Tornavo da Trieste. 1

trenoPer una psichiatria gentile

di Emanuela Nava [1]

Tornavo da Trieste, dove ero stata a trovare Peppe dell’Acqua, amico recente, di cui leggevo da anni i libri, le interviste e insomma tutti quei meravigliosi fatti che avevano portato alla 180, la rivoluzionaria legge Basaglia.

Ero in uno scompartimento quasi vuoto di una Freccia Rossa partita nel buio alle cinque del pomeriggio di un giorno invernale. Niente mare alla mia sinistra, niente blu turchese, il colore luminoso che mi aveva accolto all’improvviso all’andata, dopo un viaggio mattutino trascorso da Milano a Venezia quasi tutto nella nebbia.

Avevo appoggiato un libro sul tavolinetto. E la borsa sul sedile libero accanto al mio. Avevo persino allungato le gambe, felice di essere sola in un posto vicino al finestrino che, quando il treno è pieno, lascia a mala pena la possibilità di muovere i piedi.

Prima di aprire il libro, le fiabe dei fratelli Grimm nella versione integrale, quella che negli ultimi anni, molti, leggendo o raccontando le storie, avevano censurato, perché alcune parti venivano considerate troppo violente per i bambini, e così la regina di Biancaneve non danzava più con le scarpe di ferro rovente, alle sorellastre di Cenerentola le colombe non cavavano più gli occhi e l’orco di Pollicino non uccideva più le sue sette figlie, ripensavo  alla giornata trascorsa a Trieste.

Il servizio psichiatrico di diagnosi e cura in ospedale con la porta aperta, pochissimi lettini come quelli di una casa, sedie e tavoli colorati. La televisione a portata di tutti e i centri aperti in città a tutte le ore. E poi il Posto delle Fragole, dove avevo pranzato, il ristorante gestito da una cooperativa di pazienti, nato all’interno dell’ex Ospedale Psichiatrico San Giovanni, dopo che Marco Cavallo con la pancia piena di racconti e poesie aveva, più potente del cavallo di Troia, distrutto le certezze di chi si era sentito assediato da ciò che non comprendeva e per questo si era arroccato nella cittadella della propria buona salute.

Di nuovo, come nelle storie dei fratelli Grimm epurate, coloro che si consideravano buoni e sani avevano nascosto per anni il male. Ma non c’è di meglio che negare il male per farlo crescere. Dietro i cancelli sbarrati, dentro le stanze dove tutto è permesso perché invisibile. Dentro il dolore della malattia, dichiarata eterna e incurabile.

Era questo a cui pensavo, alla giornata trascorsa in quei luoghi e con quelle persone, a ciò che era necessario raccontare, anche se tutti ne avevano paura. Pensavo alla legge 180, voluta da Franco Basaglia, che aveva aperto i manicomi e pensavo ai protagonisti delle fiabe che partivano sempre da uno svantaggio, da una situazione immeritata e poi trovavano la forza per superare le prove e avere la meglio su orchi e streghe, quando udii una voce:

-Posso sedermi?

Alzai gli occhi e vidi una signora, più o meno della mia età, con cappello e sciarpa scuri che quasi le nascondevano il volto.

-Posso sedermi?- ripeté.

La guardai e ritirai le gambe con cui avevo occupato tutto lo spazio possibile.

Il posto 9 A era il suo, proprio di fronte al mio 8 A, ma la carrozza era quasi vuota e la tentazione fu forte. La signora si era tolta cappello, sciarpa e cappotto e con i suoi indumenti aveva occupato anche gli altri due posti che davano sul corridoio. Volevo alzarmi, sedermi altrove, ma stava passando il controllore e la sciarpa, finita sulla mia borsa, si era arrotolata alla tracolla.

-Mi scusi, l’aiuto io!- esclamò lei. Si sporse sopra di me con una tale agitazione che per poco non mi portò via la borsa insieme alla sciarpa.

Il controllore aspettava, ci guardava in silenzio e aspettava. Quando finalmente la borsa fu liberata dalla sciarpa e il controllore con un cenno di assenso avanzò lungo il corridoio, la signora mi sorrise e chiese:

-Lei viene da Trieste?

-Sì.- annuii.

-Io vengo dalla Croazia. Sono stata a pregare nella chiesa della Madonna della Misericordia di Pola. Dicono che sia una Madonna molto potente. La conosce?

-No, non la conosco.- risposi. –Non sono mai stata a Pola.

-Dovrebbe andarci, se avesse una grazia da chiedere. Ma mi auguro non abbia nulla di così importante da domandare. Neppure io la conoscevo prima che mia figlia si ammalasse. La signora sorrise, un sorriso con occhi spenti, opachi. Fui percorsa da un brivido.

-Quando ascolto le persone mi specchio nella loro e nella mia fragilità.- mi aveva detto Peppe quella mattina. Anch’io all’improvviso avvertii nella mia insofferenza di poco prima non solo il desiderio di stare sola, ma anche la paura forse di specchiarmi negli occhi di chi non conoscevo. Ma lei sembrava non essersene accorta: continuava a inseguire il suo pensiero o forse solo il desiderio di condividerlo con qualcuno.

-Alla Madonna ho recitato il rosario, duecento Ave Maria e 50 Padre  Nostro, inginocchiata e con gli occhi bassi. A ogni Padre Nostro, alzavo lo sguardo, sorridevo a Maria, le ricordavo perché ero lì.

Ero lì per mia figlia. La signora mi fissò per qualche istante, in silenzio.

-Spero di non disturbarla!- rise all’improvviso, coprendosi la bocca.

–Lei crede nelle formule magiche? Vedo che sta leggendo un libro di fiabe.

-Sì, ci credo. Credo nella potenza delle storie. Le storie raccontano senza spiegare. Ci incoraggiano perché parlano alla parte più profonda di noi stessi.

-Oh che bello! Dovrebbe dirlo alla psicologa del Centro Psico Sociale dove vado una volta al mese.- sospirò. -Ogni sera quando mia figlia prende la polverina che le hanno prescritto, le dico: ecco la tua formula magica, quella che ti renderà più forte. Ma la psicologa mi ha detto di no, che è una sciocchezza, che devo parlare con chiarezza a mia figlia. Ma noi, sin da quando lei era una bambina, in casa, le medicine, le abbiamo sempre chiamate formule magiche.

Non sapevo come chiederlo, quali parole cuscino usare, preoccupata dipronunciare parole zannute che potessero non essere abbastanza gentili.

-Cosa è accaduto a sua figlia? Non sta bene?

-Oh è stata molto male. È successo quasi un anno fa. Non so se lei sa che può accadere, ma mia figlia un giorno ha confuso le guerre che ci sono nel mondo con Star Wars, il film, l’ha visto? I medici hanno detto che era una crisi psicotica. Quando vedeva immagini della guerra vera piangeva e si disperava e diceva che voleva andare sulla luna per aiutare quelle povere creature che vivono in cielo e soffrono così tanto. È arrivata in ospedale che delirava.

(1 – continua)

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[1] Emanuela Nava è nata a Milano, dove vive e lavora. Scrive libri per bambini e ragazzi. È stata sceneggiatrice tv. Ha lavorato per cinque anni nell’Equipe dell’Albero Azzurro, il programma tv della Rai per i più piccoli.

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