Sui fatti di Trieste ho qualcosa da dire

vivianmaier

Di Allegra Carboni

Quanto accaduto nel pomeriggio di venerdì 4 ottobre a Trieste è una tragedia. La morte di due giovani uomini, che indossino o meno la divisa, è una notizia drammatica, che dal punto di vista mediatico risulta ancora più impattante quando riguarda due poliziotti, che rappresentano lo Stato e sono morti, come si dice in questi casi, nell’adempimento del loro dovere. Il dolore che avvolge le famiglie e gli amici delle due vittime, Matteo Demenego e Pierluigi Rotta, merita rispetto e vicinanza.

La narrazione e il racconto giornalistico di questi tragici eventi stimola però una riflessione. Tra le prime informazioni a circolare e a diffondersi come una macchia d’olio c’era quella riguardante i non meglio definiti disturbi psichici da cui sembrava essere affetto il giovane uomo che è riuscito ad impadronirsi della pistola e a fare fuoco contro i due poliziotti. La mattina seguente tutti i principali quotidiani nazionali e locali riportano, nella maggior parte dei casi senza nemmeno l’utilizzo del condizionale, la notizia delle difficoltà psichiche o del disagio psichico dell’assassino (Gianpaolo Sarti, che firma gli articoli usciti su La Repubblica, Il Piccolo, La Stampa e Il Messaggero; Francesco Dal Mas per Avvenire; l’autore dell’articolo uscito per il manifesto; Francesco Specchia e Simona Pletto per Libero), della psicolabilità del killer (Cristiana Mangani, Il gazzettino), dei problemi psichici o del “soggetto squilibrato” […], pare anche seguito da un centro di igiene mentale e di squilibrio psichico e instabilità mentale (Giusi Fasano e Andrea Pasqualetto, Il Corriere della Sera), delle turbe psichiche (Riccardo Pelliccetti, Il Giornale) che sembrava affliggessero Alejandro Augusto Stephan Meran.

Qual è la fonte che attesta il disturbo mentale dell’omicida? Durante la riflessione è accorsa in mio aiuto la proposta approvata nel corso di Impazzire si può (2011) e accolta dal Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e dalla Federazione Italiana della Stampa Italiana che, cogliendo l’appello dell’Organizzazione Mondiale della Sanità a sostenere, anche con l’informazione, la lotta ai pregiudizi, allo stigma e all’esclusione sociale di cui tuttora sono vittime le persone con disturbo mentale, hanno elaborato un protocollo per trattare adeguatamente notizie concernenti cittadini con disturbo mentale e questioni legate alla salute mentale in generale, in base al criterio deontologico fondamentale del rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati, contenuto nell’articolo 2 della Legge istitutiva dell’ordine. Qualcuno potrebbe osservare che tale documento si chiama proprio Carta di Trieste. Ciò è difficilmente attribuibile al volere del caso ed è sufficiente soffermarsi un attimo per comprendere che non si tratta di una banale coincidenza. Trieste, città protagonista della rivoluzione basagliana, ha sviluppato negli anni una visione critica e una cultura diversa riguardo al tema della salute mentale. È amaro constatare che coloro che hanno trattato la notizia, primi fra tutti alcuni giornalisti triestini, non hanno dimostrato la cura e l’attenzione che i delicati fatti richiedevano nell’essere maneggiati. La Carta di Trieste suggerisce al cronista di porsi alcune semplici domande: è rilevante ai fini della completezza dell’informazione precisare che il cittadino in questione ha un disturbo mentale? Se nella notizia è rilevante il peso del disturbo mentale, nell’articolo sono riportate le opinioni e i commenti di un operatore esperto della salute mentale o di una associazione di persone con disturbo mentale e loro familiari? Solo per citarne alcune. Viene inoltre sottolineata, per esempio, l’importanza di utilizzare termini giuridici pertinenti e non allusivi a luoghi comuni nel caso un cittadino con disturbo mentale si sia reso autore di un reato, tenendo presente che è una persona come le altre di fronte alla legge.

Dalla lettura dei pezzi prodotti dai giornalisti sopraccitati emerge, ancora una volta, la corrispondenza fra malattia mentale e pericolosità. O, peggio, la necessità di iscrivere chiunque commetta un atto violento fra i malati psichiatrici.

Quali sono gli effetti che le parole utilizzate sortiscono sul lettore comune? E sulle persone che vivono l’esperienza del disturbo mentale?

E pensare che quelle che sono state presentate dai giornali come solide verità sono in realtà semplici ipotesi che verranno probabilmente presto accantonate: nell’ordinanza del gip Massimo Tomassini si legge che non vi è nessuna traccia documentale di disturbi psichici. Alejandro Augusto Stephan Meran non era mai stato in cura presso i servizi di salute mentale.

Ma non esiste antidoto, e ormai il danno è fatto.

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