Tredici canti da altrettante polverose cartelle

galloalguinzaglioDi Agnese Baini

«Raccontarti qualcosa significa credere in te, credere che esisti. Se ti sto raccontando questa storia è perché voglio che esista.

Racconto, dunque tu esisti»

Margaret Atwood, Il racconto dell’ancella

Tredici canti (12+1) è il primo libro di Anna Marchitelli, pubblicato da Neri Pozza nel 2018. Il libro è una raccolta di tredici biografie ma le storie narrate non sono le storie di persone qualsiasi («e chi scriverebbe un libro su tredici storie qualsiasi?», mi chiederete) ma sono le vite di donne e uomini provenienti dall’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli. Per non essere state quando vivevano persone qualsiasi, esse sono state internate – dovrebbe essere questa la loro specialità.

L’ospedale, una vera e propria fortezza abbarbicata su un colle, è stato costruito nel 1897 ed ha iniziato il suo lavoro di ospedale psichiatrico nel 1909 per terminare esattamente novant’anni dopo, nel 1999[1]. L’archivio contiene oltre 55.000 fascicoli personali dei pazienti ospitati durante questi anni nella struttura ed è su queste cartelle cliniche, affrontate con – come ci lascia scritto in una nota finale – «coraggio e spavento, entusiasmo e responsabilità»[2], che l’autrice ha costruito la sua narrazione. Ogni cartella era stata riempita con pagine e pagine, in cui si cercava di trovare l’elemento folle della persona che ci si trovava davanti; i medici scrivevano così tanto che Renato Caccioppoli[3]– uno dei protagonisti – afferma: «iniziai a pensare che gli psichiatri fossero tutti aspiranti romanzieri»[4]. Mi viene in mente un pezzo dal libro Dettagli inutili di Alberto Fragomeni: «tutti che scrivono di noi. Non ho ancora capito chi legga, ma di sicuro si scrive. Siamo gente importante, noi»[5]; tutti questi medici che continuano a voler scrivere dei loro malati!

Marchitelli prende le polverose pagine di questi romanzi e compie un’operazione così semplice e al contempo così importante: le legge per poi raccontarcele. Interessante è che le tredici vite sono narrate in prima persona e così facendo le vite di queste persone prendono forma attraverso le loro stesse parole. Ho letto un testo[6]in questi giorni in cui la persona che parla – «a disabled queer woman of color» – afferma di raccontare la propria storia con la consapevolezza che le nostre storie sono strumenti di liberazione. Vedere il momento del racconto come una dimensione politica è un fatto importante da tenere sempre a mente. Marchitelli sceglie di far parlare le persone, sceglie una narrazione in prima persona in cui la prima persona però non è lei, lei si pone come un semplice mezzo per far parlare chi non aveva potuto farlo. Penso sia stata una scelta azzeccata e potente.

Ci si trova così davanti, man mano che si procede con la lettura del volume, a storie diversissime tra loro. Storie che ci ricordano come le mura del manicomio siano servite più per controllare che per curare – sempre che qualcosa da curare ci fosse. Gennaro Abbatemaggio, di professione pentito, racconta: «Quando il corso degli eventi deviava dalla mia intuizione, avevo escogitato un nascondiglio perfetto, pubblicamente dichiarato e debitamente protetto: il manicomio»[7]. Viene dimesso e l’anno seguente decide di tornare: «Io non contavo più nulla, e su consiglio di un amico decisi di farmi ricoverare di nuovo al Bianchi per ritrovare la serenità di spirito»[8]. Enrica Rogliano, una violinista, viene internata nel 1940 a Tripoli (dopo un anno è trasferita a Napoli); queste le sue parole: «ebbi modo di constatare, con grande infelicità, l’imbecillità dei medici che, autorizzata dal credo scientifico e politico, rintracciava le cause della mia malattia, a loro dire, psichiatrica, nella mia famiglia: solo perché tutti erano musicisti. Nel 1940 la musica era un demone, un incubatore di atteggiamenti sovversivi e degenerati che andavano curati»[9].

Qualunque fosse il motivo per essere entrati o per essere stati portati all’ospedale psichiatrico Bianchi, cosa succedeva poi? Luigi Martinotti ci dice: «L’infermiera del manicomio dovette ascoltarmi per due ore e poi compilare sei fittissime pagine di diario clinico. […] Sei inutili pagine di vita i fin dei conti, perché lo psichiatra di turno avrebbe usato ogni singolo dettaglio, anche il più spontaneo e ingenuo, solo per individuare qualche malattia. E pur non trovandone traccia, infatti, ebbe il guizzo di cercarlo nell’urina»[10]. Mentre Emilio Caporali: «Fui misurato come un mobile in falegnameria, dalla testa ai piedi passando per il naso, le orecchie, il cranio, le braccia, le spalle, il torace, lo scheletro, le ossa. Le misurazione esterne diedero il responso sulla mia situazione psichica: indole degenerabile e patologica»[11]. Quello che succedeva è che si cercava un motivo per far rimanere dentro la persona.

Con la lettura del volume si vede come la questione di classe sia un elemento centrale nel definire, o meglio nel decretare o nel portare a, la follia. Per esempio, Teresa Alfieri: «io non ero pazza, ero solo un poco diversa, tenevo i pensieri che andavano sopra le nuvole, tenevo la guerra addosso e la miseria della famiglia mia che eravamo in tredici dentro una casa sola»[12]; o Mario Travia: «Avevo undici anni e buone probabilità di riuscita. Undici anni, un padre morto e una madre, vedova, con otto figli a cui badare, tra cui uno senza gambe, mutilato di guerra. Io ero un peso morto»[13]. È una questione fondamentale, quanto situazioni di povertà e di marginalità abbiano contribuito – e contribuiscano tuttora – a vedere delle persone come folli, come malate. Questo dovrebbe allora ricordarci, ancora oggi, che è in queste situazioni che bisogna porre attenzione e bisogna agire poiché, con le parole di Basaglia, «la prima prevenzione della malattia mentale è la lotta contro la miseria»[14]. Nelle storie narrate in Tredici Canti la povertà e la guerra sono sempre sullo sfondo ma si vede anche come questo sfondo vada a determinare la vita di una persona e dove possa portare (il dove non è metaforico ma riferito ad uno spazio reale e realmente esistito, l’ospedale psichiatrico) la mancanza di soldi, di servizi e di opportunità.

Concludo con una riflessione sul titolo del libro e sul richiamo che la parola canti invoca, ovvero il poema dantesco; migliaia di persone internate all’ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi di Napoli non hanno avuto possibilità di proseguire il cammino, di raggiungere una meta, di uscire. Forse però, nei canti narrati in questo libro la conclusione è differente poiché la scrittura di Anna Marchitelli ha permesso a tredici uomini e donne di poter rivivere, raccontando le loro storie.


[1]Breve storia dell’ex ospedale psichiatrico Leonardo Bianchi nella scheda del progetto Carte da legare

[2]Anna Marchitelli, Tredici canti (12+1), Vicenza, Neri Pozza, 2018, p. 158.

[3]Una delle assurde leggi emanate durante il fascismo riguardava il divieto per gli uomini di passeggiare con cani di piccola taglia – per salvaguardare la virilità, si disse -; come forma ironica di contestazione Renato Caccioppoli camminava per le strade di Napoli con un gallo al guinzaglio.

[4]Ivi, p. 86.

[5]Alberto Fragomeni, Dettagli inutili, Merano, Edizioni alpha beta Verlag, 2016, p. 30.

[6]Mia Mingus, Moving Toward the Ugly: A Politic Beyond Desirability – è disponibile online una traduzione in italiano.

[7]Marchitelli, Tredici canti (12+1), p. 144

[8]Ivi, pp. 145-146.

[9]Ivi, p. 111.

[10]Ivi, p. 54.

[11]Ivi, p. 41.

[12]Ivi, p. 157.

[13]Ivi, p. 70.

[14]Franco Basaglia, Il lavoro dell’equipe psichiatrica nella comunità, conferenza tenuta a San Paolo all’Instituto Sedes Sapientiae il 19 giugno 1979. Le conferenze brasiliane sono raccolta nel volume: Franco Basaglia, Conferenze brasiliane, a cura di Franco Ongaro Basaglia e Maria Grazia Giannichedda, Milano, Raffaello Cortina Editore, 2000.

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