Barbara Bertoncin intervista Roberto Mezzina.

La cittadinanza, intesa come esercizio effettivo, concreto, dei propri diritti, sta alla base del concetto di “recovery” al cui centro c’è la persona, che è la risorsa più importante per la sua guarigione; dare autonomia non vuol dire abbandonare le persone al proprio destino né pretendere che sia lo Stato a provvedere; il problema dei farmaci.

(da UNA CITTÀ n. 205 / 2013 Agosto-Settembre)

Ro­ber­to Mez­zi­na, psi­chia­tra, è di­ret­to­re del Cen­tro di Sa­lu­te men­ta­le di Bar­co­la, Trie­ste. Da an­ni si oc­cu­pa, an­che a li­vel­lo in­ter­na­zio­na­le, di or­ga­niz­za­zio­ne dei ser­vi­zi, pra­ti­che in­no­va­ti­ve, ri­cer­ca e for­ma­zio­ne. Ha con­tri­bui­to a fon­da­re, con John Jen­kins, la Re­te In­ter­na­zio­na­le del­le espe­rien­ze-gui­da in sa­lu­te men­ta­le co­mu­ni­ta­ria.

Il con­cet­to di “re­co­ve­ry” è for­te­men­te le­ga­to a quel­lo di cit­ta­di­nan­za. Può spie­gar­ci?

L’at­ten­zio­ne per l’au­to­no­mia è sem­pre sta­to un “vi­zio” del­l’im­por­ta­zio­ne trie­sti­na, nel sen­so che, aven­do que­sta tra­di­zio­ne di una sa­lu­te men­ta­le in qual­che mo­do aper­ta al­la co­mu­ni­tà e di una psi­chia­tria so­cia­le, sia­mo for­te­men­te in­te­res­sa­ti a da­re va­lo­re a un cer­to ti­po di per­cor­so, cioè a quel­lo in cui le per­so­ne ven­go­no so­ste­nu­te dai ser­vi­zi (in ge­ne­ra­le, non so­lo dal ser­vi­zio di sa­lu­te men­ta­le) in un per­cor­so di riac­qui­si­zio­ne dei di­rit­ti di cit­ta­di­nan­za, ma so­prat­tut­to di eser­ci­zio di que­sti di­rit­ti.
Ciò che mi ha stu­pi­to è che que­sto si è ri­ve­la­to un aspet­to fon­da­men­ta­le an­che in con­te­sti di­ver­si dal no­stro. L’an­no scor­so so­no sta­to a un con­ve­gno in Au­stra­lia il cui ti­to­lo era pro­prio “Re­co­ve­ry e cit­ta­di­nan­za”, quin­di que­sto te­ma è sen­ti­to an­che in con­te­sti do­ve il con­cet­to di cit­ta­di­nan­za non è quel­lo eu­ro­peo, che fa ri­fe­ri­men­to a un wel­fa­re sta­te, a uno sta­to so­cia­le do­ve le per­so­ne han­no dei di­rit­ti esi­gi­bi­li: la ca­sa, il la­vo­ro, ecc. Per noi, i di­rit­ti di cit­ta­di­nan­za so­no an­che i di­rit­ti so­cia­li, men­tre in­ve­ce nel mon­do an­glo­sas­so­ne la cit­ta­di­nan­za è qual­co­sa di stret­ta­men­te col­le­ga­to al­l’u­gua­glian­za, quin­di a una no­zio­ne più di ba­se.
Nei pae­si nor­di­ci, Sve­zia, Nor­ve­gia, ma an­che ne­gli Sta­ti Uni­ti, sep­pur in una si­tua­zio­ne di­ver­sa, la re­co­ve­ry è una no­zio­ne le­ga­ta a una si­tua­zio­ne di be­nes­se­re o di re­la­ti­vo be­nes­se­re mol­to in­di­vi­dua­le, cioè la per­so­na si re­cu­pe­ra den­tro una di­men­sio­ne pri­va­ta, sen­za con­si­de­ra­zio­ne per quel ca­pi­ta­le so­cia­le che so­no le re­la­zio­ni.
In Ita­lia, in­ve­ce, le per­so­ne in­ter­vi­sta­te ri­ten­go­no mol­to im­por­tan­ti i le­ga­mi so­cia­li, lo sta­re in rap­por­to con si­tua­zio­ni col­let­ti­ve, con la re­te di ser­vi­zi. Nel no­stro pae­se, co­sì co­me in Eu­ro­pa, que­sta è una no­zio­ne cen­tra­le. An­che in In­ghil­ter­ra c’è sta­ta, per an­ni, una “Unit” tra­sver­sa­le a tut­ti i mi­ni­ste­ri, che, nel lot­ta­re con­tro l’e­sclu­sio­ne so­cia­le in sa­lu­te men­ta­le, ave­va in­di­vi­dua­to due obiet­ti­vi cen­tra­li: uno era l’in­se­ri­men­to la­vo­ra­ti­vo e l’al­tro era la par­te­ci­pa­zio­ne.
Per noi, la que­stio­ne del­la par­te­ci­pa­zio­ne ai ser­vi­zi è un no­do cru­cia­le: i ser­vi­zi so­no un pez­zo di co­mu­ni­tà e noi cer­chia­mo co­stan­te­men­te di ren­der­li il più pos­si­bi­le uma­ni, at­tra­ver­sa­bi­li, dei luo­ghi do­ve le per­so­ne non so­lo non ven­ga­no re­spin­te, ma pos­sa­no tro­va­re ac­co­glien­za. Ac­co­glien­za è un po’ pa­ter­na­li­sti­co, ma, in­som­ma, vo­glio di­re che i ser­vi­zi do­vreb­be­ro es­se­re vis­su­ti un po’ co­me una ca­sa, non sem­pli­ce­men­te il po­sto do­ve sta il dot­tor Mez­zi­na con il suo uf­fi­cio. Que­sto ci in­tri­ga an­co­ra og­gi: co­me fa­re a cor­reg­ge­re una rot­ta di­su­ma­niz­zan­te, tec­ni­ciz­zan­te? Non è fa­ci­le per­ché nes­su­no è esen­te da que­ste ten­ta­zio­ni e nean­che que­sto è il pa­ra­di­so.
Pro­muo­ve­re cit­ta­di­nan­za e au­to­no­mia non vuol di­re ab­ban­do­na­re le per­so­ne a se stes­se.
Pri­ma del­la leg­ge 180 an­che in Ita­lia c’e­ra un grup­po di an­ti­psi­chia­tria che so­ste­ne­va che bi­so­gna­va abo­li­re com­ple­ta­men­te ogni le­gi­sla­zio­ne che ri­guar­da­va la psi­chia­tria. E quin­di apri­re i ma­ni­co­mi, pun­to e ba­sta.
Do­po­di­ché, che le per­so­ne aves­se­ro il ser­vi­zio o no non era af­far lo­ro. An­co­ra og­gi, in Ame­ri­ca, ci so­no grup­pi di uten­ti or­ga­niz­za­ti con ri­ven­di­ca­zio­ni ana­lo­ghe: noi non vo­glia­mo sa­pe­re nien­te dei ser­vi­zi, che an­das­se­ro al dia­vo­lo, noi vo­glia­mo di­fen­de­re il no­stro di­rit­to a star ma­le, an­che a mo­ri­re per stra­da. Ci so­no an­che que­ste po­si­zio­ni. Io, chia­ra­men­te, non le so­sten­go.
Già da qui si ca­pi­sce che que­sta que­stio­ne del­la cit­ta­di­nan­za, che sem­bra qua­si ov­via, non è af­fat­to scon­ta­ta.
In­tan­to di mez­zo c’è la psi­chia­tria: no­no­stan­te la chiu­su­ra dei ma­ni­co­mi sia sta­ta rea­liz­za­ta or­mai da più di die­ci an­ni, il con­cet­to di cit­ta­di­no con di­stur­bi di sa­lu­te men­ta­le sten­ta a es­se­re ac­col­to, bi­so­gna an­co­ra fa­re un gran­de la­vo­ro. È un cam­po che va stu­dia­to e pre­si­dia­to per­ché le per­so­ne con il Tso pos­so­no an­co­ra fi­ni­re le­ga­te in un Ser­vi­zio di dia­gno­si e cu­ra. Op­pu­re pos­so­no ri­ma­ne­re ab­ban­do­na­te per stra­da per­ché al­cu­ni ser­vi­zi in­ter­ven­go­no so­lo se le per­so­ne di­stur­ba­no, ma se stan­no sot­to un pon­te a mo­rir di fa­me e nel­la spor­ci­zia non è af­far lo­ro.
Cer­to, il con­fi­ne è mol­to dif­fi­ci­le, ma og­gi la sfi­da è pre­si­dia­re pro­prio que­sta fa­scia di per­so­ne più a ri­schio, cioè le per­so­ne che non ac­cet­ta­no i ser­vi­zi, li ri­fiu­ta­no, an­che per­ché, spes­so, i ser­vi­zi fan­no schi­fo. è dif­fi­ci­le ac­cet­ta­re un ser­vi­zio psi­chia­tri­co che ti dà so­lo dei far­ma­ci, che ti fa le ana­li­si e ti ri­man­da al­la tua vi­ta, che ti ri­co­ve­ra se stai mol­to ma­le, ma­ga­ri le­gan­do­ti, e poi ba­sta. In­fat­ti, più che di cit­ta­di­nan­za, bi­so­gne­reb­be più cor­ret­ta­men­te par­la­re di cit­ta­di­nan­za pra­ti­ca­ta. Co­me ha scrit­to mol­ti an­ni fa Ota De Leo­nar­dis, la cit­ta­di­nan­za, più che un con­cet­to, è una pra­ti­ca, l’e­ser­ci­zio di una pra­ti­ca. Per me è chia­ri­fi­ca­to­re il con­cet­to di “li­ved ci­ti­zen­ship”, cioè di cit­ta­di­nan­za vis­su­ta. In che ma­nie­ra le per­so­ne per­ce­pi­sco­no que­sta cit­ta­di­nan­za? Co­sa vuol di­re sen­tir­si cit­ta­di­ni? C’è chi pas­sa at­tra­ver­so un cen­tro diur­no, un club per pa­zien­ti psi­chia­tri­ci e poi ma­ga­ri di­ven­ta un rap­pre­sen­tan­te dei di­rit­ti dei pa­zien­ti en­tran­do in or­ga­niz­za­zio­ni na­zio­na­li o in­ter­na­zio­na­li. Al­tri pos­so­no rea­liz­zar­si in are­ne non psi­chia­tri­che. C’è an­che chi lot­ta per­ché la cit­ta­di­nan­za sia il ri­co­no­sci­men­to di di­rit­ti, di­cia­mo, set­to­ria­li. In tut­to il mon­do si par­la di “peo­ple wi­th psy­chia­tric di­sa­bi­li­ties”. È il con­cet­to di di­sa­bi­li­tà, che a noi, tut­to som­ma­to, non pia­ce mol­to, per­ché sem­bra in qual­che mo­do ghet­tiz­zan­te e al­me­no un po’ in­va­li­dan­te; in real­tà, per lo­ro è una ban­die­ra: “Noi vo­glia­mo che la so­cie­tà ri­co­no­sca che c’è una di­sa­bi­li­tà di que­sto ti­po, vo­glia­mo che nei luo­ghi di la­vo­ro sia­no pre­vi­sti de­gli ade­gua­men­ti, ec­ce­te­ra, ec­ce­te­ra. Ci in­te­res­sa più que­sto del la­vo­ro te­ra­peu­ti­co e quin­di del di­rit­to al­la cu­ra”. Que­sto è un al­tro te­ma del­la cit­ta­di­nan­za. Ci so­no in­te­re or­ga­niz­za­zio­ni, per esem­pio la Enu­sp (Eu­ro­pean Net­work of Users and Sur­vi­vors of Psy­chia­try) che lot­ta­no per que­sto con­cet­to del­la di­sa­bi­li­tà ri­co­no­sciu­ta. Che vuol di­re che lo Sta­to de­ve prov­ve­de­re. Un con­cet­to a due fac­ce, an­che pe­ri­co­lo­so, per­ché ten­de a pas­si­viz­za­re le per­so­ne.
In al­cu­ni pae­si la ri­chie­sta è di es­se­re ga­ran­ti­ti eco­no­mi­ca­men­te, ma in una con­di­zio­ne di di­sa­bi­li­tà as­si­sti­ta. A noi non pia­ce. La no­stra cit­ta­di­nan­za di­ven­ta re­co­ve­ry se le per­so­ne par­te­ci­pa­no ve­ra­men­te, so­no at­to­ri del­la lo­ro vi­ta, rien­tra­no in gio­co, so­no at­ti­ve.
Co­sa ser­ve per un per­cor­so di re­co­ve­ry?
È dif­fi­ci­le dir­lo. Dal­le ri­cer­che emer­ge un da­to, cioè che ser­ve tut­to e nien­te: ser­vo­no le re­la­zio­ni, ser­ve l’au­to­con­sa­pe­vo­lez­za, ser­ve il la­vo­ro su di sé, ser­vo­no i sup­por­ti so­cia­li, ser­vo­no i sol­di, ser­ve la ca­sa, ser­ve il la­vo­ro. E ser­vo­no i ser­vi­zi pur­ché di un cer­to ti­po. Lo sta­to as­si­sten­zia­le for­ni­sce i sup­por­ti, gli aiu­ti. Che que­sti aiu­ti sia­no ap­pro­pria­ti o me­no, uti­li o me­no di fat­to non in­te­res­sa. La scel­ta e quin­di la sin­go­la­ri­tà, la sog­get­ti­vi­tà pas­sa­no in se­con­do pia­no per­ché si la­vo­ra su gran­di nu­me­ri, su po­li­ti­che. In­ve­ce, quel­lo che in­te­res­sa al­le per­so­ne nei per­cor­si di re­co­ve­ry è la “mia” vi­ta. Tan­t’è che co­se ap­pa­ren­te­men­te ba­na­li pos­so­no ri­ve­lar­si straor­di­na­ria­men­te im­por­tan­ti di­ven­tan­do de­gli ele­men­ti chia­ve del­la re­co­ve­ry,
Una no­stra col­le­ga, Ma­rit Borg, nor­ve­ge­se, ha scrit­to tan­tis­si­mo sul ruo­lo im­pre­vi­sto del­le pic­co­le co­se del­la quo­ti­dia­ni­tà. Per qual­cu­no, ad esem­pio, la re­co­ve­ry pren­de la for­ma di un gat­ti­no che in­tan­to di­strae dal­le vo­ci, ma poi co­strin­ge a usci­re per com­prar­gli da man­gia­re e quin­di a re­la­zio­nar­si con al­tre per­so­ne. In­som­ma, co­se mol­to sem­pli­ci.
Al­lo­ra, quel­lo che con­ta è non tan­to ciò che ser­ve, ma co­me ti po­ni le do­man­de. Che do­man­de po­ni al­le per­so­ne? Che do­man­de fai emer­ge­re dal­le per­so­ne? E che do­man­de le per­so­ne si pos­so­no por­re in per­cor­si di re­co­ve­ry?
Nel li­bro rac­con­ta­te di que­sto pa­zien­te che la­men­ta: “Ma il me­di­co non ha mai chie­sto a me co­sa fac­cio io per sta­re me­glio”.
È pa­ra­dos­sa­le: si met­to­no in mo­to dei si­ste­mi com­ples­si, an­che co­sto­si e pe­rò la sog­get­ti­vi­tà del­la per­so­na vie­ne coin­vol­ta fi­no a un cer­to pun­to. Que­sto è un aspet­to su cui oc­cor­re la­vo­ra­re. Ora poi “re­co­ve­ry” è di­ven­ta­ta an­che una pa­ro­la di mo­da, in­fat­ti si so­no mes­si a scri­ve­re i ma­nua­let­ti per tra­sfor­ma­re i ser­vi­zi nel­la pro­spet­ti­va del­la re­co­ve­ry. Va tut­to be­ne pur­ché sia chia­ro che de­ve cam­bia­re an­che la psi­chia­tria. Se la psi­chia­tria re­sta quel­la co­sa lì che ti dà la dia­gno­si, i far­ma­ci e che, in qual­che mo­do, ti de­fi­ni­sce, ti esclu­de, ti chiu­de, an­zi­ché apri­re, del­le pos­si­bi­li­tà di vi­ta, beh, puoi da­re tut­ti i sug­ge­ri­men­ti che vuoi, puoi fa­re in mo­do che gli ope­ra­to­ri sia­no sor­ri­den­ti, ac­co­glien­ti, ma poi è un sor­ri­so che di­ven­ta un ghi­gno.
La co­sa più dif­fi­ci­le è far sì che i ser­vi­zi di­ven­ti­no dei luo­ghi aper­ti. Io gi­ro per il mon­do e la co­sa più in­cre­di­bi­le per la gen­te è sco­pri­re che a Trie­ste tut­to fun­zio­na a por­te com­ple­ta­men­te aper­te. Sal­vo ca­si ec­ce­zio­na­li, qui nel cen­tro non c’è un po­sto che ab­bia le por­te chiu­se… Se pen­sia­mo che an­che cer­ti re­par­ti ospe­da­lie­ri e i ri­co­ve­ri per gli an­zia­ni so­no luo­ghi chiu­si…
In gi­ro per l’I­ta­lia, in­ve­ce, com’è?
In gi­ro per l’I­ta­lia la psi­chia­tria è fat­ta di luo­ghi di ri­co­ve­ro chiu­si. Op­pu­re ci so­no am­bi­ti re­strit­ti­va­men­te am­bu­la­to­ria­li che ve­do­no so­lo quel­lo che il mo­del­lo me­di­co con­sen­te lo­ro di ve­de­re: una per­so­na da cui van­no estrat­ti dei sin­to­mi per ar­ri­va­re a una dia­gno­si. Non ve­do­no die­tro.
In gi­ro per il mon­do, ad­di­rit­tu­ra, ci so­no ser­vi­zi a cui le per­so­ne nean­che ac­ce­do­no. Ci so­no dei po­sti do­ve, ca­so­mai, si te­le­fo­na, c’è qual­cu­no che pren­de no­ta e, se ti va be­ne, ti man­da­no qual­cu­no a ca­sa. Non ci so­no dei po­sti at­tra­ver­sa­ti e po­po­la­ti, vis­su­ti dal­le per­so­ne. Que­sta co­sa non c’è da nes­su­na par­te. Da que­sto pun­to di vi­sta Trie­ste è an­co­ra ab­ba­stan­za uni­ca. Me­dia­men­te i po­sti so­no de­fi­ni­ti per dia­gno­si: il po­sto de­gli acu­ti è l’o­spe­da­le, il po­sto dei cro­ni­ci è il cen­tro diur­no, il po­sto di quel­li in mez­zo è il cen­tro di sa­lu­te men­ta­le do­ve si vie­ne a par­la­re col dot­to­re. Fi­ne. Non c’è il con­cet­to di un si­ste­ma di ser­vi­zi che al­la fi­ne ti de­ve per­met­te­re di pren­de­re gli aiu­ti di cui hai bi­so­gno.
Bi­so­gna ave­re le an­ten­ne drit­te per po­ter co­glie­re quel­lo che le per­so­ne chie­do­no e co­strui­re dei per­cor­si in­di­vi­dua­liz­za­ti.
Che co­s’è il “bud­get di sa­lu­te in­di­vi­dua­le”?
Quan­do una per­so­na, ol­tre ai sin­to­mi, al­la sof­fe­ren­za di quel mo­men­to (che può es­se­re al­le­via­ta da col­lo­qui, far­ma­ci) ha dif­fi­col­tà nel­l’a­bi­ta­re, ma­ga­ri non ha più re­la­zio­ni, quin­di sta en­tran­do in un’a­rea di gros­sa sof­fe­ren­za so­cia­le, il bud­get di sa­lu­te è un di più che vie­ne da­to per rea­liz­za­re un per­cor­so in­di­vi­dua­le spe­ci­fi­co per quel­la per­so­na. Può com­pren­de­re, per esem­pio, una per­ma­nen­za in una pic­co­la co­mu­ni­tà te­ra­peu­ti­ca, op­pu­re un in­se­ri­men­to la­vo­ra­ti­vo più o me­no so­ste­nu­to o, an­co­ra, un “al­le­na­men­to” a co­me si usa­no gli spa­zi di vi­ta e di so­cia­li­tà; tut­to que­sto è rea­liz­za­to con il con­cor­so di as­so­cia­zio­ni e coo­pe­ra­ti­ve so­cia­li che aiu­ta­no il ser­vi­zio pub­bli­co. An­che lì, pe­rò, il li­vel­lo di scel­ta del­l’u­ten­te, del sog­get­to, è li­mi­ta­to. I sol­di in­fat­ti non ven­go­no da­ti a lui, ma uti­liz­za­ti per rea­liz­za­re que­st’of­fer­ta di ser­vi­zi e non sem­pre la per­so­na è con­sa­pe­vo­le al 100% di que­sto pro­gram­ma. Que­sti so­no un po’ i li­mi­ti del si­ste­ma.
Lo stig­ma del cen­tro di sa­lu­te men­ta­le re­sta. Dal mo­men­to in cui uno ini­zia a star ma­le a quan­do si ri­vol­ge a un cen­tro pos­so­no pas­sa­re an­che an­ni.
È co­sì. Noi, ades­so, stia­mo la­vo­ran­do an­che con i gio­va­ni af­fin­ché il Csm di­ven­ti un po­sto, tra i tan­ti, in cui pos­so­no es­se­re ac­com­pa­gna­ti in per­cor­si di aiu­to, di sup­por­to. Nean­che a noi pia­ce il cen­tro di sa­lu­te men­ta­le fat­to co­sì. L’am­bi­zio­ne sa­reb­be di crea­re luo­ghi do­ve i cit­ta­di­ni si pos­sa­no in­con­tra­re, che ab­bia­no pro­ble­mi o no, che sia­no fa­mi­lia­ri o vi­ci­ni o gen­te del­la par­roc­chia… Il ri­schio, an­che per noi, è di se­der­si sul­la rou­ti­ne del la­vo­ro cli­ni­co, cioè col­lo­qui, far­ma­ci, in­ve­ce di fa­re un la­vo­ro di co­mu­ni­tà, che sem­bra un qual­co­sa in più e in­ve­ce è vi­ta­le.
Ma quan­te per­so­ne se­gue il ser­vi­zio?
Un cen­tro di sa­lu­te men­ta­le co­me que­sto, in un’a­rea di 65.000 abi­tan­ti, se­gue ol­tre mil­le per­so­ne al­l’an­no; “se­gue” a va­rio ti­to­lo, si va dal col­lo­quio ogni tan­to al­l’in­con­tro quo­ti­dia­no.
Ci so­no per­so­ne che ven­go­no tut­ti i gior­ni?
As­so­lu­ta­men­te! Ci so­no per­so­ne che ven­go­no qui tut­ti i gior­ni, an­che da ven­ti o tren­t’an­ni. Al­cu­ni ven­go­no sem­pli­ce­men­te per­ché non han­no più una fa­mi­glia, ven­go­no per­ché è un luo­go do­ve in­con­tra­no al­tre per­so­ne. E da do­ve noi, co­stan­te­men­te, cer­chia­mo di spo­star­li. Non di cac­ciar­li, ma di spo­star­li ver­so luo­ghi più avan­za­ti per co­sì di­re. Que­sto è un luo­go di ba­se, do­ve si vie­ne per le me­di­ci­ne, do­ve par­li, man­gi e fai qual­co­sa. Noi al­lo­ra li in­vi­tia­mo ad an­da­re, ad esem­pio, al cen­tro diur­no di Au­ri­si­na per poi, ma­ga­ri, ini­zia­re a fre­quen­ta­re un’as­so­cia­zio­ne o una pa­le­stra, in­som­ma, ap­pro­priar­si an­che di al­tri luo­ghi del­la cit­tà. Lad­do­ve i ser­vi­zi so­no, di per sé, in­ter­fac­cia­ti con la co­mu­ni­tà, è più fa­ci­le. E que­sta è la gran­de ri­sor­sa di Trie­ste. Se in­ve­ce i ser­vi­zi so­no se­pa­ra­ti, an­che se ma­ga­ri la­vo­ra­no be­ne, non so­no ser­vi­zi di co­mu­ni­tà. Qual è il pro­ble­ma? Che una vol­ta che quel­la per­so­na sta me­glio la de­vo­no man­da­re da un’al­tra par­te. Que­sto, in In­ghil­ter­ra, è un ca­so clas­si­co: ti ven­go­no a ca­sa an­che tre vol­te al gior­no, ti aiu­ta­no, ma ap­pe­na fi­ni­sce que­sta co­sa ti di­co­no: “Ciao”. Ca­so­mai, ti ri­man­da­no al com­mu­ni­ty cen­ter, al cen­tro so­cia­le di quar­tie­re, do­ve ci so­no si­cu­ra­men­te del­le at­ti­vi­tà, dei cor­si, ma nien­te che ab­bia a che fa­re con la sa­lu­te men­ta­le. Noi ab­bia­mo cer­ca­to di co­strui­re una spe­cie di ibri­do, di con­ta­mi­na­zio­ne con­ti­nua del­la sa­lu­te men­ta­le den­tro la cit­tà e vi­ce­ver­sa e que­sta cre­do sia la co­sa più im­por­tan­te del­l’e­spe­rien­za ita­lia­na e di Trie­ste in par­ti­co­la­re.
Re­co­ve­ry non è pro­prio una gua­ri­gio­ne, co­me pos­sia­mo de­fi­nir­la?
Beh, può es­se­re an­che una ve­ra gua­ri­gio­ne.
Iza­bel e Sil­va si chie­de­va­no se ci so­no car­tel­le cli­ni­che in cui c’è scrit­to “gua­ri­to”…
Guar­di, io ho avu­to qual­che espe­rien­za trau­ma­ti­ca da que­sto pun­to di vi­sta. Ave­vo scrit­to che una per­so­na era com­ple­ta­men­te gua­ri­ta e do­po due, tre me­si ha avu­to una cri­si per cui la mam­ma era un po’ ar­rab­bia­ta con me.
Ve­nen­do al­la do­man­da, io cre­do che la re­co­ve­ry co­min­ci quan­do cam­bia il rap­por­to tra la per­so­na e il suo pro­ble­ma. Quan­do la per­so­na di­ven­ta più for­te, più at­ti­va e in qual­che mo­do rie­sce a non far­si do­mi­na­re dal ma­les­se­re, dal di­sa­gio, dal sin­to­mo, quan­do sa chie­de­re aiu­to pri­ma o è in gra­do, con i suoi stru­men­ti, di ge­sti­re, di cir­co­scri­ve­re il pro­ble­ma, in­ve­ce di mas­si­miz­za­re la sua vi­ta; è que­sta la re­co­ve­ry, per me.
In que­sto sen­so è am­bi­guo di­re re­co­ve­ry ugua­le gua­ri­gio­ne; va an­che be­ne dir­lo, per­ché è una striz­za­ta d’oc­chio, pe­rò noi dob­bia­mo da­re spe­ran­za di re­co­ve­ry an­che a quel­li che stan­no ma­lis­si­mo, sen­nò vie­ne fuo­ri un mon­do che si di­vi­de in due: quel­li che gua­ri­sco­no e quel­li che non gua­ri­sco­no. L’i­dea è che la for­bi­ce del be­nes­se­re, per quan­to ri­dot­to, de­ve, pian pia­ni­no, al­lar­gar­si e spin­ge­re ai mar­gi­ni la ma­lat­tia. Io di­co an­che che que­sto è un di­rit­to. Il di­rit­to non è al­la gua­ri­gio­ne, ma a ri­pren­de­re in ma­no la pro­pria vi­ta. Per­ché non pos­sia­mo mai di­men­ti­ca­re che è la per­so­na stes­sa la ri­sor­sa più im­por­tan­te per la sua gua­ri­gio­ne. Poi ci sta il ser­vi­zio buo­no e quel­lo cat­ti­vo, ci sta l’a­mi­co, la mam­ma, le re­ti so­cia­li, i sol­di, pe­rò pri­ma c’è la per­so­na.
Il re­ga­lo più bel­lo che si può fa­re, che le per­so­ne si pos­so­no fa­re, che la psi­chia­tria -un po’ emen­da­ta- può cer­ca­re di fa­re è di ri­co­no­sce­re le gran­di po­ten­zia­li­tà di chi sof­fre di ma­lat­tia men­ta­le. Que­sto non sta da nes­su­na par­te. Cioè, la psi­chia­tria clas­si­ca di­ce che c’è una ma­lat­tia che ha un de­cor­so, che fi­ni­sce. Se è più avan­za­ta sa che que­sto de­cor­so è in­fluen­za­to da fat­to­ri so­cia­li. Ma in real­tà la le­va più im­por­tan­te su cui la­vo­ra­re è la for­za del­la sog­get­ti­vi­tà.
Gli ope­ra­to­ri so­no en­tra­ti in que­st’ot­ti­ca?
Di­cia­mo che c’è una spe­cie di con­sa­pe­vo­lez­za in­con­sa­pe­vo­le. Lo san­no, an­che se gli ope­ra­to­ri più vec­chi fan­no fa­ti­ca. D’al­tra par­te lo­ro so­no sta­ti ad­de­stra­ti a ge­sti­re la ma­lat­tia, non a so­ste­ne­re la per­so­na af­fin­ché ge­sti­sca la ma­lat­tia.
Ol­tre­tut­to l’o­pe­ra­to­re psi­chia­tri­co ha un ruo­lo am­bi­guo, con­trad­dit­to­rio: da un la­to de­ve ac­con­ten­ta­re la so­cie­tà sul pia­no del­la tran­quil­li­tà, quin­di evi­ta­re com­por­ta­men­ti di­stur­ban­ti, de­vian­ti, dal­l’al­tro pe­rò do­vreb­be so­ste­ne­re le per­so­ne che stan­no ma­le. In que­sta si­tua­zio­ne a vol­te com­met­te de­gli er­ro­ri. Gli ope­ra­to­ri te­mo­no so­prat­tut­to di per­de­re il con­trol­lo, men­tre è chia­ro che, tan­to più que­sto pro­ces­so si de­cen­tra­liz­za, fa­cen­do emer­ge­re le ri­sor­se del pa­zien­te stes­so o del fa­mi­lia­re o di al­tri sog­get­ti, più il per­cor­so te­ra­peu­ti­co di­ven­ta ef­fi­ca­ce.
In tut­to que­sto i far­ma­ci che ruo­lo han­no?
In tut­to que­sto, i far­ma­ci so­no, a mio av­vi­so, im­por­tan­ti; sa­reb­be stu­pi­do e ideo­lo­gi­co ne­gar­lo. Pe­rò i far­ma­ci so­no una del­le ri­spo­ste. Im­por­tan­te a se­con­da del­le si­tua­zio­ni: per al­cu­ni im­por­tan­te, per al­tri me­no. Ades­so è usci­to un li­bro fon­da­men­ta­le, che spe­ro leg­ga­no so­prat­tut­to gli psi­chia­tri: “In­da­gi­ne su un’e­pi­de­mia” di Ro­bert Whi­ta­ker, ap­pe­na tra­dot­to in ita­lia­no. Whi­ta­ker è un gior­na­li­sta scien­ti­fi­co ame­ri­ca­no che ha scrit­to due li­bri im­por­tan­ti; il pri­mo è “Mad in Ame­ri­ca”. Que­st’ul­ti­mo è un li­bro straor­di­na­rio per­ché fa un’a­na­li­si spie­ta­ta del­l’e­ra de­gli psi­co­far­ma­ci, che ci è sta­ta rac­con­ta­ta co­me una gran­de fa­vo­la: “Gra­zie agli psi­co­far­ma­ci, si so­no po­tu­te apri­re le por­te dei ma­ni­co­mi, le per­so­ne han­no po­tu­to usci­re, è sta­ta pos­si­bi­le la gran­de ri­vo­lu­zio­ne”. Pal­la as­so­lu­ta! Fat­to as­so­lu­ta­men­te non sto­ri­co, per­ché le ri­vo­lu­zio­ni in psi­chia­tria ci so­no sta­te an­che nel­l’e­ra pre­ce­den­te agli psi­co­far­ma­ci, quan­do non c’e­ra nul­la; espri­men­ti di por­te aper­te, di “non-re­straint” ci so­no sta­ti an­che nel­l’Ot­to­cen­to, con John Co­nol­ly, Wil­liam Tu­ke e al­tri. Gli psi­co­far­ma­ci han­no sen­z’al­tro al­le­via­to la sof­fe­ren­za tem­po­ra­nea del­le per­so­ne, ma han­no an­che crea­to un mer­ca­to che ten­de a espan­der­si, che cer­ca sem­pre nuo­vi clien­ti (ora an­che i bam­bi­ni) e che le­ga le per­so­ne ai far­ma­ci per tut­ta la vi­ta. Il far­ma­co va be­ne, in­ten­dia­mo­ci, ma è uno stru­men­to del­la ne­go­zia­zio­ne. Le per­so­ne, se lo ri­ten­go­no uti­le, ne fan­no un uso mi­glio­re; se so­no co­stret­te, ap­pe­na po­tran­no lo evi­te­ran­no. Pe­rò, ec­co, non so­no la pa­na­cea. Whi­ta­ker, da­ti al­la ma­no, in­fat­ti chie­de: “Co­me mai, se que­sti far­ma­ci so­no co­sì uti­li ed ef­fi­ca­ci, con­te­stual­men­te al­l’au­men­to del con­su­mo di psi­co­far­ma­ci, nel mon­do c’è sta­to un au­men­to del­le pen­sio­ni di di­sa­bi­li­tà per i ma­la­ti men­ta­li?”. È un bel­l’in­ter­ro­ga­ti­vo.
(a cu­ra di Bar­ba­ra Ber­ton­cin)

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