Possiamo osservare ultimamente l’oscura tendenza ai suicidi delle mamme con i propri bambini; dico oscura perché è chiaro quanto evidente che quando una mamma decide di porre fine alla propria esistenza portando con sé i propri figli vi è una rinuncia totale alla conservazione della specie che va contro l’istinto alla sopravvivenza ed ogni principio umano di diritto alla vita. Sì, perché qui non si tratta soltanto di decidere della propria sorte ma di quella di esseri umani inermi ed innocenti, perlopiù dipendenti da noi in qualità di genitori e chi non ha provato la maternità o paternità può solamente intuire che cosa questo possa profondamente significare. I figli non a torto si considerano il bene più grande e in effetti la tenerezza e il richiamo viscerale di appartenenza fanno della prole il tesoro più ambito per realizzare pienamente la vita di ogni essere umano. Perfino negli animali è ben evidenziato questo importante valore istintuale che però nella razza umana dovrebbe essere accompagnato dalla capacità raziocinante e di discernimento dei genitori. E’ proprio qui il problema: per una mamma arrivare a rinunciare alla vita è già segno di una devastante frattura interiore che origina il desiderio di autodistruzione ma quando questo malsano intendimento coinvolge anche l’esistenza dei propri figli significa che è intervenuta nella capacità d’analisi della psiche una considerazione talmente negativa della vita, da scegliere, in un gesto estremo, di spegnerla in maniera cruenta per sé e per gli altri da sé; Perché questo è il punto: noi tutti ci pregiamo di possedere una capacità di autocontrollo e di gestione delle proprie emozioni strettamente legata all’intelletto ma quando il cuore e il relativo sentimento vengono segnati profondamente in modo negativo ecco intervenire l’istinto alla conservazione della specie che tramite il ragionamento e lo sfogo compensativo a livello emozionale fa sì che il dolore autodistruttivo “rientri” nei limiti della possibile sopportazione. Quando questo mec canismo viene a mancare, la su citata compensazione è assente e la mente genera un’ossessione deviante che ha come ultimo scopo la cessazione della vita e cioè del dolore e della situazione problematica. Ma se anche per assurdo ciò fosse valido per noi stessi in qualità di individui adulti e liberi di scegliere cosa ne è del rispetto per non dire amore, dell’altro da sé. I figli non ci appartengono: essi sono e resteranno per la vita, esseri autonomi dotati di una loro esclusiva identità che può solo per alcuni aspetti ricordare la nostra, ma che nella somiglianza di caratteri dovuti alla genetica non deve indurre nessun genitore, sia madre o padre, a considerare questo valore identificativo come un diritto a scegliere per conto loro, ma solo come un’ assunzione di responsabilità dovuta al legame di sangue o di appartenenza. Questo senso di responsabilità dovrebbe indurre una madre, che è per natura depositaria della preservazione della specie, ma che in noi esseri umani è anche scrigno dei sentimenti più elevati e puri riguardo alle caratteristiche precipue della maternità, a non far prevalere l’istinto sia all’autodistruzione sia all’ assassinio dei propri figli nel tentativo disperato di volerli allontanare da un dolore avvertito, ma non necessariamente da loro condiviso. L’altruismo, il rispetto per l’altro da sé fa capire anche nei momenti più bui che non abbiamo diritto sui nostri figli se non quello positivo e produttivo di dar loro la possibilità di crescita e di acquisizione che a noi stessi sono state negate. Se si riuscisse a capire ciò si potrebbe anche esorcizzare il male che abbiamo dentro proprio tramite la vita dei nostri cari bambini: diamoci una possibilità e diamola anche a loro, un futuro senz’altro migliore ricompenserà i nostri sforzi.

Maddy

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