Storia di un ragazzo tra TSO, CSM e interdizione

storiadiDi Maria Omiccioli, operatrice salute mentale nelle Marche, con un corsivo in premessa di Piero Cipriano


Da quando ho iniziato a scrivere storie, di pazienti impazienti esigenti, di operatori riluttanti impazienti esigenti anch’essi, di servizi che non servono, di cattive pratiche che si nascondono dentro a nuove strutture, vengo raggiunto da altre storie, perché le storie chiamano storie. Allora ce ne sono di storie da raccontare ma siccome non c’è il tempo, la forza, per raccontarle tutte, alcune diventano paradigmatiche, nel senso che ne racconti una e ne hai dette tante. Ora io lavoro a Roma, qui si dice che le pratiche gentili sono difficili perché i numeri della metropoli sono spaventosi, si immagini un dipartimento, quello della ASL Roma 1 dove lavoro, con un milione di abitanti. Roba che noi stessi che ci lavoriamo non sappiamo dove è situato un servizio e dove è un altro e chi sono gli operatori che ci lavorano. Gli operatori sono in sofferenza, per disperazione capita, qui a Roma, che delle volte l’operatore del paziente molesto, difficile, talvolta aggressivo, insomma pericoloso, sia proprio l’operatore a suggerire al famigliare del paziente di denunciarlo, e già, denunciarlo, di modo che inizi il percorso che porta quel paziente a intraprendere il doppio binario, e dunque le maglie della giustizia lo obblighino (lo internino) in una REMS, o altrove. L’altro strumento è l’abuso dell’amministratore di sostegno. Un buono strumento. Ma che per molti pazienti diventa una trappola, un TSO con o senza acuzie. Insomma, già questi strumenti ci stanno stretti a noi che vorremmo servizi di salute mentale non espulsivi, figuriamoci quanto possiamo essere d’accordo con chi, ancora, anacronisticamente, insiste con lo strumento dell’interdizione. Quanto incapace deve essere, nel giudizio di chi si prende la responsabilità di interdire, una persona, per essere interdetta? Poi leggi la mail che questa persona mi scrive, e capisci che non è incapace, e che forse l’incapacità è nel farsi carico della sua instabilità esistenziale. Del suo modo, divergente, di intendere il suo stare al mondo. Ecco, decretare che una persona è incapace, mi pare un’ammissione della propria incapacità professionale. L’ammissione della propria sconfitta professionale. Una resa.


Riporto la storia di un ragazzo seguito da sei anni da uno dei tanti CSM d’Italia, un CSM di una piccola cittadina nelle Marche: Matelica in provincia di Macerata.

Ma prima di raccontare in un modo più asciutto e reale le vicende, intendo parlare del tempo.

Si sa che in una società che tende al consumismo, siamo abituati fin da piccoli ad utilizzare il tempo per fare e produrre. Cosicché le azioni diventano il motore della società e vanno eseguite in tempo. È interessante notare che l’agire e il tempo vengono utilizzati anche per definire lo stato di salute. Per esempio nello stesso DSM troviamo delle diagnosi che vengono dettate in base a quanti giorni certi comportamenti o emozioni si protraggono.

Il mio pensiero qui va verso quelle persone che, per loro natura, hanno bisogno di più tempo per agire e che sono più proiettate all’essere che al fare. Queste sono solitamente persone più adatte a starsene ferme con se stesse, nel capire e cercare il senso di se stesse, più che a programmare cose e ad essere insomma un motore in azione nel mondo. Questi spesso sono individui che hanno la capacità di sentire non solo la loro essenza, ma anche quella degli altri e per questo, per mia esperienza, sono spesso anche buoni consiglieri.

Ho visto dei giovani di questo tipo sentirsi pressati e in gabbia per l’urgenza che gli adulti gli mettevano riguardo all’importanza di agire e di progettare la loro vita entro certi tempi e in determinati modi. In questo modo, il dovere fare supera il diritto all’essere.

E l’Essere, per chi si occupa della cura dell’anima, per la psichiatria, credo debba essere al centro. La produttività e il lavoro sono importanti: come Freud scrisse, amore e lavoro sono indice di salute. Ed amore e lavoro sono tra loro connessi, e se si è capaci di amare, lo si è anche di creare. Per essere produttivi in modo sano, si presuppone che si debba partire dall’amare, dal rapporto con sé e con gli altri e chi è al servizio dell’anima debba da lì cominciare.

Invece succede in un Csm che se un ragazzo si ritrova a ventiquattro anni a non avere ancora trovato la strada nella sua unicità, e che fugga alla convenzionalità, al dovere e alla massa, debba essere addirittura interdetto e obbligato a vivere in una struttura, forse perché considerato non funzionale e produttivo, e allora può diventare produttività per altri.

Il ragazzo diverse volte si è trovato in colluttazione con i genitori con conseguenti chiamate da parte loro al 118 e ricoveri in TSO. Dopo che si stabilizzava, chiedeva di tornare a casa ma gli veniva sempre indicata una struttura o una comunità come soluzione al tutto. Sembrava che in SPDC non potesse fare scelte. A volte trattando e ritrattando con gli psichiatri fino a sfinimento veniva dimesso per tornare a casa ma altre volte era trasferito direttamente in una struttura. Cliniche psichiatriche che non offrivano altro che un parcheggio per il corpo, TV e sigarette. Poco o nessun dialogo con gli operatori, nessun progetto o attività. E anche le minime attività se c’erano, quasi mai, non erano veri lavori, ma passatempi quasi scolastici. Per lui luoghi senza senso.

Dunque il giovane pur non volendo – il diritto di libertà di scelta non aveva la meglio – ha passato comunque tempi più o meno lunghi in alcuni di questi luoghi, provando sulla sua pelle quanto questi fossero non solo inutili, ma dannosi per la sua psiche e il suo corpo. Luoghi che mai lo hanno portato a trovare il suo talento o a creare qualcosa. Ma solo posti di stasi, punitivi e di noia. Da qui la sua mancata motivazione e il suo malessere emotivo nel dover viverci. La sua volontà a non starci. Per cui dopo peripezie varie ne usciva.

Affidato alla gestione di un amministratore di sostegno, in seguito gli psichiatri,  preoccupati per i “suoi” tanti TSO, hanno pensato di obbligarlo a stare lontano da casa ricorrendo all’ interdizione.

Ricordo che nella mia esperienza come infermiera in una SPDC solo una volta mi capitò di conoscere un paziente interdetto. Prima che entrasse in SPDC avevo sentito la sua storia. Lo psichiatra che ne parlava in équipe spiegò il caso con una frase: «La cosa peggiore che a un essere umano possa succedere», appunto, l’interdizione. Un uomo di quarant’anni interdetto dai suoi genitori. Quella frase dello psichiatra mi colpì. Sentii il ruolo protettivo/curativo di quel medico e di ogni medico, come giusto che sia.

Forse quei genitori anziani e con pochi strumenti erano entrati in una disperazione dettata anche da forti investimenti emotivi per giungere a quella triste decisione verso il figlio. Ma vedere ora che dei curanti specializzati con tanti anni di studio, tirocini, scambi di pareri in équipe coi colleghi, esperienze con casi di vita piuttosto forti, col compito di psichiatra che protegge chi soffre, e che lo protegge sempre anche se quel malato è manipolativo, aggressivo, irritante, siano giunti a questa decisione invece obbiettivamente – a differenza di quei genitori – mi rattrista ancora di più.

Un CSM che invece di investire in una interazione sceglie di regredire ad una interdizione. Perché l’interdizione, è una regressione a tempi si spera ormai lontani e vecchi. Vecchi quanto i vecchi manicomi. Oggi esiste il rapporto. La psichiatria vera cura col rapporto e se necessario anche usa molecole. Ed anche nell’uso di tali molecole vige un’alleanza terapeutica, cosa anche questa che al giovane spesso non hanno permesso, ricorrendo a TSO quando egli rifiutava alcuni farmaci. Per questo, uscito dal reparto, interrompeva le terapie. E non stava poi male senza tutti quegli effetti collaterali. Effetti fastidiosi per la psiche e per il corpo che lui faceva presenti più volte ai curanti ma che questi cercavano di risolvere con l’aggiunta di altre pillole anti-effetti collaterali e senza portarli a riduzione. Questa cosa agitava il ragazzo ulteriormente e venivano aggiunti farmaci per la sua agitazione. Insomma, sei anni di gioventù tra diagnosi che ogni anno cambiavano e via di seguito con nuove diagnosi, nuove terapie.

Credo che in psichiatria il rapporto deve esserci maggiormente che in altre corsie ospedaliere. Il rapporto come la base per l’aiuto. Altrimenti si entra nell’abuso.

Ora il ragazzo è di nuovo in una struttura, ha più volte spiegato ai medici che questa situazione di interdizione crea in lui forte stress, ansia e dolore. Così come il passare i suoi giorni lì senza libertà. Non c’è motivazione. Senza motivazione non può esserci un progetto ma solo l’accentuarsi di rabbia, dolore, malessere e impotenza. Il giovane lì chiede farmaci per sballarsi un po’ nella noia e cerca soluzioni per la libertà. A casa aveva iniziato a comporre canzoni rap e lì dentro cerca di riprendere quel lavoro con fatica.

I medici del CSM, il responsabile dott. Meloni e dott.ssa Fantini che lo ha seguito per cinque anni, si sono resi responsabili della sua interdizione, anziché tutelare la sua salute e la sua persona. Il giovane lo ha saputo a giochi fatti senza aver avuto la possibilità di dire la sua al giudice. Qualsiasi persona, anche non sofferente, avrebbe visto il mondo cadergli addosso. La dott.ssa Ubertini, aggiuntasi in seguito all’equipe medica, non ha nemmeno ascoltato il ragazzo né cercato di conoscerlo, indicandogli solo una clinica già conosciuta dal giovane, un luogo che al tempo era sporco e affollato. Una struttura chiusa dove passare molti mesi della sua vita privato di ogni libertà e senza possibilità di scegliere.

Ma questa sofferenza di un’anima sembra non interessi a quel CSM che da sei anni lo segue e che dopo sei anni, ha pensato di risolvere il caso togliendo al ragazzo la facoltà di intendere e volere, relegandolo così ancor più al legame con la madre e il suo ambiente, da cui già aveva difficoltà a staccarsi.

Con la nuova psichiatria basagliana si è voluto dare forza al territorio creando CSM, assistenza domiciliare, case protette e centri diurni. In una cittadina di pochi abitanti quale è Matelica queste soluzioni possono essere utilizzate come in altre realtà più grandi. Ma si torna ad internare.

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Un Commento a “Storia di un ragazzo tra TSO, CSM e interdizione”

  1. Le “pratiche gentili” sono difficili non perché gli psichiatri sono indifferenti alla sofferenza dei loro pazienti, sadici, o crudeli. Il vero dramma contemporaneo degli psichiatri (e di riflesso dei loro pazienti) è la cosiddetta “posizione di garanzia”. La giurisprudenza, attraverso un’interpretazione sempre più estensiva dell’art.40 del codice penale, ha a tutti gli effetti reinvestito gli psichiatri di una funzione di custodia sui loro paziente. E lo psichiatra non può fare altrimenti, se non vuole finire in galera.

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