Tornavo da Trieste. 4

OBY_sPer una psichiatria gentile

di Emanuela Nava

Si guariva da Star Wars parlando di Star Wars.

-Comunque, tornando indietro, dopo la seconda iniezione mensile mia figlia sembrava che non delirasse più e non diceva neppure più di puzzare. I medici erano contenti, anche noi lo eravamo, stava bene: era guarita. A casa si festeggiava, anche a mia figlia grande era tornato il sorriso. E si progettava già di ripetere l’anno in un’altra scuola e di quel Narciso, che l’aveva fatta soffrire, non si parlava più.

-E poi è accaduto, siamo rimaste da sole, mia figlia piccola e io, un pomeriggio, e lei ha ripetuto quello che diceva prima, anche con molte aggiunte e varianti, i combattimenti tra galassie, le finte guerre sulla terra, che erano solo la riproduzione cinematografica di quello che accadeva in cielo: l’Aids, la Tbc, la Meningite, malattie inoculate di notte dagli alieni. Il grande complotto mondiale per fare fuori la terra.

-Bisogna scriverle queste cose, divulgarle per salvare il mondo, ripeteva. Era per questo che non puzzava più. La principessa Leila era riuscita a intercedere per lei. Se avesse salvato il mondo, lo Jedi Obi Wan Kenobi le avrebbe fatto provare la spada laser. Ma occorreva scrivere tutto. E voleva che fossi io a scriverle, queste cose. Ma perché, le chiedevo, scrivile tu, sono cose che mi fanno impressione, lo sai che non ci credo.

-Insomma con gli altri, medici compresi che ogni mese la visitavano, non delirava più, ma con me sì.

-Voleva che io l’aiutassi e io ero riuscita solo a risponderle che non credevo in quelle sciocchezze.

-Ma bisogna capire anche me, quando lei mi raccontava le cose che vedeva e sentiva, stava molto male. Tremava, alzava e abbassava la voce, il cuore sembrava che le scoppiasse nel petto. Per un po’, dopo il mio rifiuto, lei ha fatto finta di niente, non parlava più di Star Wars né di battaglie interplanetarie, poi all’improvviso si è confidata con sua sorella, le ha detto che io l’avevo delusa, non credevo in lei, per questo lei non mi raccontava più nulla.

-Ho dovuto accettare, ero spaventatissima, avevo paura che potesse stare ancora peggio, mentre mi dettava quello che pensava, ho imposto qualche regola, solo un quarto d’ora di dettatura, appena stai male, smetto, le ho ripetuto. Ha accettato, mi ha dettato tutti quei deliri, che in fondo in fondo deliri non sono, bisogna imparare ad ascoltare le persone, a comprenderle, mettersi nei loro panni: aveva perso la testa per amore, si era rifugiata in un altro mondo, per giustificare lui ha dato la colpa a se stessa, all’odore che emanava. Ma forse in cuor suo sperava pure che Dart Fener gli tagliasse la testa con la spada laser, a quel Narciso senza sentimenti.

-Ho ancora la sua paginetta sulla scrivania del mio computer. Dopo dieci minuti mia figlia ha smesso di dettare. Ha detto che aveva finito. Non ha più parlato di Star Wars, non mi ha dettato più nulla, sono passati i mesi. Non ha mai più delirato. Forse, più delle

medicine, l’aveva curata raccontare la sua storia.

-Ero così felice che un giorno l’ho voluto far sapere al suo psichiatra, che non era più la psichiatra giovane del day hospital natalizio, che se ne era andata per fare carriera, ma un uomo di mezza età con esperienza che, ero certa, avrebbe apprezzato: avrebbe interpretato quella storia come un sintomo di guarigione. Insomma ho voluto raccontare a lui come le parole scritte avessero fatto passare a mia figlia il delirio.

-E lui, dopo avermi guardato in silenzio per qualche minuto, come se intanto stesse pensando a chissà cosa, mi ha risposto che un conto è scrivere da soli, un conto è dettare: non sono la stessa cosa, non era il caso di cantare vittoria.

-Era un ragionamento di un matto, proprio di un matto vero. Di uno che voleva curare gli altri, ma era più matto lui dei suoi pazienti.

Ma ero così stupefatta che non ho saputo rispondergli.

A un tratto la signora si era fermata. Aveva smesso di parlare. Stava passando il carrellino con le bibite e lei chiese dell’acqua. Insistette per offrire una bottiglietta anche a me. Sorrisi: Franco Basaglia era ancora accanto a noi. Per tutto il tempo, pur cambiando posto per stare vicino a entrambe, aveva ascoltato insieme a me ogni parola con molta attenzione.

-Grazie per avermi ascoltato. Avrei ancora molte altre cose da raccontarle!- esclamò lei, posando la bottiglia sul tavolinetto accanto al mio libro e sciogliendo la sciarpa che in molti giri aveva ancora stretta attorno al collo.

-Grazie a lei per la fiducia.- risposi. –E ora, se posso, vorrei chiederle come sta sua figlia.

-Molto meglio, prende sempre i farmaci, forse ancora una dose troppo alta perché spesso sembra assente. Ma la conquista, ciò per cui tutta la nostra famiglia ha lottato, è che continua a prenderli per bocca, basta iniezioni, ogni giorno una polverina che resta un po’ attaccata al bicchiere.

Sorrisi.

-Lo sa cosa diceva Basaglia? Il grande Franco Basaglia che ha aperto l’ospedale San Giovanni, che ha permesso a malati rinchiusi anche da più di vent’anni, che avevano subito le peggiori crudeltà, come l’elettroshock, di uscire, di essere finalmente liberi?

-Che cosa? Che cosa dice?- mi incalzò la signora.

-Che occorre prendere un solo farmaco, alla dose più bassa possibile. E che poi occorre andare nel mondo, studiare, lavorare, frequentare amici. Un farmaco senza vita sociale è inutile.

-Sì, ha ragione, solo così un farmaco diventa una formula magica!- esclamò lei, bevendo ancora. –Ma sa che anche l’amore conta, gli occhi con cui noi guardiamo gli altri, può trasformare? Avrei così tante cose da raccontarle e sto per scendere. Ma una vorrei ancora dirgliela, se non la disturbo troppo, è stata così gentile ad ascoltarmi.

-Sì, la prego.- risposi.

-Un giorno su un autobus c’era un matto, un ragazzo giovane che cantava e ballava, aveva un ombrellino con sé che faceva girare, era vestito come un clown, ma si vedeva che gli mancava qualche rotella, eppure sorrideva a tutti, sembrava persino gioioso. Anch’io gli ho sorriso. Ho seguito il suo canto e la sua danza quasi con occhi innamorati. Chissà, forse pensavo a mia figlia, non volevo che si sentisse a disagio. Erano in molti sull’autobus che ridevano, che si facevano cenni tra loro, che indicavano che era svitato.

All’improvviso mi sono girata e ho riconosciuto tra i passeggeri lo psichiatra di mia figlia, quello che aveva detto che non aveva nessun valore la storia delle guerre stellari dettata, che avrebbe dovuto scriverla lei, mia figlia, perché avesse il giusto valore terapeutico. E insomma sa quel dottore cosa faceva? Guardava il matto con occhi così seri, che non ho potuto fare a meno di avvicinarmi a lui e dirgli: ha visto? È un bel matto. Volevo che provasse compassione, perché l’amore senza compassione non è amore, e la compassione senza amore non è compassione, ma lui provava solo fastidio. Andrebbe ricoverato, disse, solo questo.

La signora si alzò, indossò il cappotto.

-Fra un po’ devo scendere. Ho una coincidenza.- disse.

-Peccato, ero felice di ascoltarla.

-Davvero? Se fossi rimasta le avrei raccontato ancora molte altre cose. Quasi quasi non scendo.- rise.

-Ha ancora qualche minuto prima che il treno giunga in stazione. Se ha un’altra storia breve…

-Un’ultima cosa?

-Sì, certo.

La signora sorrise.

-Ecco allora, ascolti. Un giorno al CPS, mentre aspettavo che mia figlia terminasse il colloquio mensile con il dottore, c’era un uomo molto agitato nel corridoio, parlava con le infermiere, diceva di non riuscire a dormire, voleva vedere un medico, ma i medici erano tutti occupati, e lui non aveva un appuntamento. Lo conosciamo, sentii dire dalle infermiere, lui viene sempre senza appuntamento. E allora sa cosa ho fatto? Sono andata da quel signore e gli ho proposto di bere un caffè, decaffeinato, visto che lui aveva problemi di insonnia, e abbiamo parlato. Sembrava che l’appuntamento, l’avesse preso con me.

(continua)

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