

Il rimedio a ci√≤ potrebbe essere, ad avviso del G. I.¬†mutuato dalla soluzione gi√† adottata in tema di concessione del perdono giudiziale, ove dall’originario criterio della pena¬†edittale¬†massima (art. 169¬†c.p., come approvato con R.D. 19 ottobre 1930, n. 1398) si √© passati a quello della pena in concreto (art. 19 R.D.L. 20 luglio 1934, n. 1404).

19. – Una questione di legittimit√† degli¬†artt. 204, ultimo comma, 215 e 222 c.p.¬†veniva¬†altres√¨ sollevata in riferimento agli¬†artt. 3, 24 e 32¬†Cost.,¬†dal Tribunale di Roma con ordinanza del 25 febbraio 1980 emessa nel procedimento penale a carico di¬†Furlan¬†Giorgio imputato dei reati di cui agli¬†artt. 521 e 527 c.p. e ritenuto all’esame peritale totalmente incapace d’intendere e di volere (r.o.¬†367/80).

Nella motivazione, il Tribunale – con argomenti analoghi a quelli svolti dalla Sezione di sorveglianza di Bologna – sosteneva che, con l’entrata in vigore della legge n. 180/1978,sono venuti a mancare i presupposti culturali, scientifici e sociali che giustificavano la presunzione assoluta di pericolosit√† degli infermi di mente, essendo ormai opinione scientifica comune che il malato di mente non sia sempre persona pericolosa, e che il ricovero – salvo ipotesi ben individuate – non sia utile o sia addirittura dannoso alla salute del paziente. Di qui, oltre alla violazione degli¬†artt. 32 e 3 – perch√© la suddetta presunzione non consentirebbe di distinguere tra situazioni diverse anche quello dell’art. 24¬†Cost.,¬†perch√© in tali ipotesi sarebbe irragionevolmente compromesso il diritto di difesa.

20. – Alla motivazione della suesposta ordinanza del Tribunale di Roma si richiamava espressamente il Pretore di Pieve di Cadore nel sollevare,¬†in¬†riferimento sempre agli¬†artt. 3, 24 e 32¬†Cost.,¬†questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt.¬†204 cpv. e 222 c.p. nel procedimento per i reati di cui agli¬†artt. 341 e 367 c.p. a carico di¬†Pais¬†Marden¬†Ivano, che secondo la perizia all’uopo disposta era totalmente infermo di mente al momento del fatto ma non pericoloso al momento del giudizio (ordinanza del 20 dicembre 1980:¬†r.o.¬†90/81).

21. – Ancora il G. I.¬†del Tribunale di Milano dubitava della legittimit√† costituzionale dell’art. 222 c.p. – questa volta in riferimento agli¬†artt. 2, 3, primo comma, 27, terzo comma e 32 Cost. – con ordinanza emessa il 27 maggio 1980 (r.o.519/80) nel corso del procedimento penale a carico di D’Amato Antonio. Costui aveva manifestato turbe psicopatologiche dopo il suo arresto e, ricoverato perci√≤ nel reparto¬†di¬†osservazione¬†neuropsichiatrica¬†della casa circondariale di San Vittore, aveva aggredito un altro detenuto procurandogli lesioni gravissime. All’esame peritale, era¬†risultato¬†che quest’ultimo episodio – oggetto del giudizio – era stato commesso in stato di totale incapacit√† d’intendere e di volere e che peraltro egli aveva poi integralmente riacquistato la sanit√† mentale, s√¨ da doversi escludere che fosse socialmente pericoloso.

Rilevato che, ci√≤ nonostante, avrebbe dovuto applicarsi la misura del ricovero in manicomio giudiziario (rectius, ospedale psichiatrico giudiziario) per almeno due anni ex art. 222¬†c.p., il G. I.¬†riteneva tale conseguenza in contrasto con i principi di cui agli¬†artt. 3, 27 e 32 cpv. Cost.¬†(l’ordinanza richiamava anche l’art. 2Cost., senza peraltro svolgere rispetto ad esso alcuna specifica motivazione).¬†Innanzitutto perch√©, applicando la medesima misura sanzionatoria al reo affetto da infermit√† psichica ed al reo sano di mente, si parificano situazioni soggettive diverse. In secondo luogo perch√© – sulla base delle stesse affermazioni tratte dalla Corte nella¬†sentenza n. 68 del 1967¬†- la legittimit√† costituzionale del citato art. 222 dovrebbe ritenersi subordinata all’effettiva esistenza dello stato d’infermit√† psichica; anche perch√© gli “effetti devastanti” che il ricovero in un luogo per alienati psichici pu√≤ notoriamente determinare su una persona sana di mente farebbero sortire alla misura di sicurezza l’effetto contrario a¬†quello¬†corrispondente alla sua precipua funzione.

22. – Anche il Pretore di San¬†Don√†¬†di Piave, con ordinanza del 25 giugno 1980 (r.o.¬†658/80) emessa nel procedimento per truffa a carico di¬†Rizzardi¬†Carlo – risultato totalmente incapace d’intendere e di volere al momento del fatto ma sano di mente all’epoca del giudizio – sollevava questione di legittimit√† costituzionale dell’art. 222, primo comma, c.p. lamentando l’ingiustificata parificazione del malato di mente al sano (art. 3 Cost.) ed il pregiudizio alla salute di quest’ultimo derivante dall’obbligatorio ricovero in manicomio giudiziario.

23. – Censure identiche – per profili e motivazione – a quelle formulate dal G. I.¬†di Milano nell’ordinanza 4 febbraio 1980 muoveva altres√¨ agli¬†artt. 215 e 222 c.p. il giudice istruttore del Tribunale di Pisa con ordinanza del 4 settembre 1980 (r.o.¬†11/81) emessa nel corso del procedimento a carico di Grassi Guglielmo che, fuggito da una clinica psichiatrica, aveva aggredito un conducente impossessandosi della sua vettura. Nella specie era¬†risultata¬†la totale infermit√† mentale dell’imputato al momento del fatto, ma l’ultimo controllo peritale aveva evidenziato che egli era in buon equilibrio psichico (ma sotto trattamento psicotropo di mantenimento) ed aveva escluso che fosse persona socialmente pericolosa.

24. – Alla motivazione della suddetta ordinanza 4 febbraio 1980 del G. I.¬†di Milano si richiamava altres√¨ espressamente il Pretore di Pisa, nel sollevare, in riferimento agli¬†artt. 3 e 32 Cost. questione di legittimit√† costituzionale dei citati¬†artt. 204 cpv. e 222 c.p. con ordinanza del 21 marzo 1981 (r.o.¬†360/81) emessa nel corso del procedimento per i reati di cui gli¬†artt. 340, 341 e 651 c.p. a carico di¬†Giaconi¬†Anna¬†Maria, nei cui confronti la perizia aveva accertato che era totalmente incapace d’intendere e di volere al momento del fatto,ma che non era affatto pericolosa e che era quasi completamente guarita (sicch√© il ricovero in manicomio giudiziario poteva risultarle dannoso).

25. -¬†Anche¬†il G. I.¬†del Tribunale di Grosseto si riportava espressamente alle argomentazioni del G. I.¬†di Milano (ord.¬†4 febbraio 1980) e della Sezione di sorveglianza di Bologna (ord.7 dicembre 1978) nel sollevare, sotto i medesimi profili prospettati dal primo, questione di legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 215, 204cpv, e 222 c.p. (ordinanza del 20 maggio 1981¬†r.o.¬†480/81). Nella specie, all’imputata¬†Martinazzo¬†Malvina¬†erano¬†addebitati reati in astratto gravi (artt. 578 e 411c.p.) ma in concreto di lieve entit√† per le particolari modalit√† del fatto, sicch√© “il probabile concorso di circostanze attenuanti renderebbe applicabile una pena di due anni di reclusione”. Anche in questo caso, l’imputata era¬†risultata¬†totalmente incapace d’intendere e di volere al momento del fatto, ma ne era stata del tutto esclusa la pericolosit√† sociale.

Nel giudizio cos√¨ instaurato interveniva, in rappresentanza del Presidente del Consiglio¬†dei¬†ministri, l’Avvocatura dello Stato, peraltro con atto depositato il 15 gennaio 1982, e quindi fuori termine.

26. – La legittimit√† costituzionale degli¬†artt. 204, 215 e 222¬†c.p., in quanto statuenti un periodo minimo di ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario, veniva infine posta in dubbio dal Tribunale di Venezia con ordinanza del 29 maggio 1981 (r.o.¬†573/81) emessa nel procedimento penale a carico di¬†Scroccaro¬†Silvano, che era risultato affetto da vizio totale di mente. Ad avviso del Tribunale, tali norme si pongono in contrasto¬†cong¬†li¬†artt. 3 e 32¬†Cost.,¬†”avuto riguardo alla impossibilit√† di determinare la pericolosit√† prima della scadenza del termine minimo in relazione alla legge sugli ospedali psichiatrici del 1978 che prevede per i cittadini in genere (non imputati) il trattamento psichiatrico obbligatorio solo fino a quando sussiste in senso lato la pericolosit√†”.

27. – Nel giudizio cos√¨ instaurato interveniva, in rappresentanza del Presidente del Consiglio dei ministri, l’Avvocatura dello Stato, la quale¬†richiamate¬†le sentenze¬†nn. 68/1967¬†e¬†106/1972¬†di questa Corte,¬†sottolineava¬†che in base alla successiva¬†sentenza n. 110/1974¬†- apparentemente ignota al Tribunale di Venezia – √© possibile far cessare l’applicazione della misura di sicurezza de qua anche prima della scadenza del termine minimo, sicch√© il ricovero “non si protrae necessariamente anche oltre la esclusa pericolosit√†”.¬†√Č vero, aggiungeva l’Avvocatura, che permane una differenza di trattamento rispetto al cittadino comune nell’ipotesi d’internamento provvisorio, giacch√© mentre l’internamento in ospedale del non imputato non √© obbligatorio se sia infermo di mente ma chiaramente non pericoloso, per il soggetto imputato o prosciolto esso √© obbligatorio; anche se una volta esclusa la pericolosit√†, la misura pu√≤ essere ben tosto revocata.¬†Ma¬†tale differenza si giustifica – secondo l’Avvocatura – in ragione della commissione di un reato, che rende “tutt’altro che peregrina” – diversamente che per i non imputati – l’ipotesi che il soggetto abbia ad ulteriormente delinquere. N√©, per altro verso, sussisterebbe violazione dell’art. 32¬†Cost.,¬†in quanto “il soggetto imputato o prosciolto da reato che risulti infermo di mente √© obbligato agli accertamenti sanitari ai fini della valutazione della sua pericolosit√† per disposizione di legge”.

 

Considerato in diritto

 

1. РI giudici a quibus denunziano talune disposizioni del codice penale (artt.: 204, cpv,205 cpv.,215,222 e 231) con riferimento ad una pluralità di parametri costituzionali (artt.: 3,4,13, secondo comma; 24, secondo comma; 27, primo e terzo comma; 32, primo e secondo comma; 111) e sotto molteplici profili.

Centrale e comune a tutte le ordinanze di¬†rimessione¬†√©, peraltro, la questione se¬†sia¬†costituzionalmente legittimo il trattamento¬†normativamente¬†riservato ai soggetti che, essendone stata accertata l’incapacit√† di intendere o di volere, per infermit√† psichica, al momento in cui hanno commesso un fatto di reato – non colposo e punito con pena¬†edittale¬†superiore nel massimo ad anni due di reclusione – sono stati, perci√≤, prosciolti, perch√© non imputabili (art. 88 del codice Penale).Ci√≤ in quanto di costoro si deve “sempre” ordinare il ricovero in un manicomio (ora “ospedale psichiatrico”) giudiziario per un periodo minimo predeterminato dalla legge (art. 222, primo e secondo comma, del codice penale), presumendosene la pericolosit√† sociale.

I ventidue giudizi, di cui alle ordinanze indicate in epigrafe, che propongono questioni identiche od analoghe possono, perciò, essere riuniti e decisi con unica sentenza.

2. РQuesta Corte ha già avuto occasione di pronunciarsi su questioni di legittimità costituzionale aventi ad oggetto disposizioni di legge Рsostanziali e processuali Рconcernenti le misure di sicurezza e, in particolare, la misura di sicurezza detentiva del ricovero in manicomio, ora ospedale psichiatrico, giudiziario.

Sinteticamente e per quanto pu√≤ rilevare ai fini del presente giudizio – che concerne unicamente soggetti prosciolti perch√© non imputabili per infermit√† mentale ai quali va applicata, obbligatoriamente ed automaticamente, la misura di sicurezza del ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario per il periodo minimolegislativamente¬†fissato – baster√† ricordare che la Corte ha giudicato indenni da censure di costituzionalit√† (mosse con riferimento agli¬†artt.¬†3, 13, primo e secondo comma, 24, secondo comma, 27, secondo comma – in realt√† terzo – e 32 Cost.) le disposizioni del codice penale (artt. 204,secondo comma, 222, primo e secondo comma, 224, ultimo comma) che stabiliscono una presunzione assoluta di pericolosit√† sociale a carico, appunto, degli imputati prosciolti per infermit√† psichica da un reato di una certa gravit√†. Ci√≤ perch√© “la presunzione stessa deve ritenersi giustificata allorch√© si sia¬†in presenza¬†di condizioni le quali consentano di far ritenere, sulla base di valutazioni obiettive ed uniformi desunte dalla comune esperienza, la probabilit√† di un futuro comportamento criminoso da parte di chi abbia commesso un reato in circostanze che ne precludevano l’imputabilit√†” (sent. 106/1972). La presunzione di pericolosit√† presuppone, dunque, la¬†riferibilit√†¬†di un fatto di reato (non colposo, punito con la pena della reclusione superiore nel massimo a due anni) ad un soggetto che, nel momento in cui lo ha commesso,¬†eraincapace di intendere o di volere per infermit√† psichica. E, poich√© la pericolosit√† sociale consiste in una probabilit√† di recidiva (art. 203, primo comma, del codice penale) e d√† quindi luogo ad un giudizio prognostico, la ragionevolezza del criterio presuntivo adottato dal legislatore poggia sull’accertamento di¬†una¬†infermit√† psichica che, come si √© manifestata nella commissione di un reato, cos√¨, secondo dati di comune esperienza, pu√≤ dar luogo alla reiterazione di condotte criminose. In altre parole, √© il giudizio di probabilit√†, la prognosi di recidiva che il legislatore vuole si deduca obbligatoriamente dall’accertamento dei due indicati e correlati presupposti, e questa sua scelta “non pu√≤ ritenersi condizionata a vincoli discendenti dal rispetto di principi costituzionali, e pi√Ļ particolarmente da quello dell’art. 3, ma rimane invece affidata a valutazioni di politica legislativa” (sent. 106/1972¬†cit.).

3. – Alla stregua di questo medesimo filone¬†argomentativo,¬†per cui¬†la presunzione di pericolosit√† in tanto pu√≤ considerarsi costituzionalmente legittima, in quanto si basa sull‘id¬†quod¬†plerum¬†que¬†accidit¬†(cfr.¬†sentenze:¬†nn. 19 del 1966,¬†68 del 1967¬†e¬†106 del 1972) la Corte – con la sentenza¬†n. 1 del 1971¬†- ha, invece, dichiarato¬†la¬†illegittimit√† costituzionale, per contrasto con l’art. 3, primo comma,¬†Cost., dell’art. 224, secondo comma, del codice penale “nella parte in cui rende obbligatorio ed automatico per i minori degli anni quattordici il ricovero per almeno tre anni in riformatorio giudiziario”. Ci√≤ perch√© la norma in esame riguarda in modo identico situazioni diverse (dell’infante, del bimbo in tenera et√† e del minore prossimo al raggiungimento del quattordicesimo anno¬†di¬†et√†) e perch√© √© arbitrario, in quanto non suffragato da alcun dato di esperienza, ritenere normale la pericolosit√† del minore di quattordici anni.

4. – Va, infine, ricordato che la Corte ha ripetutamente¬†sottolineato¬†come il rigore del sistema – in quanto fondato sulla presunzione assoluta di pericolosit√† – trovi temperamento nella possibilit√† di revoca della misura di sicurezza, ex art. 207 del codice penale. Del terzo comma di quest’ultima disposizione la Corte, con lasentenza n. 110 del 1974, ha, poi, dichiarato¬†la¬†illegittimit√† costituzionale “nella parte in cui attribuisce al Ministro di grazia e giustizia – anzich√© al giudice di sorveglianza – il potere di revocare le misure di sicurezza”, pervenendo quindi, in applicazione dell’art. 27 della legge n. 87 del 1953, alla pronuncia di incostituzionalit√† anche del secondo comma del medesimo art. 207 del codice penale “in quanto non consente (al giudice) la revoca delle misure di sicurezza prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge”.

5. – Conclusivamente, si pu√≤ dire che la disciplina complessiva della misura di sicurezza detentiva¬†del¬†ricovero in manicomio (ora ospedale psichiatrico) giudiziario, per effetto della giurisprudenza della Corte e per la successiva intervenuta abrogazione dell’art. 207, ultimo comma, del codice penale (in forza dell’art. 89 della legge 26 luglio 1975 n. 354), si √© sostanzialmente modificata rispetto all’impianto originario.

Ci√≤ nel senso che, pur ferma, salvo che per i minori degli anni quattordici, la presunzione legale di pericolosit√† sociale desunta dalla commissione di un reato di una certa gravit√† in condizioni di totale incapacit√† di intendere o di volere per infermit√† psichica, “spetta al giudice il potere di revoca della misura¬†di¬†sicurezza – ove sia accertata la cessazione dello stato di pericolosit√† (art. 207, comma primo, del codice penale) – anche prima che sia decorso il tempo corrispondente alla durata minima stabilita dalla legge” (sent.¬†n.¬†110 del 1974, citata).

6. – Tanto ricordato, la Corte riafferma anzitutto la legittimit√† in via di principio, nel campo delle misure di sicurezza, di tecniche normative di tipizzazione¬†difattispecie di pericolosit√†” cui collegare l’applicazione di determinate misure.

L’esigenza di una determinazione legale sufficientemente precisa dei presupposti delle misure di sicurezza deriva, anzi,¬†dalla¬†affermazione costituzionale del principio di legalit√†(art. 25, ultimo comma, Cost.). Rientra, dunque, sempre invia di principio, nella responsabilit√† del legislatore anche determinare se e quali spazi e criteri d’orientamento¬†sia¬†opportuno lasciare alla discrezionalit√† o all’apprezzamento tecnico del giudice, in vista dell’adeguamento¬†finalistico¬†delle misure alle situazioni individuali.

√Č parimenti acquisita alla giurisprudenza della Corte la¬†doverosit√†¬†del sindacato, alla stregua del principio¬†di¬†uguaglianza, su singole fattispecie di pericolosit√† costruite in termini “presuntivi” e rigidi, l√† dove la presunzione di pericolosit√† non abbia fondamento nell’id¬†quod¬†plerumque¬†accidit¬†ed abbia per conseguenza la indiscriminata applicazione delle misure di sicurezza in situazioni che differiscono fra loro proprio negli aspetti cui la misura ragionevolmente pu√≤ riferirsi (sent.¬†n.¬†1 del 1971, dianzi citata).

La questione di legittimit√† costituzionale del trattamento previsto dall’art. 222 del codice penale per gli autori di reato prosciolti per infermit√† psichica non pu√≤, pertanto, essere dissolta nella questione generica della “pericolosit√†¬†presunta”, ma¬†si incentra sui contenuti specifici di una specifica tipizzazione o presunzione normativa, in forza della quale i presupposti dell’obbligatorio ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario sono costituiti da: commissione di un delitto di una certa gravit√† (espressa dal massimo¬†edittale¬†di pena) e totale infermit√† mentale dell’imputato al momento del fatto.

“Presunzione di pericolosit√†”, in concreto, non significa altro che l’obbligatoria ed automatica applicazione della misura in tali ipotesi, indipendentemente da qualsiasi altra considerazione e da eventuali¬†ulteriori¬†accertamenti; l’unico limite √© che fra il fatto giudicato e la sentenza non sia decorso un tempo superiore a cinque ovvero a dieci anni (art. 204,cpv., n. 1 e 2, codice penale), nei quali casi si deve fare luogo a giudizio di pericolosit√† in concreto, secondo il principio enunciato come generale dall’art. 203 del codice penale.

La logica della disposizione denunciata sta nell’assumere l’infermit√† psichica dell’autore del reato quale elemento che caratterizza e collega i due termini della disciplina: il delitto in cui l’infermit√† ha manifestato una sua specifica pericolosit√† ed il tipo di risposta legale. La misura “di sicurezza” del ricovero obbligatorio in ospedale psichiatrico giudiziario costituisce la risposta alla pericolosit√† del soggetto; risposta modellata sulla specifica ragione (causa) di questa sua ritenuta pericolosit√†, vale a dire l’infermit√† psichica quale si √©¬†estrinsecata¬†nel delitto commesso. Presupposti e definizione dell’istituto pongono cos√¨ in risalto – e inscindibilmente collegano – dimensioni di “sicurezza” e dimensione terapeutica; il che √© necessario a legittimare la misura, sia di fronte alla finalit√† di prevenzione speciale, “riabilitativa”, propria in genere delle misure di sicurezza (sentenza n. 68 del 1967) sia di fronte al principio,¬†anche¬†esso costituzionale, di tutela della salute (art. 32 Cost.).

Come¬†misura “finalizzata” – orientata a risultati, ad un tempo di sicurezza e di terapia – il ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario appare¬†pertanto ragionevolmente connesso al duplice presupposto tipico della commissione di un delitto non lieve e dell’infermit√† psichica quale condizione del delitto.

7. – Le argomentazioni sin qui richiamate ed esposte valgono a confutare in modo esplicito od implicito quelle¬†in contrario addotte¬†dalla maggior parte dei giudici rimettenti, al fine di contestare la legittimit√† costituzionale della presunzione di pericolosit√† sociale posta dalle norme denunziate. Va, peraltro, precisato che ci si riferisce alle questioni sollevate in giudizi nei quali indagini peritali esperite caso per¬†caso¬†hanno escluso la pericolosit√† sociale dell’imputato, pur essendo rimasta sostanzialmente inalterata, nella sua natura, nelle sue caratteristiche e nella sua intensit√†, rispetto al momento del fatto, l’infermit√† psichica dell’imputato stesso, che determinandone il vizio totale di mente, ne comporta il proscioglimento ai sensi dell’art. 88 del codice penale. Questo presupposto di fatto accomuna le varie questioni, tutte rivolte, pur su piani e sotto profili diversi, ad¬†indubbiare¬†il criterio presuntivo posto dal legislatore, la cui razionalit√† si assume smentita, nelle fattispecie considerate dall’accertamento peritale.

In aggiunta alle considerazioni sopra svolte, pi√Ļ che¬†ribadire¬†la natura¬†prognostica¬†- di reiterazione di condotte criminose – del giudizio di pericolosit√† sociale, che rende del tutto ragionevole (anzi ineliminabile in ogni caso) il ricorso a criteri probabilistici,¬†val¬†la pena di osservare che il riferimento al massimo della penaedittale, assunto quale indice della gravit√† del reato, e non invece alla pena irrogabile in concreto, tenendo conto di eventuali attenuanti, oltre a discendere in modo coerente dal presupposto della misura rappresentato da una sentenza di proscioglimento (e non di condanna) dell’imputato incapace, garantisce la applicazione della misura stessa in tutte le situazioni¬†normativamente¬†descritte con pieno rispetto del principio di uguaglianza. Quanto¬†alla¬†ulteriore censura, per cui le norme impugnate assoggetterebbero¬†adugua¬†le disciplina infermit√† di natura diversa, ovvero della stessa natura ma di diversa intensit√† da soggetto a soggetto, baster√† rilevare che presupposto per l’applicazione della misura √© un accertamento di incapacit√† di intendere o di volere per infermit√† psichica e che tale requisito √© sufficiente ad accomunare infermit√† che, pur se di natura ed intensit√† diverse, danno luogo all’identico risultato in termini di imputabilit√† (art. 88 del codice penale).

Lo stesso requisito, d’altra parte, differenzia nettamente la situazione del totalmente infermo di mente rispetto a quella del seminfermo di mente, la cui capacit√† di intendere o di volere, pur se grandemente scemata, non √© esclusa (art. 89¬†c.p.). √Č perci√≤ del tutto legittimo – oltre che razionalmente adeguato – che solo per il secondo e non anche per il primo sia prevista, in determinati casi, la possibilit√† di sostituire la misura di sicurezza detentiva con quella, non detentiva, della libert√† vigilata (art. 219, terzo comma¬†c.p.). Dall’affermata legittimit√† di tale trattamento¬†differenziato¬†deriva l’infondatezza dell’ulteriore censura di violazione del diritto al lavoro garantito dall’art. 4¬†Cost.. Deve di conseguenza ritenersi precluso l’esame dell’ulteriore censura mossa dal giudice di sorveglianza del Tribunale di Roma all’art. 231 c.p. sotto il profilo della mancata previsione della possibilit√† di sostituire, in senso inverso, la misura di sicurezza detentiva alla libert√† vigilata in caso di gravi violazioni alle prescrizioni inerenti a questa, trattandosi evidentemente di questione prospettabile solo presupponendo la fondatezza di quella or ora disattesa.

Delle questioni sollevate con riferimento agli artt. 13, secondo comma, 111 e 24, secondo comma Cost., basterà dire che sono state già dichiarate infondate dalla Corte con le sentenze nn. 19 del 1966 e 68 del 1967, e che i giudici rimettenti non propongono ora argomentazioni diverse da quelle allora disattese.

Nemmeno pu√≤ ritenersi vulnerato il principio della personalit√† della responsabilit√† penale, di cui all’art. 27, primo comma, Cost. Pur a voler ammettere, in viadi¬†ipotesi, che nel campo di applicazione del citato disposto costituzionale rientrino anche le misure di sicurezza e non, invece, soltanto le pene, resta che il vincolo ivi posto attiene al momento della costruzione della fattispecie e comporta la necessit√† di un collegamento tra il presupposto specifico della misura e il soggetto cui essa viene applicata: in altre parole, si esige che la misura stessa venga applicata soltanto a soggetti dei quali risulti accertata la pericolosit√† criminale. Rispetto al precetto costituzionale √© invece indifferente il modo in cui il suddetto collegamento¬†viene¬†configurato, se¬†cio√©¬†esso debba risultare da un accertamento caso per caso della pericolosit√† ovvero da una presunzione stabilita dal legislatore sulla base di presupposti razionalmente idonei a fondarla.

La censura, infine, mossa con riferimento all’art. 27, terzo comma¬†Cost.,¬†√© gi√† stata respinta da questa Corte (sentenze N. 68 del 1967¬†e¬†106 del 1972) con il rilievo che tale norma “si riferisce soltanto alle pene e non considera le misure di sicurezza proprio perch√© esse tendono ad un risultato che uguaglia quella rieducazione cui deve mirare la pena”. Al proposito si pu√≤ aggiungere che rispetto al parametro costituzionale invocato viene in considerazione il tipo di misura prefigurato in via generale dal legislatore e la sua astratta idoneit√† a perseguire finalit√†¬†rieducative, non invece le modalit√† di determinazione e¬†di¬†accertamento dei presupposti per la sua applicazione.

Vero √© che la questione qui¬†da ultimo disattesa¬†ha ad oggetto non tanto la presunzione di pericolosit√† sociale, come¬†normativamente¬†posta, quanto il ricovero obbligatorio in ospedale psichiatrico giudiziario, per il dubbio che tale ricovero non sia razionalmente idoneo al conseguimento delle finalit√† curative e¬†risocializzantiassegnate – accanto alle finalit√† di prevenzione sociale – alla misura di sicurezza in questione. Nella stessa prospettiva si pongono altri giudici rimettenti che denunziano una possibile lesione dell’art. 32, primo comma, Cost. con riguardo alle condizioni strutturali ed alle prassi terapeutiche degli ospedali psichiatrici giudiziari, ovvero una violazione del principio¬†di¬†uguaglianza, stante il trattamento gravemente deteriore riservato agli infermi di mente ai quali viene applicata la misura di sicurezza in esame rispetto ai comuni malati di mente, cui si applica la nuova legislazione in materia, ai sensi della quale il ricovero obbligatorio √© eccezionale, di durata limitata e fondato soltanto sulla necessit√† di urgenti interventi terapeutici, senza che venga pi√Ļ in considerazione la pericolosit√† dell’infermo (legge 13 maggio 1978, n. 180 e legge 23 dicembre 1978, n. 833).

Prendendo in esame quest’ultima censura, √© evidente la non omogeneit√† delle situazioni messe a confronto, posto che la misura di sicurezza in questione torna applicabile soltanto a quegli infermi di mente che, essendo stati prosciolti dall’imputazione di un reato di una certa gravit√† perch√© commesso in stato di totale incapacit√† di intendere o di volere, vengono dalla legge considerati socialmente pericolosi. Al comune malato di mente non √© riferibile invece la commissione¬†di¬†alcun reato, o almeno di un reato di uguale gravit√†, e tanto basta a legittimare il differente trattamento normativo.

Quanto infine ai rilievi che¬†vengono¬†mossi alle effettive condizioni organizzative e di gestione degli ospedali psichiatrici giudiziari, rappresentate come tali da menomare grandemente o addirittura vanificare la funzione di cura degli internati per soddisfare, invece e soltanto, una funzione repressiva e segregante, questa Corte, giudice delle leggi, non pu√≤ dedurne motivi di incostituzionalit√† delle norme denunziate, tra le quali non sono comprese quelle disciplinanti appunto gli ospedali psichiatrici giudiziari. Ci√≤ non toglie che le¬†carenze¬†lamentate dai giudici rimettenti, in base a personali, sofferte esperienze e risultanti anche da indagini ufficiali condotte o promosse da autorit√† a ci√≤ competenti, esigano la pi√Ļ attenta considerazione e la pi√Ļ sollecita iniziativa da parte del legislatore e dei pubblici poteri. Il problema umano e sociale del trattamento da riservare ai soggetti prosciolti perch√© non imputabili per infermit√† psichica non pu√≤ essere affrontato e risolto in termini formali e nominalistici -¬†di¬†etichetta verrebbe fatto di dire – ma impone l’adozione di misure concretamente idonee alla cura e non soltanto alla custodia di quei soggetti medesimi, essendo evidente che la loro¬†risocializzazione¬†dipende dalla guarigione o quanto meno dal miglioramento delle loro condizioni psichiche.

8. – Le considerazioni svolte e le conclusioni sin qui raggiunte muovono, come si √© detto, dal presupposto che la situazione¬†di¬†infermit√† psichica accertata rispetto al momento del fatto risulti immutata nel momento del giudizio ovvero in quello successivo in cui la misura in questione debba essere ordinata, ove a ci√≤ si sia omesso di provvedere con la sentenza di proscioglimento (art. 205 cpv. n. 2¬†c.p.). In altre parole le disposizioni di legge denunziate in tanto sono indenni da vizi di costituzionalit√† in quanto una tale infermit√† sia inalterata nel tempo in cui la misura di sicurezza √© applicata ed eseguita (la vicinanza temporale fra il giudizio e l’esecuzione della misura √©, nell’ipotesi normale, assicurata dall’immediata esecutivit√† delle sentenze di proscioglimento per¬†inimputabilit√†).

La disposizione dell’art. 222 cod.¬†pen.,¬†peraltro, prescinde dalla “attualizzazione” del giudizio di infermit√† mentale, guardando esclusivamente al momento del fatto. La struttura “presuntiva” della fattispecie si rivela contenere, come bene¬†hanno¬†osservato alcune ordinanze di¬†rimessione, una presunzione duplice: innanzitutto quella che ricollega infermit√† e pericolosit√†, e che √© quella che la Corte, in precedenti pronunce, ha gi√† ritenuto non in contrasto con i criteri di comune esperienza. Ma¬†la¬†applicazione della misura a distanza di tempo dal fatto (obbligatoria ed automatica fino a che non siano trascorsi cinque o dieci anni) poggia su una presunzione ulteriore, concernente il perdurare (non della sola pericolosit√†, ma) della stessa infermit√† psichica, senza mutamenti significativi dal momento del delitto al momento del giudizio.

Una simile presunzione assoluta di durata dell’infermit√† psichica, lungi dall’esprimere esigenze di tutela discrezionalmente apprezzate dal legislatore, finisce per allontanare la disciplina normativa dalle sue basi razionali. Dietro la presunzione non vi sono n√© dati¬†d’esperienza suscettibili¬†di generalizzazione, n√© esigenze di semplificazione probatoria. Indurre, a distanza di tempo imprecisata, lo stato di salute mentale attuale da quello del tempo del commesso delitto, √© questione di fatto che pu√≤ e deve essere verificata caso per caso; totalmente privo di base scientifica sarebbe¬†comunque¬†ipotizzare uno stato di salute (anzi di malattia) che si mantenga costante, come regola generale valida per qualsiasi caso d’infermit√† totale di mente. Quanto alle preoccupazioni probatorie (che pure hanno trovato un’eco in precedenti pronunce della Corte) √© di tutta evidenza che la prognosi postuma, richiesta (al perito psichiatra) dall’accertamento¬†della¬†imputabilit√† o non imputabilit√† al momento del fatto, presenta difficolt√† incomparabilmente maggiori della diagnosi dello stato di salute psichica presente al momento del giudizio od in quello successivo in cui la misura debba essere applicata. Di regola, anzi, sar√† proprio questa diagnosi a fornire elementi basilari per la ricostruzione (induttiva, spesso opinabile) dello stato di salute nei periodi anteriori. Una regola “presuntiva”, come¬†quella¬†implicita nell’art. 222 cod.¬†pen., che imponga di ricostruire il presente dal passato, si rivela pertanto un’inversione totale della logica del giudizio scientifico, su cui poggia qualsiasi ragionevole disciplina dell’infermit√† di mente.

La conseguenza pratica della norma denunciata √© che, collegandosi la misura di sicurezza all’infermit√† psichica al momento del fatto, la misura andr√† ugualmente applicata a soggetti che, al momento del giudizio, siano ancora infermi di mente, e ad altri il cui stato di salute (ovviamente oggetto dell’esame peritale concernente l’imputabilit√†) abbia invece subito una¬†positiva¬†evoluzione. I giudizi¬†a¬†quibus¬†offrono al riguardo¬†una¬†precisa ed inquietante esemplificazione.

La differenza evidenziata – che la disciplina legale ignora – attiene proprio all’elemento – lo stato di salute psichica attuale – che solo √© idoneo a giustificare una misura di sicurezza orientata alla salute psichica del destinatario, quale √© per definizione l’ospedale psichiatrico giudiziario. Di qui l’illegittimit√† costituzionale dell’art. 222, primo comma, cod.¬†pen.,¬†nella parte in cui non subordina il provvedimento di ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario dell’imputato prosciolto per infermit√† psichica al previo accertamento – da parte del giudice della cognizione o della esecuzione – della persistente pericolosit√† sociale derivante dall’infermit√† medesima al tempo dell’applicazione della misura.

In questi limiti, la pronuncia d’illegittimit√† deve investire, di riflesso, anche gli¬†artt. 204 cpv. e 205 cpv. n. 2¬†c.p.: il primo, in quanto, dettando una disposizione generale e quindi riferendosi anche alla misura di sicurezza in questione, pone una presunzione assoluta che preclude accertamenti sulla pericolosit√† anteriore ai termini ivi fissati (dieci o cinque anni dal fatto); il secondo, in quanto preclude analoghi accertamenti al giudice dell’esecuzione che sia chiamato ad applicare la misura, ove non ordinata nella sentenza di proscioglimento. Immune da censura √© invece l’art. 215¬†c.p., pure denunziato in talune ordinanze, giacch√© esso si limita a prevedere, tra le altre, la misura di sicurezza in questione, senza dettare alcuna disposizione che investa la sua concreta disciplina.

9. – In questi termini, la dichiarazione d’illegittimit√† costituzionale delle norme su indicate contribuisce a restituire coerenza ad un sistema normativo, nel quale la rigida logica originaria delle presunzioni di pericolosit√† √© gi√† stata fortemente incrinata, a seguito della dichiarazione d’illegittimit√† costituzionale dei commi secondo e terzo dell’art. 207 cod.¬†pen.,¬†con conseguente trasformazione della revoca anticipata delle misure di sicurezza, da atto politico del Ministro, inattivit√† giurisdizionale doverosa, ricorrendone i presupposti sostanziali (la competenza a provvedere √© ora regolata dall’art. 70 della legge 26 luglio 1975, n. 354). La “presunzione di durata” della pericolosit√† – implicita nella determinazione inderogabile (per il giudice) di un periodo minimo di durata della misura di sicurezza – ha cessato¬†di essere assoluta, lasciando spazio a puntuali verifiche giudiziali dell’evolversi della situazione concreta. La contrapposizione di presunzioni legali al giudizio concreto di pericolosit√† ha perci√≤ gi√† perso il suo vero significato, che era collegato all’applicazione obbligatoria di una misura per un periodo minimo inderogabile, mentre un principio generale unificante √© ora ravvisabile nel potere – e dovere – del giudice di disporre, sulla base degli opportuni, concreti accertamenti, la revoca della misura, in qualsiasi momento la persona sottoposta abbia cessato¬†d’essere pericolosa.

Perfetta coerenza e continuità, in conclusione, vi é fra la presente decisione e la sent. n. 110/74

, nel superamento di un sistema che, se riconosce la legittimità in via di principio della tipizzazione legale di fattispecie di pericolosità, già si é allontanato da un sistema di determinazione della durata delle misure di sicurezza in termini rigidi, agganciati ad ulteriori presunzioni. Il potere di apprezzamento concreto del giudice, che la presente pronuncia ritiene necessario ad evitare ingiustificati livellamenti di situazioni diverse, non é altro se non il potere di non internare in ospedale psichiatrico giudiziario soggetti che, in considerazione del loro attuale stato di salute, avrebbero il diritto di ottenere immediatamente la revoca c.d. anticipata.

 

PER QUESTI MOTIVI

LA CORTE COSTITUZIONALE

 

1) dichiara l’illegittimit√† costituzionale degli¬†artt.¬†222, primo comma, 204, cpv. e 205, cpv. n. 2, del codice penale, nella parte in cui non subordinano il provvedimento di ricovero in ospedale psichiatrico giudiziario dell’imputato prosciolto per infermit√† psichica al previo accertamento da parte del giudice della cognizione o¬†della¬†esecuzione della persistente pericolosit√† sociale derivante dalla infermit√† medesima al tempo dell’applicazione della misura;

2) dichiara non fondate le questioni di legittimit√† costituzionale dei medesimi¬†artt. 222, primo comma e 204¬†cpv.,¬†nonch√© dell’art. 215 cpv. n. 3 cod.¬†pen.,sollevate in riferimento agli¬†artt. 4, primo e secondo comma, 27, primo e terzo comma e 32, primo e secondo comma, Cost. dai Tribunali di Roma e Venezia, dalla Sezione di sorveglianza di Bologna, dai giudici istruttori presso i Tribunali di Firenze, Milano, Pisa, Grosseto e Bologna, dai giudici di sorveglianza di Roma eFrosinone¬†nonch√©¬†dai Pretori di Pisa, Pieve di Cadore e S.¬†Don√†¬†di Piave con le ordinanze in epigrafe;

3) dichiara manifestamente infondate le questioni di legittimità costituzionale dei suddetti artt. 222, primo comma e 204 cpv. cod. pen., sollevate in riferimento agli artt. 13, secondo comma, 24, secondo comma e 111 Cost. dai Tribunali di Roma e Como, dai giudici istruttori presso i Tribunali di Firenze e Siena, dal giudice di sorveglianza di Frosinone e dal Pretore di Pieve di Cadore con le ordinanze indicate in epigrafe;

4) dichiara inammissibile la questione di legittimit√† costituzionale dell’art. 231 cod.¬†pen.¬†sollevata in riferimento agli¬†artt.¬†4, primo e secondo comma e 32 Cost. dal giudice di sorveglianza di Roma con l’ordinanza indicata in epigrafe.

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