Stigma, psichiatria e malati psichici

di Andrea Mazzoleni

Lo Stigma, il marchio indelebile che caratterizza il malato psichico e si proietta sul gruppo sociale di appartenenza, è ancora oggi uno dei principali ostacoli ai programmi di terapia e di assistenza dei pazienti psichiatrici, che continuano a rimanere discriminati e ghettizzati, perchè della pazzia ancora ci si vergogna.

 

È inimmaginabile una psichiatria priva di riferimenti e di rimandi sociali. Anzi, di più, la psichiatria è probabilmente il settore delle scienze mediche nel quale risulta particolarmente evidente come i fattori ambientali giochino un ruolo fondamentale, ruolo spesso non inferiore a quello dei fattori di ordine biologico, nello spiegare la genesi, il decorso, gli esiti e i risultati dei trattamenti delle diverse forme di disagio psichico.

Innumerevoli sono i passi avanti che sono stati attuati, ma diversi interrogativi e criticità ancora permangono. Grazie ad un insieme di normative, si sono gettate le basi per creare le condizioni per andare al di là dello stigma e della discriminazione nei confronti delle persone che soffrono di disagio mentale, restituendo loro, almeno in parte, la possibilità di sviluppare la consapevolezza e la garanzia dei fondamentali diritti della persona umana.

Si tratta di una questione di “cultura”, secondo Alarcón, la quale svolge alcune fondamentali funzioni rispetto alla psicopatologia. La prima consiste nel farsi strumento rappresentativo ed esplicativo poiché serve a dare un senso al disturbo psichico, rendendolo così meno patologico; un’altra funzione della cultura è quella patogena e patoplastica. Alcuni eventi culturali, infatti, possono contribuire alla genesi di un disturbo oppure proprio la cultura può plasmare vari aspetti della mente umana, come ad esempio il contenuto di deliri o allucinazioni, il significato di manifestazioni ansiose e il significato dei sintomi.

Avendo trasformato ogni problema ed emozione umana in una malattia mentale, la psichiatria ha assunto il ruolo di autorità sulle faccende umane con drammatici effetti sulla vita di miliardi di persone e ingenti e macabri ricavi per le aziende farmaceutiche. Pomposamente, inoltre, illustri psichiatri partecipano a varie trasmissioni televisive rispondendo ad ogni domanda come se sapessero ogni cosa e tutti sono pronti a prendere come oro colato ogni singola sillaba proferita.

Dagli aspetti relazionali e sociali della psichiatria nasce così il problema dello stigma e della stigmatizzazione. Succede cioè che la psichiatria, ma anche altre discipline mediche per la verità, rimangono condizionate da pregiudizi nuovi e vecchi. Pregiudizi che offuscano e sviliscono non solo le persone che soffrono ma anche i curanti, gli oggetti terapeutici e le modalità curative, con possibili effetti a cascata.

Importante rimane l’interpretazione della malattia mentale come devianza: “La follia – afferma Jervis – è anzitutto un giudizio di devianza; in pratica è il nome che si dà a certe violazioni delle regole del vivere sociale”. La diagnosi psichiatrica non avrebbe un valore scientifico, ma dipenderebbe da categorie socioculturali ed etichetterebbe le persone non corrispondenti a un determinato modello sociale secondo i passaggi: deviante, non normale, anormale, malato. Alla psichiatria spetterebbe quindi una funzione organica al “sistema”: farsi carico dei devianti, provvedere al loro recupero e reinserimento sociale e, nel caso non fosse possibile, garantire la loro esclusione per mezzo dell’istituzionalizzazione. Questi concetti vengono spesso integrati in una concezione marxista, per cui la malattia psichica è conflitto psichico, ripercussione di contraddizioni e di tensioni sociali. Come, secondo Marx la storia è storia della lotta di classe, così, per una psichiatria di orientamento marxista, la storia del malato è una storia di oppressione. Quindi, secondo lo psichiatra Franco Basaglia “l’unica possibilità che ci resta è di conservare il legame del malato con la sua storia – che è sempre storia di sopraffazioni e di violenze – mantenendo chiaro da dove provenga la sopraffazione e la violenza”.

La trasformazione dei modelli di assistenza psichiatrica ha determinato inoltre un aumento del carico esercitato dai pazienti psichiatrici sulle famiglie.

La valutazione del carico familiare e della disabilità sociale insieme alle ricerche sui costi e sulle prestazioni sono diventate così strumenti necessari per un corretta organizzazione dei servizi di salute mentale. I bisogni delle famiglie ed il funzionamento sociale del paziente sono utili strumenti per valutare l’efficacia degli interventi psichiatrici e per programmare, ad opera del servizio territoriale, interventi specifici atti alla cura delle varie psicopatologie.

Una moderna psichiatria dal volto umano è quella quindi che si immerge nel grande grembo della filosofia per cercare di analizzare e comprendere fino in fondo il buio in cui affonda l’animo umano, la sua disperata richiesta di senso. E’ quella che ha trasformato in esperienze alternative di diagnosi e cura l’approccio fenomenologico del grande medico svizzero Binswanger, la daseinanalyse di Heidegger, la prospettiva esistenzialista sartriana della libertà e dell’individualità. E’ quella, soprattutto, che ha abbattuto i muri dei manicomi lager dove la diversità o la semplice sofferenza mentale venivano trattate da aberrazioni della natura, nascoste alla sensibilità collettiva, sequestrate e violentate con elettroshock, contenzione, psicofarmaci, tecniche di isolamento e stigmatizzazione.

(da Agoravox)

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