Uno spettro si aggira in Friuli Venezia Giulia

schermata-2021-11-08-alle-22-53-24A dare avvio all’intensa discussione online sulle politiche della salute mentale il FVG, la Lettera aperta degli ex Direttori di DSM del Friuli Venezia Giulia, Roberto Mezzina, Renzo Bonn, Franco Perazza, Angelo Cassin, dello scorso ottobre.

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C’è uno spettro che si aggira in questa regione, il cui obiettivo è disfare i servizi per la salute mentale più brillanti del mondo. I suoi scopi non sono chiari, le sue motivazioni neppure; si muove nell’ombra e sfugge ad ogni confronto pubblico. Produce documenti di programmazione in segreto, che nessuno può conoscere finché non vengono subitaneamente, proditoriamente adottati.

Dopo mesi di suspence, di silenzio pubblico o di discorsi sottovoce in segrete stanze, e perfino di rassicurazioni ai familiari e agli operatori, si sono svolti alcuni concorsi per direttori dei servizi, risultati alla fine assai poco congruenti con la missione, la visione e i valori dei dipartimenti, come ormai a tutti noto. Nominare alla guida un dirigente, senza tener conto della conoscenza e delle competenze specifiche per un sistema particolare come il nostro, è stato non solo un segnale allarmante di scarsa considerazione, ma un attacco diretto alla storia e al presente dei servizi. Come è noto, ciò ha già suscitato diverse petizioni, anche all’estero, con migliaia di firme, articoli sulla stampa e su tutti i media, anche sui giornali scientifici (tra cui il prestigioso the Lancet), prese di posizione da parte di organizzazioni internazionali e nazionali, di leader, operatori, familiari, politici, ed è ora annunciata un’audizione al Ministero.

Ma poi è improvvisamente comparsa la delibera regionale n. 1466/21, che anticipa e detta le regole della prossima riorganizzazione delle aziende (gli atti aziendali). Essa purtroppo conferma ciò che si temeva. Si attua un dipartimento unico delle dipendenze e della salute mentale (curiosa inversione dell’ordine di priorità, unica al mondo); la sua struttura e le interazioni tra i due ambiti restano però misteriosi. I centri di salute mentale (CSM) vengono molto ridotti di numero, da 22 a 15 (a Trieste uno di meno, a Pordenone due in meno, a Udine addirittura meno quattro), e anche di consistenza, in quanto almeno alcuni di essi passeranno sulle 12 ore; in compenso, dove resteranno a 24 ore, i loro posti letto aumenteranno a 8 (numero da repartino psichiatrico). I loro confini non sono chiari, la coincidenza con gli ambiti comunali creerebbe mostri enormi o minuscoli. I servizi psichiatrici ospedalieri di diagnosi e cura, quasi inutilizzati in alcune ASL (come a Trieste /Gorizia) proprio per l’eccellente lavoro sul territorio che evita i ricoveri anche offrendo accoglienza presso i CSM, vengono invece potenziati: da 6 a 12 letti a Trieste (passano da 32 a 38 letti in regione). Letti che finora erano sufficienti.

Il problema è che se i documenti di programmazione hanno ipotesi di lavoro inventate e improbabili, non potranno essere realizzati mai. Ad esempio, nelle sedi attuali è impossibile fare queste operazioni. A Trieste il Servizio Psichiatrico dell’Ospedale Maggiore è angusto e in attesa di un futuro spostamento a Cattinara che richiederà un lustro o più. I CSM a Trieste sono troppo piccoli per ampliare i posti letto. Occorrerebbero nuove sedi: chi ci crede?

I direttori generali delle aziende sono silenziosi e probabilmente imbarazzati dall’operazione top-down che non ha informato né chiesto pareri in giro, tantomeno ai direttori dei dipartimenti di salute mentale, e che lascia loro la responsabilità di operare questi tagli. Per di più, il lavoro di collaborazione coi distretti, su giovani, anziani, disabili etc., che ha richiesto anni di costante miglioramento, sarà scombinato dalla riorganizzazione assai poco chiara che è annunciata della sanità distrettuale.

Nel frattempo il personale, decimato da pensionamenti, precariato, mancate assunzioni (infermieri), scoraggiato dal clima generale e perfino diffidato dal rilasciare dichiarazioni, sarà prossimamente ridotto (anche del 10%) per le sospensioni degli operatori non vaccinati. Si fa fatica a tenere i servizi aperti.

Insomma il sistema pubblico territoriale, non solo la salute mentale, viene seriamente messo alla prova da un cambiamento, deciso in alto, in cui le premesse e le analisi, le ipotesi di lavoro e le prospettive non vengono esposte – si dice solo di “trovare il giusto equilibrio tra accessibilità ed efficienza” dei CSM – e quindi non sono minimamente discusse e verificate. Ricordiamo solo che tempo fa, proprio ai fini dell’efficienza, si parlava in un ‘tavolo’ in regione di calcolare il personale necessario ai servizi ‘in base ai minuti’ che richiedono gli interventi. Per fortuna non si è mai fatto nel mondo per la salute mentale, i cui ‘tempi di lavoro’ non sono così standardizzabili come se si trattasse solo di un ambulatorio specialistico.

C’è un problema di costi? Non sembra. Il nostro sistema spende nella media nazionale, ci sono regioni che spendono quasi il doppio (Emilia Romagna e provincia autonoma di Trento). Il rapporto costo-benefici dei nostri servizi ha di nuovo ricevuto riconoscimento internazionale dell’OMS in luglio. Si fonda sulla prossimità ai territori, sul fatto che la popolazione che ogni CSM deve servire è relativamente piccola (50-60.000 abitanti). Questa dimensione di piccola scala rende il servizio più vicino e accessibile, favorisce la conoscenza dell’utenza e la possibilità di seguirla, mentre una scala più ampia richiederebbe anch’essa nuove sedi più grandi anche per svolgere le attività ambulatoriali e di centro diurno e renderebbe il tutto più caotico.

Quello che appare certo è lo scardinamento strutturale e il complessivo indebolimento del sistema dei servizi di salute mentale che si prospetta. Il Covid ha invece dimostrato che servono più servizi di salute mentale sul territorio, come scrivono con estrema chiarezza tutte le dichiarazioni e i documenti dell’ONU, dell’OMS, della UE, ma anche quelli ministeriali usciti dalla recente Conferenza Nazionale voluta qui in Italia dalle associazioni. Ora il nostro paese ospiterà il prossimo Summit Globale sulla salute mentale, come ha annunciato il ministro Speranza a quello di Parigi. Il nostro governo ha già stanziato 60 milioni di euro per quest’anno per l’immediato rafforzamento dei servizi di salute mentale, e l’OMS indica tra gli obiettivi dei paesi membri dell’ONU l’aumento del 50% dei servizi sul territorio entro il 2030. Perché qui in regione si riducono?

Chi guida la politica regionale avrò di certo delle ipotesi e sarebbe interessante conoscerle. I parametri di riferimento non mancano, dal documento dell’OCSE al Piano d’Azione dell’OMS, che contengono principi, target e indicatori. Poi c’è sempre l’ottimo piano regionale del 2018, approvato anche dalle organizzazioni non governative, che viene qui di fatto smentito almeno nei suoi aspetti strutturali.

Ciò che è stato stabilito infatti finisce non solo per indebolire, ma per cambiare la natura dei servizi, non più ‘eccezionali’ ma simili alla media nazionale, e persino occhieggiando ad un privato tradizionale, quello delle cliniche e dei camici bianchi, cui si vuole forse aprire la porta (e il bilancio pubblico). Proprio ora che occorrono risposte più globali al disagio, e all’impoverimento anche materiale dei più vulnerabili? Che ne pensano i cittadini, con servizi territoriali ridotti di numero e capacità, e che in caso di bisogno dovranno magari ‘viaggiare’ dalla propria località a quella con il CSM di riferimento? E i politici hanno capito che non è una “razionalizzazione” ma un taglio vero? Uno su quattro di noi nella vita ha bisogno di questi servizi, ricordiamolo; ora, con la coda (speriamo) della pandemia, ancora di più.

Gli ex-direttori dei DSM regionali Roberto Mezzina, Renzo Bonn, Franco Perazza, Angelo Cassin.

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