Una lettera per te. Da quando sono tornata

Mi scriva, da Salerno, la dr.a Castaldo.  Ricevo e decido di condividere.

Caro  Peppe,

Sono Eloisa, la ragazza conosciuta ai bagni Ausonia con i tuoi amici salernitani, giunta a Trieste da una delle nicchie del ”surreale” mondo universitario e lì tornata con una forza nuova.

Qualcuno mi diceva che Trieste poteva sconvolgermi e rendere sofferto il mio lavoro quaggiù… da qui il bisogno, prima di scriverti, di lasciar passare il tempo a mettere massa tra l’entusiasmo per ciò che lì si può fare e la rabbia per ciò che qui è impossibile e invisibile perfino. Ma stanotte di colpo dovevo dirti Grazie per il lavoro che fate da 40 anni e dirti cosa è stata la mia prima Trieste. L’ho fatto così  per lasciare te poi libero di condividerlo o meno con altri, per la paura di essere ancora nuova al vostro mondo, di aver sbagliato a intendere qualcosa e maltrattare quel messaggio che arriva così bello dai racconti del vostro forum. Mentre io continuo a leggere e imparare dalla vostra esperienza, sento che tutti insieme faremo tante cose e ne cambieremo molte altre.

Grazie di tutto.

Dopo il rientro dalla “mia prima Trieste”, dopo giorni di lenta ristrutturazione di quel vortice emotivo, leggo “Una lettera per me” e non scriverti è impossibile. Leggo della “bella chiacchierata notturna ai bagni Ausonia tra te e degli studenti salernitani” e mi torna addosso Trieste, con la sua perdita dei ruoli, le diagnosi, i confini; io mi riconosco in una delle “studentesse salernitane” perché a Trieste non importa “cosa” sei. In quella chiacchierata notturna, hai cancellato le parole che non esistono: pazienti, psichiatri, diagnosi, terapie ed era possibile perché non c’era alcuna distanza o diversità tra Te e Noi. Ma solo Persone. Persone come te che cambiano la psichiatria; persone che provano a non sbagliare nell’abbracciare chi ci chiede aiuto; persone che quell’aiuto l’hanno chiesto in un momento di dolore. Ma a nessuno interessava chi fosse chi. Al ritorno sul Lungomare balenavo come gabbiano in burrasca. E io, che ascolto le storie di chi soffre, di colpo trovo la quiete nel raccontare la mia storia, nel condividere emozioni troppo forti con chi, solo qualche tempo prima, aveva chiesto aiuto. Questa è stata la “mia Trieste”: imparare a Perdermi, anche nel lavoro che faccio ogni giorno.

Da quando sono tornata, quello che facevo prima ha trovato un nome e una storia; ha un’esperienza da cui imparare e acquista un senso maggiore. Io mi sento più forte e meno sola quando non tutto va come vorrei; quando il dolore degli altri non smette di fare male più presto; quando i colleghi delle “alte sfere” mi dicono che sbaglio e che ci vuole più scienza, più regole, più farmaco, più ricerca, più distanza.

Da quando sono tornata, dopo aver visto tante persone come me che si incontrano in una piazza per dirsi che un altro modo di curare è possibile, ho avuto bisogno di leggere di più e di sapere tutto quello che l’informazione di massa mi tiene volutamente nascosto. Perché non far sapere è l’arma più forte che il potere detiene. E più leggevo le vostre pagine più mi lasciavo affascinare. Affascinare nel senso di fare fascìne, di legare insieme, di tenere unito. Perché diffondere le vostre conoscenze tiene unito quel messaggio che tanti anni fa cambiò la storia. Perché denunciare il male lega insieme tutti noi che proviamo a far bene nella realtà del disagio. E questo tenerci uniti mi ha fatto tornare la voglia di fare di più. Quella voglia spenta dal degrado, le brutture, il giudizio e l’assuefazione al dolore che si respira nei nostri servizi. Quella voglia criticata e coartata dal potere della scienza, dalla tracotanza di chi pensa di sapere di più, dalla comoda distanza, dalla vantaggiosa surrealtà in cui si colloca lo scientifico e organicistico universitario curare.

E mi è tornato il coraggio di parlare di più, la consapevolezza che una voce raggiunge mille anime che diventano altre voci, la voglia di cambiare il mio mondo sapendo che puoi farlo da qualunque punto ti trovi, parlando. Parlando ai familiari che cercano una diagnosi a ciò che non vedono, agli operatori che corrono e non ascoltano, alle istituzioni che decidono che la legge non è uguale per tutti, agli ospedali che legano e non accolgono, agli studenti le cui menti vergini non vanno deturpate. E posso parlare anche alla mia paura, la paura di sbagliare o di fondermi o di perdermi, che mi teneva talora immobile o zitta e ricordarle che “la follia è diversità o la paura della diversità” (F. Basaglia).

Tutto questo è oggi il mio Significato di Trieste.. e ora, al ricordo del falò, i tamburi, Oltre quella Sedia, Narrare l’Invisibile, il Posto delle fragole e Caterina, la Grande Orchestra, la chiacchierata notturna e il cane Matta…., a distanza di giorni, mi è più chiaro il senso di quella frase, che la versione finale del programma non è disponibile, perché l’unico programma definitivo possibile è solo quello del giorno dopo. Per tutto quello che lì sei libero di dare e da cui lasciarti attraversare e per tutto quello che dopo Trieste ciascuno sarà in grado di fare.

Per tutto questo, Grazie.

Eloisa Castaldo- Salerno.

Approfitto per dire e ricordare che a impazzire assieme a tanti giovani operatori ( di genova, di roma, di lecco, di milano, di salerno, di cava, di noto,  e così via) come Eloisa abbiamo cominciato a pensare e porre le basi per a un grande incontro tra giovani operatori di tutte le regioni. Ma di questo parleremo più diffusamente e in dettaglio tra qualche settimana.(Peppe Dell’Acqua)

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