Piero Cipriano, La salute mentale è politica. Milano: Fuori Scena, 2025, pp. 190, € 17,00

I libri di Piero Cipriano sono sempre di piacevole lettura. La sua capacità di narrare a partire dalle esperienze vissute direttamente si articola con riferimenti e citazioni importanti, presentate in modo chiaro e leggero, mai saccente. Uno stile narrativo avvincente anche per la forza delle posizioni, da anarchico, basagliano, anticonformista.

Dalle sue analisi esperienziali discendono valutazioni etiche e professionali, che hanno certamente fondamenti ma non sempre sono generalizzabili. Coglie con sottile ironia atmosfere e tendenze nell’ambito di una psichiatria critica. Nella prima parte del libro, scritto al termine di una lunga esperienza lavorativa in un Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura (SPDC) di Roma, ripropone il tema, già trattato in precedenti libri (ad esempio ne Il manicomio chimico. Milano: Elèuthera, 2015) dell’ampio e inappropriato utilizzo degli psicofarmaci per le diverse forme di sofferenza mentale deprivate della loro componente psicologica e sociale sia in termini causali, di concomitanze e soprattutto di vissuti interiori. Questo favorito dall’ampliamento del numero delle diagnosi dei Manuali Diagnostici e Statistici con l’invenzione di nuovi quadri, la patologizzazione del disagio e della normale sofferenza umana fino a interessare anche l’età evolutiva mediante una “colonizzazione farmacologica” dell’infanzia. In linea con Robert Whitaker (2010) e Joanna Moncrieff (2013), evidenzia come si stia determinando una psichiatrizzazione del disagio che letto come disturbo “biologico” cambia forma ed espressione a causa degli stessi psicofarmaci e dei loro effetti collaterali ma anche in relazione a metodi coercitivi attuati in SPDC, luoghi pericolosi in cui “può accadere di tutto”, dove vengono praticate e teorizzate contenzioni meccaniche. Queste, oggetto di un tentativo di superamento operato con un atto del Ministro Speranza dopo la Conferenza Nazionale della Salute Mentale del 2021, persistono e trovano anche forme di comprensione e teorizzazione come “arte”. 

Nella seconda parte del libro, Piero Cipriano parla del potere liberatorio e terapeutico delle sostanze psichedeliche che permettono di sperimentare altri stati di coscienza, di entrare nella profondità del mondo interno, di vivere altre dimensioni oltre quella razionale, definita dallo spazio e dal tempo. Una potenzialità creatrice e sovversiva inaccettabile per l’establishment che quindi fin dagli anni 1960 proibisce queste sostanze presenti da millenni in antiche culture. L’interesse delle case farmaceutiche al cosiddetto “rinascimento psichedelico”, derivante dai sempre più evidenti limiti e degli effetti collaterali degli psicofarmaci e dalla sostanziale assenza da oltre 25 anni di nuove molecole, sarebbe un modo per addomesticarne l’uso mediante la medicalizzazione, sottraendoli alle culture e pratiche di comunità spesso alternative al capitalismo e alla sua visione del mondo. Questo sia per contrastare ogni forma critica alternativa e rivoluzionaria che possa colpire alle fondamenta sia l’assetto sociale sia la stessa concettualizzazione delle manifestazioni non più considerate malattia ma tentativi di scoperta di altri mondi e dimensioni. In questo difficile tentativo di relazionarsi anche con le persone con disturbi psicotici gravi si sono cimentati, tra gli altri, Carl Gustav Jung ed Eugène Minkowski. Viene rivalutato lo psichiatra/antipsichiatra Ronald Laing, e mediante la metafora del viaggio dell’eroe si sottolinea la potenziale trasformazione di sé, del mondo e del “realismo capitalista” che la psichedelia può determinare. Questo va oltre una psichiatria che s’impegna a riportare nella polis il malato ingiustamente segregato in manicomio in nome di una pericolosità a sé e agli altri. Il testo si chiude con un’analisi critica circa l’assetto dei Servizi con proposte di ricreare condizioni umane per la cura, abolendo gli SPDC e rivedendo il modo di affrontare le crisi (si pensi al progetto Soteria di Luc Ciompi a Berna). Anche i Centri di Salute Mentale (CSM) vengono ripensati come Case della Salute Mentale immerse nel verde e nella cultura. Tutte proposte interessanti, e il finale è di speranza nonostante un certo pessimismo pervada il libro e siano citati i rischi di burn-out e di abbandono demotivante. 

Alcune note di commento a un libro prezioso, dal titolo emblematico che riporta in primo piano il rapporto tra psichiatria e potere e tra salute mentale e politica. Non è questa la sede per ripercorrerne la nascita (si pensi a Foucault) e la sua evoluzione, e l’utilizzo nei diversi Paesi del mondo ove persistono manicomi e grandi istituzioni psichiatriche giudiziarie o società nelle quali viene praticato l’abbandono sistematico dei malati mentali. Quindi la psichiatria si confronta inevitabilmente con il potere e, come scrive Cipriano, dagli anni 1980 con la vittoria del neoliberismo il potere ha posto come ineluttabile e immodificabile il capitalismo e affermato che la società non esiste ma vi sono solo individui. Questo ha determinato una progressiva demolizione del sistema di welfare pubblico universale, della tassazione progressiva (la detassazione dei più ricchi) e quindi del patto sociale solidale. 

I diritti sono stati ridotti a opportunità, e ciascuno è artefice delle proprie condizioni di vita. 

Una visione sempre più autocratica che mette in crisi le democrazie, la separazione dei poteri, la scienza e la cultura, la stessa libertà di pensiero e si avvia a espropriare le persone della dignità e dell’autodeterminazione.

L’uscita schizoparanoide dal COVID-19 sta creando un sistema di potere che tende a suddividere la società in corporazioni, ciascuna delle quali con una propria legge, istruzione, sanità, sociale e giustizia. Si realizza così tutt’altro rispetto all’universalismo, ai diritti, al riscatto sociale e all’emancipazione solidale ma s’impone un individualismo basato su una competizione permanente in una società oppressiva e ipercontrollata e al contempo senza regole ed etica per i più potenti.  

Non c’è da meravigliarsi quindi dell’aumento delle povertà, delle diseguaglianze, della solitudine e dell’isolamento ma anche della aggressività, dell’intolleranza e del razzismo.

Il diritto alla salute non è più tale, non è relazionale e quindi non più fondato sulla reciprocità e la collettività. Il COVID-19 non ha insegnato nulla se la salute è pensata come solo individuale, così i rischi. Sulla base di un potere ideologico viene dominato il mondo in funzione di imponenti interessi economici che sovrastano la salute e la vita delle persone e del pianeta imponendo un modello di vita, di produzione e di relazioni attraverso Internet e il controllo dell’opinione pubblica e privata. Si passa così dal terzo escluso alla maggioranza alienata, convinta che nemmeno partecipare e votare è più importante. La rassegnazione e l’arrangiarsi diventano stili di vita e di governo di un sistema sempre più securitario e conservatore delle ingiustizie che tende non solo a perpetuare ma ad aumentare. Credo sia sullo sfondo del testo una profonda regressione che apre scenari assai preoccupanti per i sistemi di welfare pubblici universalistici, di cui è parte integrante anche l’attuale sistema della salute mentale italiano. 

 

Come bene evidenzia Piero Cipriano, in psichiatria si è affermato il modello biologico e psicofarmacologico sostenuto dagli interessi delle case farmaceutiche e un assetto organizzativo che prevede forme di obbligatorietà, coercizione e custodia. Forme di trattamento involontario e detenzioni per ragioni sanitarie sono presenti anche in Europa. Il Protocollo Aggiuntivo alla Convenzione di Oviedo, da tempo in discussione a livello europeo, se approvato rischia di aumentare le pratiche coercitive anche in Italia, dove la Legge 180/1978 prevede la residualità dei Trattamenti Sanitari Obbligatori (TSO) e un sistema di garanzie formali, migliorate almeno sulla carta dalla recente sentenza 76/2025 della Corte Costituzionale.

Piero Cipriano ripercorre la storia della psichiatria fino ad avanzare la tesi che le pratiche di deistituzionalizzazione e di promozione dei diritti non hanno visto la creazione di una teoria trasmissibile sia in relazione alla loro effettuazione che dei servizi alternativi. A questo si aggiunge una scarsa attenzione alla cura, ai diritti, ai processi di personalizzazione, soggettivazioni, esistenziali e di trascendenza.

Non va dimenticato che il tema della deistituzionalizzazione ha assunto connotati diversi a seconda delle politiche di welfare: nella logica liberista della privatizzazione è sulla base di un certo abbandono ma anche di svalutazione della psichiatria che sono state chiuse comunità terapeutiche. I fenomeni di trans-istituzionalizzazione e di segregazione di migranti sono ben visibili negli istituti di pena e nei Centri per il rimpatrio. Una spinta alla neo-istituzionalizzazione si ha nel settore degli anziani e dei disabili, nonostante il COVID-19 abbia dimostrato la pericolosità delle strutture residenziali e timidamente si sia dato vita a una normativa che tuttavia non decolla. In questo quadro quindi la deriva di una psichiatria dell’obbedienza giudiziaria, al servizio dell’ordine pubblico, è un pericolo reale, testimoniato per altro da proposte di legge come quella a firma del senatore Zaffini.

Eppure viene da pensare come vi siano motivazioni e forze per resistere. È pur vero che la psichiatria vede un modello biologico-farmacologico che lascia in secondo piano tutti le determinanti sociali, anche quelle micro, ma nelle pratiche si vede all’opera una capacità relazionale di molti operatori capaci di stare accanto alle persone e alle loro famiglie e di attivare reti associative e di comunità. C’è una forza che non appare, risorse che non sono percepite come tali di tante persone che non vogliono tornare indietro al manicomio. Ci sono utenti sempre più esperti e attivi che chiedono diritti, partecipazione ed emancipazione. 

Tutto questo potrebbe non bastare a contrastare un potere sordo e distante, volto alla creazione di nuovi reati, alla repressione e al diniego ideologico del reale, per creare rappresentazioni immaginarie. La perdita del dialogo, del valore delle parole e delle comunicazioni, sempre più brevi e veloci, ostacola la riflessione, l’autoregolazione, la mediazione tra istanze diverse. 

Nonostante questo, credo sia molto importante affermare la pienezza dei diritti per tutte le persone, anche quelle con disturbi mentali. È grave che persista il Codice Penale del 1930 che è in sintonia con la legge manicomiale del 1904 e non con la Legge 180. Non averlo cambiato anche quando vi erano migliori condizioni politiche e sociali dovrebbe per lo meno essere oggetto di riflessione autocritica. Infatti molto vi è da fare per superare il doppio binario, avere piena titolarità in ambito civile, anche per le Disposizioni Anticipate di Trattamento (DAT), la deprescrizione farmacologica, la pianificazione condivisa delle cure. E non si pensi che questo processo riguardi solo gli utenti ma interessa molto anche gli psichiatri ai quali può essere applicata un’impossibile posizione di garanzia di controllo, senza alcun strumento predittivo e preventivo scientificamente fondato per poterlo fare. Si tratta di attivare un percorso di emancipazione congiunta e reciproca.

Quindi la deistituzionalizzazione, l’affermazione dei diritti, la soggettivazione della persona che soffre e di chi si prende cura di lei (e di sé stessi) vanno tutti di pari passo nella ricerca di senso (la “presenza” di Ernesto de Martino) ma anche di trascendenza (Victor Frankl). 

In questo Piero Cipriano vede come molto rilevante l’apporto di altre culture e delle sostanze psichedeliche. Un’analisi che condivido in quanto la dimensione immaginativa e ancor più quella spirituale sono importanti e spesso negate o rimosse per poi riapparire nel Web, nel Dark Web, in certe manifestazioni sociali, nell’isolamento. Le altre culture e la loro conoscenza e la panantropologia di Luigi Anepeta possono essere riferimenti essenziali. 

Quanto ai Servizi di salute mentale pur con tutti i limiti e gli errori, siamo capaci di affermare che la Legge 180 intesa come patto sociale è un bene comune che va difeso? Consideriamo l’importanza di una rete nazionale di salute mentale o siamo disposti che si debba, più o meno velocemente, liquidarla? 

Vi sono stati gravi incidenti mortali per le contenzioni (Giovanni Casu, Francesco Mastrogiovanni, Elena Casetto) o in corso di TSO (Andrea Sordi), e Piero Cipriano, dopo anni di lotta per il no restraint, avanza la proposta per la quale l’unica soluzione è quella di chiudere gli SPDC. È ardita come lo è l’abolizione del TSO per i disturbi mentali. Proposte che devono sciogliere e superare la contraddizione intorno alla volontarietà-obbligatorietà-coercizione delle cure e del grado di violenza da esercitare per farlo.

D’altra parte la stessa Corte Costituzionale nelle sentenze 22/2022, ripresa dalla 76/2025, considera la misura di sicurezza detentiva come “ancipite”, cioè al tempo stesso privativa della libertà e obbligo di cura. 

Vi sono posizioni come quella sulla “Coercizione benigna” e sui “Patti di rifioritura” che sostengono che un grado di imposizione, anche con la forza, sia in certi casi indispensabile per la cura. Se oltre 300 SPDC sono restraint, la via per una psichiatria colta e “gentile” (Borgna) pare ancora lunga. Tuttavia la voce degli utenti, del “nulla su di me senza di me”, può farsi più forte e decisiva se diventa la voce di tutti, in primo luogo degli psichiatri. Non si può curare se non nella volontarietà, il consenso, la partecipazione attiva e responsabile della persona, nella libertà. È su questo punto che occorre a mio avviso fare il salto e superare il TSO, passati da oltre 20.000 all’anno subito dopo la Legge 180 a meno di 5.000 nel 2023. Al netto di omissioni nelle registrazioni dei dati, si tratta di un trend favorevole, segno che i Servizi lavorano per l’acquisizione di consenso, engagement e costruzione di relazioni collaborative. È una linea molto diffusa di buone pratiche da valorizzare associandole a pratiche di mediazione sociale dei conflitti e di vicinato solidale. Pratiche preventive che devono basarsi sulle reti naturali e sociali informali affinché le micro-comunità siano consapevoli e responsabili della loro autocura e al contempo si eviti un’impropria attribuzione alla psichiatria di compiti nell’ordine pubblico.

Quanto ad avere un Servizio psichiatrico ospedaliero solo per volontari e per consultazione-consulenze in Pronto Soccorso e nei reparti, considerando le pluripatologie e la complessità, una utilità può averla. 

I CSM trasformati o sostituiti da Case della salute mentale, immerse nel verde, dove fare altri interventi, è una prospettiva condivisibile ma in molti ambiti è già attiva. Accanto a Servizi poco belli ve ne sono altri accoglienti e piacevoli, nel verde, in grado di effettuare programmi di shiatzu, meditazione, promuovere molteplici attività artistiche, sportive, culturali, di formazione e lavoro, auto-mutuo-aiuto… Il sistema ha una ricchezza umana, professionale, etica e politica invisibile poco comunicata, di cui utenti, famiglie e associazioni insieme ai Servizi si possono fare interpreti. Sono 850.000 le persone in cura presso i Dipartimenti di Salute Mentale e pur con i limiti noti e certamente migliorabili, credo ricevano interventi appropriati e di una certa qualità.

Vi è il problema ben noto delle risorse, delle tante persone in povertà, di coloro che fuori dai CSM non hanno nulla. Per queste persone la pienezza dei diritti sociali è essenziale. Infine il tema della residenzialità da cambiare, sia favorendo la crescita delle competenze specifiche sia la sua trasformazione in Servizi di Comunità e Prossimità, titolari di un territorio specifico, affinché anche con strumenti come l’Open Dialogue e il budget di salute la cura sia di/nella/attraverso la comunità. Una comunità terapeutica democratica (Raffaele Barone, 2020) che diviene agorà, una città che cura, come ci ha insegnato Franco Rotelli (2021). Questo per attuare quel passaggio, ritenuto molto difficile e persino quasi impossibile, dalla psichiatria alla salute mentale che riguarda tutte le persone e tutti i professionisti della sanità, del sociale, della scuola, del mondo del lavoro, della cultura. Solo così si potrà affrontare il divario strutturale tra bisogni (stimano in circa 4 milioni le persone con disturbi mentali gravi) e offerta di servizi definendo una politica per la non autosufficienza che sia inclusiva degli assistenti familiari e dei caregiver, risorsa assai preziosa e invisibile del nostro sistema di cura.

Infine sono interessanti le riflessioni di Cipriano circa il futuro del rinascimento psichedelico e il rischio di una sua medicalizzazione in una situazione nella quale un insensato proibizionismo criminalizzante sta ritardando depenalizzazione e legalizzazione, e le politiche e prassi per la riduzione del danno.

La conquista del diritto ad autodeterminarsi, anche in relazione al fine vita, va di pari passo con la possibilità di trascendenza, della ricerca di un senso all’esistenza nostra e di tutti coesistenti sul pianeta. È la via, indicata nel libro, della liberazione e dell’emancipazione cui può concorrere una psichiatria in grado di prospettare un futuro di dignità, emancipazione, libertà e democrazia in grado di sottomettere l’economia alle esigenze di tutti gli esseri umani. 

Bibliografia 

Barone R. (2020) Benessere mentale di comunità. Teorie e pratiche dialogiche e democratiche. Milano: FrancoAngeli

Moncrieff J. (2013) Le pillole più amare.  Roma: Fioriti, 2020

Rotelli F. (2021) Quale psichiatria? Taccuino e lezioni. Merano: Edizioni alpha beta Verlag

Whitaker R. (2010) Indagine su un’epidemia. Lo straordinario aumento delle disabilità psichiatriche nell’epoca del boom degli psicofarmaci. Roma: Fioriti, 2011

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