Un carcere sano fa bene a tutti

di Nerina Dirindin

Gli istituti carcerari intercettano la domanda di salute di una parte della popolazione, la più fragile e la più vulnerabile; il servizio sanitario dovrebbe essere in grado di rendere effettiva la tutela della salute della popolazione detenuta e di coloro che operano negli istituti penitenziari. E invece la salute in carcere è ormai una vera urgenza, per il carcere ma anche per le istituzioni, la società civile e la politica.
Di questo si è parlato il 2 ottobre a Regina Coeli in occasione di un seminario sulla salute mentale, in carcere e nel territorio, con l’obiettivo di dire No alla rassegnazione e di dire Si alla presa in carico delle persone. La giornata è stata organizzata dal Forum Nazionale per la Salute in Carcere e dalla CC Regina Coeli, grazie all’impegno di tanti operatori, volontari e responsabili della salute in carcere e con la partecipazione di autorevoli esponenti della giustizia, della sanità e della regione Lazio.
Sono state ascoltate le testimonianze di persone, famigliari e operatori e sono stati chiesti impegni precisi alle istituzioni, anche rilanciando il lavoro degli Stati Generali dell’Esecuzione Penale del 2016 (in particolare nel tavolo 10 “Salute e disagio psichico”).

Garantire la salute in carcere deve essere una occasione per il sistema sanitario, e per l’intero Paese, per dimostrare la propria capacità di occuparsi dei più deboli. Non può essere considerato solo un onere, ma un impegno civile. Una opportunità per la realizzazione di percorsi condivisi, per la formazione di operatori della salute in sinergia con gli operatori della sicurezza, per l’adozione di un vocabolario comune tra professionisti. Punto di incontro deve essere la presa in carico, i percorsi individuali, le équipe multidimensionali, il rapporto con il territorio. Non è un’utopia, si può incominciare, anzi in alcune realtà è già iniziato.
È una battaglia culturale, professionale e civile che il sistema deve saper affrontare, come 30 anni fa ha affrontato il tema delle tossicodipendenze con l’ingresso degli operatori dei Sert in carcere.
E invece sono emerse tante difficoltà: dalla semplice irregolarità nelle forniture di materiali per la cura delle persone e dell’ambiente, ai percorsi terapeutici troppo spesso solo abbozzati e subito interrotti (anche a causa dei frequenti trasferimenti), fino al disagio vissuto dagli operatori.
Si registrano difficoltà ad accedere alle prestazioni sanitarie, in particolare per i detenuti con patologie croniche e anziani, nonché alle strutture sanitarie esterne di cura e riabilitazione (anche in presenza di esecuzione di misure alternative alla detenzione). Alle difficoltà delle liste di attesa, si sommano quelle derivanti dalle differenti procedure seguite da ogni ufficio. Si pensi alla lunga e complessa procedura per l’inserimento in RSA. L’accesso ai servizi è impossibile per chi non ha la residenza o per chi non ha una rete sociale di protezione (come le persone senza fissa dimora).
Preoccupante è la situazione degli stranieri, che in alcuni istituti superano il 60% della popolazione detenuta. Gli Istituti Penitenziari sono infatti tante piccole Lampedusa che hanno come front office la Polizia Penitenziaria e i volontari. Si ascoltano storie personali drammatiche, spesso segnate da esperienze terribili. C’è una generazione di giovani stranieri, con un disagio sociale e psicologico importante. E purtroppo – non ce lo possiamo nascondere – spesso il carcere è l’unica risposta che le istituzioni sono in grado di dare. Mancano i mediatori culturali, i rapporti con ambasciate e consolati sono difficili, l’accesso alle cure di continuità sul territorio sono quasi impossibili e i percorsi terapeutici avviati sono spesso sospesi.
Non è più il tempo di semplici enunciazioni di principio: bisogna passare, in ogni realtà, alle azioni concrete, grazie all’impegno faticoso e paziente di tutti.
La regione Lazio si è impegnata a dare concreta attuazione alle iniziative in capo ai Dipartimenti di salute Mentale: l’impegno del Forum Salute in Carcere è monitorarne la realizzazione.

Nerina Dirindin
Presidente Forum Nazionale Salute in Carcere

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