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	<title>forumsalutementale.it &#187; dalla stampa</title>
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		<title>Legge 180, il dibattito continua 32 anni dopo</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 19:51:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[ ROMA (11 luglio) &#8211; Applicata poco e male, con troppe disparità da regione a regione, o intrinsecamente «sbagliata» e quindi da modificare: sono le principali posizioni sulla legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, istituita il 13 maggio 1978 con l&#8217;obiettivo di cancellare i manicomi in Italia e ancora oggi punto di riferimento dell&#8217;assistenza psichiatrica in ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/legge-180-il-dibattito-continua-32-anni-dopo/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> ROMA (11 luglio) &#8211; Applicata poco e male, con troppe disparità da regione a regione, o intrinsecamente «sbagliata» e quindi da modificare: sono le principali posizioni sulla legge 180, la cosiddetta legge Basaglia, istituita il 13 maggio 1978 con l&#8217;obiettivo di cancellare i manicomi in Italia e ancora oggi punto di riferimento dell&#8217;assistenza psichiatrica in Italia.</p>
<p>Recepita nel dicembre 1978 nella legge 833 che istituiva il Servizio Sanitario Nazionale, la legge 180 ha segnato il passaggio dai manicomi al Trattamento sanitario obbligatorio e ai servizi pubblici di igiene mentale. L&#8217;obiettivo era promuovere un nuovo approccio alla cura dei pazienti psichiatrici riducendo terapie farmacologiche e contenimento fisico, fino ad allora comunemente praticati nei manicomi, e garantendo ai pazienti una buona qualità di vita attraverso l&#8217;assistenza in ambulatori territoriali.</p>
<p>Tuttavia l&#8217;applicazione della legge, demandata alle Regioni, ha prodotto risultati molto diversi. Un passo verso una maggiore omogeneità è stato tentato negli anni &#8216;90, con i Progetti Obiettivo nazionali sulla salute mentale che individuavano come riferimento strutture non ospedaliere come i Centri di Salute Mentale (1994) e indicavano le priorità (1999).</p>
<p>Nonostante ciò, l&#8217;ultimo manicomio in Italia è stato chiuso nel 2002 e la disomogenità è ancora un problema. Secondo le stime più recenti, per esempio, i Centri di salute mentale sono poco più di 700 (solo 16 dei quali attivi 24 ore su 24) e le strutture residenziali superano il migliaio, ma con notevoli disparità nel territorio.</p>
<p>Alla luce di questa situazione, nel 2008 la Conferenza Stato-Regioni ha approvato nuove linee di indirizzo nazionale sulla salute mentale per promuovere sostegno domiciliare e dipartimenti di salute mentale. Intanto il dibattito politico, quanto mai acceso, ha portato a sette proposte di legge di modifica della 180 da parte della maggioranza (molte delle quali puntano ad aumentare i tempi del Trattamento sanitario obbligatorio) mentre il Pd auspica la completa applicazione della legge (è questa, ad esempio, la posizione del presidente della Commissione parlamentare d&#8217;inchiesta sul Servizio sanitario nazionale, Ignazio Marino).</p>
<p>Sulla legge 180 si sono espressi anche il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, e il ministro della Salute, Ferruccio Fazio, affermando di non prevedere cambiamenti. In particolare Fazio aveva rilevato che la legge attuale permette di prolungare il Trattamento sanitario obbligatorio senza una definizione dei limiti di tempo.</p>
<p> (da Il Messaggero.it)</p>
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		<title>Caso Mastrogiovanni. Quando l&#8217;indifferenza è un reato morale</title>
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		<pubDate>Mon, 28 Jun 2010 21:03:41 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Stamane è cominciato il processo che vede imputato il personale medico coinvolto nella morte di Francesco Mastrogiovanni. Ben presto davanti al tribunale di Vallo ha preso forma e sostanza il gruppo di sensibilizzazione organizzato dal Comitato &#8220;Verità e giustizia per Franco&#8221;: c&#8217;erano, oltre alle persone di Vallo e dintorni (una ventina), una delegazione salernitana composta ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/caso-mastrogiovanni-quando-lindifferenza-e-un-reato-morale/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Stamane è cominciato il processo che vede imputato il personale medico coinvolto nella morte di Francesco Mastrogiovanni. Ben presto davanti al tribunale di Vallo ha preso forma e sostanza il gruppo di sensibilizzazione organizzato dal Comitato &#8220;Verità e giustizia per Franco&#8221;: c&#8217;erano, oltre alle persone di Vallo e dintorni (una ventina), una delegazione salernitana composta dai vari centri sociali e Sinistra Critica, l&#8217;USI, il sindacato anarchico, e il circolo Malatesta di Ancona che ha prodotto un volantino.</p>
<p>Presenti anche moltissime associazioni che si occupano di salute mentale, tra cui il Telefono Viola, il Centro Relazioni Umane di Bologna, e qualche giornalista e qualche artista noto (uno, per la precisione: Angelo Loia).</p>
<p>Tutti hanno discusso e denunciato la condizione disumana cui viene costretto chi si rivolge al servizio sanitario per l&#8217;igiene mentale: tra i presenti anche il compagno di stanza di Franco, tenuto in contenzione anch&#8217;egli per diversi giorni, che dichiara: &#8220;Franco è morto, potevo esserci io al suo posto&#8221;, e il suo sguardo mi trapassa il cuore.</p>
<p>La moglie, prima timida, poi prende coraggio: oggi la novità è che si parla di reparto psichiatrico senza la vergogna del paziente. Si vergogna chi sta &#8220;dall&#8217;altra parte&#8221;, chi è &#8220;normale&#8221;.</p>
<p>Le immagini del video mi tormentano, non lo nascondo, mi hanno creato una specie di buco interno che mi fa sudare freddo la schiena, mi sembra di sentirle quelle fasce sui polsi, l&#8217;aria mi pare viziata dall&#8217;odore di disinfettante e sudore. Mi sembra di vedere gli occhi di Franco. Mi sembra di sentirne le urla. Questo pensiero mi accompagna fisso durante questi giorni, quelli che hanno preceduto l&#8217;udienza e oggi, che questa ha avuto luogo, ho rilevato come ogni faccenda umana che finisce in tribunale si trasforma da scandalosa in ordinaria.</p>
<p>Queste le premesse che covano nel mio animo, che mi hanno accompagnato durante la mattinata. Questo ciò che ha dato colore al mio sguardo nell&#8217;osservare gli imputati presenti ridacchiare o lanciare sguardi che manco una tifoseria avversaria negli occhi umidi di Caterina, la sorella di Franco, che invece ha pianto composta, ha sperato con discrezione, è stata in un angolo. A differenza di alcuni imputati, una in particolare si aggirava per l&#8217;aula nascosta da occhialoni da diva, non mancando di dispensare sorrisi: se glielo avessero chiesto, probabilmente, avrebbe rilasciato di buon grado anche autografi.</p>
<p>C&#8217;è una responsabilità in questa storia, per dichiarare la quale non c&#8217;è bisogno di aspettare che la giustizia faccia il suo corso: è della società. La società non è un concetto fumoso che comprende tutto e niente, la società è somma di persone.</p>
<p>Penso a quelli che non si sentono indignati per questa storia, tutti quelli che non dichiarano a gran voce che dei medici così non li vogliono, che quella sciatteria che dal video prende corpo in maniera evidente non è una cosa legittima. In un ospedale, a maggior ragione. Non è eticamente corretto agire in quel modo.</p>
<p>Tutti quelli che non saltano dalla sedia al solo pensiero, sono sul banco degli imputati.</p>
<p>Ce li metto io, che non essendo nessuno ho pur sempre un dovere, quello di raccontare cosa accade. La notizia di oggi è questa: l&#8217;indifferenza è un reato morale.</p>
<p>Se non avete speso un pensiero per Franco, l&#8217;avete ucciso anche voi, contribuendo a formare una società fatta di individui non più umani.</p>
<p>Le lacrime che ho speso per Franco, per Riccardo Rasman, Giuseppe Casu (morto in seguito ad un trattamento sanitario obbligatorio che lo ha visto legato al letto per sette giorni consecutivi), Edmond Idehen, Roberto Melino, soltanto alcuni di una lunga lista di morti avvenute all&#8217;interno di reparti psichiatrici, bruciano dall&#8217;impotenza di non poter fare granché, ma con la loro consistenza mi rendono umanità, intesa come complesso di doti e sentimenti che si ritengono propri dell&#8217;uomo e lo distinguono dalle belve.</p>
<p>&#8220;Perché Mastrogiovanni non buca il diaframma del nazionale?&#8221; ha chiesto un giornalista, quasi tra sé e sé, intendendo esprimere con questa metafora forse un rammarico per il fatto che i media a respiro nazionale non hanno dato all&#8217;episodio l&#8217;attenzione che merita, accantonandolo subito dopo lo scalpore iniziale.</p>
<p>Perché forse la maggior parte della gente ragiona come quei medici, mi rispondo.</p>
<p>Tullia Conte • 28 giugno 2010</p>
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		<title>L&#8217;assurda fine di un maestro elementare</title>
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		<pubDate>Wed, 23 Jun 2010 19:03:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone e cattive pratiche]]></category>
		<category><![CDATA[contenzione]]></category>
		<category><![CDATA[dalla stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[di Michele Fumagallo
Francesco Mastrogiovanni 30 anni fa era stato accoltellato a una gamba da fascisti a Salerno. Per difenderlo l&#8217;anarchico Marini colpì a morte Carlo Falvella. È morto dopo essere stato fermato e sottoposto a Tso a Vallo della Lucania
Ci sono vite che sembrano destinate a portare sulle spalle il dolore del mondo e altre ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/lassurda-fine-di-un-maestro-elementare/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Michele Fumagallo</p>
<p>Francesco Mastrogiovanni 30 anni fa era stato accoltellato a una gamba da fascisti a Salerno. Per difenderlo l&#8217;anarchico Marini colpì a morte Carlo Falvella. È morto dopo essere stato fermato e sottoposto a Tso a Vallo della Lucania</p>
<p>Ci sono vite che sembrano destinate a portare sulle spalle il dolore del mondo e altre che sembrano destinate a procurare un dolore indicibile. Dentro questa forbice si è svolta l&#8217;avventura umana di Francesco Mastrogiovanni, maestro elementare, morto in circostanze assurde (nel senso di assurdamente brutali, come documentiamo con le foto a lato) l&#8217;anno scorso nel padiglione adibito alle cure psichiatriche dell&#8217;ospedale di Vallo della Lucania, cittadina del Cilento. Una morte decisa nello spazio di 4 lunghissimi giorni di agonia e vera e propria tortura, per cui adesso dovranno comparire nel tribunale di Vallo della Lucania (la prima udienza del processo è fissata per il 28 giugno prossimo) 18 imputati, 7 medici e 11 infermieri, accusati tutti di sequestro di persona e morte derivata da altri delitti (la contenzione forzata), mentre per i medici vi è anche l&#8217;accusa di falso ideologico nell&#8217;alterazione della cartella clinica. E davvero la storia di Francesco, a partire dalle foto che lo vedono sul letto di contenzione prima di morire, è uno di quei racconti che si farebbe bene a narrare sempre ai bambini con cui lui aveva vissuto.</p>
<p>Sempre, a ricordo di quanto può essere triste la vita degli uomini quando si distaccano dagli altri uomini e rendono emarginata la vita di chi non si adagia all&#8217;egoismo dominante. Una vita &#8220;normale&#8221; che Francesco non poteva vivere, perché altra era la sua natura e la sua storia. Una scelta a favore degli ultimi, che gli aveva fatto abbracciare in gioventù (ma come è curioso parlare di gioventù per una persona che è morta, anzi uccisa, quando era ancora nel pieno della maturità, a soli 58 anni) l&#8217;idea anarchica, che per lui era più un modo di vivere che un&#8217;ideologia, per cui aveva anche pagato dei prezzi molto salati e sofferto ingiustizie e umiliazioni che non lo avrebbero più abbandonato. Una sofferenza accresciuta, tra l&#8217;altro, dal fatto che Francesco non era un militante classico, impegnato in riunioni e quant&#8217;altro, ma più un sognatore che la sua scelta preferiva viverla nel suo modo di condurre l&#8217;esistenza.</p>
<p>Il fantasma del caso Falvella</p>
<p>Dunque Francesco viene prelevato dai carabinieri il 31 luglio del 2009 sulla spiaggia di San Mauro Cilento dove trascorreva qualche giorno di vacanza. Il prelievo forzato non era il primo. Era già stato sottoposto a Tso (Trattamento sanitario obbligatorio) altre due volte, e sempre la cosa aveva destato stupore nei suoi amici, conoscenti e parenti. Francesco infatti non era mai stato violento, né tossicodipendente se si esclude qualche spinello (tutto convalidato dalle analisi post decesso). Andava sì, a volte, in escandescenze ma senza mai degenerare in atteggiamenti violenti. Erano piuttosto i fantasmi di una gioventù scossa a presentarsi sempre davanti ai suoi occhi. Quei fantasmi che si incarnavano nelle forze dell&#8217;ordine che gli procuravano sempre incubi e paure. Che lo facevano tornare indietro nella memoria, agli anni in cui era appena un ventenne. Alla Salerno dei primi Anni Settanta quando, nella sera del lontano 7 luglio del 1972, in una strada buia della città, lui ed altri compagni furono aggrediti da alcuni fascisti. Allora Salerno era infestata da bande di fascisti che tentavano di &#8220;prendersi la città&#8221; (il Movimento sociale italiano era il secondo partito), dopo lo smacco e la sconfitta subita nella rivolta di Reggio Calabria. Le aggressioni fasciste erano all&#8217;ordine del giorno, documentate scrupolosamente da questo giornale che aveva allora in città un nucleo forte del manifesto. Francesco fu accoltellato a una gamba, il suo amico Giovanni Marini intervenne per aiutarlo e nella colluttazione cadde colpito a morte il fascista Carlo Falvella. Anche lì il ruolo di Francesco era anomalo: si trovava infatti per caso a Salerno per andare a teatro e si era aggregato con gli amici incontrati durante il tragitto. Mastrogiovanni fu assolto al processo dopo un anno di galera mentre Marini fu condannato a nove anni (nel collegio di difesa, tra gli altri, vi era Umberto Terracini, già membro della Costituente e dirigente del Pci). Quello stigma giovanile Francesco non riuscirà più a toglierselo di dosso nonostante il tentativo di riprendersi col lavoro (era stato per anni in quel di Bergamo a insegnare) e con la dimenticanza che sempre lenisce le ferite col passare del tempo. Una cosa, però, Francesco non riuscirà mai a cancellare dalla sua mente, ed è la preoccupazione alla vista delle forze dell&#8217;ordine. Emblematico di questa &#8220;fobia&#8221; è l&#8217;episodio accaduto nel 1999 a Salerno. E&#8217; da poco rientrato dal Nord perché è riuscito a trovare un posto nella scuola elementare di Castelnuovo Cilento, il paese dov&#8217;è nato. Pare che, fermato dai carabinieri nel capoluogo, abbia reagito in modo inconsulto a un controllo. Viene portato in caserma, processato per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, condannato in primo grado a tre anni. Riemerge il passato nella requisitoria dove il pubblico ministero lo definisce «noto anarchico», come se l&#8217;idea anarchica fosse di per sé un delitto oltre ad ignorare, il giudice, il modo del tutto particolare in cui viveva Francesco la sua &#8220;anarchia&#8221;.</p>
<p>Sconta un mese di carcere e cinque di arresti domiciliari, ma intanto si aspetta il ricorso in Appello che gli dà ragione: viene pienamente assolto per non aver commesso il fatto e riceve persino un risarcimento per l&#8217;ingiusta detenzione. Mastrogiovanni però acutizza, con questo episodio, la fobia profonda verso le forze dell&#8217;ordine. Capitano occasioni in cui scappa alla semplice vista di un poliziotto o carabiniere. E, come accade in genere in questi casi, la ribellione si esprime anche nelle cose minute della vita, quasi a rimarcare il diritto di vivere come vuole. Per questo, superficialmente, viene considerato un soggetto patologico, quando invece il suo rifiuto, ad esempio, di assumere i farmaci che gli vengono prescritti, è solo una risposta alla paura e un desiderio di essere rispettato. Magari curato ed aiutato, ma in modo del tutto diverso.</p>
<p>La costruzione del pericolo pubblico</p>
<p>E così cresce la sua &#8220;fama&#8221; di insofferente alle regole, di &#8220;anarchico&#8221;. Alimentata, per la verità, da atteggiamenti borbonici (vale ancora in Italia la vecchia concezione della &#8220;macchia indelebile&#8221;) delle forze dell&#8217;ordine. Racconta Vincenzo Serra, suo cognato: «Attorno alla sua figura si è costruita falsamente un&#8217;immagine di persona violenta, ma non era assolutamente pericoloso per la società. Persino nella cartella clinica c&#8217;è scritto che era soltanto &#8216;aggressivo verbalmente&#8217;. Spesso si arrabbiava, soprattutto quando parlava di politica, ma non passava mai alle vie di fatto. E&#8217; stato trattato come un &#8216;appestato&#8217; senza esserlo. Era sempre dedito alla lettura, collezionava libri, altro che violento. Diceva semplicemente che non si fidava di nessuno, soltanto di se stesso. Pensa che una maestra ha raccontato che Francesco in fondo era buono come i bambini, per questo era ben visto da loro».</p>
<p>Peppino Galzerano, amico e conoscente da tanti anni di Francesco, aggiunge, irato e incredulo: «È incredibile quanto avviene nel nostro paese. Non è che si può tacere di fronte a tanta offesa per la dignità umana. Non è possibile che un uomo entri in un ospedale, cioè il luogo adibito alle sue cure, e ne esca cadavere in un modo così atroce. Un epilogo della storia che nessuno di noi, amici e parenti, poteva immaginare».</p>
<p>I conti che non tornano</p>
<p>Ma cos&#8217;è veramente avvenuto in quei quattro giorni maledetti in cui si è decisa la vita di un uomo in un posto che dovrebbe essere adibito piuttosto alla sua salute? Intanto già dalla mattina di quel 31 luglio 2009 le cose hanno lasciato più di un sospetto in tanti. Il suo internamento coatto era stato ordinato dal sindaco di Pollica senza che mai si sarebbe capito il perché. Il fermo è poi avvenuto in un altro paese senza che il sindaco di San Mauro fosse avvertito e investito del caso. Altra curiosa cosa quella mattina, se si pensa che parliamo di un fermato per malattia del tutto pacifico, è lo straordinario spiegamento di forze: carabinieri in terra ferma e guardia costiera in mare. &#8220;Catturato&#8221;, questo è il termine più giusto da usare, viene portato nel reparto Tso (trattamento sanitario obbligatorio) dell&#8217;ospedale di Vallo della Lucania e lì tenuto per quattro giorni legato a un letto di contenzione, come si usava nei vecchi manicomi. È terribile ciò che tutti hanno potuto vedere grazie al video della telecamera a circuito chiuso dell&#8217;ospedale, prova schiacciante contro i medici e gli infermieri. Un video trasmesso su RaiTre e che circola su YouTube: un uomo che viene brutalmente legato a un letto che neanche lo contiene (Francesco è alto quasi due metri e per questo soprannominato affettuosamente &#8220;il maestro più alto del mondo&#8221;), che cerca di divincolarsi e chiedere aiuto per ben quattro giorni, che viene lasciato solo, e che mano a mano si divincola sempre di meno in preda agli effetti dei sedativi e alla rassegnazione che prende il sopravvento fino alla morte. Un video choc, non c&#8217;è alcun dubbio. Una visione davvero insopportabile che griderebbe vendetta in qualsiasi paese civile. Che inchioda tutte le persone democratiche e sensibili a domande decisive sul nostro paese, sulla sua civiltà in declino, sull&#8217;afasia della nostra democrazia. La società politica e quella civile ha altro a cui pensare? È sembrato di sì, in quei giorni. Ma, grazie a dio, la storia terribile di Francesco è diventata ormai caso nazionale e internazionale. Si sta coagulando attorno alla sua figura un movimento che sta già facendo sentire la sua voce nelle sedi istituzionali e che conta di portare a una prima sintesi il suo impegno in occasione del processo di Vallo della Lucania.</p>
<p>Il &#8220;Comitato verità e giustizia per Francesco Mastrogiovanni&#8221; ha approntato un sito (www.giustiziaperfranco.it), dove si leggono anche denunce dettagliate di medici. In un&#8217;appassionata difesa della vita e della dignità di Francesco, con argomenti di tecnica medica del corretto intervento in casi analoghi, scrive la dottoressa Agnese Pozzi: «Troppo facile legare un paziente in agitazione psicomotoria al letto, eventualmente sedarlo e lasciarlo a morire! Perché se non si tratta di pure cause psichiatriche ma organiche, e queste non vengono trattate, è sicuro che il paziente muore. È altrettanto sicuro che muore quando viene lasciato per giorni interi in una posizione forzata non agevole all&#8217;ossigenazione e al ritorno del sangue al cuore, com&#8217;è accaduto per il povero Francesco Mastrogiovanni». Il Tso era stato stabilito per 7 giorni a partire dalla data del ricovero e contempla controlli accurati del paziente. Ma per ben 80 ore Francesco è stato lasciato del tutto solo, sedato e legato mani e piedi al letto. E&#8217; atroce immaginare che le telecamere a circuito chiuso trasmettevano ai medici e agli infermieri il suo stato di agitazione e nessuno ha visto (o voluto vedere), nessuno ha sentito un minimo di pietà. Tranne, si vede nel video, una inserviente che passa ad asciugare una piccola pozza di sangue che si è formata a terra vicino al letto, causata dai movimenti forsennati e dallo sfregamento sulla pelle del braccialetto che Francesco portava al polso. Nella notte fra il 3 e il 4 agosto, la sofferenza di Francesco, come appare nitidamente dal video, è davvero disumana. La mattina del 4 si vede un Francesco immobile, con la bocca semiaperta e ormai senza vita. Nel referto medico, dopo l&#8217;autopsia, la causa della morte è imputabile a edema polmonare, causato dal condizionamento a cui era stato sottoposto</p>
<p> </p>
<p>IL PROCESSO &#8211; 18 imputati tra cui 7 medici Il 28 giugno la prima udienza</p>
<p>«Nel caso di Francesco Mastrogiovanni &#8211; denuncia la dottoressa Agnese Pozzi &#8211; è oltremodo assurdo che ai parenti sia stato impedito non solo di vedere il loro congiunto, contro ogni Carta dei Diritti del Malato, ma anche e soprattutto impedendo loro di essere consultati in merito alle condizioni precedenti di salute del loro caro. Fuori da ogni norma di buon senso è un simile comportamento che non esito a definire criminale specialmente se perpetrato in un ambiente medico che dovrebbe tutelare e curare il paziente». Sia gli organismi comunitari di Bruxelles che quelli italiani sono stati investiti del caso di Francesco Mastrogiovanni. Ignazio Marino, senatore e presidente della commissione permanente sui casi di malasanità, ha assicurato al comitato di lotta l&#8217;interessamento del caso. Intanto il sito del comitato viene visitato da ogni paese del mondo.</p>
<p>In alcune città italiane sono previste già riunioni e discussioni mentre la mobilitazione più forte si sta concentrando in vista del processo che inizia il prossimo 28 giugno a Vallo della Lucania (Salerno) e che vede imputati 18 membri dell&#8217;ospedale tra cui 7 medici con l&#8217;accusa di sequestro di persona, morte derivata da contenzione forzata, alterazione della cartella clinica. Il processo sarà l&#8217;occasione per affrontare i casi di malasanità, davvero tanti nel nostro paese. Una mobilitazione civile e popolare che, nel nome di Giovanni, vuole chiudere con una fase davvero assurda e insopportabilmente incivile nel nostro paese. Basti pensare che, se Giovanni fosse uscito vivo da quell&#8217;esperienza, sarebbe stato menomato per sempre, e non solo psicologicamente. Il 28 giugno, accanto al procedimento Mastrogiovanni, si terrà anche il processo per sequestro di persona del compagno di stanza di Giovanni, G. M., sottoposto a Trattamento sanitario volontario ma col sopruso della contenzione forzata totalmente inutile.</p>
<p>(da Il Manifesto del 5 giugno 2010)</p>
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		<title>Siena: «No alla Psichiatria blindata»</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/siena-%c2%abno-alla-psichiatria-blindata%c2%bb/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Jun 2010 17:19:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Medici contrari alla chiusura di tutte le porte dei reparti. La direzione sanitaria dell’AsL vuote bloccare l’unica uscita delle corsie «per motivi di sicurezza»
ALL’OSPEDALE delle Scotte, gli operatori che si occupano di psichiatria tornano a dividersi sul trattamento da riservare ai malati di mente ricoverati. Riaffiorano le divergenze fra chi aderisce alla scuola “basagliana” e ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/siena-%c2%abno-alla-psichiatria-blindata%c2%bb/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Medici contrari alla chiusura di tutte le porte dei reparti. La direzione sanitaria dell’AsL vuote bloccare l’unica uscita delle corsie «per motivi di sicurezza»</p>
<p>ALL’OSPEDALE delle Scotte, gli operatori che si occupano di psichiatria tornano a dividersi sul trattamento da riservare ai malati di mente ricoverati. Riaffiorano le divergenze fra chi aderisce alla scuola “basagliana” e chi invece è su posizioni differenti. “Casus belli” è una porta. Un elemento di alto valore simbolico per i seguaci dello psichiatra veneto padre della famosa legge che nel 1978 spalancò le porte dei manicomi. La direzione sanitaria dell’Asl e quella della Psichiatria universitaria, hanno chiesto all’azienda ospedaliera di chiudere la porta che mette in collegamento i due rispettivi reparti, posti al sesto piano del primo lotto, con la scala per l’uscita</p>
<p>di emergenza. Fatto salvo ovviamente il rispetto delle norme di sicurezza, il direttore sanitario dell’Asl, Franco Ceccarelli, spiega che il provvedimento è stato chiesto semplicemente per motivi precauzionali, poiché attraverso quella porta i malati, sedici in tutto, fra i quali ci sono anche</p>
<p>persone ricoverate in seguito a trattamenti sanitari obbligatori, potrebbero uscire, andare in giro per l’ospedale o all’esterno e quindi essere pericolosi per se stessi e per gli altri. Quella porta attualmente è l’unica via d’uscita rimasta “aperta” perché tutte le altre porte sono chiuse. Chi entra nei reparti deve suonare e i malati che escono lo fanno soltanto accompagnati.</p>
<p>La chiusura di quell’ultima “uscita di sicurezza” ha indotto diversi medici che lavorano in psichiatria a firmare un documento in cui si chiede di lasciare quella porta aperta per non “blindare” i reparti, come accadeva nei vecchi manicomi.</p>
<p>Franco Tinelli</p>
<p>da LA NAZIONE SIENA sabato 12.06.2010</p>
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		<title>Francesco Mastrogiovanni: delitto di stato?</title>
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		<pubDate>Tue, 15 Jun 2010 19:20:24 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone e cattive pratiche]]></category>
		<category><![CDATA[contenzione]]></category>
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		<description><![CDATA[ Carla Liberatore intervista Vincenzo Serra e Giuseppe Tarallo, rispettivamente: cognato e amico di Francesco Mastrogiovanni, lo sventurato maestro morto ad agosto del 2009 a seguito di un ingiustificato trattamento TSO a cui era stato sottoposto e fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Franco, rispondono alle domande che molte persone si stanno facendo sulla storia del ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/francesco-mastrogiovanni-delitto-di-stato/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p> Carla Liberatore intervista Vincenzo Serra e Giuseppe Tarallo, rispettivamente: cognato e amico di Francesco Mastrogiovanni, lo sventurato maestro morto ad agosto del 2009 a seguito di un ingiustificato trattamento TSO a cui era stato sottoposto e fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Franco, rispondono alle domande che molte persone si stanno facendo sulla storia del Maestro più alto del mondo. Con il loro comitato si stanno battendo in un estenuante processo contro l’ospedale di Vallo della Lucania, in cui tante, troppe verità vengono ancora tenute nascoste.</p>
<p>Giuseppe Tarallo e Vincenzo Serra fondatori del Comitato Verità e Giustizia per Franco rispondono alle domande di un’intervista doppia sulla vicenda di Francesco Mastrogiovanni</p>
<p>INTERVISTA DOPPIA</p>
<p>C.L.: Sig. Tarallo, in una intervista lei asseriva che Francesco Mastrogiovanni è stato letteralmente sequestrato dalle forze dell’ordine. Può dirci perché si parla addirittura di sequestro?</p>
<p>G. TARALLO – Il Tso ha a che fare con la libertà della persona e i suoi diritti fondamentali e inviolabili. Il TSO va emanato secondo una procedura di garanzia e soprattutto il motivo non ha nulla a che fare con la pericolosità di qualsiasi tipo,sociale o politica o altro che sia. Il Tso viene emanato e firmato dal sindaco quando ci sono 2 certificati medici che lo richiedono e c’è il rifiuto della cura da parte del soggetto…quindi viene fatto nell’interesse della persona e non x motivi di ordine pubblico o altro. Poi ci sono le modalità con cui è stato ‘catturato’.In assenza di motivazioni valide e legittime la persona non può essere privata della propria libertà personale. Francesco è stato inseguito e braccato prima che fosse disposto e firmato lo stesso TSO. E lo stesso TSO non è basato su motivazioni e presupposti di legge. Franco aveva accettato di essere sedato né aveva rifiutato la cura e già questo fa venire meno le ragioni del TSO:per questo è stato,per noi,un sequestro di persona.</p>
<p>C.L.: Sig. Serra, suo cognato Francesco era un ribelle o un malato psichiatrico?</p>
<p>V. SERRA – Francesco per alcuni era un ribelle, per altri un malato psichiatrico. Per tutti quelli che lo conoscevano bene Francesco invece era tutt’altro.</p>
<p>C.L.: Quali sono i reali compiti di un sindaco rispetto ad una persona che presumibilmente potrebbe essere pericolosa?</p>
<p>G. TARALLO – Certamente lo strumento non è il TSO. E a tutt’oggi non sappiamo quale ‘pericolo’ rappresentasse Franco. Da quello che si sa poteva essere oggetto di contravvenzione o sanzione in violazione del codice…stradale ma non altro né di più.</p>
<p>C.L.: Lei pensa che Francesco sia stato vittima di una persecuzione?</p>
<p>V. SERRA – Francesco sicuramente per via del coinvolgimento nei fatti verificatisi a Salerno nel 1972 (morte neofascista Falvella) è stato sempre oggetto di attenzione da parte di certi corpi dello Stato, attenzione che in alcuni casi presenta sicuramente gli aspetti di una persecuzione (e soprattutto durante gli anni di piombo e fino alle soglie del 2000 (con eccezione della permanenza in provincia di Bergamo).</p>
<p>C.L.: Per ordinare UN RICOVERO in TSO, un sindaco, deve essere sollecitato solo dai familiari oppure esistono eccezioni in cui può operare direttamente?</p>
<p>G. TARALLO – Io non credo che ci sia un soggetto deputato, ognuno può segnalare un caso anche se i familiari sono i più titolati a farlo. Ma è necessario che la persona sia visitata accuratamente da un medico e che la richiesta di ricovero venga confermata e avallata da un medico ,possibilmente psichiatra,appartenente a una struttura pubblica. E il TSO scatta solo in presenza di rifiuto da parte dell’interessato. Il sindaco,che firma in qualità di autorità sanitaria,rappresenta lo stato che in quel momento si sostituisce alla persona che si rifiuta e nel suo esclusivo interesse. Nel nostro caso,Francesco dopo essere stato inseguito e braccato alla fine accetta di essere curato e si fa sedare…quindi la questione finiva lì,tutt’al più con ricovero ambulatoriale o extraospedaliero. Inoltre sembra che sia stato proprio il sindaco a sollecitare e volere il TSO…</p>
<p>C.L.: Nel leggere le notizie che voi avete emanato con il comitato dedicato a Francesco, viene da pensare che dietro questa vicenda ci sia dell’omertà. Quali sono precisamente le risposte che a tutt’oggi mancano a questa vicenda?</p>
<p>V. SERRA – Dalle relazioni della polizia municipale e soprattutto da quella dei carabinieri di Pollica si evince che il TSO è stato già deciso dal sindaco del Comune di Pollica ancora prima delle certificazioni sanitarie del medico proponente e dello psichiatra che convalida la proposta di TSO. Dalle “investigazioni svolte” e da quanto riferito dalle persone che hanno avuto contatti con Francesco prima della sua “cattura” da parte delle varie forze dell’ordine non risulta che Francesco presenti patologie psichiche tali da condurre al Trattamento Sanitario Obbligatorio (T.S.O.). A tutti gli interrogativi finora posti dalla vicenda non c’è stata alcuna risposta da parte delle istituzioni a tutti i livelli (dal locale al nazionale).</p>
<p>C.L.: Sig. Tarallo, Chi era Francesco Mastrogiovanni, da quando vi conoscevate?</p>
<p>G. TARALLO – Francesco era una persona per bene,insegnava ai bambini nella scuola elementare di Pollica e quindi il sindaco non poteva non valutare questo. Tutti concordano sulla sua particolare sensibilità e umanità. Egli era stato profondamente segnato da due fatti (l’assassinio di Falvella nel 1972 e da un arresto patito nel 1999 ad opera dei carabinieri) da cui era uscito assolto e indennizzato ma ,come detto, sicuramente segnato. Io lo conoscevo da ragazzo e conoscevo anche suo padre, amico e compagno di mio padre. Non ci vedevamo spesso ,ogni tanto ci siamo incrociati e fermati ed erano appena 2 giorni prima del TSO era venuto a trovarmi al mio paese e non trovatomi aveva promesso ai miei figli di tornare. Quella visita mi è mancata ed è stata per me una ‘chiamata’.</p>
<p>C.L.: Siete mai riusciti mai a capire perché il sindaco ha emanato l’ordinanza di porre Francesco in trattamento TSO?</p>
<p>V. SERRA – Sono mesi ormai che cerchiamo di capire, di individuare le dinamiche che hanno indotto il sindaco Vassallo a disporre il TSO a carico di Francesco con una determinazione che diventa accanimento. Francesco nelle sue ultime ore di “liberta” (ossia dalle ore 9 circa alle ore 12 circa del 31 luglio 2009) si trova nel territorio di un altro comune e non in quello del comune di Pollica. Vassallo non va tanto per il sottile con Francesco e certamente non dimostra con il suo agire di rispettare la legge.</p>
<p>C.L.: Francesco ha mai esternato comportamenti pericolosi verso sé e gli altri?</p>
<p>G. TARALLO – Non risulta né a me né agli altri, ma ripeto, la pericolosità, sociale o politica che sia, non è motivo di TSO,altrimenti non saremmo in un paese democratico e costituzionale, saremmo invece in un paese dittatoriale dove si viene ‘ricoverati’ forzosamente se ritenuto pericoloso.</p>
<p>C.L.: Come può una istituzione come la ASL, accettare di trattenere in contenimento TSO un uomo che non ha commesso nulla di pericoloso e che non ha espresso mai escandescenze che possano far chiaramente pensare a gravi patologie psichiatriche?</p>
<p>V. SERRA – Dal video si evince che nel reparto di psichiatria di Vallo della Lucania la pratica della contenzione è alquanto diffusa. Nei pochi giorni di degenza di Francesco su circa 6, 7 degenti ben 3 pazienti vengono fatti oggetto di contenzione. Probabilmente è una contenzione di comodo. Con Francesco contenuto (che ha quel passato e quel fisico – altezza un metro e 97 cm ) i medici e gli infermieri sono più tranquilli e possono dedicarsi maggiormente alle attività preferite durante l’orario di servizio.</p>
<p>C.L.: Di quale tipo di patologia psicologica soffriva?</p>
<p>G. TARALLO – Io non credo che soffrisse di alcuna patologia psicologica. Esiste disagio o disturbo psichico che non è malattia e non va trattato come tale. Se così fosse tra depressi,iperattivi etc. quasi ognuno di noi sarebbe da TSO. Mi viene da pensare che questo è un pensiero malato,di una società malata, di uno stato malato che ,come cantava Bennato,vorrebbe tutti in fila per tre.</p>
<p>C.L.: Possibile che i medici psichiatri dell’ospedale di Vallo della Lucania abbiano determinato il suo contenimento visto lo stato di sedazione a cui Francesco si era volontariamente sottoposto, senza preventivamente visitarlo e valutarlo come paziente?</p>
<p>V. SERRA – Dal video risulta proprio così. Francesco è stato legato senza alcuna ragione e in circa quattro giorni nei suoi riguardi non è possibile riscontrare alcun approccio terapeutico qualora fosse veramente necessario.</p>
<p>C.L.: Era già in terapia per patologie psicologiche?</p>
<p>G. TARALLO – Non mi risulta e credo che per il suo modo di pensare fosse contrario e che certamente non si sentiva né era un malato…come avrebbe potuto insegnare da anni e per anni a bambini che lo amavano e lo consideravano “il maestro più alto del mondo”?</p>
<p>C.L.: Lei crede che il sindaco che ha emanato l’ordinanza di TSO per Francesco abbia avuto delle ragioni personali?</p>
<p>V. SERRA – Tante sono le congetture. Qualcuno sostiene che qualche volta Francesco abbia in un certo senso punzecchiato pubblicamente il sindaco.</p>
<p>C.L.: Sig. Tarallo lei dice che Francesco Mastrogiovanni fosse un anarchico, è per questo motivo secondo lei che è stato perseguitato?</p>
<p>G. TARALLO – Francesco è stato un anarchico e dal delitto Falvella gli è rimasto appiccicato la fama ma anche il pregiudizio di anarchico e come tale è stato visto e trattato da certe forze dell’ordine che lo hanno tenuto sott’occhio ed osservazione. Lui,pur non facendo vita politica attiva, è rimasto profondamente anarchico come testimoniano le sue dichiarazioni e canzoni all’atto della sua cattura:si è sentito e dichiarato fieramente un ‘prigioniero politico’ di fronte a uno stato che gli negava e lo privava della libertà e dei diritti della persona. Io personalmente non ho elementi per parlare di una persecuzione politica ma sento che verso di lui è scattato un pregiudizio anche politico. Mi ha anche impressionato il fatto che ciò sia accaduto a ridosso della commemorazione di Falvella e mi è sembrata una strana coincidenza…</p>
<p>C.L.: Sig. Serra a tutt’oggi quali sono le risposte delle istituzioni rispetto a questa vicenda?</p>
<p>V. SERRA – Prima della morte di Francesco, secondo la direzione sanitaria, non ci sono mai state lamentele o proteste da parte di altri ricoverati e/o familiari. Pertanto aspettano le decisioni della magistratura.</p>
<p>C.L.: Perché Francesco temeva di morire nell’ospedale di Vallo della Lucania?</p>
<p>G. TARALLO &#8211; Nel nostro esposto,del Comitato cioè, abbiamo messo in rilievo che dai verbali di VV UU e dei CC ,risulta che la calma Francesco l’ha persa solo quando ha visto gli operatori sanitari,inveendo contro di essi, segno che in qualche precedente ricovero già avesse sperimentato i ‘metodi di cura’ dell’ospedale di Vallo dove ha chiesto di non essere ricoverato temendo di non uscirne vivo e così è stato. Questa sua volontà .di non essere portato a Vallo andava rispettata,essendo egli vigile e cosciente,come attestato dai verbali delle forze dell’ordine.</p>
<p>C.L.: Su quali basi la difesa dell’ospedale di Vallo della Lucania sta rispondendo alle vostre accuse?</p>
<p>V. SERRA – Hanno risposto affermando che non hanno visto niente e che nessun altro si è mai lamentato e che sono in attesa delle determinazioni della magistratura.</p>
<p>Con questa intervista Vincenzo Serra e Giuseppe Tarallo hanno dato delle risposte esaurienti quanto agghiaccianti e molte altre ancora non hanno responsi. Loro continuano instancabilmente a lottare per il loro amico e parente, lasciato morire in condizioni disumane legato ad un letto di ospedale e in nome della giustizia ci auguriamo che le loro voci non smettano mai di vibrare domande.</p>
<p>(da Mondo Raro.it)</p>
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		<title>Neo mamme e depressione: «Il problema resta l&#8217;assistenza, una visita non basta»</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 15:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Luana De Vita
ROMA (14 giugno) &#8211; Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/neo-mamme-e-depressione-%c2%abil-problema-resta-lassistenza-una-visita-non-basta%c2%bb/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luana De Vita</p>
<p>ROMA (14 giugno) &#8211; Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di “Cosa non serve alla Salute mentale in Italia. Un’occasione per discutere e affrontare la questione partendo dal presupposto che la Legge 180 non è e non è mai stata “il problema” e presentare la riedizione del libro “Fuori come va?” di Peppe dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute Mentale di Trieste. Non è più una questione di 180, la legge Basaglia è storia non attualità. Attuale invece è parlare di promozione del benessere, di risorse economiche, di organizzazione di servizi, di qualità degli interventi di informazione, promozione, prevenzione, assistenza e cura. Molto attuale sarebbe parlare di percorsi di sostegno, di riqualificazione, di riabilitazione che consentissero di riappropriarsi della qualità della propria vita, quella dei malati e quella dei familiari dei malati che vengono coinvolti, di progetti terapeutici che includano opportunità concrete di abitare, lavorare, vivere nel contratto sociale. Sembrano concetti astratti, parole prive di senso eppure basta osservare da un altro punto di vista eventi recentissimi per capire di cosa stiamo parlando.</p>
<p>Una mamma, in provincia di Rieti getta dalla finestra la sua bimba di pochi mesi, depressione post-partum . La notizia viene diffusa da diversi organi di stampa che riportano però un errore grossolano sin dalle prime righe: «La signora Daniela Altamura era in cura da uno psicologo che le aveva prescritto una terapia farmacologica». Gli psicologi non possono prescrivere farmaci, non sono medici, quindi quanto riportato è una macroscopica corbelleria o un autentico reato ai danni della signora, ma nessuno lo segnala. Resta il fatto che in Italia si può affermare una simile sciocchezza senza che alcuno si accorga di quanto sia insensata al punto da riportarla in cronaca. Cose da pazzi, ma non solo.</p>
<p>Nei giorni successivi si levano voci autorevoli a segnalare che in Italia c’è un’emergenza, quella delle neo-mamme in depressione, e una possibile soluzione quella del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) extraospedaliero, ovvero a domicilio. La proposta è indirizzata al ministro della Salute da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), e Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade Onlus, medico, psichiatra e responsabile del progetto “Rebecca” per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio. Cos’è il TSO? E’ un istituto giuridico – previsto proprio dalla legge 180- che prevede l’intervento terapeutico obbligatorio, ossia contro la volontà del paziente, anche in condizioni di non ricovero, ovvero a domicilio.</p>
<p>Daniela Altamura rifiutava le cure? No, anzi. Era effettivamente in cura psicofarmacologica e lo conferma proprio Antonio Picano, perché la signora si era rivolta anche al progetto Rebecca del San Camillo di Roma e proprio Picano l’aveva incontrata: «La signora si era rivolta al nostro servizio su suggerimento di un’amica, era stata seguita da un neurologo privatamente. Aveva già avuto la sua diagnosi, la sua prescrizione farmacologica, aveva bisogno di un riferimento di assistenza pubblica ma nella sua zona di residenza non certo a 70 km di distanza. Ho personalmente contattato il Centro di Salute Mentale di Passo Corese, non ho potuto parlare con un medico ma ho spiegato ad un’infermiera la necessità della paziente. Ho dato massima disponibilità alla signora lasciandole perfino i miei recapiti personali».</p>
<p>Ma allora perché parlare della necessità di trattamenti obbligatori domiciliari? «Lanciare l’idea del Tso è servito a suscitare un’attenzione specifica al problema, che è un problema serio di organizzazione dell’assistenza &#8211; spiega Picano – Ci deve essere una procedura, che sia uguale per tutte le donne che hanno un problema psichiatrico di questo tipo, un trattamento che sia obbligatorio, dove l’obbligatorietà si intenda soprattutto per il servizio di salute mentale: assistenza domiciliare, non solo per una visita medica, perché sono necessarie attenzioni particolari per la paziente che ha una condizione a rischio».</p>
<p>Daniela Altamura ha dovuto aspettare 15 giorni per il primo appuntamento, il giorno della tragedia avrebbe dovuto incontrarsi con una psicologa dei servizi. Il direttore del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) di Rieti, Roberto Roberti, spiega che i tempi di attesa sono nella norma e in linea con quelle che sono le risorse del DSM: «una paziente inviata da uno psichiatra e in trattamento farmacologico che ha richiesto un supporto psicoterapeutico, psicologico. Una donna che ha cercato aiuto, che si è rivolta a psicologo, neurologo privatamente, poi ha cercato un centro specifico per la sua patologia, quindi è arrivata ai servizi territoriali. Troppo tardi, purtroppo, ma non si può proprio dire che non volesse curarsi, che non riconoscesse di stare male o che non cercasse una soluzione per stare meglio». Alla fine però Carlotta è volata giù da una finestra ed è morta, sua madre è stata arrestata per figlicidio. Sei mesi passati a parlare con i medici, ad assumere psicofarmaci, a cercare un aiuto. Ma in molte realtà italiane questa è la norma. Persone che girano, cercano, rimbalzano tra servizi privati e pubblici, e con loro figli, genitori, parenti. Cose da pazzi, ma non solo.</p>
<p>Il sottile filo che divide il grande dibattito sulla salute mentale è tutto qui: le cose non funzionano, ma non sono certo i pazienti il problema, il problema è chi se ne occupa, anzi come se ne occupano e se davvero se ne occupano. Le soluzioni? Si direbbe che la psichiatria si stia spostando su un nuovo versante teorico, quello “difensivo”, al centro non c’è il paziente, c’è il mondo intorno al paziente che deve essere improvvisamente difeso, tutelato, stimolato a reagire ed agire: rinchiudiamo, obblighiamo, prolunghiamo, insomma smantelliamo la 180. E tuteliamo chi? Familiari, servizi, medici. E le persone che soffrono di disagio psichico? Smettono di essere persone e non interessano più se non come “oggetto” da controllare in un’ottica difensiva.</p>
<p>Lo ha spiegato bene anche il ministro Fazio che ha abbandonato, contestatissimo, il convegno cui aveva aderito. Se la proposta dell’onorevole Ciccioli insiste su prolungamenti di Trattamenti sanitari Obbligatori per tutti e riforma della legge 180 la prospettiva del ministro della Salute è un’altra: “Riteniamo che la attuale situazione non funzioni, dobbiamo lavorare tutti insieme, compreso chi vede in questo momento nel Tso prolungato e quindi nello smantellamento della legge 180 che ci invidia tutto il mondo, una soluzione. Non è questa l’unica soluzione – ha concluso Fazio – una soluzione bisogna trovarla ma non è questa”. Bene, ripartiamo sereni da questa affermazione.</p>
<p>E invece no, l’onorevole Ciccioli mentre Fazio lascia il convegno, rassicura la platea di aver personalmente parlato con il Premier: “ La riforma della 180 si farà.”</p>
<p>Ma il giorno dopo una nota di Palazzo di Chigi smentisce: “ Il Presidente Silvio Berlusconi non ha mai parlato di modifiche alla Legge 180 con nessuno”. Fuori come va? Cose da pazzi in Italia, ma non sono i malati il problema.</p>
<p>*psicologa e psicoterapeuta</p>
<p> da Il Messaggero.it</p>
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		<title>Omar Bianchera e dintorni</title>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 18:35:45 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone e cattive pratiche]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luigi Benevelli
Domenica 25 aprile scorso a Volta Mantovana Omar Bianchera, 43 anni,  ha eseguito una vera e propria “condanna a morte” di tre persone:  la ex moglie, una anziana vicina di casa 71enne, il figlio di una persona con cui aveva avuto un contenzioso per questioni di soldi e affari. Armi del delitto: due ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/omar-bianchera-e-dintorni/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Benevelli</p>
<p>Domenica 25 aprile scorso a Volta Mantovana Omar Bianchera, 43 anni,  ha eseguito una vera e propria “condanna a morte” di tre persone:  la ex moglie, una anziana vicina di casa 71enne, il figlio di una persona con cui aveva avuto un contenzioso per questioni di soldi e affari. Armi del delitto: due pistole ed un fucile a pompa regolarmente denunciate che, pare, avrebbe potuto usare solo al poligono di tiro. Si racconta  che Bianchera, divorziato da 10 anni, che si trovasse in gravi ristrettezze economiche anche perché di recente condannato a risarcire la ex moglie della somma di 30.000 euro.</p>
<p>Omar Bianchera aveva il porto d’armi, la patente di guida, andava a sparare al tiro a segno, frequentava una palestra per tenersi in forma, faceva  la sua vita. Magari non era granché socievole e di compagnia, era molto ma molto arrabbiato con la moglie che pare avesse dovuto provvedere a blindare la porta della propria casa temendone le irruzioni, ma che risulta non lo avesse mai denunciato ai Carabinieri che a loro volta non avevano evidentemente avuto ragioni per negare  il possesso e l’uso di armi. Parenti, qualche amico, oltre alle vittime conoscevano il suo stato d’animo, l’accumularsi di una forte aggressività.</p>
<p>Sui mezzi di informazione di questi giorni è stato scritto “troppa  gente pericolosa è libera di colpire”,; “più trattamenti psichiatrici coatti e prolungati” sono stati invocati.</p>
<p>Omar Bianchera non si era mai rivolto al Cps del suo distretto socio-sanitario, e non  risulta che abbia mai frequentato né psichiatri né psicologi da cliente “privato”né che la sua esasperazione sia mai stata segnalata ai servizi sanitari o alle agenzie di sicurezza locali (carabinieri). Questo non vuol dire che si sentisse bene, ma che egli riteneva di poter risolvere le sue questioni  senza bisogno di “accompagnamento” e consigli e che chi lo conosceva non era a tal punto preoccupato da richiedere interventi , soccorsi “esterni” . La sintesi  possono essere le parole del sindaco di Volta Mantovana  (che  è anche un medico di famiglia) che ha parlato dell’omicida e della moglie come di “due cittadini come tutti gli altri, come Comune non c’è mai stato motivo di occuparcene” (Gazzetta di Mantova,  26 aprile 2010).</p>
<p>Invece “La Stampa” di Torino del 26 aprile ha titolato sulla strage di Volta Mantovana “L’Italia dei pazzi armati” invocando la riapertura dei manicomi, addebitando quanto accaduto alla carenza dei trattamenti psichiatrici. A gettare benzina su questo fuoco ci si è messo anche il prof. Francesco Bruno, criminologo romano celebre anche perché frequentatore del salotto di Bruno Vespa, che dichiarava “quell’uomo è un malato. Un depresso (…) Qualsiasi psichiatra ne avrebbe potuto riconoscere i sintomi e fermare la mano” (Gazzetta di Mantova, 27 aprile). Sulla base di questa fulminante affermazione, pare di capire che se il triplice omicidio non è stato evitato la responsabilità è della mancanza di uno  psichiatra che  abbia letto o sia stato messo nelle condizioni di leggere per tempo nel pensiero del “reo folle”. Proprio così, perché deve essere chiaro, dice il  prof. Bruno che ci troviamo di fronte a delitti compiuti da un folle. Il professor  Francesco Bruno è uno dei  “signori” delle perizie psichiatriche, di quegli esperti di cose umane chiamati nel corso dei  processi a stabilire se al momento di compiere il reato, l’autore del crimine fosse in grado di intendere e di volere, quindi <em>dopo </em>che il reato è stato commesso.  Ma nel nostro caso egli si è pronunciato su ciò che altri non avrebbero fatto <em>prima</em>, argomento sul quale non però deve avere molta esperienza non lavorando in un servizio di salute mentale:  che i locali servizi di salute mentale possano sapere e intervenire per tempo è del tutto improbabile, infatti, se la persona in questione o chi la conosce non avvertono una  situazione che rischia di sfuggire di mano.</p>
<p>Io non so se Omar Bianchera sarà sottoposto a perizia psichiatrica e quali saranno le conclusioni della stessa; per adesso, almeno dalle informazioni disponibili so che né  Omar Bianchera né chi lo conosceva o aveva a che fare con lui hanno pensato di rivolgersi ad una agenzia psichiatrica o ad allertare i Carabinieri. Se ciò corrisponde al vero, tuttavia sono del tutto comprensibili gli interrogativi in ordine a come è possibile prevenire drammatici  eventi come quelli di Volta Mantovana. Tanto più che Volta Mantovana non è una grande metropoli dove la gente va per la sua strada e nessuno vede niente, né, come nei film <em>western </em>un villaggio dove si può girare armati a farsi giustizia da sé, ma un piccolo, ricco comune della collina morenica dove si potrebbe dire che c’è controllo sociale, dove  tutti conoscono tutti, nessuno passa inosservato. O forse si potrebbe dire che <em>c’era un forte controllo </em>sociale, che anche a Volta Mantovana le donne e gli uomini sono più soli, isolati di prima, o meglio ancora che negli ultimi anni il forte controllo sociale è stato indirizzato agli immigrati, dando per scontato che dei nativi, vale a dire i “nostri”, c’è da fidarsi.</p>
<p>Quanto accaduto pone invece un ulteriore problema, in rapporto alla condizione non tanto e non solo della salute mentale di Omar Bianchera, ma a quella della comunità locale nel suo complesso. In altri termini ci si può chiedere se i servizi di salute mentale debbano accontentarsi di aspettare l’arrivo o la segnalazione di chi sta male e della sua famiglia o se invece non possano svolgere un ruolo più attivo nella vita di quella determinata popolazione, non da soli certamente perché devono essere supportati da politiche di coesione sociale. A questo, mi pare, ha fatto riferimento Luigi  Ferrannini, presidente della Società italiana di psichiatria che a commento della vicenda di Volta Mantovana ha affermato<em>:</em></p>
<p><em> Diverse le cause che portano a gesti folli, ma è il contesto ad avere oggi un ruolo sempre più importante. Il complesso di elementi che producono comportamenti a rischio non necessariamente coinvolge persone già in trattamento . Come nei recenti episodi delle depressioni post parto, di situazioni di famiglie divise dove la donna rimane sola, sono scenari che non vanno letti soltanto come il prodotto di una mente, ma di una mente all’interno di un contesto di risorse, di aiuti, di supporti, anche sanitari ma non solo. Leggiamo la complessità dei contesti e non riconduciamo i fatti soltanto alle patologie quasi ci fosse un nesso di causalità che dice che a fronte di una data patologia non può che succedere qualcosa.</em></p>
<p>Sono  evidenti quindi la strumentalità dei titoli de “La Stampa” e delle dichiarazioni del prof. Bruno: cogliere l’inquietudine e lo smarrimento dell’opinione pubblica di fronte a gravissimi delitti contro la persona per spostare la discussione sul lavoro, le finalità e l’utilità dei servizi pubblici di assistenza psichiatrica italiani come sono oggi.  Il signor Omar Bianchera con le sue responsabilità non c’entra niente.</p>
<p>A tale riguardo Peppe Dell’Acqua, direttore del dipartimento di salute mentale di Trieste, ha scritto al direttore de “La Stampa” lamentando che</p>
<p><em>non si è pensato di informare i lettori, con un paio di semplicissime cifre, che questa stessa Italia dei “folli autolesionisti” è, tra i paesi d’Europa (e non solo), il paese con il numero di suicidi più basso. E che, dati alla mano, i suicidi messi in atto dagli italiani nel 70% dei casi non hanno nulla a che vedere con la “follia” o malattia mentale non curata a causa di “un’ostinazione ideologica” smascherata dagli “ultimi fatti di cronaca”. E che altre nude e crude statistiche accessibili a ogni giornalista, familiare e cittadino che li volesse consultare, confermano dati alla mano, che di malattia mentale non solo ci si può curare, ma anche grazie al cielo guarire. Più precisamente, si guarisce nel 25% dei casi di schizofrenia severa e nel 50% si guarisce socialmente, conquistando le persone ruoli lavorativi, sociali e di cittadinanza che, con un supporto terapeutico adeguato, le rendono cittadini autonomi, partecipi, produttivi e realizzati oltre che contenti di esserlo.</em></p>
<p>Forse non è casuale la coincidenza con il fatto che presso la XII Commissione Affari Sociali della Camera è cominciata la discussione sulle proposte di legge di modifica della legislazione in vigore, nota giornalisticamente come “legge Basaglia”.</p>
<p>I testi presentati da deputati del centrodestra sono costruiti in risposta a cronache giornalistiche e racconti di delitti  attribuiti a persone con disturbi mentali, invece che sulla conoscenza di quanto succede nella realtà  quotidiana dei servizi di salute mentale che operano secondo quanto scritto nel primo comma dell’art. 33 della legge 833/78:</p>
<p><em>gli accertamenti ed i trattamenti sanitari sono di norma volontari</em>.<em> </em></p>
<p>Stanno crescendo le spinte per indurre una deriva dei servizi di salute mentale in direzione di una  «psichiatria difensiva»  (rispetto ai rischi della relazione con chi sta male e fa fatica a vivere) che porta ad abdicare alla funzione alla cura, ad intendere l’assistenza come braccio della magistratura o della polizia, a più trattamenti coatti, a evitare le situazioni più emblematiche e rischiose (e quindi minore tutela della comunità), più ricorsi al giudice, al carcere all’Ospedale psichiatrico giudiziario, a una sicurezza (dello psichiatra) ottenuta tramite la coercizione del paziente.</p>
<p>A fronte di questa offensiva restauratrice del buon ordine manicomiale, se  il diritto alla  salute mentale e a una buona assistenza psichiatrica sono,  e certamente lo sono, un problema di ordine nazionale, vale la pena piuttosto di chiedere conto alle Regioni del lavoro da loro svolto in questi trent’anni per assicurare alla popolazione  buoni servizi di salute mentale. Perché potrebbe essere che molte Regioni abbiano fallito l’obiettivo.  Gli amministratori regionali e locali, i dirigenti delle Aziende sanitarie  in questi trent’anni sono stati infatti titolari delle politiche per la salute mentale, hanno avuto a disposizione due progetti-obiettivo nazionali e, da ultimo, le indicazioni in materia di esecuzione dei t.s.o. licenziate dalla Conferenza Stato-Regioni- autonomie. Che ne hanno fatto?</p>
<p>Recenti vicende come quella del Comune di Milano (con l’istituzione del tavolo della pericolosità sociale e la proposizione di percorsi separati per gli utenti certificati “pericolosi” dai servi pubblici ), quella dello sgombero in Calabria di Serra d’Aiello (e annesse delibere regionali che prevedono un nuovo grande internamento senza diritti e senza tutele- ma con molti affari, fra cui l’apertura del nuovo manicomio di Girifalco), quelle di pazienti morti legati nell’Spdc di Vallo di Lucania e di Cagliari e quelle delle condanne di operatori giudicati responsabili di reati compiuti da pazienti loro affidati (tema della sovrapposizione di cura e di custodia), ci dicono della necessità di ottenere risposte, chiarimenti, attribuzioni di responsablità sulla base di un confronto leale con le persone più coinvolte, in primis operatori, famiglie, pazienti e amministratori locali.</p>
<p>Bisogna fare il possibile per evitare che si vada (ritorni) verso una psichiatria di manicomi, contenzioni, coazioni affidata a medici demiurghi.  Anche perché,  in sintonia con quanto affermato di recente dal ministro Fazio che non vi è nessun bisogno di riforma della legge, ma di monitorare costantemente la rete dei servizi pubblici e privati accreditati, di perseguire una omogeneità di offerta su tutto il territorio nazionale, di ribadire che gli operatori dei Dsm hanno solo responsabilità in ordine a diagnosi, cura e riabilitazione, non alla custodia e nemmeno a svolgere funzioni di “psicopolizia”.</p>
<p>Riproporre la presunzione della pericolosità sociale dei malati psichici vuol dire ignorare  che i soggetti con questi problemi non delinquono in maniera superiore rispetto ai soggetti “normali” (con esclusione degli alcolisti e dei tossicodipendenti), anzi più spesso sono oggetto di violenze piuttosto che attori di violenze. Le cronache di questi giorni sono piene di episodi criminali, spesso efferati, compiuti da persone in apparenza “normali”, per ragioni per lo più passionali o patrimoniali. Concentrare l’attenzione solo sulla salute mentale è fuorviante e richiama la logica del pregiudizio, dello stigma.</p>
<p><strong>Va affermato che l</strong>e persone con disturbo mentale e le loro famiglie hanno <em>comunque e sempre</em> diritto a:</p>
<p>-  ricevere cure adeguate , essere informate sui percorsi possibili ed essere protagonisti delle scelte terapeutiche;</p>
<p>- essere accolte in servizi accoglienti, ospitali, rispettosi della dignità del cittadino;</p>
<p>- continuità terapeutica anche tramite l’integrazione fra pubblico e privato nella declinazione dei percorsi dei trattamenti, specie nelle situazioni più gravi;</p>
<p>- sostegno attraverso l’auto-mutuo-aiuto;</p>
<p>- casa e lavoro;</p>
<p>I recenti drammatici fatti di cronaca nera hanno scatenato prese di posizione che se sono comprensibili sul piano dell’emotività, risultano sbagliate e devianti sul piano delle conclusioni operative. Le persone che hanno compiuto gravissimi delitti erano state lasciate sole non dalla psichiatria ma da comunità che non sono state in grado di offrire né solidarietà né controllo sociale. Per questo fare salute mentale significa non solo occuparsi di chi soffre di disturbi psichiatrici ma anche della qualità delle relazioni sociali e della vita sociale delle comunità a livello locale (prevenzione, lotta allo stigma, riabilitazione).    </p>
<p>L’aspetto da porre al centro di una  riflessione il più possibile comune è quello della facilitazione, della coltivazione e della promozione della confidenza nelle relazioni fra servizi pubblici e utenti ( e viceversa),  vera pre-condizione perché si possa parlare di <em>salute mentale</em>. Anche perché, come ha scritto di recente Eugenio Borgna, una psichiatria che si affida solo agli psicofarmaci è una psichiatria senz’anima e senza speranza nell’uomo. Va confermata quindi la centralità della persona anche perché, come afferma il documento del direttivo della Società italiana di psichiatria, marzo 2009,</p>
<p><em>non vi sono evidenze scientifiche che la coazione prolungata di un trattamento(…) porti ad una maggiore efficacia della cura</em>.</p>
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		<title>L’Italia dei pazzi armati? No, grazie!</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:57:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Buone e cattive pratiche]]></category>
		<category><![CDATA[dalla stampa]]></category>

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		<description><![CDATA[Su “La Stampa” del 26 aprile è uscito un articolo &#8220;esemplare&#8221; in quanto a comunicazione, a cominciare dal titolo: L’ITALIA DEI PAZZI ARMATI. Se dopo averlo letto vi sono venuti in testa pensieri strani o inquietanti, come per esempio di armarvi di penna e colpire le folli ragioni per cui l’articolo non vi è andato giù, scriveteci. ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/l%e2%80%99italia-dei-pazzi-armati-no-grazie/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Su “La Stampa” del 26 aprile è uscito un articolo &#8220;<em>esemplare</em>&#8221; in quanto a comunicazione, a cominciare dal titolo: L’ITALIA DEI PAZZI ARMATI. Se dopo averlo letto vi sono venuti in testa pensieri strani o inquietanti, come per esempio di armarvi di penna e colpire le folli ragioni per cui l’articolo non vi è andato giù, scriveteci. Considerandolo come un esercizio per La Carta di Trieste.</p>
<p>Come già scritto su queste pagine, La Carta di Trieste, il codice etico per giornalisti che trattano argomenti di cronaca dove sono coinvolti cittadini con problemi di salute mentale e le loro famiglie, o che più in generale riferiscono di questioni legate alla salute mentale dei singoli e della comunità, è in lavoro.</p>
<p>L’abbiamo lanciata in occasione del meeting internazionale di Trieste nel febbraio scorso.</p>
<p>Qualche settimana fa nella sede della FNSI (Federazione Nazionale della Stampa Italiana) un gruppo misto di operatori dell’informazione, culturali e della salute mentale si è dunque riunito per confrontarsi sulla prima bozza della Carta.</p>
<p>A giorni il sito del Forum Salute Mentale metterà in rete la bozza chiedendo a tutti coloro che hanno commenti, suggerimenti o idee da proporre, di farsi avanti scrivendo al sito. Vogliamo animare un dibattito serio e democratico intorno ai contenuti della Carta di Trieste, che in Italia sarà il primo documento del genere. Documento che consideriamo di estrema importanza e attualità; tutti noi sappiamo quanti danni ha prodotto nel nostro paese l’informazione in questi ultimi decenni: alle persone, alle famiglie e alla collettività. Ma sappiamo anche quanti benefici potrebbero sortire da una informazione corretta, veritiera, pertinente e a sua volta ben informata. Una informazione che si preoccupa dei destini delle persone, rispettosa della dignità e dei diritti di ciascuno. Che costruisce speranza e possibilità anziché distruggerle, agisce invece che reagire.</p>
<p>Se non avete ancora letto l&#8217;artico de La Stampa cliccate sul link:</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/54437girata.asp">http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/54437girata.asp</a></p>
<p>(oppure vedi l&#8217;allegato)</p>
<p>La Redazione</p>
<p><a rel="attachment wp-att-3522" href="http://www.news-forumsalutementale.it/l%e2%80%99italia-dei-pazzi-armati-no-grazie/da-la-stampa/">Da La Stampa</a>
<div class="wam_wrap">
<h4 class="wam">Allegati</h4>
<ul class="wam_ul">
<li><a href='http://www.news-forumsalutementale.it/public/Da-La-Stampa.doc' class="wam_icon_link" style='padding-left:20px; line-height:16px; background-image:url("http://www.news-forumsalutementale.it/wp-content/plugins/attachment-manager/icons/page_white_word.png");'>Da La Stampa</a>
</p>
</li>
</ul>
</div>
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		<item>
		<title>10 domande al Direttore de “La Stampa” su &#8220;L&#8217;Italia dei pazzi armati&#8221;</title>
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		<pubDate>Tue, 27 Apr 2010 09:09:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Domande a]]></category>
		<category><![CDATA[dalla stampa]]></category>
		<category><![CDATA[domande a]]></category>

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		<description><![CDATA[Caro direttore Calabresi,
faccio lo psichiatra e non il giornalista. Dirigo un Dipartimento di Salute Mentale perciò vorrei fare a lei, che invece dirige un giornale, alcune domande. Riguardano l’articolo uscito lunedì 26 aprile sul quotidiano da lei diretto, con il titolo “L’Italia dei pazzi armati”.
1. perché tra tutti i titoli possibili suggeriti dal contenuto dell’articolo, ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/10-domande-al-direttore-de-%e2%80%9cla-stampa%e2%80%9d/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Caro direttore Calabresi,</p>
<p>faccio lo psichiatra e non il giornalista. Dirigo un Dipartimento di Salute Mentale perciò vorrei fare a lei, che invece dirige un giornale, alcune domande. Riguardano l’articolo uscito lunedì 26 aprile sul quotidiano da lei diretto, con il titolo “L’Italia dei pazzi armati”.</p>
<p>1. perché tra tutti i titoli possibili suggeriti dal contenuto dell’articolo, e tra le 3000 parole del lessico italiano in uso, si sono scelti proprio quel titolo e proprio quelle parole?</p>
<p>2. Perché ancora una volta, grazie a tale titolo e a tali parole, la dignità, la verità e i diritti di centinaia di migliaia di cittadini italiani che hanno un problema di salute mentale devono pagare le spese del gesto di un singolo?</p>
<p>3. Perché tra le tante sintesi possibili suggerite dalle opinioni raccolte dall’articolista, si è scelta per il sommario proprio quella meno rappresentata: “Sale la protesta: la legge Basaglia va riformata, troppa gente pericolosa è libera di colpire”? E non per esempio: “Mi rendo conto della preoccupazione crescente, ma mi sento di rassicurare”, come sostenuto nell’articolo da Cristina Colombo specialista in psicopatologia forense e criminologia al San Raffaele di Milano? O magari lo stesso commento dell’articolista alle parole di Colombo: “Rassicurare chi crede che i crimini compiuti in preda ai raptus avrebbero potuto essere evitati con una riforma della legge 180, quella che impedisce ricoveri coatti e terapie forzate”? O quelle, più avanti, del presidente di Psichiatria democratica Canosa: “Meglio potenziare i Centri incaricati di occuparsi dei pazienti ma che in molti casi non funzionano come dovrebbero. Ovvio che per farlo servono investimenti”?</p>
<p>4. Perché ad avvalorare le dichiarazioni degli esperti interpellati non si è pensato di citare il ministro della salute Ferruccio Fazio, che dall’ottobre scorso va ripetendo, categorico: “Nessun bisogno di riformare la legge 180 sul disagio mentale. Serve piuttosto un monitoraggio costante della rete sanitaria – pubblica e privata – che garantisca una più equa distribuzione dell’assistenza in tutto il Paese”?</p>
<p>5. Perché il programma di un ministro del governo italiano che apre uno spiraglio di possibilità non fa notizia, mentre la fa la disperazione, ancorché comprensibilissima, di una donna e madre di una figlia con un problema di salute mentale, nonché presidente da 40 anni dell’Associazione per la riforma dell’assistenza psichiatrica (Arap)?</p>
<p>6. Perché tra le molte associazioni di familiari di persone con disturbo mentale che nel nostro paese stanno lottando instancabilmente per garantire ai propri cari quelle “cure più umane” citate nell’articolo, si è scelto di ascoltare (in apertura) una voce sola, e oltretutto la più rassegnata, che a fronte delle centinaia e centinaia di altre che non accettano di rassegnarsi rappresenta una sparuta minoranza?</p>
<p>7. Perché subito dopo, nell’elenco dei recenti crimini commessi da presunti “pazzi armati” che enfatizza la rassegnazione e la disperazione di una singola madre, non si è spesa una sola parola sui presunti veri problemi di salute mentale che avrebbero “armato” questi “pazzi” spingendoli a commettere il loro crimine, né si è fatto il benché minimo sforzo di indagare sul vero movente del loro presunto “folle gesto”?</p>
<p>8. Perché l’articolista, il redattore e il direttore de “La Stampa” non si sono chiesti neppure una sola volta come mai i loro colleghi negli USA o in Finlandia o in Germania nel riferire di atti di violenza efferatissimi (mi riferisco ad alcuni ben noti recenti e meno recenti omicidi di massa) non hanno speso mezzo rigo per ascrivere quelle efferatezze alla “pazzia” di chi le ha commesse? Senza dimenticare che in quei paesi non c’è stato nessun Basaglia e nessuna Legge 180 a chiudere i manicomi lasciando i “pazzi” liberi di armarsi e colpire? E anzi, quei paesi spendono ogni anno milioni di dollari e di euro per aprire nuovi manicomi, allo stesso ritmo con cui aprono Centri commerciali svedesi o Mc Donalds americani. Manicomi questi sì efficienti nella maniera in cui ce li chiede la presidente dell’Arap italiana, dove una volta che vi si è rinchiuso il figlio o la moglie malati, la chiave la si getta per davvero.</p>
<p>9. Perché nel motivare l’accorata richiesta della anzidetta signora, che dice di sapere “che cosa significa convivere con la follia di chi ami. In tutte le sue forme, dall’autolesionismo alla violenza sugli altri”, non si è pensato di informare i lettori, con un paio di semplicissime cifre, che questa stessa Italia dei “folli autolesionisti” è, tra i paesi d’Europa (e non solo), il paese con il numero di suicidi più basso? E che, dati alla mano, i suicidi messi in atto dagli italiani nel 70% dei casi non hanno nulla a che vedere con la “follia” o malattia mentale non curata a causa di “un’ostinazione ideologica” smascherata dagli “ultimi fatti di cronaca”? E che altre nude e crude statistiche accessibili a ogni giornalista, familiare e cittadino che li volesse consultare, confermano che, come dice in chiusura una mamma di Brescia, una “figlia schizofrenica prende le pastiglie” solo se vi è costretta da un Trattamento Sanitario Obbligatorio non è la regola, ma &#8211; per nostra fortuna &#8211; l’eccezione? E che quel 25% di resistenza al trattamento si è dimostrato essere relativo proprio alla disfunzione dei servizi, che il ministro Fazio evidenzia con la chiara determinazione di porvi rimedio.</p>
<p>10. Perché, infine, accanto ai dati scientifici della Società italiania di epidemiologia psichiatrica che denunciano la disfunzione dei servizi o le “cattive pratiche” frettolosamente elencati alla fine dell’articolo, non si è ritenuto opportuno citare anche le non poche “buone pratiche” che alcune regioni d’Italia, benché lasciate sole dai governi locali e da quello centrale, riescono ancora a far funzionare? Potendo dimostrare, dati alla mano, che di malattia mentale non solo ci si può curare, ma anche grazie al cielo guarire. Più precisamente, si guarisce nel 25% dei casi di schizofrenia severa e nel 50% si guarisce socialmente, conquistando le persone ruoli lavorativi, sociali e di cittadinanza che, con un supporto terapeutico adeguato, le rendono cittadini autonomi, partecipi, produttivi e realizzati oltre che contenti di esserlo.</p>
<p>Peppe Dell’Acqua</p>
<p>Psichiatra e direttore del Dipartimento di Salute Mentale di Trieste</p>
<p>(Lettera aperta inviata a La Stampa e ad altri giornalisti e testate.  Per leggete l&#8217;articolo citato:</p>
<p><a href="http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/54437girata.asp">http://www.lastampa.it/redazione/cmsSezioni/cronache/201004articoli/54437girata.asp</a>)</p>
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		<title>Galimberti: «Si rischia la riapertura dei manicomi»</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 10:55:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Da applaudire]]></category>
		<category><![CDATA[dalla stampa]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il filosofo e psicanalista mette in guardia sul futuro e ricorda: «La pazzia è il costitutivo della nostra identità»
di SERGIO BUONADONNA
VENEZIA Umberto Galimberti aprirà a Venezia il Festival dei Matti con una durissima denuncia. «La condizione dei cosiddetti matti oggi è precaria. Temo che prima o poi si riapriranno i manicomi, che sono nati più ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/galimberti-%c2%absi-rischia-la-riapertura-dei-manicomi%c2%bb/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il filosofo e psicanalista mette in guardia sul futuro e ricorda: «La pazzia è il costitutivo della nostra identità»</p>
<p>di SERGIO BUONADONNA</p>
<p>VENEZIA Umberto Galimberti aprirà a Venezia il Festival dei Matti con una durissima denuncia. «La condizione dei cosiddetti matti oggi è precaria. Temo che prima o poi si riapriranno i manicomi, che sono nati più per difesa del sociale dal matto che per la cura. Siccome oggi le istanze di sicurezza sono eminenti rispetto alla cura dell’altro, ho paura che prima o poi queste persone verranno di nuovo recluse come peraltro riteneva Basaglia un anno prima di morire nelle sue Conferenze brasiliane. Perciò la conquista della chiusura dei manicomi va difesa».</p>
<p>Per questo è importante portare le storie dei matti al centro di una riflessione culturale?</p>
<p>«Sì perché i matti non lo sono per sempre, ma solo quando hanno delle crisi. Non è che lo schizofrenico è sempre tale, la schizofrenia ha forme e manifestazioni differenti. Così è stato per Artaud, per Alda Merini, per tutti coloro che ne soffrono. Quindi come è pensabile di reinserire queste persone che episodicamente sono fuori dal mondo recludendole dal mondo come appunto prevede la struttura manicomiale?»</p>
<p>La scienza tende a totalizzare le vite e le esperienze?</p>
<p>«Dopo l’Ottocento quando con Griesinger si diceva che le malattie mentali sono malattie del cervello, c’è stata una riconsiderazione della condizione della follia. Freud ha cercato una interpretazione, Bleuler ha inventato il concetto di schizofrenia, Jaspers, Binwanger e altri hanno guardato fenomenologicamente alla follia a livello individuale e con i suoi risvolti biografici. Adesso siamo arrivati di nuovo a Griesinger in una modalità aberrante dove i quadri diagnostici non sono costruiti in base all’osservazione e al sapere, ma decisi sull’efficacia farmacologica. Per esempio il panico risponde bene agli antidepressivi e allora cosa si fa? Lo si chiude nel quadro diagnostico della depressione quando con essa non c’entra nulla. Se è la farmacologia a decidere le diagnosi vuol dire che siamo ridotti male. Io non sono contro i farmaci, ma non possono essere l’ultimo dettato della comprensione dell’uomo».</p>
<p>Ci si può sottrarre a questa presa rimettendo in campo la soggettività delle biografie?</p>
<p>«Temo di no, perché siamo passati da una società della disciplina come lo era fino al 1968 ad una dell’efficienza e della performance spinta che ha due matrici: una è il ’68, l’altra è il modello americano. “Vietato vietare” era uno slogan che si è perfettamente incastrato con il modello che ti dice di non guardare i tuoi limiti, di competere, di raggiungere il massimo delle tue possibilità, di superare gli obiettivi la cui asticella si alza sempre di più. Vivendo in una condizione simile, anche la depressione non è più organizzata attorno al senso di colpa, ma al senso di inadeguatezza: cioè ce la faccio o no ad essere all’altezza degli obiettivi che mi si propongono? E siccome dai risultati deriva il riconoscimento e dal riconoscimento il rafforzamento o il misconoscimento della propria identità ecco il ricorso agli psicofarmaci o, in alternativa, alla cocaina».</p>
<p>Quali parole e invenzioni occorrono per modificare questo stato di cose?</p>
<p>«Non vedo tante strade perché il problema è che ormai gli uomini non sono più i soggetti della storia, ma dei funzionari di apparato e devono funzionare esattamente come le macchine che hanno davanti tutto il giorno a partire dal computer. Quindi sono guardati solamente per la loro efficienza e funzionalità. E una volta che l’uomo è ridotto a questo ed è omologato alla macchina che non ha umori, non si ammala, non resta gravida, non si assenta, resta solo l’attenzione alle sue prestazioni».</p>
<p>Filosofia e letteratura possono svolgere un ruolo alternativo?</p>
<p>«Letteratura e filosofia sono la volontà di potenza debole rispetto all’economia e alla volontà di potenza forte per cui la filosofia soprattutto può descrivere la situazione attuale, può avvertire che l’umanesimo è finito, che si è ridotto l’uomo a strumento per cui le merci godono di una libertà di circolazione molto più significativa. Queste cose già le avvertiva Marx nei Manoscritti economico-filosofici. La filosofia può dire: non pensiamo più che la verità stia in cielo, nell’iperuranio o nella mente di Dio perché la verità è efficace se è vero ciò che dà buoni effetti. La libertà non è più una libertà personale ma una libertà di ruoli: più ruoli occupo perché ne conosco il linguaggio e sono in grado di interpretarne le mosse, più sono libero. Quando ci si trova in una riunione e uno dice il suo nome non ha detto niente, Quando dà il suo biglietto da visita, in quel momento si capisce che geografia è quell’individuo».</p>
<p>Le storie dei matti sono storie di tutti o di ciascuno?</p>
<p>«Sono convinto che la follia è il costitutivo della nostra identità. Tanto per intenderci: due innamorati che tirano fuori la loro soggettività parlano come i deliranti. “Se perdo te mi casca il mondo” è una frase da delirio. Freud infatti parlava dell’amore come di una malattia grave che ha l’unico pregio di essere breve».</p>
<p>Quanto siamo stranieri l’uno all’altro?</p>
<p>«E soprattutto ciascuno con se stesso, perché oggi sembra che ognuno fugga da sé come dal peggior nemico. Momenti di riflessione se ne hanno pochissimi, se c’è uno spazio vuoto siamo presi dall’ansia. Io l’altro posso capirlo per quel tanto che capisco i connotati della mia follia. Tutti quanti abbiamo degli accessi alla irrazionalità quando sogniamo, quando siamo innamorati, quando parliamo con noi stessi. La differenza tra noi e il matto è solo quantitativo, non qualitativa».</p>
<p>E l’ospite inquietante quanto s’è insinuato nella vita dei giovani?</p>
<p>«L’ospite inquietante si chiama nichilismo che Nietsche definisce con questa frase: manca lo scopo, tutti i valori perdono valore. Ora questo in sé non è un problema perché la storia è sempre andata avanti grazie alla trasmutazione dei valori, ma il nichilismo subentra quando alla svalutazione dei valori organizzati non se ne sostituiscono altri e non ne nascono perché il futuro non si presenta più come una promessa ma come qualcosa di indecifrabile. Questo succede quando il futuro retroagisce come motivazione e il soggetto non vede lo scopo da raggiungere. Gli studenti sanno benissimo che si laureano e poi c’è lo spettro della disoccupazione e del precariaro. E allora perché devono studiare e impegnarsi? Ma in questo modo vivono l’assoluto presente. Tempo fa uno studente mi ha chiesto di fare un dottorato di ricerca di filosofia. Gli ho risposto: non ti conviene perché perdi tre anni. Mi ha risposto: lo so ma per tre anni sto bene. Una risposta tragica, che vuol dire mi colloco in un presente che mi dà identità perché del futuro ho il terrore. Questo è il nichilismo».</p>
<p>Quanto è valida ancora l’utopia della realtà di Basaglia?</p>
<p>«Le utopie vanno assolutamente difese perché se si ferma l’ipotesi che il mondo possa anche essere altro da quello che è allora abbiamo ancora un briciolo di speranza. Se invece ci appiattiamo su quello che siamo soliti chiamare sano realismo, allora stiamo fermi come i minerali perché non abbiamo più futuro»</p>
<p>Tratto da: Il Piccolo 26/09/2009</p>
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