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	<title>forumsalutementale.it &#187; testimonianze</title>
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		<title>Uno sguardo sulle ingiurie degli anni</title>
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		<pubDate>Mon, 12 Jul 2010 18:27:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[E&#8217; un&#8217;assolata domenica di luglio. Il sole e la luce non mi feriscono più, li vivo in pace. Li amava Roberto, mio marito, un sentire lasciatomi in eredità. Un tempo non era così. Alla fine gli incontri umani finiscono col contaminarci, impariamo uno altro sguardo sul mondo, diverso dal nostro. In vacanza in Calabria, la ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/uno-sguardo-sulle-ingiurie-degli-anni/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/public/leda.JPG"><img class="alignleft size-medium wp-image-4607" title="leda" src="http://www.news-forumsalutementale.it/public/leda-226x300.jpg" alt="leda" width="226" height="300" /></a>E&#8217; un&#8217;assolata domenica di luglio. Il sole e la luce non mi feriscono più, li vivo in pace. Li amava Roberto, mio marito, un sentire lasciatomi in eredità. Un tempo non era così. Alla fine gli incontri umani finiscono col contaminarci, impariamo uno altro sguardo sul mondo, diverso dal nostro. In vacanza in Calabria, la terra delle sue radici, alle 7 del mattino Roberto apriva la finestra sfregandosi con allegria il petto nudo&#8230; ah il sole, faceva lui inebriato come un organo di senso, ed io a fargli eco.. mio Dio, neanche a quest&#8217;ora del mattino riesco a difendermi dal sole. Mi alzavo a volte alle 5 per scoprirne la magia, per abituarmici piano piano. Guardavo sorgere l&#8217;alba sull&#8217;acqua <span>di Villapiana Lido</span><span>, dalla casa di Villapiana Paese affacciata sul golfo. Alla mia sinistra le colline scendevano dolcemente sull&#8217;acqua, uno sguardo sul verde, senza cemento. Ora mi fanno compagnia in una foto appiccicata sul frigo.<br />
</span><span>Questa calda domenica a Mestre è mitigata dai giardini-un po&#8217; orti che abbracciano le nostre case a schiera: vivo al Bachmann, </span><span>lo chiamiamo affettuosamente così, </span><span>col vecchio nome del toponimo austriaco, non vogliamo perderne l&#8217;antico spirito dei vecchi cortili di una volta, dove i piatti pronti camminano quasi da soli fra una casa e l&#8217;altra.<br />
Oggi si direbbe un &#8220;quasi co-housing&#8221;, o condominio solidale, un modo di vivere provvidenziale quando qualcuno perde colpi, per un po&#8217; o per sempre.</span> Oggi è il turno della mia vecchia madre 89enne, la cui casa è accanto alla mia, ho scavato una trincea a forza di camminare avanti-indietro.<br />
<span><em>Canta Guccini &#8220;I vecchi subiscon le ingiurie degli anni,<br />
non sanno distinguere il vero dai sogni,<br />
i vecchi non sanno, nel loro pensiero,<br />
distinguer nei sogni il falso dal vero&#8230;&#8221;</em><br />
E&#8217; così per mia madre, è spesso disorientata, pian piano perde le proprie radici terrene per farle germogliare altrove, almeno è quello che mi piace pensare.<br />
Fatto sta che stamane ha dato un morso sul braccio al badante. La vita ce l&#8217;ha portato maschio, ma con le donne sarebbe lo stesso. Si ritiene autonoma, ma non lo è, non del tutto, ritiene </span><span>ogni aiuto </span><span>un&#8217;invasione, chiama la polizia per chiedere &#8220;giustizia&#8221;. Vuole girare sola per Mestre, ogni tanto ci riesce, cade, si fa male.. e così l&#8217;autonomia la perde davvero. E molto altro. Ci fossero ancora i manicomi ce ne sarebbe abbastanza per ricoverarla e così mi dico &#8220;meno male che non ci sono&#8221;, perché tutto porterebbe ad istituzionalizzarla. Non sempre, spesso, ma tutto ci condurrebbe là, dal medico di famiglia in su&#8230;se non avessimo fatto l&#8217;esperienza con mia sorella negli anni &#8216;60.<br />
Oggi ne abbiamo l&#8217;esperienza, sappiamo almeno cosa non è d&#8217;aiuto. Costringerla all&#8217;immobilità, contenerla con farmaci avrebbe un monte di effetti collaterali e non spegnerebbe subitanee iniziative.. sarebbe un&#8217;inutile crudeltà. Ed oggi come far coincidere amore, cura, umanità, civiltà?<br />
Con quale sguardo guardare mia madre? </span><span>Come vivere in modo creativo, vitale tutto questo? </span><span>Ho imparato a dare un ritmo alle giornate ed alla settimana, mantenendo le sue antiche abitudini ed introducendone di nuove. E se &#8220;nell&#8217;iniziativa&#8221; brucia qualche pentola.. pazienza. Non si perdona forse ai bambini quando fanno i tarzan sulle tende o tagliuzzano bambole e tessuti? Ho imparato a guardare mia madre in questo modo e ad indicare questo &#8220;sguardo riabilitante&#8221; a quanti le stanno intorno a vario titolo, non è sempre facile ma ce la si fa.<br />
</span><span>Ai vecchi non si perdona facilmente, ci si angoscia per i &#8220;non senso&#8221;, per il loro bene si cerca di contenerli in ogni modo, oppure li si ricovera in luoghi sicuri &#8220;ahimè&#8221;. Non ci sono ricette, solo sguardi con cui guardare, quasi nessuno sguardo è &#8220;in divenire&#8221;, bisogna aguzzarlo, imparare a vedere.</span><span><br />
Se per i bambini muoversi nel mondo anche sciupandolo un po&#8217; è &#8220;abilitarsi&#8221; al mondo, per gli anziani </span><span>è &#8220;riabilitazione&#8221; </span><span>lasciarli muovere, sciupare materiali per mantenere in vita con le vecchie abitudini anche la memoria di sè&#8230;<br />
Mia mamma ha sempre cucito, era brava, ora non ci riesce più.. abbiamo organizzato un &#8220;laboratorio di pittura Bachmann&#8221;. Tre volte alla settimana acquerello in casa, un lavoro collettivo con altre persone che hanno bisogno di distendere un po&#8217; l&#8217;animo con attività artistiche, o semplicemente hanno voglia di stare insieme. Un po&#8217; di euro ciascuno per un&#8217;amica un po&#8217; pittrice ed un po&#8217; pedagoga che lo segue, stiamo specializzandoci, forse faremo anche una mostra. Io non partecipo, accolgo il gruppo all&#8217;inizio e lo saluto alla fine. Mia madre mette insieme le pennellate come se fossero piccoli punti cuciti, con buon gusto, ne emergono disegni </span><span>belli, leggeri, tenui, </span><span>un po&#8217; disincarnati, com&#8217;è lei in questo periodo.<br />
Gioca a carte (guidata), prega, canta. Con la ginnastica, sempre guidata, si è ripresa finora da tutte le cadute e le piccole fratture. In bici non ci va più dagli 85 anni, dall&#8217;ultima caduta in cui è andata in coma, ne ha molta nostalgia. Sulla ginnastica è brava di suo, da quando non ha più avuto la mia sorella disabile da accudire, dall&#8217;86, ha sempre fatto ginnastica, ne ha imparato l&#8217;importanza dalla figlia, alla quale non gliela facevano i servizi riabilitativi. Nel nostro territorio la riabilitazione è rimasta un concetto pressocchè astratto per il quale si investe molto poco e senza coinvolgimento con la cittadinanza: sia che si tratti di anziani, sofferenti mentali, o disabili. Così l&#8217;assistenza famigliare c&#8217;è, ma non è riabilitativa.<br />
Mamma è incontenibile, vuole muoversi e questo la salva&#8230; finché trova accanto a se persone che ritengono il movimento importante, un modo per rimanere &#8220;in sè&#8221;.<br />
Ma come dare finalità al suo spirito vagabondo? oltre alla spesa quotidiana. Faccio di necessità virtù, mi reco spesso al domicilio di persone a vario titolo bisognose di cure e mi viene incontro il forte senso di solidarietà di mia madre, imparato dalla povertà vissuta con dignità e da una socialità che nasce da radici famigliari e dal piacere di stare con le persone, un piacere di vita difficile da dimenticare, perdere. E&#8217; una memoria che diventa cultura. Mamma si mette &#8220;in riga&#8221; di fronte ad una persona malata, bisognosa di cure, non ha atteggiamenti assistenziali, potrei portarla da amiche, amici e parenti&#8230; ma devo mettere insieme anche le mie frequentazioni. &#8220;Prima le persone&#8221;, ci ha sempre insegnato, &#8220;se qualcuno ha bisogno d&#8217;aiuto, si spegne la pentola e si va&#8221;. </span><span>Capita che</span><span> glielo ricordi quando devo uscire, basta che le dica &#8220;vado ad aiutare questo o quello&#8221; e lei si mette in riga, è il suo modo di collaborare, essermi di aiuto e di capacitarsi quando torno in ritardo, anche se non rimane mai sola. </span><span>Oppure la porto con me da disabili, malati, sofferenti mentali che non vogliono uscire di casa. E&#8217; così che sopravviviamo a giornate lunghe e difficili ed è meraviglioso e commovente vedere come </span><span>mia madre </span><span>ritrova  la bussola, anche se non del tutto, quel tanto che basta per gustare della reciproca presenza.</span><span> Ma occorre credere in lei, rimetterla nel gioco della vita. </span><br />
<em><span>Come dice Guccini &#8220;E il vecchio diceva, guardando lontano:<br />
&#8220;Immagina questo coperto di grano,<br />
immagina i frutti e immagina i fiori<br />
e pensa alle voci e pensa ai colori&#8221;</span></em><span><br />
</span><span>In qualsiasi condizione le persone possono &#8220;incontrarsi&#8221; e raccontarsi</span><span>. Anche mamma. Ci si conosce, nascono racconti, </span><span>barzellette, </span><span>memorie di tutti</span><span>.</span> Ci vorrebbe un taccuino sempre in tasca, un registratore, una macchina fotografica&#8230;<br />
<em><span>&#8220;Il bimbo ristette, lo sguardo era triste,<br />
e gli occhi guardavano cose mai viste<br />
e poi disse al vecchio con voce sognante:<br />
&#8220;Mi piaccion le fiabe, raccontane altre!&#8221;</span></em><br />
Il mio sguardo è raramente triste come il bimbo della canzone di Guccini, vorrei un po&#8217; d&#8217;aiuto in più, poi mi dico che non riesco a lacerare i rapporti famigliari, chi ha più &#8220;risorse&#8221; alla fine le mette&#8230;ma per far circolare risorse e aiuti per non soccombere&#8230;.occorre diventare un po&#8217; magici, giocare un po&#8217;. Metto tutto in un pentolone, come una streghetta e mi sembra di ricavarne qualche efficace magia. Così riesco ad avere una vita mia, anche se continuamente interrotta dai ritmi di mia madre, non solo da lei a dire il vero. Sono certa che quando non ci sarà più, mia madre mi mancherà, sempre che tocchi a lei prima di me, cosa non scontata. Avrò negli occhi un lavoro su me stessa, qualche scommessa mancata, ma molte di più quelle vinte, oggi che più di ieri so &#8220;cosa non è d&#8217;aiuto&#8221;. Non lo sono lacci, lacciuoli dai nomi innocui e accattivanti, né inutili medicalizzazioni di una malattia fisiologica qual&#8217;è la vecchiaia, sulla quale si costruiscono vecchie-nuove inciviltà&#8230; e busness.<br />
Ciao, Leda Cossu<br />
<span><br />
</span></p>
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		<title>Innamorata pazza</title>
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		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 15:05:26 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Sono una donna separata, madre di un bambino, una brillante carriera lavorativa alle spalle interrotta di recente dall&#8217;attuale crisi economica. Sono innamorata di un ragazzo con disturbi della personalità bipolare, invalido all&#8217;80%, con un passsato difficile e futuro incerto, seguito dai servizi sociali. Non viviamo insieme, ci vediamo quando sono sola, senza bambino, quindi raramente. ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/innamorata-pazza/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Sono una donna separata, madre di un bambino, una brillante carriera lavorativa alle spalle interrotta di recente dall&#8217;attuale crisi economica. Sono innamorata di un ragazzo con disturbi della personalità bipolare, invalido all&#8217;80%, con un passsato difficile e futuro incerto, seguito dai servizi sociali. Non viviamo insieme, ci vediamo quando sono sola, senza bambino, quindi raramente. I famigliari giudicano il mio ragazzo &#8220;pericoloso&#8221; per me, per il mio bambino. Gli amici si allontanano, la maggior parte stigmatizza. Le varie &#8220;fatwe&#8221; si susseguono e mi fanno sentire sempre più sola, vergognosa, colpevole, irresponsabile&#8230;. Faccio psicanalisi e vado avanti giorno per giorno, cosciente che non posso guarirlo, ma col mio amore lo posso aiutare e lui aiuta me. Sarò forse matta anch&#8217;io ma non sono cieca. Condividiamo gioie e dolori quotidiani&#8230;</p>
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		<title>Sul fatto che esiste la parola &#8220;guarigione” vorrei non ci fossero dubbi.</title>
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		<pubDate>Thu, 10 Jun 2010 16:06:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[La guarigione è un progetto di vita. Può costituire un obiettivo, un punto di arrivo per molte persone che conoscono ed hanno attraversato il disagio psicofisico in un certo momento della loro vita, per persone che hanno sofferto difficoltà anche gravi di salute mentale.
In realtà per tutti la meta non è una linea ferma, stabile; ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/la-guarigione-e-un-progetto-di-vita/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La guarigione è un progetto di vita. Può costituire un obiettivo, un punto di arrivo per molte persone che conoscono ed hanno attraversato il disagio psicofisico in un certo momento della loro vita, per persone che hanno sofferto difficoltà anche gravi di salute mentale.</p>
<p>In realtà per tutti la meta non è una linea ferma, stabile; non è una linea che assicura “&#8230;e vissero felici e contenti. . . “, come nelle favole di una volta, per il resto del tempo della vita a venire.</p>
<p>Il sogno della guarigione non toglie nulla alle problematicità che nascono ogni giorno, che hanno radici dentro il nostro io complesso; che si aggrovigliano nei rapporti interpersonali ineludibili, come quelli biologici e strettamente familiari; che si accumulano di ansie negli incontri necessari con gli altri; che si accavallano negli impegni ineluttabili posti come ostacoli nello spazio di un giorno.</p>
<p>Piuttosto la guarigione è una linea mobile, che avanza costantemente innanzi a noi, che ci sembra di toccare come la meta di un traguardo, ed invece, oltrepassata la soglia, ci accorgiamo che c’è dello spazio incognito ancora davanti, ancora oltre&#8230;</p>
<p>La guarigione diventa allora un progetto di vita.</p>
<p>Solo riuscendo ad interiorizzare la metodologia del “fare”, del fare per noi stessi in primo luogo, del fare per chi amiamo, del fare per chi ci sta vicino, riusciremo a costruire regole di vita che alla fine diventano proponibili, ferme dentro di noi, da ultimo necessarie, ma soprattutto utili per la nostra crescita, per il nostro andare verso il benessere.</p>
<p>Costruire paletti nel percorso di vita quotidiano, nel giorno dopo giorno, è anche costruire certezze, punti di riferimento forti, finalizzati a incardinare i secondi, i minuti, le ore, il tempo che sta per travolgerci, anche con la noia, anche con l’angoscia, anche con il nulla, oppure con il troppo pensare.</p>
<p>Solo dopo aver toccato il fondo comincia la ripresa, la recovey, il cammino lento e faticoso verso la costruzione di un nostro proprio bene stare, diverso per ciascuno di noi: ascoltando noi stessi, mettendo attenzione ai nostri propri bisogni si può trovare una risonanza, una voce che indica strade, scelte, opportunità.</p>
<p>Tutto ciò non ci preserva in assoluto da difficoltà, da dolori, da sconfitte, da malesseri; ma riusciremo a venirne fuori, a superare ogni ostacolo, a vivere la sofferenza psicofisica, se troveremo la forza dentro di noi, se reagiremo ad un certo momento.</p>
<p>Il percorso che ci aspetta è simile all’andatura del gambero, che procede di qualche passo, per poi anche magari retrocedere, ma alla fine, contando il risultato finale, arriva la constatazione che un cammino in avanti c’è stato: un progresso, magari piccolo, magari banale, lo possiamo mettere al nostro attivo.</p>
<p>La svolta, la necessità della reazione al male, l’azione che ad un certo momento dobbiamo fare per venire fuori dall’incubo in cui siamo caduti, possono essere dati da gesti semplici, anche minimali: così, in uno stato di depressione, di sofferenza psicoflsica, la scelta di alzarsi dal letto per farsi un caffè, in cucina, è già stare meglio, è già un puntello da cui parte la reazione al male, è già una piccola tessera del percorso di ripresa, di rimonta. Ed è un segno di cura verso se stessi, è un segno di attenzione verso i propri bisogni, è una speranza di trovare un aiuto verso uno stato migliorativo, è una volontà di uscire dal torpore e dall’abbandono, in cui siamo caduti.</p>
<p>Tutte le persone vivono momenti più felici e momenti più impegnativi e duri: ma durezza della vita non deve infrangere le difese, che opponiamo come barriere al dolore e alla sofferenza.</p>
<p>Le persone più fragili, più sensibili, più esposte al rischio del malessere psicofisico, del male oscuro che avvolge e qualche volta sovrasta, devono trovare il coraggio di vivere quei momenti, anche i momenti di dolore, di lasciarli passare, come passa e scorre perennemente l’acqua di un fiume.</p>
<p>La fase di difficoltà va vissuta, va interiorizzata, perchè può costituire addirittura una risorsa per noi, può diventare una forza interiore, una consapevolezza di aver sentito, di aver vissuto un’esperienza, di sapere cos’è, ma alla fine di averla oltrepassata, uscirne fuori con più anticorpi psicologici e psichici accumulati.</p>
<p>L’onda che si rinnova abbattendosi sulla spiaggia non ci travolge, ne usciamo fuori con coraggio, quando puntiamo bene a terra i nostri piedi, quando troviamo un appiglio sicuro.</p>
<p>I punti di riferimento bisogna cercarli dentro e fuori di noi, nelle occasioni che la vita originale e curiosa offre costantemente: le opportunità stanno nel nostro volerci bene, nel costruire una barriera di corretta autostima, nello stabilire fiducia nelle proprie possibilità.</p>
<p>Ma le opportunità stanno anche fuori di noi e allora bisogna “uscire”, cercare intorno, guardare gli altri in viso, cogliere le espressioni amicali, le mani che vengono tese. Possono essere diversi i puntelli che troviamo, come ciascuno di noi è diverso: ma rifiutare occasioni di aiuto preclude a nuovi scenari, che potrebbero rivelarsi utili e fruibili positivamente.</p>
<p>Il percorso della guarigione o recovey dura tutta la vita: la prospettiva può scoraggiarci, può fare paura, vorremmo tutto subito. Ma il senso del quotidiano, della costruzione a piccoli passi, in una proiezione in avanti non troppo ampia, in una programmazione che intanto copre le prossime ore che ci stanno davanti, aiutano a procedere anche sul lungo cammino, sugli anni che passano, sul tempo nostro che viviamo e che siamo.</p>
<p>La scena nella quale ci troviamo oggi è quella in cui le persone che soffrono il male psichico non perdono i loro diritti di cittadini davanti alla legge; godono della possibilità di esprimersi e di venir ascoltati, e non solo nei luoghi deputati dei Servizi.</p>
<p>Davanti a noi si prospetta non la negazione della malattia, ma la fine della ineluttabilità della malattia mentale, in una ricerca di riproposizione del benessere delle persone, dell’attivazione e implementazione delle possibilità, delle attitudini e dei saperi individuali.</p>
<p>Oggi si contesta la medicalizzazione totalizzante, invece si procede avanti nella strada della deistituzionalizzazione, dell’inserimento nell’opportunità del quotidiano, nella ricostruzione della “normalità”.</p>
<p>Se il destino non è più ineluttabile, la guarigione è una possibilità, e pertanto una necessità, un dovere morale verso la quale dobbiamo andare. Con coraggio.</p>
<p>Silva Bon, Presidente Associazione Luna e l&#8217;altra</p>
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		<title>I vostri contributi al convegno: Pazzapazzapazza</title>
		<link>http://www.news-forumsalutementale.it/i-vostri-contributi-al-convegno-pazzapazzapazza/</link>
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		<pubDate>Wed, 02 Jun 2010 13:50:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[La prima volta, sto mangiando una pizza con della gente, e mentre sono lì che snocciolo stronzate la stanza si gira e il cuore parte a caso. Un attimo, non se n’è neanche accorto nessuno.
 
La seconda volta, è mesi dopo. Dormo e il battito ba-ba-bam, mi sveglia.
Ti sei svegliata con il battito accelerato.
No no, mi ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/i-vostri-contributi-al-convegno-pazzapazzapazza/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>La prima volta, sto mangiando una pizza con della gente, e mentre sono lì che snocciolo stronzate la stanza si gira e il cuore parte a caso. Un attimo, non se n’è neanche accorto nessuno.</p>
<p> </p>
<p>La seconda volta, è mesi dopo. Dormo e il battito ba-ba-bam, mi sveglia.</p>
<p><em>Ti sei svegliata con il battito accelerato.</em></p>
<p>No no, mi sono svegliata <em>per</em>, il battito accelerato.</p>
<p>Dico precisamente così shakerando mia madre alle due de la mañana. Lei mi dice guarda che lo so come funzionano sté cose, è ansia. Io non so niente che sono per terra e dico occhei se muoio, e ti dico che muoio perché questo è evidentemente un infarto in corso, cazzi tuoi, colpa tua.</p>
<p>Il tizio della Guardia Medica che arriva in seguito, è un capolavoro sociologico.</p>
<p>Metrocubo, per comodità lo chiameremo Metrocubo, Metrocubo mi fa girare intorno al tavolo e mi sbeffeggia, mi fa le domande e mi sbeffeggia, versa delle gocce in un bicchiere e mi sbeffeggia. Allunga il bicchiere e dice a mia madre <em>Signora, di questi tempi le benzodiazepine le prendono tutti, son farmaci come altri, è roba da niente</em>. Mia madre alza un sopracciglio, io butto giù al salto. Scusi ma cos’è? Trenta gocce di Ansiolin. La domanda sulle possibili controindicazioni non la finisco, il mondo è rosa e ha la consistenza di un marshmallows.</p>
<p> </p>
<p>La terza volta non è la terza, è la <em> tante-ma-tante volte meno forti  dopo</em> nell’arco delle due settimane successive. Son sempre piegata in un angolo, ma al Pronto Soccorso.</p>
<p>L’infermiere è un tizio di quei tizi che puoi dire <em>lui mi ha visto crescere</em>, e che superati i convenevoli del <em>Cosa cavolo ci fai qua nella posa del gargoyle?/ Mah guarda penso che sto per morire, </em>mi rassicura.</p>
<p>Intanto che probabilmente non è vero che sto per morire, e poi che in generale, in PiEsse di casi di attacchi di panico ne arrivano tanti. Non mi convince, ma comunque <strong><em>lattaccodipanico</em></strong> sfonda la porta del mio vocabolario quotidiano.</p>
<p>Mi dice poi, senti, il doc di turno insomma, è bravo eh, poi tante volte ha delle intuizioni che insomma, le imbrocca [le imbrocca?], però ecco, è un po’ strano.</p>
<p>Dall’altra stanza una voce baritonale attacca il ritornello di <em>Senza una donna</em>, e poco dopo invoca il mio nome.</p>
<p><em>Vieni qua, senti tu, tieni per il Napoli?</em></p>
<p><em>Ma, io veramente non seguo il calcio..</em></p>
<p><em>Figlia mia, non ti ho chiesto se segui il calcio, ti ho chiesto se tieni per il Napoli. Tieni per il Napoli?</em></p>
<p><em>Sì, tantissimo.</em></p>
<p><em>Bene. Che hai?</em></p>
<p><em>Il battito cardiaco accelerato, intorpidimento di braccia e gambe, dolori intercostali e poi..</em></p>
<p><em>Senti mi fai un favore..</em></p>
<p><em>Eh?</em></p>
<p><em>Vaffanculo..</em></p>
<p><em>Occhei sì, però..</em></p>
<p><em>No no, proprio devi andare a cagare..</em></p>
<p><em>Va bene, mi rendo conto che non suona credibile, ma sto veramente male..</em></p>
<p><em>E  io farmaci non te ne do.</em></p>
<p><em>Ma io i farmaci non li voglio, io voglio degli esami, delle analisi!</em></p>
<p><em>Ma tu lo sai che le persone stanno male, veramente?</em></p>
<p><em>Ecco..</em></p>
<p><em>Allora tu adesso quando arriva il panico, perché arriva, lo mandi a cagare.</em></p>
<p><em>Pure lui.</em></p>
<p><em>Sì, e non ti prendi una camomilla, ti fai un caffè.</em></p>
<p><em>In verità questo mi sembra un po’ azzardato..</em></p>
<p><em>E ora ti fermi a mangiare una pizza con noi.</em></p>
<p><em>Guardi il fatto è che c’è mia madre incazzata come una iena in macchina..</em></p>
<p><em>E chiama purallei!</em></p>
<p>Non la chiamo purallei, chiamo il mio migliore amico e penso che se mi stendo con le birre al massimo crepo nel sonno.</p>
<p> </p>
<p>La quarta volta, sono di nuovo in Pronto Soccorso, ma con miocuggino. Sono fortunata. Mia madre e i residui accuratamente selezionati di famiglia hanno capito che mentale o fisica che sia, questa roba è una malattia reale.</p>
<p>Le infermiere mi salutano e mi chiamano per nome, penso a quell’altro mio amico che mi fa che tra poco mi daranno la tessera <em>dieci entrate un caffè gratis</em>. Nel frattempo mi limito a esser qua con una dottoressa deliziosa che le analisi e gli accertamenti me li fa sul serio.</p>
<p>Il cuore è a posto, e per festeggiare mi allungano uno shot di Diazepam. Tinte pastello e piogge di confetti glassati. Con aria beota ritiro i referti dal doc sono-una-faccia-di-merda-col-male-di-vivere-e-mi-rifaccio-su-di-te. Egli, sostituisce la doc deliziosa e mi invita caldamente a fare riferimento a uno psichiatra o a tenermi il panico e arrangiarmi.</p>
<p> </p>
<p>L’ultima volta, c’è la mano del mio medico di base che regge una penna. Mi aveva già prescritto una roba che si chiama Alprazolam, e che non ho mai aperto. Mi dice come va? L’hai preso l’Alprazolam? Gli dico che ogni tanto mi sento ancora sparire le braccia, ma non l’ho mai preso, l’Alprazolam. L’errore mi sa che è stato un angolo di bocca sfuggito all’insù. Colpevole segno di soddisfazione personale.</p>
<p><em>Guardi che non è che è brava, se non lo prende.</em></p>
<p><em>…</em></p>
<p><em>Facciamo così. Le prescrivo una terapia di quindici gocce per tre volte al giorno, e poi vediamo come va.</em></p>
<p>La porcoggiuda di penna evito diplomaticamente di ficcargliela in un occhio, gli dico guardi, io domani vado in vacanza, facciamo che intanto vediamo come va la vacanza e poi ne riparliamo al ritorno. Abbassa la penna, dice va bene, però si porti dietro l’Alprazolam.</p>
<p> </p>
<p>Allora niente, io volevo dire che l’Alprazocoso è rimasto a casa e di riparlarne non ne ho più avuto bisogno. Se sia stato più risolutivo il fattore botta di culo, autocontrollo o gente che ti vogliono bene, non saprei. Probabilmente l’avere tutto insieme, non guasta.</p>
<p>E poi volevo anche dire che mi dispiace molto, che al primo giro in Pronto Soccorso, non mi sono fermata a mangiare la pizza col dottore, quello matto.</p>
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		<title>I vostri contributi al convegno: La volta che ho pensato di diventare matto</title>
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		<pubDate>Mon, 31 May 2010 18:40:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[di Massimo Cirri
Una volta ho avuto veramente paura di diventare matto. Ma matto davvero: fuori di testa, fuori come un balcone, fuori dal mondo. Lontano da tutti perché preso dentro un gorgo senza fondo. Solo con tutto il mondo che scoppia dentro. Una cosa da cagarsi sotto dalla paura. E infatti me la sono fatta ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/i-vostri-contributi-al-convegno-la-volta-che-ho-pensato-di-diventare-matto/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di Massimo Cirri</p>
<p>Una volta ho avuto veramente paura di diventare matto. Ma matto davvero: fuori di testa, fuori come un balcone, fuori dal mondo. Lontano da tutti perché preso dentro un gorgo senza fondo. Solo con tutto il mondo che scoppia dentro. Una cosa da cagarsi sotto dalla paura. E infatti me la sono fatta sotto lì per lì quando è successo e poi – da uomo forte qual sono – ne sono rimasto impaurito per mesi.</p>
<p>Mi fa piacere scriverne in vista di Impazzire si può. E’ un appuntamento importante perché parla del guarire. Le psichiatrie parlano poco della guarigione, gli viene meglio non so perché parlare della malattia. Ma dalla malattia si guarisce, anche da quella mentale e bisogna ricordarsene e bisogna che le psichiatrie e tutte le psicologie lo ricordino alle persone che si rivolgono al loro sapere. Per non aggiungere una depressione alla depressione che casomai si ha già.</p>
<p>Mi sembra importante anche che per arrivare preparati al convegno alcuni cittadini abbiano cominciato a scrivere di quella volta che sono impazziti. Non dico che sono come le mozioni per le primarie del Partito Democratico, ci mancherebbe. Più una sorta di laiche tesi pre-congressuali.</p>
<p>A me è successo così. Siamo in viaggio in Argentina, Elena ed io. Visitiamo parchi naturali, laghi, cascate. Andiamo a vedere le balene che spruzzano l’acqua e fanno i salti. Passiamo ore e ore in autobus, perché l’Argentina è lunga e larga. Io, prima di salire in autobus, mi procuro sempre ampie scorte di cibo ed acqua per affrontare il lungo viaggio senza rischiare la morte per fame e/o disidratazione. Poi scopro che il bus è sempre attrezzato con fornitissimo frigobar e ad orari regolari si ferma a far sosta in aree di servizio. Sono più o meno attrezzate, a volte su strade magnifiche, ma sempre dotate di acqua e di qualcosa da mangiare. Così, dato che apprendo dall’esperienza, dopo un po’, diciamo al settimo viaggio, smetto di ammassare derrate nel comparto portaoggetti sopra il sedile e mi godo di più il tutto. Partenza compresa. Già che ci sono mi addebito anche una mentalità del colonialista diffidente, impaurito e sospettoso. Ma sto leggendo Galeano, Le vene aperte dell’America Latina, e ne sento l’influsso.</p>
<p>Poi una mattina andiamo a vedere i pinguini. Sono migliaia di migliaia e stanno su una spiaggia in riva al mare. Ci si arriva dopo ore di buche su una strada che attraversa la Patagonia. Il pinguino un po’ ti destabilizza: per la numerosità, lo starnazzamento, il muoversi a ondate. Perché tu ci passi in mezzo, lui ti guarda mentre cova, tu lo guardi mentre cova e si capisce che un po’ gli stai sui coglioni. Ma ti dice anche, con quel guardarti da pinguino, che lui di te se ne frega. L’orca è peggio. Tu vai avanti sul sentiero che attraversa la colonia dei pinguini e guardi un altro pinguino che cova. Lui ti guarda e te capisci che eccetera eccetera. Quando arrivi al mare, dopo migliaia di interazioni uomo-pinguino, il mare è limaccioso e atlantico. A te viene di tenerti abbastanza distante dalla battigia. Per via dell’orca assassina.</p>
<p>Poi risaliamo in bus e si parte, diretti verso l’interno. Per visitare non so cosa. Lì commetto quello che poi mi apparirà come l’errore fatale: mangio la mela. L’avevo comperata al mattino, in una bancarella alla stazione degli autobus, insieme ad altre due: per gioia da frutta e non per obbligo da sopravvivenza. È una bella mela argentina rossa. Ma anche Biancaneve pensava la stessa cosa, penserò poi. Povera illusa. Perché dopo aver mangiato la mela mi sale una certa nausea. Non avrò masticato bene – penso – mangio sempre troppo in fretta perché son nevrotico. Forse sono le buche sulla strada che mi fanno rimbalzare lo stomaco. Forse c’è un anticrittogamico sulla buccia della mela che non ho lavato come andrebbe fatto. Una mela avvelenata. È già successo, si veda appunto il caso Biancaneve. Fatto sta che la nausea persiste ed è come se si inghiottisse tutto. Succede piano piano. Il fuori conta sempre meno. La Patagonia scorre dal finestrino per ore, cespuglio dopo cespuglio. Nel bus quasi tutti dormicchiano. Io non riesco a stare concentrato, presente. Chiedo a Elena dove stiamo andando. Lei me lo dice: andiamo in un paesino dell’interno, si chiama Gaiman, c’è poco da vedere ma qualcosa c’è. Staremo lì solo una notte. “Ah, giusto, dico io, Gaiman”. Perché mi sono ricordato. Me lo dimentico subito, perché quella nausea che adesso ha i tratti di qualcos’altro – angoscia? – mi mangia i pensieri. Se li mastica come io avevo masticato la mela. Così richiedo ad Elena – “Scusami – dov’è che stiamo andando?” Lei me lo rispiega. Io, già che ci sono, le chiedo dove siamo stati ieri e l’altro ieri. Perché non me lo ricordo più. Lei neanche se ne accorge di questo disorientamento, siamo in giro da settimane e cambiamo posto quasi tutti i giorni. Quando arriviamo a Gaiman andiamo a vedere l’attrattiva locale, il museo dei coloni gallesi. È pieno di servizi da tè, perché i gallesi prima colonizzavano e poi bevevano il tè. Lì tutto precipita. Continuo a chiedere ad Elena dove siamo perché non lo so più. Poi, con un’accelerazione da pazzi, tutto quello che c’è intorno sparisce perché da sotto arriva sempre più forte un’onda. In un attimo è una valanga: percezioni, emozioni, sensazioni, cose, migliaia di pensieri prima di essere pensati mi salgono tutti insieme alla coscienza, alla testa, al cervello che ne so. So che sto soffocando, che non si può vivere così, che sto friggendo nell’olio bollente. Che sto perdendo il controllo, impazzendo. Che potrei rimanere così per sempre. Sparato via dal mondo per un eccesso di mondo. Flashato. Ho una paura folle. Mi salvo – credo – perché mi viene in mente qualcosa che ho letto sulla psicosi del viaggiatore. Che viaggia, viaggia e a volte si perde di mente. “Non è per sempre, mi dico cercando di sentirmi in quell’ingorgo assordante di percezioni, paure, voci”. Finisce che il peggio passa. Quel torrente di lava si abbassa un po’ di intensità, il mio terrore smette di crescere, mi viene la speranza che finisca. Così finisce. Ci metto ore a tornare una sorta di pseudo tranquillità. Poi dormo per un giorno. Mesi a ripensarci, risentendo quella paura. Ho anche fatto dei pensieri su cosa succedeva in quel periodo nella mia vita da farmi perdere l’orientamento. Ma l’ho pensato poi. Allora è andata così. Di Gaiman non ricordo altro.</p>
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		<title>I vostri contributi al convegno Impazzire si può: De-generazione</title>
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		<pubDate>Thu, 27 May 2010 19:47:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[di Raskolnikov
La persona entra tremante nello studio del celebre psichiatra il corpo scosso da continue scosse gli occhi sfuggenti vaganti gli occhiali dello psichiatra lo osservano quieti inquiete le sue mani incrociate talvolta disgiunte mi dica dice lo psichiatra dopo un’attesa studiata di studio incessante movimento rotatorio delle sue occhiate orbite nere come pozzi magrezza ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/i-contributi-a-impazzire-si-puo-de-generazione/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/public/de-genera.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-4090" title="de genera" src="http://www.news-forumsalutementale.it/public/de-genera-300x300.jpg" alt="de genera" width="300" height="300" /></a>di Raskolnikov</p>
<p>La persona entra tremante nello studio del celebre psichiatra il corpo scosso da continue scosse gli occhi sfuggenti vaganti gli occhiali dello psichiatra lo osservano quieti inquiete le sue mani incrociate talvolta disgiunte mi dica dice lo psichiatra dopo un’attesa studiata di studio incessante movimento rotatorio delle sue occhiate orbite nere come pozzi magrezza ai limiti dell’anoressia maglietta sporca e sgualcita denti marci dottore si ricorda di me venni qui – mano sulla faccia – dieci anni fa era morta la mia ragazza si ricorda margherita e io ero un po’ giù e gli chiesi di liberarmi dall’angoscia e lei mie disse – ecco una pastiglia che le farà bene, è appena uscita – sono stato bene ma dopo sono stato male e cinque anni dopo sono tornato da lei perché non riuscivo più a dormire lei mi ha detto – per dormire le prescrivo un farmaco efficace una benzodiazepina la prenda e ritroverà la pace perduta – ho dormito ma dopo non riuscivo più a dormire e allora prendevo sempre più pillole di benzodiazepine e ora sono diventato benzodiazepina-dipendente la prego mi liberi dalla dipendenza dalle benzodiazepine il medico accigliato torna subito a sorridere franco dice non si preoccupi per liberarsi dalle benzodiazepine c’è questo nuovo farmaco studiato apposta per disintossicarsi dalle benzodiazepine grazie dottore non so come ringraziarla non c’è bisogno basta che mi paghi la parcella se vuole la fattura costa un po’ di più lei mi dà l’idea di non avere tanti soldi no per la dipendenza dalle benzodiazepine ho perso il lavoro e la casa bene torni quando vuole</p>
<p>Dottore dieci anni fa venni nel suo studio nuovamente il dottore osserva la persona ma stenta a riconoscerla è di una magrezza cupa il suo sguardo guarda nel vuoto al di sopra dei suoi occhiali il medico lo osserva e rivede qualche tratto in quel volto scavato tormentato da spasmi involontari e da una paralisi completa del lato sinistro le mani del paziente tremano le sue giocherellano nervose con una biro sul cui dorso è stampato il marchio di una celebre casa farmaceutica mi dica gli disse ma io stavo già dicendo mi scusi allora continui dunque lei dieci anni fa mi ha dato queste pillole anti-benzodiazepine e io sono stato bene mi sembrava di essermi liberato dalle benzodiazepine ma poi ho cominciato ad avere stati allucinatori e deliri vedevo insetti che non c’erano le sue parole fluttuano nell’aria il dottore è preso dall’osservazione dei suoi abiti laceri e dal puzzo infernale che emanano con un gesto lieve e impercettibile aziona l’aria condizionata al massimo livello e schiaccia un paio di volte il bottone con il filtro profumato di lavanda continui disse ma io ho sto già parlando mi scusi io non riesco a dormire la notte vago per le strade il tremore le è passato però no è l’effetto delle sue pillole mi creano rigidità muscolare ma guardi le mie gambe tremano come alberi scossi da un temporale estivo dottore la prego mi liberi da queste pillole anti-benzodiazepine il dottore accigliato dice franco guardi c’è questo farmaco nuovo di zecca è specifico per combattere gli effetti degli anti-benzodiapinici lo prenda e starà meglio grazie mille dottore non so come ringraziarla si figuri si ricordi solo di pagare la parcella alla mia segretaria senza fattura lei mi dà l’idea di non poter pagare molto no io vivo di elemosina ormai però ieri sera ho rubato un’autoradio e così posso pagarle anche la parcella con la fattura ma no che i soldi non si buttano via così le faccio una parcella scontata grazie dottore non so come ringraziarla lei non è invecchiato per niente osserva le foto del dottore da giovane sulla scrivania c’è una foto di famiglia recente il dottore dice quello è mio figlio con orgoglio anche lui è un medico congratulazioni dottore arrivederci la persona esce e il dottore aziona la ventola guarda la foto della famiglia del figlio guarda suo figlio come gli somiglia sembra il suo gemello solo che è più giovane più forte più bello e ha tanti anni davanti con una punta di invidia si abbandona sulla sedia e schiaccia poi con un gesto fulmineo uno scarafaggio che zampetta sulla scrivania chissà come c’è arrivato qui</p>
<p> </p>
<p>Dottore si ricorda quindici anni fa sono venuto perché ero dipendente dagli anti-benzodiapinici lei mi ha detto – guardi c’è questo farmaco nuovo di zecca è specifico per combattere gli effetti degli anti-benzodiapinici lo prenda e starà meglio – il dottore osserva inquieto il personaggio dalla triste figura che gli sta di fronte ma proprio non rammenta chi sia io sono stato un po’ meglio ma poi dopo un po’ questo farmaco anti-anti-benzodiapinici mi ha paralizzato una gamba e poi l’altra e mi hanno dovuto amputare perché andavano in cancrena ecco perché sono entrato su questa sedia la prego mi liberi dalla dipendenza degli anti-anti-benzodapinici il dottore lo guarda da sopra i suoi occhiali le sue mani nervose incrociate talvolta disgiunte lei è sicuro di essere venuto da me io esercito da pochi anni quindici anni fa c’era mio padre lei è un ex paziente di mio padre il paziente è adagiato su questa carrozzella una mano penzola inerte lungo il fianco un po’ di bava cola dalla bocca preda di spasmi la faccia irrigidita le orbite incavate ha addosso uno sporco lenzuolo da cui proviene un puzzo disgustoso di carogna e merda oh ma lei è il figlio del dottore guardi scusi le parole escono lente da quella bocca e il dottore fatica a comprenderle io voi siete tale e uguale a lui mi scusi il dottore accigliato lo guarda e poi franco dice guardi c’è un nuovo farmaco studiato apposta per disintossicarsi dai vecchi farmaci la farà stare meglio lo prenda da oggi oh grazie dottore non so come ringraziarla si figuri basta che mi paghi la parcella naturalmente non vuole la fattura lei non mi sembra in grado di pagare molto oh sì dottore io posso pagare per venire da lei visto che non ho soldi e mangio rifiuti mi sono venduto un rene non me l’hanno pagato molto perché non era tanto buono però un cuoco mi ha dato una bella somma e così posso pagare la parcella con la fattura ci tengo tanto dottore suo padre è stato tanto buono con me il dottore sorride no guardi le faccio una parcella super scontata non si preoccupi della fattura e con il resto dei soldi si compri qualcosa da mangiare grazie dottore</p>
<p> </p>
<p>Dottore si ricorda venti anni fa sono venuto nel suo studio la voce proviene da una larva umana adagiata su una sedia priva delle gambe e di un braccio la bocca non si muove i suoni escono da un sintetizzatore collegato al cervello il dottore riconosce la figura lei venti anni fa mi ha dato un farmaco per liberarmi dagli anti-anti-benzodiapinici e sono stato bene però poi sono stato di nuovo male e mi sono ricordato di margherita si ricorda la mia fidanzata morta ero venuto da lei perché ero un po’ giù e lei mi- il dottore lo interrompe accigliato e poi dice franco guardi io non so lei deve aver parlato con mio padre comunque ora le do un nuovo farmaco un antidepressivo fantastico senza effetti collaterali vedrà starà d’incanto oh grazie dottore non so come ringraziarla oh di niente paghi la parcella alla mia segretaria ovviamente le faccio una particolare condizione lei non mi sembra in grado di pagare la parcella con la fattura oh no dottore vede io ormai non ho bisogno di nutrirmi sono degente in un lazzaretto di carità e mi alimentano con un sondino però ieri ho venduto l’altro rene e l’unico braccio sano che mi restava così ora posso pagare la sua parcella e avere la fattura la prego ci tengo molto ma no signore lei ha sofferto così tanto e poi che cosa se ne fa della fattura le faccio un prezzo di favore oh grazie dottore lei è così umano ed è la prima volta che mi chiama signore oh si figuri ma ora esca per cortesia ho un’altra visita sì uscirei volentieri ma qualcuno mi deve spingere ah già chiamo la mia segretaria grazie dottore</p>
<p> </p>
<p>Dottore si ricorda trenta anni fa io sono venuto nel suo studio la voce proviene da una scatola di cartone adagiata sulla scrivania il dottore non osa guardare nella scatola ogni tanto la scatola trema lei mi ha dato un farmaco per guarirmi dalla depressione perché pensavo a qualcuno ma ora grazie al suo farmaco non ricordo più niente e ora so che le sembra strano ma vorrei ricordare il dottore non ricorda accigliato gli chiede chi è ma poi ricorda e dice franco da sopra i suoi occhiali ho dato un’occhiata all’archivio di mio padre e lei è entrato in cura da lui ottantacinque anni fa e lei aveva venticinque anni lei dunque dovrebbe avere centodieci anni e anche se fosse possibile una così lunga vita nelle sue particolari condizioni privo di reni e altri organi vitali lei dovrebbe essere morto da almeno trenta anni bé che cosa mi dice oh ha ragione dottore ecco perché sono venuto da lei non ricordavo più una cosa e ora lei mi ha finalmente liberato grazie e la voce si spegne lentamente il dottore accigliato sorride poi chiama la segretaria e dice di rimuovere la scatola e di gettarla nella spazzatura la segretaria trova un biglietto sulla scatola lo dà al dottore c’è scritto dottore la prego mi faccia la fattura è l’ultima volta che vengo nel suo studio glielo prometto ma mi faccia la fattura il dottore straccia il foglietto e poi congeda la segretaria guarda distratto la sua famiglia il suo giovane e promettente figlio ormai laureato in medicina e poi il ritratto del padre che famiglia dice orgoglioso e poi tracanna da una fiaschetta un liquore forte sulla fiaschetta c’è il marchio di una famosa casa farmaceutica lo stesso marchio sul suo camice sulla porta dello studio sulla carta igienica del gabinetto sulle penne sul ricettario sul tappetino di ingresso sulla maglietta attillata della segretaria sulla facciata del palazzo sulla portiera e sulla targa della sua auto lo stesso marchio campeggia su una torre al centro della città e persino sulla luna ora c’è il logo disegnato dall’ultima missione apollo il dottore sorride e poi cerca di ricordare una cosa ma non riesce allora prende il nuovo farmaco dalle proprietà straordinarie ingoia tre pillole rosse e si abbandona sulla poltrona finalmente libero dall’angoscia opprimente che lo ha assalito quando quella scatola ha fatto ingresso nel suo studio</p>
<p> </p>
<p>Postilla: per una imperdonabile negligenza l’estensore del racconto non ha messo la punteggiatura, se qualcuno si ritiene offeso da questo sgarbo l’aggiunga da sé</p>
<p>(Raskolnikov, alias Nicola Pasa, pubblica sui siti: <a href="http://www.nicolapasa.it/">http://</a><a href="http://www.nicolapasa.it">www.nicolapasa.it</a>/</p>
<p>e sul sito dell&#8217;associazione Mondo di Holden: <a href="http://www.mondodiholden.altervista.org/">http://www.mondodiholden.altervista.org/</a>)</p>
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		<title>I vostri interventi per il convegno Impazzire si può: Il villaggio dello scemo</title>
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		<pubDate>Tue, 25 May 2010 18:30:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[L’estate è iniziata da poco ma osservando il quinto piano di un palazzo dell’hinterland napoletano non si direbbe. Quelle finestre, poste di fronte alla casa in cui chi scrive è cresciuto restano chiuse. Come lo sono state per tutto l’inverno. Come lo sono state per tutte le stagioni di questi ultimi quattro anni. Lì vive ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/dietro-ogni-scemo-ce-sempre-un-villaggio/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/public/pregiudizio.jpg"><img class="alignleft size-full wp-image-4064" title="pregiudizio" src="http://www.news-forumsalutementale.it/public/pregiudizio.jpg" alt="pregiudizio" width="500" height="375" /></a>L’estate è iniziata da poco ma osservando il quinto piano di un palazzo dell’hinterland napoletano non si direbbe. Quelle finestre, poste di fronte alla casa in cui chi scrive è cresciuto restano chiuse. Come lo sono state per tutto l’inverno. Come lo sono state per tutte le stagioni di questi ultimi quattro anni. <span id="more-4054"></span>Lì vive una comune famiglia borghese, un anziano ingegnere docente in pensione, la seconda moglie di questi, e due figli, di cui il primo avuto dal precedente matrimonio. Il padre, poco dopo la pensione, a causa del progressivo peggioramento del suo stato di salute, a poco a poco, non è più uscito di casa. I due fratelli sono pazienti psichiatrici. Il primo, per lungo tempo in cura, dopo molti “eventi di crisi psichiatrica”, oggi sembra trascorrere una vita tranquilla, si è laureato ed insegna. Il secondo, avuto in tarda età e con una situazione familiare resa difficile dalle condizioni del fratello, è cresciuto nel segno di un’apprensività genitoriale molto forte e soprattutto è stato sempre considerato, fin da bambino, dagli altri ragazzi dell’abitato, quantomeno strano. E siccome “dietro ogni scemo c’è sempre un villaggio”, G., negli anni è divenuto lo scemo del villaggio, considerato e trattato da tutti come un “ritardato”. Vittima degli scherzi più crudeli, continuamente sottoposto a pressioni di natura sessuale, malmenato e deriso, si è trovato escluso dal gruppo dei suoi coetanei, mentre era evidentemente a maggior agio con i più piccoli. Situazione, questa, che ha ulteriormente accentuato la stigmatizzazione sociale, a cui si accompagnava il suo sempre maggior disagio per le manifestazioni palesi di sofferenza psichica del fratello. Ben presto l’intera famiglia si è trovata sottoposta ad una schermaglia di pregiudizi mai velati del vicinato che sfociavano spesso anche in episodi di tipo violento (di cui era vittima anche lo stesso anziano ingegnere). Alla fine, G., si è ritirato a casa sua, sono anni che non esce più. Qualche volta, sempre più pallido ed emaciato, mi è stato possibile scorgerlo affacciato alla finestra. Pochi istanti. Poi le tendine ricadevano giù e lui, ancora spariva. L’anziano ingegnere muore pochi giorni prima della stesura di questo testo. Al funerale è accompagnato da cinque persone. Tra questi G. non c’è. Il fratello ha provato a convincerlo a partecipare alla celebrazione funebre, ma lui non ha voluto. Si è affacciato alla finestra, qualche istante, il tempo di scorgerne le lacrime. Il fratello ha confidato che è imbottito di psicofarmaci ormai da alcuni anni ma che per ora non si vedono segni di miglioramento. Lo scemo del villaggio, chiuso nella torre, oggi continua ad infastidire perché «nemmeno nel momento della morte ha reso onore al padre che tanto ha fatto per lui ed a cui lui ha dato solo dispiaceri». Nella traduzione dal vernacolo dei commenti del villaggio molto si perde e viene sfumato. Non la scommessa di molti «Tanto prima o poi o ammazza la madre e lo arrestano o si butta giù e si uccide». Il villaggio è già in fila ad aspettare il prossimo spettacolo del suo scemo.</p>
<p>Antonio</p>
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		<title>I vostri contributi al convego Impazzire si può: Ora farà la brava, vero?</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 18:27:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Ritorna il ricordo della visita ad un SPDC di Firenze. L’attesa al campanello di quella porta chiusa. L’infermiere che ci accoglie sospettoso, ancora l’attesa per attendere l’autorizzazione ad entrare da parte del medico di turno. Quelle figure appoggiate al muro, uomini e donne con una sigaretta in mano, assenti e tranquilli. Di sottofondo un pianto ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/scene-da-un-post-manicomio/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Ritorna il ricordo della visita ad un SPDC di Firenze. L’attesa al campanello di quella porta chiusa. L’infermiere che ci accoglie sospettoso, ancora l’attesa per attendere l’autorizzazione ad entrare da parte del medico di turno. Quelle figure appoggiate al muro, uomini e donne con una sigaretta in mano, assenti e tranquilli. Di sottofondo un pianto lamentoso e angosciante. E’ una ragazza raggomitolata sul pavimento. L’infermiere che ha aperto la porta ci guarda e ci dice: «Non fateci caso è da questa mattina che ci tormenta con la richiesta di chiamare la madre. Ed hai voglia a dirle che oggi non può…». Poi l’infermiere ci fa accomodare in uno stanzino, ci dice di attendere lì il medico, si allontana tornando indietro e percorrendo parte del lungo corridoio. Lo seguo dall’uscio dello stanzino dove ci ha lasciato. Lo vedo entrare in un’altra stanza, ne esce dopo pochi istanti con una scopa in mano. Si avvicina alla ragazza che continua a lamentarsi sul pavimento, con naturalezza inizia a “spazzarla” e a dirle qualcosa. Non resisto sull’uscio, vado verso l’infermiere riesco a distinguere solo le ultime parole «E finiscila, fai la brava che altrimenti sai come va a finire…». Poi lui si accorge di me, poggia la scopa sul pavimento ed infastidito mi dice «Eh, sa, qui è essenziale mantenere l’ordine che altrimenti si trasforma in un inferno.. Ma G. ora farà la brava, vero?».</p>
<p>Antonio</p>
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		<title>I vostri contributi al convegno Impazzire si può: Dedicato a tutti coloro che vorrebbero far tornare il “buon tempo andato”</title>
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		<pubDate>Fri, 21 May 2010 18:24:50 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Michela</dc:creator>
				<category><![CDATA[Storie]]></category>
		<category><![CDATA[Impazzire si può]]></category>
		<category><![CDATA[testimonianze]]></category>

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		<description><![CDATA[Frequentavo la scuola elementare quando la maestra mostrava in classe al prete il mio diario “segreto”, dove scrivevo di mio papà. E frequentavo la prima magistrale quando passavo metà della notte, dalle 4 in avanti, seduta ai piedi del letto dei miei: mio padre a quell’ora regolarmente si svegliava e iniziava ad urlare. Non so ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/dedicato-a-tutti-coloro-che-vorrebbero-far-tornare-il-%e2%80%9cbuon-tempo-andato%e2%80%9d/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Frequentavo la scuola elementare quando la maestra mostrava in classe al prete il mio diario “segreto”, dove scrivevo di mio papà. E frequentavo la prima magistrale quando passavo metà della notte, dalle 4 in avanti, seduta ai piedi del letto dei miei: mio padre a quell’ora regolarmente si svegliava e iniziava ad urlare. Non so se fossero incubi o allucinazioni: so che riviveva la ritirata e gli assalti sul fronte greco-albanese all’arma bianca perché non avevano più nulla, tanto meno munizioni, la traversata del Devoli in piena a dicembre, il capitano nascosto nella grotta mentre i suoi soldati erano sotto a farsi ammazzare e lui che saliva a prenderlo perché scendesse con loro…</p>
<p>Ma soprattutto riviveva l’ingiustizia di sette anni, quelli che sarebbero dovuti essere i migliori della vita, persi tra pre-militare militare e guerra, l’ingiustizia di dover ammazzare qualcuno che non gli aveva fatto nulla solo perché portava un’altra divisa, l’insensatezza e la prepotenza del regime fascista che aveva preteso “d’andare a comandare in casa degli altri”.</p>
<p>Imparai la storia e la geografia dalle sue urla, oggi direi dalla sua disperazione. Mia madre stava seduta irrigidita, incapace di muovere un dito, con gli occhi sbarrati e allucinati, mite agnello sacrificale: sapevo che se ci fossi stata io la rabbia di mio padre non avrebbe superato il confine delle urla.</p>
<p>Piansi in quel periodo tutte le mie lacrime, ma gli volevo bene e sentivo “sapevo” che anche lui era una vittima e non un carnefice.</p>
<p>Tutto questo ovviamente avveniva nel vuoto più assoluto: tutti, dai parenti ai vicini, lo temevano e giravano al largo dalla famiglia appestata.</p>
<p>Mia madre si era rivolta a più riprese al medico “della mutua”, come si diceva allora, perché era impossibile continuare così: bisognava pensare a un ricovero…</p>
<p>Ma il medico aveva risposto di non contare su di lui, perché mio padre era uno di quei tipi che, appena usciti dal manicomio, prima ammazzano la moglie e poi il medico. In compenso lui contava su di noi, come su tutti i suoi pazienti: quando si andava da lui, anche per una semplice ricetta, faceva cadere nella scatoletta che teneva nel primo cassettino aperto in alto della scrivania la moneta che ciascuno portava. Con quei soldi, qualcuno dirà poi, si era costruito la casa…</p>
<p>Ma poiché mio padre stava sempre più male, mia madre si rivolse all’unico altro medico, appena laureato, che conosceva per via del suo lavoro di guardarobiera presso una famiglia facoltosa.</p>
<p>Bisognava avere questo certificato che dichiarava che “era pericoloso per sé e per gli altri” e ricorrere a un ricovero coatto. Penso ce lo avesse fatto lui. So che passai con lei un intero pomeriggio e sera ad aspettare non so cosa nella sala d’attesa, mi pare, del comando dei carabinieri: una più stranita dell’altra.</p>
<p>Da scuola tornavo sempre a piedi e il giorno successivo mi vedo venire incontro con il motorino un mio vicino, per accompagnarmi a casa. Ma io rifiuto sapendo che mio padre non voleva.</p>
<p>Dopo cinquecento metri capisco il perché: quando si era presentata l’ambulanza per il ricovero coatto, era saltato dal terrazzo, dal secondo piano dove abitavamo.</p>
<p>Si era allontanato di cinquanta metri e stava seduto sul muricciolo che delimitava un campo.</p>
<p>Andai da lui: stava lì solo come un cane. Si era fratturato un calcagno nella caduta; non gli era successo altro perché “gli avevano insegnato a militare come saltare”.</p>
<p>Non ricordo altro. So solo che per quasi un anno tutte le domeniche e feste comandate io, mia sorella minore e mia mamma facevamo quasi due ore di autobus, gelido d’inverno, dentro e fuori dai paesi, per percorrere i trenta chilometri che distava il manicomio di San Martino a Como.</p>
<p>Anzi l’ospedale psichiatrico, come ci fu detto da un onorevole: si deve dire ospedale psichiatrico e non manicomio. Questo era il massimo del cambiamento all’alba degli anni ’60 in questo territorio.</p>
<p>Ricordo due sole cose belle del manicomio, appunto: il parco curatissimo e la raccolta di pipe di radica che il direttore teneva alle sue spalle nello studio. L’altro ricordo è il vociare degli uomini nel padiglione in cui avvenivano le visite nei periodi freddi, un vero girone infernale.</p>
<p>Tutte le domeniche una puntata andava fatta dal direttore, per chiedere notizie e mia madre mi pregava che andassi io, perché “magari a te dice qualcos’altro”.</p>
<p>Ricordo il corridoio scuro in cui aspettavo d’essere ricevuta, stretta al muro, visto che non c’era altro o altri che mi sorreggesse.</p>
<p>Il direttore era fresco di nomina: giovane, capelli biondi ricci, elegante sotto il camice bianco (d’altronde non ci voleva molto ad apparirmi elegante una persona, visto che mia madre ci cuciva allargava allungava e rivoltava tutto), immobile come un budda dietro alla sua scrivania.</p>
<p>Parlava senza alcuna espressione, né di simpatia né di fastidio.” Suo padre è affetto da… (ho rimosso il termine medico e per quanto mi sia sforzata in seguito non l’ho più recuperato), cioè da mania di persecuzione e da questa non si guarisce più”.</p>
<p>Non so quante volte andai e ogni volta era la copia della precedente.</p>
<p>Tanti anni dopo mi sono chiesta a che erano serviti duemila e più anni di cultura medica occidentale e anni d’università, se un primario non era capace di un minimo di umanità nei confronti di una ragazzina spaventata che andava da sola a chiedere notizie del padre. Quando mi viene da pensarci anche ora, a distanza di mezzo secolo, mi prende tanta rabbia. O forse pensava che pure noi fossimo delle povere deficienti, e quindi non valeva la pena sprecarsi. E in effetti lo eravamo.</p>
<p>Ora però mi chiedo non solo di che cultura medica fosse portatore, ma anche che cosa capisse lui della vita, se l’unica cosa che sapesse trovare da dire di un uomo, che era tornato dalla guerra su un treno ospedale, minato nel corpo e nell’animo, fosse che era “malato di persecuzione”. Francamente oggi mi vien da dire che noi eravamo senz’altro delle poverette, ma lui?</p>
<p>Non ricordo invece il vecchio direttore, quello che aveva accolto mio padre all’arrivo, e aveva detto a mia madre: “Signora, sapesse quanti ce ne sono qui di uomini tornati dalla guerra che uno dice: beati i morti”.</p>
<p>E, siccome non era guaribile, gli furono fatti tanti elettrochoc, il massimo che potesse sopportare, e fu mandato in coma insulinico non so quante volte…</p>
<p>Alla fine, dopo quasi un anno, tornò a casa. </p>
<p>E continuammo ad essere soli. </p>
<p>Ma, con buona pace del nostro medico, non ammazzò nessuno, perché era un uomo pacifico, travolto da avvenimenti più grandi di lui: il fascismo, la guerra, l’ingiustizia. E con lui la sua famiglia. Noi.</p>
<p>Ma la guerra e questa “buona prassi medica” (che qualcuno oggi tanto rimpiange e vorrebbe far tornare), fatta di “violenza terapeutica”, assoluta incapacità di capire, mancanza di umanità e solitudine totale per i disgraziati familiari, lasciò anche tanti altri strascichi nella mia famiglia.</p>
<p>Ma qui mettiamo un bel punto.</p>
<p>Che mi salvò fu il 68’, la forza dell’utopia, il “ribellarsi è giusto”, l’incontro con donne di paesi del Sud del mondo che in contesti difficilissimi riescono a condurre avanti assieme progetti di vita e di cambiamento. Ho scelto di appartenere a loro.</p>
<p>Ma devo tanto anche a Basaglia e agli altri che in quegli anni e ancora oggi ricercarono e ricercano percorsi di umanità nell’affrontare la follia e il dolore, di chi soffre, di chi è malato e di chi gli è accanto.</p>
<p>Per questo credo non si possa tacere né stare seduti, giovani o vecchi, sani o malati: bisogna continuare su questa strada: coltivare assieme le cinquemila rose del San Giovanni e percorrere le strade aride e cementate della Lombardia.</p>
<p> </p>
<p>Maria Andreotti</p>
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		<title>&#8220;SON STUFADIZA: Il trattamento sanitario obbligatorio (T.S.O.)&#8221;</title>
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		<pubDate>Sun, 18 Apr 2010 09:34:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[di Barbara Grubissa
“&#8230; Al tempo delle vicende narrate avrei tanto voluto un libro così, che mi dicesse:”un giorno avrai tempo per lavarti, pettinarti, cucinare, per scrivere le tue memorie.”avrei voluto che gli psichiatri di mia madre leggessero questi versi, per capire davvero in profondità, al di là di qualsiasi diagnosi. Soprattutto, io e mia madre, ...<br /><a href="http://www.news-forumsalutementale.it/son-stufadiza-il-trattamento-sanitario-obbligatorio-t-s-o/" class="leggi-ancora">leggi tutto &#187;</a>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a rel="attachment wp-att-3402" href="http://www.news-forumsalutementale.it/son-stufadiza-il-trattamento-sanitario-obbligatorio-t-s-o/stufadiza_novita/"><img class="alignleft size-medium wp-image-3402" title="stufadiza_novita" src="http://www.news-forumsalutementale.it/public/stufadiza_novita-228x300.jpg" alt="stufadiza_novita" width="228" height="300" /></a>di Barbara Grubissa</p>
<p>“&#8230; Al tempo delle vicende narrate avrei tanto voluto un libro così, che mi dicesse:”un giorno avrai tempo per lavarti, pettinarti, cucinare, per scrivere le tue memorie.”avrei voluto che gli psichiatri di mia madre leggessero questi versi, per capire davvero in profondità, al di là di qualsiasi diagnosi. Soprattutto, io e mia madre, vorremmo che nel sentirsi dire “PSICOSI BIPOLARE”, più persone possibili ne capissero il dramma. Nel mondo attuale la poesia sta quasi scomparendo e io ne sono felice; perchè di qualsiasi cosa sente la mancanza, proprio di quello l’essere umano ha fame e sete. La poesia risiede dove c’è privazione, ma fiducia.”</p>
<p>Prossima uscita: Ed. Kappavu</p>
<p>Prezzo libro: 10.00 €</p>
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