Yo también

inclusionGiovedì 6 giugno alle ore 17 al Teatro Tor Bella Monaca di Roma sarà presentato il volume INCLUSION/EXCLUSION, pubblicato in occasione della mostra omonima che si è chiusa alle Gallerie Sacconi del Vittoriano nel mese di febbraio ed è ora esposta, con ingresso gratuito, al Museo Laboratorio d’Arte Tor Bella Monaca (ex lavatoi, via dell’Archeologia, 74). Un luogo di creazione artistica e liberazione per decine di persone con disabilità nel territorio.

Di Peppe Dell’Acqua

Nel 2009 in Spagna, un giovanotto che si chiama Pablo Pineda, che ha un cromosoma in più, la sindrome di Down, si è laureato in pedagogia e ha tenuto la sua prima lezione in una scuola elementare. Su YouTube lo si vede parlare di diversità, della sua diversità, e diventare il testimonial della campagna contro lo stigma Yo también, “anche io”.

Qualche anno fa ho cenato per la prima volta alla Trattoria de Gli Amici, a Roma in piazza Sant’Egidio. Ero arrivato stanchissimo da Varsavia, dove avevo partecipato alla conferenza nazionale dei familiari di persone con l’esperienza del disturbo mentale. Quella sera dovevo vedermi alle 20 in Santa Maria in Trastevere con gli amici della Comunità che mi avevano invitato per l’inaugurazione della mostra I/O dei lavori di artisti disabili dei Laboratori d’Arte diffusi nella città, che si sarebbe tenuta al MAXXI. «Entriamo in chiesa solo un attimo» – mi dice Massimo – «il ristorante è proprio qui di fianco». Mi ritrovo così nella meraviglia della chiesa nel bel mezzo della preghiera serale. Mi rendo conto solo allora della trappola gentile che Massimo mi aveva teso. Con l’emozione di quella inaspettata esperienza arrivo alla trattoria. Questo non è solo un ristorante, avvertono le copertine dei menù, qui lavorano persone con disabilità. Non è solo un ristorante. Nelle sale sono esposte le opere di alcuni artisti disabili dei laboratori d’arte della Comunità di Sant’Egidio. Una mostra permanente. «Questi laboratori» – leggo sul manifesto – «sono anzitutto uno spazio di incontro, di dialogo e di approfondimento culturale. Sono il luogo ideale per la liberazione dall’isolamento e dallo stigma e permettono l’espressione artistica.»

A San Giovanni, ospedale psichiatrico, è il 1972, in uno stanzone del reparto B uomini detto Korea, il laboratorio di pittura, i matti disegnano, usano le tempere, modellano la creta. Lasciando alle spalle la bolgia dei reparti, sembra di approdare in una piccola isola di ristoro e di senso. La passeggiata per raggiungere il laboratorio rappresentava una salutare e desiderata interruzione del tempo immobile del reparto. Due ore di arte, dalle nove alle undici, compresa la merenda alle dieci. Operine semplici, colorate, povere, sospese. Fantasie, desideri, ricordi. I segni, le forme e i colori rimandavano alla trasparenza dell’infanzia, a una soffusa nostalgia, ai tempi ormai lontanissimi della scuola elementare; relitti di memoria.

Questi luoghi, capirò dopo, nonostante le buone intenzioni, non potevano fare altro che produrre infantilizzazione, espropriazione, vuoto, così come le istituzioni che li contenevano. A Trieste e in ogni angolo del mondo il manicomio mostrava al visitatore quel luogo, le belle cose fatte proprio da loro: la faccia che si voleva pulita dell’istituzione e della psichiatria.

Cosa sono diventati quei luoghi quando abbiamo preso a pensare, a dire, a mostrare che la psichiatria aveva fallito? Che le sue istituzioni non avevano mantenuto le loro grandi promesse? Che le false profezie non erano altro che false profezie? Che avevano ridotto le persone a oggetti, a povere cose, a malattia, a diagnosi. Cartelle cliniche. Nomi misteriosi e impronunciabili: sindromi dissociative, schizofrenie, depressioni endogene, ebefrenie, catatonie, parafrenie, manie, fobie, logorree, verbigerazioni, ecolalie e ancora laceratori, mutacici, violenti, coprofagi, sudici, masturbatori, erotomani definivano fatalmente l’internato, lo scarto, l’oggetto.

Cosa ne è stato di quei luoghi ordinati, lontani e nascosti da alte mura quando è apparso chiaro, in tutta la sua urgenza, la vastità della devastazione?

Occorreva aprire varchi in quei muri. Quando Basaglia apre il manicomio crea un profondissimo squarcio nel corpo della scienza psichiatrica. Una frattura che ancora oggi produce opposizioni, contraddizioni, conflitti, cambiamenti.

Le immagini fotografiche in bianco e nero, che esibiscono con orgoglio la grandezza della scienza psichiatrica, mostrano gli internati con divise pulite e stirate, seduti ai tavoli imbanditi con tovaglie bianchissime in un ordinato refettorio o in piedi in una lunghissima camerata accanto ai loro letti rifatti con precisione geometrica e ossessiva o intenti ai tavoli di laboratori luminosi e ricchi di operine. Gli spazi e i corpi che li attraversano ostentano calma, pacatezza, ordine. Ma basta semplicemente mettere a fuoco lo sguardo di quelle immobili presenze per scoprire il vuoto, la lontananza siderale, l’annientamento. Comincia ad apparire la dimensione tragica di queste scene, il senso della pedagogia istituzionale, della riduzione di ogni respiro, gesto, parola, scrittura, canzone a catalogazione, terapia, riabilitazione, trattamento. Da qui non possiamo non ripensare al laboratorio di pittura, al teatro, così come all’ergoterapia.

A Trieste ho avuto la fortuna di vivere un grande momento. E forse ancor prima di capire che cosa stesse accadendo, posso dire di averlo vissuto il cambiamento. E senza avere il tempo di capire – capirò qualcosa dopo – sono entrato in una scena sconosciuta e appassionante. Ora le storie delle persone potevano essere vissute nel loro divenire prima che le parole della psichiatria imprigionassero la realtà. Lavorare, far festa, dipingere, giocare a pallone, fare teatro, scrivere, raccontare storie, curare giardini, pulire verdure e pavimenti diventano azioni che nella loro concretezza non possono che avere a che fare con la vita reale delle persone. O non sono altro che intrattenimento.

Il laboratorio nella mia esperienza, come in quella dei laboratori diffusi di Meneghetti e dei suoi artisti, diventa un luogo di produzione di cultura, di lavoro, di scambi e relazioni tra artisti, artigiani, persone malate e non. Un luogo dove si coltiva la consapevolezza del rischio di appiattimento, di infantilizzazione, di paternalismo che è sempre in agguato. Una consapevolezza che mi pare di condividere con l’impegno della Comunità di portare continuamente fuori, e nei modi più attenti e dignitosi, le produzioni dei laboratori. César Meneghetti con delicatezza e rigore attraversa un campo scivoloso. Tutto il suo lavoro si consuma nell’accompagnare e tenere sulla scena le persone che conosciamo nelle immagini in mostra accanto alle opere e alle installazioni.

Le verità che questo grande lavoro prende così a rivelare sono le piccole e povere storie delle persone che rischiano di rimanere sepolte vive nelle istituzioni, nella solitudine delle loro case, costrette a coltivare la loro disabilità, nascosti dal velo dello stigma e del pregiudizio. Ma anche le aspirazioni di giovani, studenti, volontari, fratelli e sorelle che trovano finalmente un luogo dove si mette in scena il cambiamento e scoprono con stupore che un altro mondo è possibile. Il sogno di una cosa migliore. «I sogni vanno sempre coltivati» – mi dice una giovane studentessa romana toccata da queste narrazioni – «il cinismo non salva nessuno, i sogni e l’utopia almeno fanno dei tentativi.»

La sorpresa dell’incontro con l’altro coinvolge e travolge chiunque. L’urgenza di andare fuori, di rompere l’inerzia,di  trasgredire la cultura e la pratica del pessimismo secolare delle istituzioni diventa incontenibile.

Accade che s’incominci a parlare non più di loro ma di Irene che fa la cameriera nella trattoria, di Michele che fa il giardiniere, di Giovanni che fa il pittore e ha venduto un suo bel quadro a un turista francese. Le persone finalmente prendono a recuperare una voce, un linguaggio, uno sguardo, una presenza, un corpo. Un corpo che inizia a gesticolare, muoversi e giocare in una dimensione diversa, mai esplorata prima.

Da questo momento i destini immutabili non sono più tali. Il matto, il diverso, l’estraneo può vivere nel mondo delle possibilità e giocarsi la sua vita. La sua vita intera e non già pezzetti, frammenti, brandelli che non ricostruiscono mai una storia vera, intera.

È per questo che siamo chiamati, oggi più che mai, a mettere in campo ogni strumento, ogni risorsa affinché la lotta senza quartiere contro le istituzioni totali, visibili e invisibili, non si fermi e le persone siano in condizioni di giocare tutto quello che hanno.

Il lavoro di tutti noi nei servizi di salute mentale, nelle cooperative, nelle case, nei laboratori, tante volte ai confini del mondo, ha senso quando è capace di buttare giù il muro dell’impossibilità, che è il primo a dividere e a dividerci.

I giovani disabili che servono ai tavoli della trattoria, orgogliosi e gentili, gli artisti sorridenti e soddisfatti delle loro opere e delle installazioni costruite con il respiro paziente di César e il Pablo spagnolo che fa lezione in una scuola elementare mettendo a frutto il suo terzo cromosoma, letteralmente utilizzandolo, consumandolo senza lesinarsi – come sempre andrebbe vissuta la vita –, questo è ciò che io oggi vedo. Ciò che ancora non smette di stupirmi, e che mi serve per immaginare, scrivere e mettere in scena quel copione aperto a ogni più lieto e impensabile finale. Un finale da pazzi, se si vuole, nell’accezione più fortunata della parola.

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