Un’arte da mettere da parte

liberedonnemaglianoDa Tobino a Milone

Di Peppe Dell’Acqua

Molti dicono che L’arte di legare le persone è scritto molto bene. Ed è proprio così. Leggendo il libro ho ricordato un grande scrittore, Mario Tobino. Non so dire della differenza della scrittura e del narrare. Certamente Tobino mi sembra più sicuro, più di mestiere raffinato. Entrambi, però, sono stati psichiatri. Leggere delle donne e degli uomini del reparto 77 ha fatto ritornare vivido il ricordo della mia estate dopo la maturità, quando mi capitò tra le mani un Oscar Mondadori, Le libere donne di Magliano. Del libro mi appassionò la descrizione della follia, del delirio, della vita di quelle donne nel manicomio. Ritratti, storie, passioni amorose, delicatezza e violenza mi fecero conoscere un mondo fantastico (mi iniziarono?), misterioso sorprendente, oscuro e inquietante. Donne innamorate e abbandonate, madri premurose e tradite, figlie devote e sconfitte mi avvicinarono a umane profondità assolutamente sconosciute nella crudezza della mia adolescenza. Quella lettura, quelle suggestioni lasciarono il segno. Forse anche per questo, studente nella facoltà di Medicina di Napoli, cominciai a frequentare la clinica delle malattie nervose e mentali. E per questo cercai altre letture. Ma lessi anche Il deserto della Libia che narra, con inarrivabile poesia, l’esperienza della guerra vissuta sul fronte libico, e Il clandestino che rievoca vent’anni dopo la partecipazione alla Resistenza contro i nazifascisti in Toscana e le vicende drammatiche della lotta partigiana. Ancora l’orrore della guerra. Conoscere gli uomini e le donne, la loro vera e più profonda essenza, il valore dell’estenuante lavoro di Tobino. E la verità più intima e indicibile sembra affiorare soltanto in guerra come nel manicomio, nell’orrore della lotta fratricida come nella follia.

Ma, come ho detto, Tobino è psichiatra, come Milone, e scrive di manicomi e di psichiatrie che in seguito avrei letto e sentito. Con molta delusione e disincanto. Mi aveva affascinato quando scriveva: «La pazzia è veramente una malattia? Non è soltanto una delle tante misteriose e divine manifestazioni dell’uomo, un’altra realtà dove le emozioni sono più sincere e non meno vive?». Negli anni Settanta manifestò invece la sua contrarietà alle prime timide esperienze di apertura dei manicomi. Mi amareggiò la sua difesa strenua non più della follia ma delle istituzioni che la contengono e la riducono. E annientano gli uomini, le donne e la loro innegabile umanità. Svelava questa sua posizione una sorta di irrinunciabile affezione al manicomio, e dico oggi alla prepotenza e insindacabilità della psichiatria. Nel suo quasi ultimo Per le antiche scale sostenne l’irreversibile destino del “malato di mente”, l’inguaribilità, l’incomprensibilità, la sua inarrivabile diversità. Si avventurò in una insostenibile, anche per lui, difesa degli psicofarmaci in ragione della oggettiva consistenza della malattia. Ebbe sempre vergogna di giustificare, se non di esaltare, l’arte della contenzione. E chiamò con ironia “innovatori” quelli che allora si dedicavano alla folle impresa di aprire le porte dei manicomi. Non da meno Milone trova le parole peggiori per cancellare il cambiamento avvenuto nel nostro paese, il contributo scientifico e culturale di Franco Basaglia, il lavoro di migliaia di operatori che hanno reso possibile il ritorno in un contesto di libertà e di faticosa uguaglianza. Compresi allora per Tobino, e oggi dolorosamente leggendo il libro di Milone, che quelle narrazioni così accattivanti, fantastiche, stupite riguardano sempre l’oggetto malattia, misterioso, oscuro, ineluttabile. Saprò dire solo dopo che le narrazioni di Tobino e le artistiche legature di Milone hanno fatto e fanno più danni e creato più pregiudizi del manicomio stesso.

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