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	<title>forumsalutementale.it &#187; riflessioni</title>
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		<title>Neo mamme e depressione: «Il problema resta l&#8217;assistenza, una visita non basta»</title>
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		<pubDate>Mon, 14 Jun 2010 15:24:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Luana De Vita
ROMA (14 giugno) &#8211; Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/neo-mamme-e-depressione-%c2%abil-problema-resta-lassistenza-una-visita-non-basta%c2%bb/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luana De Vita</p>
<p>ROMA (14 giugno) &#8211; Due convegni sulla salute mentale a Roma in una settimana, uno il 9 giugno, per sostenere il disegno di legge dell’onorevole Ciccioli di riforma della legge 180 cui ha partecipato anche il ministro Fazio intitolato “Andare oltre la 180” e un altro, il giorno dopo, per parlare di “Cosa non serve alla Salute mentale in Italia. Un’occasione per discutere e affrontare la questione partendo dal presupposto che la Legge 180 non è e non è mai stata “il problema” e presentare la riedizione del libro “Fuori come va?” di Peppe dell’Acqua, direttore del Dipartimento di salute Mentale di Trieste. Non è più una questione di 180, la legge Basaglia è storia non attualità. Attuale invece è parlare di promozione del benessere, di risorse economiche, di organizzazione di servizi, di qualità degli interventi di informazione, promozione, prevenzione, assistenza e cura. Molto attuale sarebbe parlare di percorsi di sostegno, di riqualificazione, di riabilitazione che consentissero di riappropriarsi della qualità della propria vita, quella dei malati e quella dei familiari dei malati che vengono coinvolti, di progetti terapeutici che includano opportunità concrete di abitare, lavorare, vivere nel contratto sociale. Sembrano concetti astratti, parole prive di senso eppure basta osservare da un altro punto di vista eventi recentissimi per capire di cosa stiamo parlando.</p>
<p>Una mamma, in provincia di Rieti getta dalla finestra la sua bimba di pochi mesi, depressione post-partum . La notizia viene diffusa da diversi organi di stampa che riportano però un errore grossolano sin dalle prime righe: «La signora Daniela Altamura era in cura da uno psicologo che le aveva prescritto una terapia farmacologica». Gli psicologi non possono prescrivere farmaci, non sono medici, quindi quanto riportato è una macroscopica corbelleria o un autentico reato ai danni della signora, ma nessuno lo segnala. Resta il fatto che in Italia si può affermare una simile sciocchezza senza che alcuno si accorga di quanto sia insensata al punto da riportarla in cronaca. Cose da pazzi, ma non solo.</p>
<p>Nei giorni successivi si levano voci autorevoli a segnalare che in Italia c’è un’emergenza, quella delle neo-mamme in depressione, e una possibile soluzione quella del Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO) extraospedaliero, ovvero a domicilio. La proposta è indirizzata al ministro della Salute da Giorgio Vittori, presidente della Sigo (Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia), e Antonio Picano, presidente dell’associazione Strade Onlus, medico, psichiatra e responsabile del progetto “Rebecca” per la prevenzione e il trattamento della depressione in gravidanza e nel puerperio. Cos’è il TSO? E’ un istituto giuridico – previsto proprio dalla legge 180- che prevede l’intervento terapeutico obbligatorio, ossia contro la volontà del paziente, anche in condizioni di non ricovero, ovvero a domicilio.</p>
<p>Daniela Altamura rifiutava le cure? No, anzi. Era effettivamente in cura psicofarmacologica e lo conferma proprio Antonio Picano, perché la signora si era rivolta anche al progetto Rebecca del San Camillo di Roma e proprio Picano l’aveva incontrata: «La signora si era rivolta al nostro servizio su suggerimento di un’amica, era stata seguita da un neurologo privatamente. Aveva già avuto la sua diagnosi, la sua prescrizione farmacologica, aveva bisogno di un riferimento di assistenza pubblica ma nella sua zona di residenza non certo a 70 km di distanza. Ho personalmente contattato il Centro di Salute Mentale di Passo Corese, non ho potuto parlare con un medico ma ho spiegato ad un’infermiera la necessità della paziente. Ho dato massima disponibilità alla signora lasciandole perfino i miei recapiti personali».</p>
<p>Ma allora perché parlare della necessità di trattamenti obbligatori domiciliari? «Lanciare l’idea del Tso è servito a suscitare un’attenzione specifica al problema, che è un problema serio di organizzazione dell’assistenza &#8211; spiega Picano – Ci deve essere una procedura, che sia uguale per tutte le donne che hanno un problema psichiatrico di questo tipo, un trattamento che sia obbligatorio, dove l’obbligatorietà si intenda soprattutto per il servizio di salute mentale: assistenza domiciliare, non solo per una visita medica, perché sono necessarie attenzioni particolari per la paziente che ha una condizione a rischio».</p>
<p>Daniela Altamura ha dovuto aspettare 15 giorni per il primo appuntamento, il giorno della tragedia avrebbe dovuto incontrarsi con una psicologa dei servizi. Il direttore del Dipartimento di Salute Mentale (DSM) di Rieti, Roberto Roberti, spiega che i tempi di attesa sono nella norma e in linea con quelle che sono le risorse del DSM: «una paziente inviata da uno psichiatra e in trattamento farmacologico che ha richiesto un supporto psicoterapeutico, psicologico. Una donna che ha cercato aiuto, che si è rivolta a psicologo, neurologo privatamente, poi ha cercato un centro specifico per la sua patologia, quindi è arrivata ai servizi territoriali. Troppo tardi, purtroppo, ma non si può proprio dire che non volesse curarsi, che non riconoscesse di stare male o che non cercasse una soluzione per stare meglio». Alla fine però Carlotta è volata giù da una finestra ed è morta, sua madre è stata arrestata per figlicidio. Sei mesi passati a parlare con i medici, ad assumere psicofarmaci, a cercare un aiuto. Ma in molte realtà italiane questa è la norma. Persone che girano, cercano, rimbalzano tra servizi privati e pubblici, e con loro figli, genitori, parenti. Cose da pazzi, ma non solo.</p>
<p>Il sottile filo che divide il grande dibattito sulla salute mentale è tutto qui: le cose non funzionano, ma non sono certo i pazienti il problema, il problema è chi se ne occupa, anzi come se ne occupano e se davvero se ne occupano. Le soluzioni? Si direbbe che la psichiatria si stia spostando su un nuovo versante teorico, quello “difensivo”, al centro non c’è il paziente, c’è il mondo intorno al paziente che deve essere improvvisamente difeso, tutelato, stimolato a reagire ed agire: rinchiudiamo, obblighiamo, prolunghiamo, insomma smantelliamo la 180. E tuteliamo chi? Familiari, servizi, medici. E le persone che soffrono di disagio psichico? Smettono di essere persone e non interessano più se non come “oggetto” da controllare in un’ottica difensiva.</p>
<p>Lo ha spiegato bene anche il ministro Fazio che ha abbandonato, contestatissimo, il convegno cui aveva aderito. Se la proposta dell’onorevole Ciccioli insiste su prolungamenti di Trattamenti sanitari Obbligatori per tutti e riforma della legge 180 la prospettiva del ministro della Salute è un’altra: “Riteniamo che la attuale situazione non funzioni, dobbiamo lavorare tutti insieme, compreso chi vede in questo momento nel Tso prolungato e quindi nello smantellamento della legge 180 che ci invidia tutto il mondo, una soluzione. Non è questa l’unica soluzione – ha concluso Fazio – una soluzione bisogna trovarla ma non è questa”. Bene, ripartiamo sereni da questa affermazione.</p>
<p>E invece no, l’onorevole Ciccioli mentre Fazio lascia il convegno, rassicura la platea di aver personalmente parlato con il Premier: “ La riforma della 180 si farà.”</p>
<p>Ma il giorno dopo una nota di Palazzo di Chigi smentisce: “ Il Presidente Silvio Berlusconi non ha mai parlato di modifiche alla Legge 180 con nessuno”. Fuori come va? Cose da pazzi in Italia, ma non sono i malati il problema.</p>
<p>*psicologa e psicoterapeuta</p>
<p> da Il Messaggero.it</p>
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		<title>Salute mentale senza controllo</title>
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		<pubDate>Fri, 26 Mar 2010 11:14:19 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[di Fabrizio Starace
Ad oltre 30 anni dalla Riforma Psichiatrica il dibattito sulla 180 registra un incessante produzione di contributi ed analisi teoriche, essenzialmente ispirate ai temi della salute, del controllo sociale, della libertà di cura. Particolare rilievo assume il dibattito sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). L’art. 32, comma 2 della Costituzione (Nessuno può essere obbligato ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/salute-mentale-senza-controllo/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Fabrizio Starace</p>
<p>Ad oltre 30 anni dalla Riforma Psichiatrica il dibattito sulla 180 registra un incessante produzione di contributi ed analisi teoriche, essenzialmente ispirate ai temi della salute, del controllo sociale, della libertà di cura. Particolare rilievo assume il dibattito sul Trattamento Sanitario Obbligatorio (TSO). L’art. 32, comma 2 della Costituzione (Nessuno può essere obbligato ad un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana) limita i casi di trattamento sanitario obbligatorio, in cui è lecito curare la salute di un cittadino contro la sua volontà, a quelli esplicitamente previsti dalla legge. Gli artt. 33, 34 e 35 della legge 833/78, riprendendo il disposto della legge 180/78, hanno introdotto la possibilità che un cittadino sia sottoposto ad interventi sanitari in condizioni di ricovero ospedaliero contro la sua volontà “solo se esistano alterazioni psichiatriche tali da richiedere urgenti interventi terapeutici, se gli stessi non vengano accettati dall&#8217; infermo e se non vi siano le condizioni e le circostanze che consentano di adottare tempestive ed idonee misure sanitarie extraospedaliere”, prevedendo altresì precisi istituti di garanzia onde evitare abusi. E’ appena il caso di segnalare come la terza condizione nulla abbia a che fare con le condizioni psicopatologiche ma sia funzione dello sviluppo / arretratezza dei sistemi di sanità pubblica locali, da cui evidentemente dipende la probabilità o meno di ricevere una limitazione della libertà individuale. L’applicazione pratica della legge ha trovato numerosi ostacoli anche per l’assenza di linee guida operative cui i diversi attori del processo assistenziale dovessero attenersi. Solo nell’aprile 2009 (31 anni dopo la Legge 180/78…) la Conferenza Stato-Regioni ha licenziato un dettagliato documento contenente indicazioni e “raccomandazioni in merito all’applicazione di accertamenti e trattamenti sanitari obbligatori per malattia mentale”. Prendendo atto della “difformità di applicazione sul territorio nazionale, tra una regione e l’altra e, spesso, nella stessa regione, tra il territorio di una ASL e l’altro” il documento “vuole esplicitare e chiarire l’applicazione delle norme e fornisce l’indicazione di buone pratiche per i diversi attori chiamati in causa perl’applicazione delle procedure”. Ciò non ha impedito che venissero depositate in Parlamento numerose proposte di legge volte a modificare l’attuale assetto normativo dell’assistenza psichiatrica italiana; in tutte vi è particolare riferimento alla norma sul TSO. Quello chesconcerta è l’assunzione di posizioni di estrema critica (o di totale approvazione) in assenza della benché minima riflessione sulle reali dimensioni che il fenomeno ha assunto nel corso degli anni, sulle caratteristiche applicative, sulla disomogenea diffusione. Si legge nel citato documento approvato in Conferenza Stato Regioni: “Certamente la prospettiva migliore in cui affrontare e risolvere le difficoltà che si incontrano nella gestione degli interventi psichiatrici obbligatori è quella che nasce dalla loro collocazione nell’ambito della totalità della psichiatria e di una pratica di salute mentale. E’ qui che ci si può interrogare sulla efficacia delle prestazioni di prevenzione, di cura e di riabilitazione; sulla adeguatezza delle risorse disponibili (non solo in termini di posti letto, ma anche di operatori qualificati sul territorio); sulla razionalità dell’organizzazione r spetto alle risorse disponibili e ai bisogni degli utenti; sulla integrazione della rete dei servizi”. Si tratta a ben vedere di una forte esortazione a considerare il fenomeno TSO un tassello del complesso mosaico dell’assistenza psichiatrica territoriale; tassello che assume rilevanza tanto maggiore quanto minore è la rappresentazione delle altre parti del mosaico. Ma come farsi un’idea “oggettiva” di un fenomeno così complesso? Tra le numerose, colpevoli omissioni che la Riforma Psichiatrica ha registrato dalla sua promulgazione va purtroppo annoverata anche la scarsa o nulla attenzione dedicata alla applicazione di un sistema informativo per la salute mentale ed alla costituzione di organismi di valutazione indipendenti sui principali servizi erogati, che consentissero ai decisori istituzionali, e ancor più ai cittadini- utenti, di disporre delle informazioni necessarie per orientare e governare lo sviluppo dei servizi o per scegliere le strutture e i servizi più idonei alle proprie necessità di salute. Insomma, ci si appresta a discutere ed approvare modifiche significative alla legge di riforma dell’assistenza psichiatrica, senza avere gli elementi conoscitivi necessari a valutare l’efficacia/efficienza della norma in vigore: anche nel settore della salute mentale l’Italia si conferma Paese delle contro-riforme, più che delle riforme…</p>
<p>Fabrizio Starace è Direttore UOC Psichiatria, A.O. Cotugno di Napoli e membro della Direzione Nazionale dell’Associazione Luca Coscioni</p>
<p>(da Agenda Coscioni &gt; Agenda Coscioni anno V n.03: Marzo 2010 &gt; L&#8217;odore della sanità)</p>
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		<title>Intervista a Carlo Umiltà NEUROSCIENZE e SALUTE MENTALE</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/4-domande-a-carlo-umilta-neuroscienze-e-salute-mentale/</link>
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		<pubDate>Fri, 04 Dec 2009 17:21:40 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Domande a]]></category>
		<category><![CDATA[In primo piano - 3]]></category>
		<category><![CDATA[domande a]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Nessuna conseguenza terapeutica dalle scoperte delle neuroscienze
Intervista a Carlo Umiltà, autore del volume Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo (il Mulino, Bologna, 2009)
di Nico Pitrelli
Ha avuto risonanza mediatica nazionale una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre scorso, che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/4-domande-a-carlo-umilta-neuroscienze-e-salute-mentale/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Nessuna conseguenza terapeutica dalle scoperte delle neuroscienze</p>
<p>Intervista a Carlo Umiltà, autore del volume Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo (il Mulino, Bologna, 2009)</p>
<p>di Nico Pitrelli</p>
<p>Ha avuto risonanza mediatica nazionale una sentenza della corte d’Assise di Trieste, risalente all’ottobre scorso, che riconosceva uno sconto di pena a un cittadino algerino colpevole di omicidio in quanto portatore di “vulnerabilità genetica”.</p>
<p>Sul forum la questione è stata già affrontata da Pier Aldo Rovatti in un articolo1 (Responsabilità e geni cattivi, http://www.news-forumsalutementale.it/responsabilita-e-geni-cattivi/) in cui si profilavano i rischi delle pratiche scientifiche rivolte a individuare anomalie genetiche.</p>
<p>Le tecniche mediante le quali è stata riconosciuta l’attenuante genetica a Abdelmalek Bayout sono le moderne procedure di scansione e imaging del cervello, finalizzate a rendere in immagini anatomia e funzionalità celebrale.</p>
<p>Quest’aspetto ci ha dato lo spunto per approfondire alcuni dei temi introdotti da Rovatti. Lo abbiamo fatto con Carlo Umiltà, professore di neuropsicologia all’Università di Padova, il quale, insieme a Paolo Legrenzi, ha di recente pubblicato per la casa editrice il Mulino di Bologna li libro Neuro-mania. Il cervello non spiega chi siamo», un pamphlet in cui gli autori ci mettono in guardia dagli usi distorti delle nuove tecnologie di neuroimmagine.</p>
<p><em>Prof. Umiltà, come commenta la sentenza della Corte d’Assise di Trieste?</em></p>
<p>Non conosco i dettagli della vicenda, ma faccio fatica a credere che si siano basati su un singolo esame di neuroimmagine per arrivare a delle conclusioni così importanti.</p>
<p>In generale le tecniche di imaging sono procedure di ricerca che, se applicate bene, al massimo portano a risultati che vanno valutati probabilisticamente. Non capisco come sia possibile arrivare a conclusioni di questo tipo basandosi su un singolo caso. Saremmo di fronte a ipotesi selvagge.</p>
<p>La mia impressione generale è che si stia verificando un’infatuazione priva di fondamento per i risultati delle neuroscienze cognitive.</p>
<p>Fra l’altro, improvvisamente, il lavoro che una parte della comunità scientifica svolge da più di un secolo senza clamori al di fuori delle cerchia specialistica, è diventato di grande interesse sia per il pubblico dei non-esperti che per altri scienziati.</p>
<p>Si parla spesso di tecniche nuove, ma sono nuove fino a un certo punto perché il loro aspetto concettuale risale alla fine dell’Ottocento. Le tecniche insomma sono più sofisticate ma i principi vecchissimi.</p>
<p>È successo però che la gente ha visto i disegni del cervello con le macchie colorate e si è convinta che quello è davvero ciò che succede. Non è vero. Fra il modo in cui si distribuisce il sangue nel cervello e le conclusioni relative a quali aree sono attive nel momento che si svolgono certi processi cognitive ci sono un serie di passaggi basati sulla statistica con enormi possibilità di errore. I non esperti, anche i giudici evidentemente, si sono convinti che si può vedere direttamente il cervello al lavoro. Ma non è così.</p>
<p><em>C’è molta discussione attorno alla riproposizione, con le nuove teniche di imaging celebrale, dei rischi del riduzionismo scientifico nel campo della malattia mentale. Lei cosa ne pensa?</em></p>
<p>Voglio essere chiaro. Io sono un riduzionista. Secondo me, mente e cervello coincidono. Questa è una mia convinzione che però allo stato attuale delle cose non può avere alcuna conseguenza pratica perché sappiamo troppo poco.</p>
<p>Se io avessi una persona cara con disturbi mentali, le consiglierei di andare da uno psicoterapute e valuterei quale tipo di psicoterapia ha fondamenti più solidi.</p>
<p>C’è poi un altro punto sulle neuroimmagini. È importante sottolineare che, quando va bene, ci dicono dove sono localizzati nel cervello certi processi mentali, ma non ci dicono nulla su come funzionano. Forse sarà possibile in futuro ma non con le semplici localizzazioni altamente aleatorie che ci forniscono le neuroimamgini</p>
<p><em>Le neuroscienze possono avere un impatto positivo sulla salute mentale?</em></p>
<p>Assolutamente sì ma nel futuro, non adesso. Il giorno in cui avremo una conoscenza neurale sottostante ai nostri processi mentali avremo fatto dei passi avanti nel contrastre il disagio mentale, ma adesso siamo molto lontani da quest’obiettivo. L’idea di prendere scorciatoie e pensare che siamo già arrivati alla meta è di una pericolosità assoluta.</p>
<p><em>Che tipo di informazione andrebbe fatta riguardo alle scoperte delle neuroscienze, soprattutto nei confronti delle famiglie e delle persone che attraversano l’esperienza del disturbo mentale?</em></p>
<p>Bisognerebbe dire che abbiamo fatto dei piccoli passi, probabilmente nella direzione giusta, per capire come il cervello determina i nostri processi mentali e quindi anche i disturbi mentali, ma sono passi così piccoli e così incerti che non devono avere la minima conseguenza pratica.</p>
<p>Le faccio un esempio. Avrà sentito parlare delle ricerche sui neuroni-specchio2. Si tratta di scoperte importantissime per le neuroscienze, in cui fra l’altro l’Italia gioca un ruolo di primo piano.</p>
<p>Sono convinto che certe forme d’autismo siano collegate a un cattivo funzionamento dei neuroni-specchio. Detto questo non vedo nessuna conseguenza pratica. Ai genitori di bambini con problemi autistici direi che, ammesso che le scoperte siano confermate, per un possibile intervento terapeutico se ne riparla tra cinquant’anni.</p>
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		<title>Quella strana coppia che cancellò i manicomi</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/quella-strana-coppia-che-cancello-i-manicomi/</link>
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		<pubDate>Sun, 22 Nov 2009 11:56:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Agenzie]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Presentato alla Reggia di Colorno e alla presenza di Franco Rotelli, erede di Basaglia, un volume curato da Giovanna Gallio. Oltre a saggi e interventi di esperti, i suoi appunti sugli incontri che lo pischiatra ebbe con Mario Tommasini
di Antonio Bertoncini
Sono passati oltre quarant’anni da quando Mario Tommasini, allora assessore provinciale ai manicomi, si recò ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/quella-strana-coppia-che-cancello-i-manicomi/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Presentato alla Reggia di Colorno e alla presenza di Franco Rotelli, erede di Basaglia, un volume curato da Giovanna Gallio. Oltre a saggi e interventi di esperti, i suoi appunti sugli incontri che lo pischiatra ebbe con Mario Tommasini</p>
<p>di Antonio Bertoncini</p>
<p>Sono passati oltre quarant’anni da quando Mario Tommasini, allora assessore provinciale ai manicomi, si recò con la sua giardinetta a Padova, dove, al Caffe Pedrocchi, incontrò per la prima volta Franco Basaglia, il profeta della psichiatria senza manicomi e con poche medicine. Il Sessantotto era alle porte e Mario aveva un sogno: restituire ai “ matti” una dignità e una vita: “Venga a Colorno – deve avergli più o meno detto – insieme chiuderemo il manicomio e libereremo i 600 pazienti ricoverati”.</p>
<p>I due avevano grande personalità, e l’incontro non fu sempre dei più facili, ma da quella che Franco Rotelli, erede riconosciuto di Basaglia, chiama “la strana coppia” è scaturito il cambiamento di vita per centinaia di migliaia di persone. Le linee della “Legge Basaglia”, quella che portò appunto alla chiusura dei manicomi, sono stati disegnate a Parma, in centinaia di incontri, riunioni quotidiane, assemblee con gli operatori che erano disposti a scommettere su un progetto che avrebbe cambiato anche la loro vita (a Colorno, il manicomio era come la Fiat a Torino), tante discussioni e litigate nella “cantina dei 33”: da tutto questo, con il politico Mario Tommasini che portava in giro sulla sua Seicento i matti che non avevano mai visto un’automobile, è nata la riforma manicomiale che ha fatto parlare il mondo intero.</p>
<p>Di quel lavoro negli anni della contestazione, del cambiamento, della rivoluzione annunciata, di quell’esercizio di democrazia così esteso e puntiglioso, di quelle sigarette che impestavano le sale riunioni, dei giovani medici che avevano compreso lo spirito di ciò che a tanti appariva pura utopia, è rimasta traccia negli appunti di Tiziana Belli, segretaria di Franco Basaglia a Colorno, che ha meticolosamente registrato tutto quanto veniva detto nelle riunioni e assemblee in un breve ma intensissimo periodo che va dalla metà del 1970 all’agosto del 1971.</p>
<p>Quegli appunti, sistemati e arricchiti dai contributi dei protagonisti, sono diventati un volume, “Basaglia a Colorno”, realizzato da Giovanna Gallio (collana Aut Aut- edizioni Il Saggiatore), presentato “sul luogo del delitto”, nella sala del Trono della Reggia di Colorno, alla presenza di Franco Rotelli, psichiatra considerato erede naturale di Basaglia, Vincenzo Tradardi, Ernesto Venturini e dell’autrice Giovanna Gallio. All’incontro c’erano autorità (il sindaco di Colorno, l’assessore provinciale Marcella Saccani, il direttore dell’AUSL Massimo Fabi), ma soprattutto c’erano tanti dei protagonisti di quegli anni, medici e soprattutto infermieri, che ricordano con nostalgia un periodo in cui hanno partecipato a qualcosa di grande.</p>
<p>“Colorno – ha ricordato Franco Rotelli – è stato un vero e proprio crocevia per la riforma della psichiatria. Io sono arrivato nel 1971, ho incontrato Basaglia e ho fatto fatica a capire cosa succedeva in quegli strani incontri teorici che mi sembravano così inconcludenti, interrotti dal turbine Tommasini, che tirava fuori i matti dal manicomio avvalendosi della sua rete territoriale fatta in casa, infischiandosene dei furibondi attacchi del giornale locale”. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, ma – è ancora la riflessione a voce alta di Rotelli – la psichiatria non ha ancora trovato una sua compiuta dimensione. Dunque ben vengano occasioni come queste per riflettere sulla malattia mentale a partire da una riflessine su noi stessi sull’uomo come tale. In quella scuola sul campo si sono formati tanti giovani psichiatrici che poi hanno portato a compimento il lavoro iniziato da Basaglia e Tommasini, quel lavoro che lo psichiatra aveva iniziato a Gorizia, proseguito a Parma e concluso a Trieste: a Colorno, negli anni ruggenti di Franco Basaglia, facevano guardie Bagnasco, Slawitz, Rotelli, Fontanesi, Boranga, Scalfari, Bizzarri e tanti altri, che lasciarono anche la loro firma su quella che divenne una storica impresa.</p>
<p>Sì, perché come sovente avviene, Basaglia a Parma lavorò per un tempo breve, ma sicuramente sufficiente per fare di Colorno una specie di simbolo, un esempio di superamento della struttura manicomiale da portare in giro per il mondo, dall’Europa dell’est al Sudamerica (dove Tommasini ebbe modo di incontrare Lula in veste di sindacalista). Nel libro firmato da Giovanna Gallio si trova tutto questo, in un breve ma intensissimo spaccato di un anno di appunti, reso ancora più interessante dai contributi postumi di Tradardi, Rotelli, Dell’Acqua e dello stesso Tommasini, con la pubblicazione di una lunga intervista sul suo rapporto con Basaglia, raccolta nel 2001 dalla stessa ricercatrice autrice del volume: vale la pena di leggerlo e forse – come è stato detto a conclusione dell’incontro di presentazione – di ripartire da qui per avviare una nuova necessaria riflessione sulla psichiatria.</p>
<p>tratto da:<a href="http://parma.repubblica.it" target="_blank"> http://parma.repubblica.it</a> 20 novembre 2009</p>
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		<title>&#8220;Malattia mentale&#8221; e violenza</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Nov 2009 07:31:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[pericolosità]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Da una ricerca americana sul rapporto tra disturbo mentale e violenza: “I nostri risultati mettono in discussione la percezione diffusa che la malattia mentale sia una causa principale di comportamenti violenti”
di Nico Pitrelli]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>RICERCA AMERICANA SUL RAPPORTO TRA MALATTIA MENTALE E VIOLENZA</p>
<p>di Nico Pitrelli</p>
<p>“I nostri risultati mettono in discussione la percezione diffusa che la malattia mentale sia una causa principale di comportamenti violenti”. Per molti lettori del forum probabilmente si tratta di una non-notizia, ma sappiamo bene che quanto sembra scontato a chi accompagna quotidianamente il percorso di persone con disturbi mentali, non lo è affatto nel discorso pubblico e politico. Il rapporto tra violenza e malattia mentale, non a caso, è una di quelle questioni in cui si scatenano gli istinti più bassi dei mass-media, sintomo di un immaginario pubblico ancora troppo incrostato di pregiudizi.</p>
<p>Vanno accolti allora con una certa soddisfazione i risultati pubblicati qualche mese fa dal giornale Archives of General Psichiatry, una rivista specialistica edita dall’American Medical Association, la più grande associazione di categoria degli Stati Uniti.</p>
<p>Primo perché la fonte è al di sopra di ogni sospetto. Eric Elbogen e Sally Johnson, autori dello studio dal titolo The Intricate Link Between Violence and Mental Disorder1, sono due ricercatori della University of North Carolina lontani mille miglia dalle polemiche nostrane. I due hanno usato gli strumenti della ricerca sociale per affrontare degli aspetti lasciati irrisolti dalla letteratura scientifica che da più di vent’anni si dedica al tema. E non si tratta di questioni secondarie.</p>
<p>Molte ricerche del passato, alcune delle quali si sono pronunciate su un preciso legame tra comportamenti violenti e disturbi psichici senza preoccuparsi troppo delle conseguenze, non hanno affrontato quella che per Elbogen e Johnson è la domanda chiave: il disturbo mentale severo è un fattore di rischio indipendente di violenza?</p>
<p>Attraverso l’analisi di un corpo di dati ricavato da un’inchiesta campionaria estesa a un ampio strato della popolazione americana, l’interrogativo di ricerca si è esplicitato nell’esaminare quali fattori di rischio contribuiscano a determinare possibili comportamenti violenti, se il disturbo mentale severo è una condizione che predispone ad atti violenti e come, a partire da differenti fattori di rischio, si possono pronosticare differenti tipi di violenza.</p>
<p>La solidità metodologica dello studio è un altro elemento che dà robustezza ai risultati. I dati sono stati raccolti come parte di un’indagine che ha coinvolto un totale di quasi 35.000 persone intervistate in due annate, tra il 2001 e il 2003 una prima volta e tra il 2004 e il 2005 una seconda. Ai soggetti è stato chiesto di comunicare se negli ultimi dodici mesi era stato loro diagnosticato un disturbo mentale severo, esplorando anche altri aspetti problematici della loro vita, come dipendenze da alcool o sostanze stupefacenti. I ricercatori hanno studiato le eventuali correlazioni tra le loro dichiarazioni e l’emergenza di comportamenti violenti.</p>
<p>Il risultato a cui sono giunti è che il disturbo mentale anche severo, da solo, non è associabile a futuri atti violenti, i quali sono determinati piuttosto dalla storia individuale della persona, dalla condizione sociale ed economica e da altri fattori contestuali come un divorzio, una separazione o la perdita del lavoro.</p>
<p>È insomma la conferma che il contributo dei disturbi mentali alla violenza nella società è eccezionalmente basso. E che quando accade che una persona affetta da disturbi mentali commetta, ad esempio, un omicidio, le cause del suo gesto non vanno necessariamente cercate nella sua condizione di malattia.</p>
<p>È un bene che i ricercatori americani se ne siano accorti. Speriamo che siano sempre di più coloro che se ne accorgeranno.</p>
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		<title>Psichiatri a Palazzo Chigi</title>
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		<pubDate>Sun, 08 Nov 2009 14:15:05 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[180]]></category>
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		<description><![CDATA[di Luigi Benevelli
“In un momento storico come questo, in cui si sono persi tanti valori e significati, e in un momento di così grave sconcerto per la vita nazionale, la psichiatria ha uno spazio più ampio che in passato” (ANSA, Roma, 12 ottobre).
Queste parole sono state pronunciate da Gianni Letta potente sottosegretario alla Presidenza del ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/psichiatri-a-palazzo-chigi/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luigi Benevelli</p>
<p>“In un momento storico come questo, in cui si sono persi tanti valori e significati, e in un momento di così grave sconcerto per la vita nazionale, la psichiatria ha uno spazio più ampio che in passato” (ANSA, Roma, 12 ottobre).</p>
<p>Queste parole sono state pronunciate da Gianni Letta potente sottosegretario alla Presidenza del Consiglio nel saluto da lui portato, in tandem con il cardinale Ruini, al 45° Congresso della Società Italiana di Psichiatria. Ambedue hanno perorato la causa dei correttivi da apportare alla legge 180, in particolare per “ovviare alla carenza di strutture e al disagio delle famiglie, troppo spesso lasciate sole”. In quella sede Letta ha  denunciato il permanere di diffidenze e pregiudizi non solo nei confronti dei malati, ma anche degli operatori, specie gli psichiatri ed ha invitato una delegazione di psichiatri a recarsi nel suo ufficio a Palazzo Chigi. Ruini, da parte sua, ha sollecitato “lo snellimento delle normative che consentano ai medici, e in subordine anche ai famigliari, di decidere il ricovero”.</p>
<p>Ora, non è necessario essere specialisti in Clinica delle Malattie Nervose e Mentali o esperti di fisiognomica  per capire che, dopo le vicende di “papi”, delle escort e del “lodo Alfano” Berlusconi è da mesi molto, ma molto arrabbiato, che non sa trattenere la sua ira e che chi gli sta vicino e lo consiglia “per il suo bene”, non è finora riuscito ad aiutarlo a darsi una regolata, a controllarsi se non proprio a contenersi. E chissà quanti pensieri e battute si sono fatti in queste settimane fra i suoi più stretti collaboratori sullo stato del nostro Silvio. Di qui è comprensibile il disagio dei “famigliari” (in senso esteso) e la richiesta di aiuto degli stessi, fino all’offerta di aprire a psichiatri le porte del Palazzo.</p>
<p>Pare che il prof. Siracusano, presidente uscente della Società Italiana di Psichiatria abbia manifestato grande piacere nel ricevere l’invito e pare abbia promesso che andrà a Palazzo Chigi a discutere con Gianni Letta (e il cardinale) sul che fare. Il  problema però non sarà tanto in chi potrà fare la proposta di trattamento, quanto in chi oserà convalidarlo.</p>
<p>Che forse un problema di competenza psichiatrica sia all’interno del governo, ma che il problema dell’assistenza psichiatrica non sia fra le priorità della politica lo ha detto proprio il sottosegretario Fazio, quello che ha nel Governo Berlusconi la delega della sanità, che portando il saluto agli psichiatri della SIP, ha affermato che c’è bisogno non di modificare la legge, ma di garantire la presenza di Dipartimenti funzionanti non più  a macchia di leopardo, ma su tutto il territorio nazionale.</p>
<p>Mantova, 15 ottobre 2009</p>
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		<title>Festival dei matti: intervista ad Anna Poma</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 10:58:36 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
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		<description><![CDATA[
di Nico Pitrelli
Si è chiusa un paio di settimane fa la prima edizione del Festival dei Matti. L’evento, svoltosi al Teatro Goldoni di Venezia il 9 e il 10 ottobre scorsi, è stata un’occasione inedita di incontri e iniziative pubbliche sulla follia e sulla salute mentale. Abbiamo incontrato Anna Poma, una delle promotrici e organizzatrici ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/intervista-ad-anna-poma-sul-festival-dei-matti-di-nico-pitrelli-27102009/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignright size-thumbnail wp-image-834" title="05TOS014" src="http://www.news-forumsalutementale.it/public/05TOS014-180x180.jpg" alt="05TOS014" width="180" height="180" /></p>
<p>di Nico Pitrelli</p>
<p>Si è chiusa un paio di settimane fa la prima edizione del Festival dei Matti. L’evento, svoltosi al Teatro Goldoni di Venezia il 9 e il 10 ottobre scorsi, è stata un’occasione inedita di incontri e iniziative pubbliche sulla follia e sulla salute mentale. Abbiamo incontrato Anna Poma, una delle promotrici e organizzatrici del Festival, che insieme a Laura Barozzi e Alessia Vergolani hanno dato vita, con non poche fatiche, a un avvenimento unico nel pur variegato panorama di manifestazioni che si svolgono in tutta la penisola sugli argomenti più disparati. Con Anna abbiamo deciso di restituire, a beneficio dei lettori del forum non presenti all’evento, non tanto &#8211; o non solo &#8211; il “sapore” delle due giornate veneziane, ma le ragioni profonde dell’iniziativa, anche per capire se e quanto il modello del Festival è esportabile in altre città.</p>
<p>La manifestazione in termini di partecipazione è stato un successo indiscutibile. Un risultato niente affatto scontato. Quando si parla di follia e di salute mentale la reazione del pubblico generico non è sempre così generosa.</p>
<p>“In passato”, ci spiega Anna, “abbiamo organizzato altre iniziative per fare promozione culturale su questi temi, ma non abbiamo mai avuto un riscontro così positivo. È difficile trovare una formula che, da una parte, non respinga chi crede di essere lontano questi argomenti, dall’altra, non attiri esclusivamente un pubblico “esperto”, attrezzato di un presunto apparato di cognizioni tecniche e conoscenze specifiche. Evidentemente col Festival siamo riusciti a produrre un effetto molto diverso. Abbiamo creato un clima favorevole a svelare che la maggior parte di noi nell’arco della vita è inciampata in una crisi dell’esistere, un male di vivere, o qualcosa che può essere catalogato come tale. Di solito non siamo pronti a farne una riflessione condivisa perché temiamo lo sguardo oggettivante dei tecnici, che sequestrano questi discorsi, si mettono in cattedra e tracciano dei confini molto netti tra cosa si può dire e cosa non si può dire, stabiliscono chi è legittimato a prendere la parola sulla follia, la psichiatria, la salute mentale”.</p>
<p><em>Mentre i contorni non sono così definiti. O mi sbaglio?</em></p>
<p>Smontare la convinzione che soltanto linee di demarcazione rigide ci portino a trovare delle soluzioni è uno degli obiettivi del Festival dei Matti. Certo, stando attenti agli sbandamenti. A noi interessa creare situazioni in cui si possano riformulare delle traiettorie attraverso l’incontro tra esperienze e punti di vista di persone che di solito non sono messe nelle condizioni di parlarsi.</p>
<p>Nei dibattiti volevamo ad esempio che emergessero i più tipici luoghi comuni sul disturbo mentale. Si partiva dai preconcetti espressi senza timore di censura e ci accorgevamo poi, nel corso delle discussioni, di quanto i mattoni che formano le solide mura dello stigma provengano in realtà dalla psichiatria.</p>
<p>La psichiatria alimenta quello che dice di voler smontare. Noi vogliamo mettere a nudo la sua instabilità poiché proprio nella sua precarietà può diventare fertile.</p>
<p>Il Festival è nato con questa idea e credo che un po’ siamo riusciti a comunicare il messaggio. La gente non era spaventata. Non aveva paura né di raccontare magari l’esperienza grave che l’ha avvicinata a partecipare alle discussioni, né di chiedere indicazioni, di essere curiosa. Il Festival è riuscito a togliere l’alone di pesantezza che solitamente avvolge questi temi. C’è riuscito coinvolgendo persone del mondo dello spettacolo, della cultura, dell’informazione disposte, come ha fatto Elio di Elio e le Storie Tese, a raccontare gli inciampi della vita in cui tutti noi, prima o poi, possiamo incorrere.</p>
<p><em>Quale ruolo ha avuto il territorio? Il fatto che il Festival sia stato organizzato a Venezia ha giocato un ruolo importante?</em></p>
<p>Su questi temi, l’ambiente locale dà risposte non semplici da decifrare. Col Festival abbiamo intercettato persone che in passato non avevano mai partecipato alle tante altre iniziative da noi organizzate. Questa considerazione va poi inserita nella cornice del funzionamento dei servizi. La situazione qui è molto difficile, arretrata, di forte chiusura nonostante la stagione felice che già nel 92 portò allo smantellamento dell’ospedale psichiatrico di San Clemente.</p>
<p>C’è stato un sostanziale appannarsi delle pratiche di salute mentale, che sono diventate molto sterili. La percezione pubblica riflette la povertà dei luoghi, delle risorse, delle risposte dei servizi che non hanno lavorato per smantellare le barriere. Della salute mentale e della follia non ne parla nessuno pubblicamente. Gli psichiatri ne parlano ai loro convegni, ma a loro generalmente non interessa un dialogo allargato a più attori sociali.</p>
<p>D’altra parte Venezia è una città culturalmente molto vivace ovviamente, ma che spesso si sente espropriata di eventi perché le grandi manifestazioni di cui fa da scenario non riguardano veramente il territorio ma hanno un bacino di riferimento mondiale.</p>
<p>Al contrario durante il Festival abbiamo visto il Teatro Goldoni stracolmo, come mai in passato, di veneziani, cittadini, studenti universitari, associazioni che normalmente non si incontrano.</p>
<p><em>Qual è stata la reazione degli psichiatri?</em></p>
<p>Nessuna reazione pubblica. Ho però l’impressione che il successo dell’iniziativa possa produrre degli interrogativi tra gli stessi tecnici magari seducendoli alla possibilità di allargare l’interazione con pubblici più ampi di quelli degli addetti ai lavori.</p>
<p><em>E il pubblico cosa ha preso dal Festival?</em></p>
<p>Quello che forse è passato maggiormente è che ci si può rifamiliizzare con questi temi. Il fatto che alcuni hanno raccontato la propria storia, hanno potuto dire di sé con un linguaggio e delle modalità d’interazione completamente diverse da quelle solite ha avuto un impatto strabiliante. Ti faccio un esempio. Alice Banfi, che in un libro molto bello ha narrato la sua sofferenza, ha potuto chiedere a Elio se non ha mai avuto paura di impazzire. La possibilità di fare questa domanda a un personaggio famoso non solo amplifica straordinariamente il numero di persone che leggeranno il libro di Alice, ma restituisce l’idea di una vicinanza possibile e di una contaminazione feconda. È la conferma che la diversità non è necessariamente una disuguaglianza, per citare Franco Rotelli.</p>
<p><em>Il Festival rimarrà un progetto culturale importante o ha anche altre ambizioni?</em></p>
<p>Oltre a promuovere la partecipazione e il dialogo, noi vorremmo costruire una macchina d’impresa nella quale l’esperienza di persone con sofferenza mentali diventasse il suo cuore. Se riuscissimo a creare un’opportunità di formazione e di lavoro per queste persone coinvolgendole stabilmente nella produzione del Festival avremmo fatto una cosa diversa da quella semplicemente di discutere di questi temi. Mettere insieme e contaminare le esperienze, costruire trasversalmente un dibattito che magari riesca a smontare le parole “sporche” della psichiatria e a inventare nuove parole, espressioni, attrezzi utili a socializzare informazioni e domande che davvero riguardano ciascuno di noi: queste sono le ambizioni del Festival.</p>
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		<title>Galimberti: «Si rischia la riapertura dei manicomi»</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Nov 2009 10:55:35 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Il filosofo e psicanalista mette in guardia sul futuro e ricorda: «La pazzia è il costitutivo della nostra identità»
di SERGIO BUONADONNA
VENEZIA Umberto Galimberti aprirà a Venezia il Festival dei Matti con una durissima denuncia. «La condizione dei cosiddetti matti oggi è precaria. Temo che prima o poi si riapriranno i manicomi, che sono nati più ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/galimberti-%c2%absi-rischia-la-riapertura-dei-manicomi%c2%bb/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Il filosofo e psicanalista mette in guardia sul futuro e ricorda: «La pazzia è il costitutivo della nostra identità»</p>
<p>di SERGIO BUONADONNA</p>
<p>VENEZIA Umberto Galimberti aprirà a Venezia il Festival dei Matti con una durissima denuncia. «La condizione dei cosiddetti matti oggi è precaria. Temo che prima o poi si riapriranno i manicomi, che sono nati più per difesa del sociale dal matto che per la cura. Siccome oggi le istanze di sicurezza sono eminenti rispetto alla cura dell’altro, ho paura che prima o poi queste persone verranno di nuovo recluse come peraltro riteneva Basaglia un anno prima di morire nelle sue Conferenze brasiliane. Perciò la conquista della chiusura dei manicomi va difesa».</p>
<p>Per questo è importante portare le storie dei matti al centro di una riflessione culturale?</p>
<p>«Sì perché i matti non lo sono per sempre, ma solo quando hanno delle crisi. Non è che lo schizofrenico è sempre tale, la schizofrenia ha forme e manifestazioni differenti. Così è stato per Artaud, per Alda Merini, per tutti coloro che ne soffrono. Quindi come è pensabile di reinserire queste persone che episodicamente sono fuori dal mondo recludendole dal mondo come appunto prevede la struttura manicomiale?»</p>
<p>La scienza tende a totalizzare le vite e le esperienze?</p>
<p>«Dopo l’Ottocento quando con Griesinger si diceva che le malattie mentali sono malattie del cervello, c’è stata una riconsiderazione della condizione della follia. Freud ha cercato una interpretazione, Bleuler ha inventato il concetto di schizofrenia, Jaspers, Binwanger e altri hanno guardato fenomenologicamente alla follia a livello individuale e con i suoi risvolti biografici. Adesso siamo arrivati di nuovo a Griesinger in una modalità aberrante dove i quadri diagnostici non sono costruiti in base all’osservazione e al sapere, ma decisi sull’efficacia farmacologica. Per esempio il panico risponde bene agli antidepressivi e allora cosa si fa? Lo si chiude nel quadro diagnostico della depressione quando con essa non c’entra nulla. Se è la farmacologia a decidere le diagnosi vuol dire che siamo ridotti male. Io non sono contro i farmaci, ma non possono essere l’ultimo dettato della comprensione dell’uomo».</p>
<p>Ci si può sottrarre a questa presa rimettendo in campo la soggettività delle biografie?</p>
<p>«Temo di no, perché siamo passati da una società della disciplina come lo era fino al 1968 ad una dell’efficienza e della performance spinta che ha due matrici: una è il ’68, l’altra è il modello americano. “Vietato vietare” era uno slogan che si è perfettamente incastrato con il modello che ti dice di non guardare i tuoi limiti, di competere, di raggiungere il massimo delle tue possibilità, di superare gli obiettivi la cui asticella si alza sempre di più. Vivendo in una condizione simile, anche la depressione non è più organizzata attorno al senso di colpa, ma al senso di inadeguatezza: cioè ce la faccio o no ad essere all’altezza degli obiettivi che mi si propongono? E siccome dai risultati deriva il riconoscimento e dal riconoscimento il rafforzamento o il misconoscimento della propria identità ecco il ricorso agli psicofarmaci o, in alternativa, alla cocaina».</p>
<p>Quali parole e invenzioni occorrono per modificare questo stato di cose?</p>
<p>«Non vedo tante strade perché il problema è che ormai gli uomini non sono più i soggetti della storia, ma dei funzionari di apparato e devono funzionare esattamente come le macchine che hanno davanti tutto il giorno a partire dal computer. Quindi sono guardati solamente per la loro efficienza e funzionalità. E una volta che l’uomo è ridotto a questo ed è omologato alla macchina che non ha umori, non si ammala, non resta gravida, non si assenta, resta solo l’attenzione alle sue prestazioni».</p>
<p>Filosofia e letteratura possono svolgere un ruolo alternativo?</p>
<p>«Letteratura e filosofia sono la volontà di potenza debole rispetto all’economia e alla volontà di potenza forte per cui la filosofia soprattutto può descrivere la situazione attuale, può avvertire che l’umanesimo è finito, che si è ridotto l’uomo a strumento per cui le merci godono di una libertà di circolazione molto più significativa. Queste cose già le avvertiva Marx nei Manoscritti economico-filosofici. La filosofia può dire: non pensiamo più che la verità stia in cielo, nell’iperuranio o nella mente di Dio perché la verità è efficace se è vero ciò che dà buoni effetti. La libertà non è più una libertà personale ma una libertà di ruoli: più ruoli occupo perché ne conosco il linguaggio e sono in grado di interpretarne le mosse, più sono libero. Quando ci si trova in una riunione e uno dice il suo nome non ha detto niente, Quando dà il suo biglietto da visita, in quel momento si capisce che geografia è quell’individuo».</p>
<p>Le storie dei matti sono storie di tutti o di ciascuno?</p>
<p>«Sono convinto che la follia è il costitutivo della nostra identità. Tanto per intenderci: due innamorati che tirano fuori la loro soggettività parlano come i deliranti. “Se perdo te mi casca il mondo” è una frase da delirio. Freud infatti parlava dell’amore come di una malattia grave che ha l’unico pregio di essere breve».</p>
<p>Quanto siamo stranieri l’uno all’altro?</p>
<p>«E soprattutto ciascuno con se stesso, perché oggi sembra che ognuno fugga da sé come dal peggior nemico. Momenti di riflessione se ne hanno pochissimi, se c’è uno spazio vuoto siamo presi dall’ansia. Io l’altro posso capirlo per quel tanto che capisco i connotati della mia follia. Tutti quanti abbiamo degli accessi alla irrazionalità quando sogniamo, quando siamo innamorati, quando parliamo con noi stessi. La differenza tra noi e il matto è solo quantitativo, non qualitativa».</p>
<p>E l’ospite inquietante quanto s’è insinuato nella vita dei giovani?</p>
<p>«L’ospite inquietante si chiama nichilismo che Nietsche definisce con questa frase: manca lo scopo, tutti i valori perdono valore. Ora questo in sé non è un problema perché la storia è sempre andata avanti grazie alla trasmutazione dei valori, ma il nichilismo subentra quando alla svalutazione dei valori organizzati non se ne sostituiscono altri e non ne nascono perché il futuro non si presenta più come una promessa ma come qualcosa di indecifrabile. Questo succede quando il futuro retroagisce come motivazione e il soggetto non vede lo scopo da raggiungere. Gli studenti sanno benissimo che si laureano e poi c’è lo spettro della disoccupazione e del precariaro. E allora perché devono studiare e impegnarsi? Ma in questo modo vivono l’assoluto presente. Tempo fa uno studente mi ha chiesto di fare un dottorato di ricerca di filosofia. Gli ho risposto: non ti conviene perché perdi tre anni. Mi ha risposto: lo so ma per tre anni sto bene. Una risposta tragica, che vuol dire mi colloco in un presente che mi dà identità perché del futuro ho il terrore. Questo è il nichilismo».</p>
<p>Quanto è valida ancora l’utopia della realtà di Basaglia?</p>
<p>«Le utopie vanno assolutamente difese perché se si ferma l’ipotesi che il mondo possa anche essere altro da quello che è allora abbiamo ancora un briciolo di speranza. Se invece ci appiattiamo su quello che siamo soliti chiamare sano realismo, allora stiamo fermi come i minerali perché non abbiamo più futuro»</p>
<p>Tratto da: Il Piccolo 26/09/2009</p>
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		<title>9 domande a Franco Rotelli LA COMUNICAZIONE INVENTATA</title>
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		<pubDate>Sun, 01 Nov 2009 14:43:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Domande a]]></category>
		<category><![CDATA[domande a]]></category>
		<category><![CDATA[riflessioni]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[L’11 novembre su Radio Popolare network la prima puntata del settimanale “La Terra è blu. La salute mentale in onda” e in contemporanea questo sito, ridisegnato secondo i criteri di un giornale on line. Due espedienti a portata di chiunque ritenga che la comunicazione sia necessaria, che comunicare faccia bene alla salute.
Come usarli questi mezzi ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/9-domande-a-franco-rotelli-la-comunicazione-inventata/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>L’11 novembre su Radio Popolare network la prima puntata del settimanale “La Terra è blu. La salute mentale in onda” e in contemporanea questo sito, ridisegnato secondo i criteri di un giornale on line. Due espedienti a portata di chiunque ritenga che la comunicazione sia necessaria, che comunicare faccia bene alla salute.</p>
<p>Come usarli questi mezzi e perché, metterli al servizio di chi e di che cosa è l’argomento della conversazione con Franco Rotelli*, medico psichiatra direttore dell’Azienda per i Servizi Sanitari Triestina meglio noto come il successore diretto di Basaglia, che dà il via alla rubrica “n domande a” sul nuovo sito Forum Salute Mentale.</p>
<p><strong><em>Comunicare perché? Si può dire che la comunicazione, non meno della libertà, sia terapeutica?</em></strong></p>
<p>«Esistono molti livelli di questa questione. Per quanto riguarda la salute mentale è un problema di chiarificazione costante delle questioni attinenti alla psichiatria, alle sue pratiche. Una comunicazione ragionevole, una comunicazione sensata, che lavori a far piazza pulita di tutta una serie di equivoci e di falsificazioni costantemente messi in opera è di grande importanza.</p>
<p>Altra questione è la terapeuticità della comunicazione. Questa ovviamente rimanda a un’interazione tra soggetti che travalica l’oggetto stesso della comunicazione. Credo non ci sia alcun dubbio sull’importanza estrema che la possibilità di interagire tra soggetti abbia nella vita della gente. E che il comunicare debba avere una finalità. C’è tanta comunicazione in giro di cui non si capisce assolutamente il senso né la direzione. Per carità, va benissimo comunque, però quello che mi interessa è una possibilità di comunicazione diretta verso qualcosa, che abbia una sua finalizzazione, una sua stella polare, una sua indicazione generale. Dove vogliamo andare, di che cosa vogliamo parlare».</p>
<p><em><strong>Franco Basaglia è stato un grande comunicatore. Che cosa possiamo imparare dal suo esempio?</strong></em></p>
<p>«La sua capacità di fare comunicazione anche di massa, di stare attentissimo anche ai Mass Media, così come l’intensità che metteva nel cercare di creare meccanismi comunicativi all’interno della struttura dentro cui lavorava. La comunicazione dentro i gruppi, dentro la distanza ravvicinata, la sua attenzione alla ricchezza interpersonale sempre legata a questo suo capire che occorreva alimentare costantemente una contraddizione. Che la comunicazione era mettere in luce le contraddizioni e che ciò avveniva, avviene solamente dentro una possibilità comunicativa vasta.</p>
<p>La sua capacità di continuamente rimettere in gioco le questioni, di non accettare il dato ma di fare di tutto questione aveva ovviamente bisogno di casse di risonanza, di enti comunicativi di tutti i tipi. Dal giochetto di Marco Cavallo alle trasmissioni televisive, al libro fotografico “Morire di classe”, alla ricerca di un’alleanza con fotografi, uomini di cinema, giornalisti. Il suo interesse era ovviamente quello di far uscire dall’inerzia di una ripetitività istituzionale la questione psichiatrica nella fattispecie, che andava visitata costantemente, ma più in generale pensando alle questioni della gente».</p>
<p><em><strong>Salute mentale e comunicazione. Come riuscire a comunicare ossia “mettere in comune con” un pubblico quanto più vasto ed eterogeneo le questioni di cui andremo a occuparci?</strong></em></p>
<p>«Intanto io ho qualche perplessità sul tenere il gioco limitato alla salute mentale. Nel senso che oggi è sempre più chiaro che la salute della gente ha una componente formidabile di qualcosa che potremmo chiamare il côté salute mentale nella salute globale delle persone. Ma appunto, questo côté salute mentale è per la gran parte dei cittadini ormai svincolato dal problema della follia piuttosto che della malattia mentale conclamata in quanto tale, che pure resta ovviamente questione. Questione drammatica su cui vale la pena continuare a soffermarsi nel suo essere e nel modo in cui si risponde al disturbo mentale, ai problemi psichiatrici.</p>
<p>Credo però che la stragrande maggioranza della gente può oggi inquadrare meglio che in passato la questione della salute mentale dentro quello che è la preoccupazione in generale di tutti sulla salute. La stragrande quantità di persone che oggi hanno il problema di disturbi cognitivi legati all’età, l’Alzheimer tanto per dire una parola. La rivoluzione demografica, che è dato storico più rilevante di tutti questi anni, che travalica qualsiasi altra rivoluzione come importanza, come peso, fa sì che oggi noi abbiamo per forza milioni di cittadini con problemi mentali non legati a malattie mentali di vecchio tipo, ma legate all’età. E quindi abbiamo un problema di dipendenza da sostanze che in passato mi sembravano molto più relativi. Non che l’alcolismo si sia inventato oggi, però le persone che dipendono da sostanze sono oggi centinaia di milioni nel mondo. E questo è un nuovo fantastico problema.</p>
<p>Quindi ci sono delle rivoluzioni rispetto alla salute generale della gente che hanno degli impatti forti sulla salute mentale come fatto specifico, però vanno oltre quello che il campo tradizionale delle questioni che vanno affrontate con la psichiatria.</p>
<p>Allora mi pare che una radio, un giornale sul web, dovrebbe affrontare un po’ più generalmente queste questioni, non limitandosi al discorso della salute mentale ma inserire questo discorso molto rilevante in un quadro molto più generale che credo sia di più generale interesse per la popolazione, per chiunque. E quindi con quegli stimoli reciproci che possono, che dovrebbero essere più ricchi. Ed è anche il modo, secondo me, per portare avanti un ragionamento più progressivo anche rispetto al campo specifico della psichiatria, dei servizi, del problema dei matti».</p>
<p><em><strong>Entriamo nel vivo di questi due prodotti che sono il settimanale radiofonico e il foglio di carta virtuale. Come se li immagina?</strong></em></p>
<p>«Credo che ci sia un elemento di ridondanza emotiva intorno alla questione della malattia e della salute in ciascuno di noi. Negli ultimi anni assistiamo alla proliferazione di giornali, riviste, trasmissioni dove la malattia e la salute diventano oggetto specialistico di trattati specialistici e di settori specialistici. In tutto questo ovviamente l’organizzazione sanitaria, le nuove tecniche, le nuove scienze, le nuove o vecchie forme di medicalizzazione, i problemi hanno la loro centralità.</p>
<p>Ma io credo che una radio dovrebbe molto di più badare all’aspetto soggettivo, emotivo, affettivo che attorno a queste questioni gioca sulle persone. Convocare il peso o il non peso della malattia nella vita della gente, convocare la loro percezione di quello che gli sta succedendo. Ho mia mamma che ha l’Alzheimer, oddio che cosa posso fare, come vivo questa situazione, cosa possa dire e come posso trasmettere l’angoscia di questa situazione o come posso chiedere aiuto o chi mi aiuta o cosa devo costruire attorno a questo aiuto o che aiuto mi è stato prestato, come ho potuto gestire, affidarmi, fare qualcosa dentro questo problema che mi è capitato. Con il mio diabete come me la cavo? Con il mio problema di insonnia, di depressione, di qualsivoglia cosa come me la cavo?</p>
<p>Questa dimensione personale, affettiva, emotiva, credo che la radio potrebbe giocarsela molto e su questa chiamare in causa, allargare moltissimo un’interazione».</p>
<p><em><strong>E il giornale on line sul sito?</strong></em></p>
<p>«Può riguardare specifiche questioni intorno alla sanità, questioni politiche se vogliamo, la 180 sì la 180 no, organizzazioni, progetti obiettivo, trasformazione dei servizi, richieste di reddito, fondi per l’autonomia, i problemi della cooperazione sociale, le vacanze, i bisogni. Su tutto questo può essere utile un’informazione che arricchisca la capacità di presenza e di mobilitazione della gente sul rivendicare risposte più corrette, sul denunciare cose nefaste che tuttora accadono. Una materia che può essere benissimo gestita. Credo che se si riesce a far percepire che ciò che interessa è affrontare le questioni si riuscirà a destare la partecipazione di un pubblico piuttosto vasto».</p>
<p><em><strong>Il “cambiamento”, parola talvolta usata come sinonimo della riforma in atto da oltre 30 anni nel campo della salute mentale in Italia, un campo si diceva prima sempre meno circoscritto dove entrano aspetti non più, non soltanto legati al tradizionale disturbo o malattia mentale. Che cosa è realmente cambiato e che cosa deve ancora cambiare?</strong></em></p>
<p>«Il cambiamento credo che sia giocato su un fenomeno che indubbiamente esiste e cresce ed è il protagonismo delle persone. Del cittadino che non accetta più di essere succube dei poteri dei medici, dei poteri istituzionali, dei poteri di qualcun altro che decide sul tuo corpo, sul tuo destino. Non c’è dubbio che i grandi cambiamenti che sono avvenuti in tutti questi anni e che continuano ad avvenire, crescono. Sono cambiamenti che vanno nella direzione della rivendicazione dei diritti e di una rivendicazione di poteri da parte dei soggetti portatori di problema. Questo riequilibrio di poteri tra chi ha un problema e chi teoricamente viene incaricato di affrontarlo è un lungo percorso, non è dato, non è acquisito, non è scontato. Probabilmente un processo infinito. Certamente nella psichiatria ha avuto alcuni aspetti caricaturalmente più importanti in positivo e ne ha ancora di caricaturalmente importanti in negativo. Vediamo che in molti luoghi questi poteri sono ancora molto pochi e il potere di abuso, il potere delle istituzioni, dei medici, dei servizi è ancora uno strapotere ingiustificato e ingiustificabile.</p>
<p>Però indubbiamente un cambiamento enorme c’è stato a partire da quella che forse era una situazione più arretrata nell’ambito della medicina. Più in generale, la medicina che si sposta dall’ospedale al territorio, dall’ospedale dove il medico ovviamente è sovrano perché lì, come il prete in chiesa, ha il governo globale di tutto quello che accade, mentre a casa tua così come nel cosiddetto territorio questo non non può accadere. Il medico continua ad avere un potere ma diventa molto meno attivo, molto più relativo. Questo cambiamento è epocale».</p>
<p><em><strong>Il Nobel per la pace al presidente degli USA Barack Obama ha scatenato le reazioni dei Mass Media di tutto il mondo. Si è tornato a parlare, come del resto ogni anno, della cecità di Stoccolma, di riconoscimenti immeritati e di quelli mancati. Franco Basaglia potrebbe essere uno dei tanti Nobel mancati?</strong></em></p>
<p>«Credo di sì. Sarebbe stato un bel Nobel per la medicina indubbiamente. Non si è trattato di un fatto puramente localistico e quindi di difficile notizia, l’Europa e il mondo hanno avuto ampia eco di questa impresa. Ci si poteva benissimo attendere un Nobel.</p>
<p>Fermo restando che io sono molto contento che sia stato dato il Nobel a Obama. È un uomo che parla di pace rispetto a chi lo ha preceduto che parlava soltanto di guerra. Questo è sicuramente un grande segnale, al di là di che cosa riesca a fare o non fare. Il Nobel dato alla speranza mi pare importante».</p>
<p><em><strong>Un apposito Nobel alla speranza?</strong></em></p>
<p>«Perché no. Non dato a degli individui ma a una parola d’ordine».</p>
<p><em><strong>L’ultima domanda è personale. Che cosa farebbe di Franco Rotelli l’uomo più felice del mondo?</strong></em></p>
<p>«Non lo so, non ne ho la più pallida idea. Ma credo che non sei tu che vai alla ricerca di quella cosa là che ti rende felice, piuttosto sono le cose che ti capitano e che tu scopri che ti rendono felici…</p>
<p>Continuare a essere molto affascinato, interessato, appassionato delle pratiche di cambiamento, di poter usare le mani mie e di altri a produrre qualcosa d’altro che prima non c’era; quanto più questo accade, tanto più mi fa felice. Mi piace immaginare che si possono ancora cambiare tante cose, di essere ancora in tempo a cambiarle. E che questo possa riprendere a essere fatto in tanti, ritrovando questa dimensione collettiva, corale della produzione del cambiamento che oggi è diventata molto più difficile.</p>
<p>Certo, se questo affare qua [NDR. Il magnifico roseto ovvero l’Officina delle Rose da poco inaugurata nel parco in cima alla collina di San Giovanni a Trieste dove la conversazione ha luogo] crescerà molto mi renderà felice».</p>
<p>Se son rose fioriranno, è il caso di dirlo.</p>
<p>C.M.</p>
<p>Trieste, 15 ottobre 2009</p>
<p>*Franco Rotelli (Casalmaggiore 1942), medico psichiatra, dopo i primi tempi di lavoro a Parma – clinica psichiatrica dell’Università – e a Castiglione delle Stiviere – ospedale psichiatrico giudiziario –, collabora dal 1970 al 1980 con Franco Basaglia, prima in Emilia e poi subito a Trieste. Ha poi diretto i servizi psichiatrici di questa città dal 1980 al 1995. Come coordinatore del Centro Studi per la salute mentale della Regione Friuli Venezia Giulia (centro collaboratore OMS) è stato consulente dell’Organizzazione panamericana della sanità in Brasile, Argentina, Repubblica Dominicana. È stato responsabile di vari progetti di cooperazione, per il ministero degli Esteri italiano e la U.E. (Cuba, Grecia, Slovenia, Argentina). Ha svolto cicli di conferenze in molti paesi ed è autore di varie pubblicazioni.</p>
<p>È tra l’altro autore con Ota De Leonardis e Diana Mauri del volume L’impresa sociale (Edizione Anabasi).</p>
<p>Dal 1998, Direttore Generale dell’Azienda per i Servizi sanitari A.S.S. n. 1 Triestina ha poi dal 2001 al 2003 diretto l’Azienda Sanitaria Locale Caserta 2 in Campania, per rientrare come direttore generale a Trieste dal 2004 a tuttora.<strong></strong></p>
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		<title>I diritti di malati e detenuti: nel confronto i cani stanno messi meglio</title>
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		<pubDate>Sat, 24 Oct 2009 16:23:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>di Luana De Vita</p>
<p>ROMA (25 agosto) &#8211; Della legge e delle cure degli uomini: questo se fossi un cane sarebbe un pensiero leggero e allegro, in Italia. Se  fossi un cane. Ma sono un essere umano e mi appartengono funzioni cognitive che mi costringono continuamente a riflettere sul mondo e su me stesso, e sulle regole che costruisco e condivido con uomini e  animali, con tutti gli uomini e tutti gli animali. E dunque rifletto.</p>
<p>Se fossi un cane, in Italia mi spetterebbe per legge uno spazio in  recinto non inferiore a 20 metri quadrati da condividere al massimo  con un altro cane o 9 mq in un box tutto per me. Se, invece, fossi un  malato psichico con sufficiente autonomia sul piano della  soddisfazione dei bisogni di vita quotidiana e adeguate abilità psico-sociali e mi ritrovassi a vivere in una comunità alloggio, ovvero una residenza socio-riabilitativa a più elevata intensità assistenziale, la superficie minima delle camere a due letti dovrebbe essere non inferiore a 16 mq e 9 mq in camera singola.</p>
<p>Meglio essere un cane, no? Peggio essere un detenuto, molto peggio. Mi spetterebbero sì e no 7 mq in singola e 4 mq in celle collettive. Se fossi un cane, a Roma non potrebbero tenermi legato ad una catena per più di 8 ore al giorno e la catena dovrebbe essere lunga almeno 6 metri, garantendomi il movimento, l&#8217;accovacciamento, l&#8217;abbeveramento e tutte le mie normali funzioni fisiologiche. Se fossi un malato di mente invece, i medici di Milano, al Niguarda, per esempio, potrebbero seguire le linee guida interne dell&#8217;ospedale in materia di contenzione fisica in armonia con la legge italiana e la prassi tristemente diffusa in tanti reparti psichiatrici. Potrei ritrovarmi legato, mani e piedi, ad un letto fino a 12 ore consecutive, sempre che la mia condizione non richieda un prolungamento della contenzione, a discrezione dei medici, non della mia dignità di essere vivente, non voglio dire umano, perché non mi conviene.</p>
<p>Sarebbe morto così, Francesco Mastrogiovanni, il 4 agosto 2009, nell&#8217;ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo quattro giorni di degenza in TSO (trattamento sanitario obbligatorio). Morto per edema polmonare, segni di contenzione fisica su polsi e caviglie, presumibilmente legati per giorni, anche se sulla cartella clinica non comparirebbe alcun provvedimento costrittivo a carico del degente. Ma che importa? Non era un cane, era solo un uomo.</p>
<p>E se fossi un cane pericoloso? Non esistono cani pericolosi &#8211; qualsiasi cane può attuare comportamenti “rischiosi” &#8211; ma esistono cattivi padroni e nella legislazione italiana si punta soprattutto sulla prevenzione e la formazione dei proprietari dopo aver abolito la lista delle razze canine pericolose. Se fossi un paziente psichiatrico però, sarei invece quasi sicuramente pericoloso nell&#8217;immaginario collettivo. Si vuole infatti ristabilire, con una modifica legislativa, il concetto di “pericolosità per sé e per gli altri” del malato psichico e la conseguente segnalazione alle autorità competenti. Se fossi un uomo, dunque, potrebbe toccarmi un posto in una “nuova” lista di umani pericolosi, a prescindere dalla circostanze, dalle condizioni, dal destino che mi è toccato in sorte.</p>
<p>Meglio, molto meglio essere un cane.</p>
<p>Se mi trovassero per strada o in mare, senza microchip, le istituzioni mi curerebbero e coccolerebbero, ma se fossi un uomo senza documenti e pure malato farei meglio a nascondermi e morire: mi arresterebbero. Se fossi un cane capirei che le leggi che mi proteggono sono pensate per me, per i miei bisogni e per le mie necessità di sopravvivenza, con un minimo di dignitosa qualità di benessere. Come essere umano, però, non capisco, proprio non riesco a capire, perché le leggi e le prassi operative di accoglienza, assistenza, accudimento, cura, reinserimento, rieducazione e riabilitazione degli uomini, per gli uomini sono invece pensate e create sui bisogni di chi poi dovrà occuparsi di me o di chi dovrà escludermi, liberarsi di me. Come se la mia vita non valesse neanche quanto quella di un cane, non meritasse la stessa sensibile attenzione ai bisogni dell’essere vivente, della semplice creatura di Dio.</p>
<p>Se fossi un cane, mi sentirei più tranquillo in Italia.</p>
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