L’immutabilità dell’esperienza dello spazio manicomiale costringe gli internati a difficili esercizi di riduzione di sé, di sottomissione all’istituzione in un tentativo di sopravvivenza per salvaguardare al proprio interno almeno un brandello della propria dimensione umana. Devono accettare quella unica e piatta identità.
Qualcosa sta per accadere. L’obiettivo svela una presenza fino a quell’istante negata e inconsapevolmente restituisce tensioni, conflitti e accadimenti che sono nell’aria, dentro e fuori quel luogo. I segni oggettivi del manicomio, il taglio dei capelli, le giacche sempre troppo larghe o troppo strette, le camicie senza collo appaiono in tutta la loro drammaticità nel contrasto con gli sguardi, che non solo testimoniano la resistenza dell’umano ma anche cominciano a far emergere le singolari identità perdute.


