Mi sono appena svegliato e ho davanti agli occhi la porta della mia stanza, la stessa porta dove tre anni fa avevo appeso un cartello con la seguente scritta : “ Daje Alessa’, non molla’ e …vinci!“ . Vivo nei pressi di Roma , credo si sia capito e ho da poco superato la trentina . Quel cartello ora non c’è più ma il ricordo mi emoziona ancora . Era l’inizio di quello che consideravo un sogno, un sogno possibile, realizzabile e in cui credevo con tutte le mie forze. Avevo deciso che le mie azioni e la mia vita avrebbero dimostrato che la contenzione è un’ingiustizia, che l’uso massiccio dei farmaci è un’ingiustizia, che il fatto che i miei coinquilini avessero paura di prendere l’ascensore con me era un’ingiustizia, che la mia famiglia proteggendomi in realtà proteggeva se stessa e tanto altro ancora. Ma soprattutto, per la prima volta nella mia vita, avrei fatto qualcosa per me seguendo inclinazioni e passioni sulla base delle mie caratteristiche personali .

La mia esperienza di disagio psichico era lunga ben dodici anni, mi rendevo conto che avevo strumenti culturali per sostenere e portare avanti le mie idee e soprattutto ero consapevole che quelle stesse idee avevano bisogno di concretezza: dovevo essere credibile, solo così mi sarei spogliato di quel ruolo di subalterno che non mi apparteneva e che penso proprio non appartenga a nessuno .

Oggi sono un Operatore dei Servizi Sociali, faccio servizio di assistenza domiciliare e integrazione scolastica con ragazzi disabili. La maggior parte delle volte mi viene da ridere (bonariamente) quando, recandomi al lavoro, penso a un matto (cioè io ) che va a lavorare a scuola con un ruolo di utilità sociale e ben definito. Talvolta riemergono prepotentemente, durante il tragitto da casa al lavoro, tutte le emozioni del mio difficile percorso e allora piango come un bambino: non fa male e passa in fretta. C’è un principio di realtà a cui “non posso sfuggire”, asciugo le lacrime, una rinfrescata al viso e inizio il mio meraviglioso lavoro. Ho studiato molto e continuo a studiare, risultando sempre il primo (fa bene all’autostima ma non è tutto credetemi) alla fine di ogni anno scolastico. Un matto studente modello, ci pensate? Ho aiutato e aiuto tantissimi compagni di studi e questo mi fa sentire integrato e utile.

Ma è stata dura: consapevolezza, impegno, sacrificio, coraggio, grinta e determinazione!

Cinque anni fa ero a pezzi e la mia famiglia si rivolse per l’ennesima volta ai servizi territoriali di zona (CSM), stavolta non gli stessi in quanto avevo cambiato residenza. Ero in preda al delirio e la diagnosi fu nefasta. Durante il colloquio accettai, con scetticismo, la terapia e decidemmo di comune accordo di evitare il ricovero . Questo solo per dire che fui ascoltato e ascoltai : in quel momento capii che la dialettica poteva essere un’”arma “ efficace . Decisi che mi sarei preso le mie responsabilità di “utente psichiatrico “ impegnandomi in un percorso di reinserimento sociale ma pretendevo dalla controparte la stessa cosa : per la prima volta mi sentivo cittadino a tutti gli effetti con tanto di diritti e doveri .

Dopo un paio di mesi clinicamente stavo bene e avevo deciso di impegnarmi in attività sportive e di socializzazione: avrei recuperato fisico , mente e affettività in contesti non protetti e scelti da me. Finanziai tali attività con l’ausilio del sussidio terapeutico , una piccola cifra messa a disposizione dalla ASL Regionale e ottenuta per mezzo dell’Assistente Sociale del CSM di appartenenza .

Frequentai un corso d’informatica , giocavo a calcio e andavo in palestra . Ero perfettamente coerente e in linea con i programmi : preciso ed efficiente . Ottenni così in brevissimo tempo , la riduzione ai minimi termini della terapia ( dose pediatrica) e mi sentivo pronto per il grande salto . Cercai percorsi formativi per intraprendere la professione che oggi svolgo utilizzando internet e il Centro per l’Impiego e scelsi il corso serale per aduli presso l’ Istituto Professionale di Stato per i Servizi Sociali . Non l’ho mai detto a nessuno ma lo voglio confessare a tutti voi : tremavo dalla paura il giorno che mi recai a scuola per iscrivermi . Ma ormai non potevo più tornare indietro avevo coinvolto tutta la mia rete sociale in quel progetto , sia affettiva che economica e soprattutto avevo investito su me stesso .

La salute è un diritto costituzionale e ancora esistono mezzi e risorse attraverso i quali esercitare questo diritto , se non sono bravi a proporceli andiamoceli a prendere , pretendiamoli . Ho imparato a battermi non solo sottoforma di protesta verbale fine a se stessa ma dimostrando attraverso le mie azioni che non esistono cittadini di serie b da relegare ai margini . Ho imparato ad esercitare il mio diritto naturale alla vita . Ho intrapreso una strada , un percorso basandomi su una fantasia , un’emozione , un’inclinazione che sentivo mia .

Il primo a stigmatizzare ero io , semplicemente rimanendo bloccato , attanagliato dalle mie paure .

Smettiamola di guardarci e percepirci con gli occhi degli altri e iniziamo a farlo con i nostri occhi : sono sicuro che troveremo qualcosa di bello da valorizzare sul quale costruire la nostra vita e il nostro futuro . La profonda sofferenza è divenuta un valore aggiunto nella mia vita : nei rapporti umani e nel lavoro riesco a cogliere aspetti che ai più sfuggono e non mi cruccio più di tanto se talvolta devo rinunciare al superfluo (di questi tempi poi ) .

Di fronte alla prospettiva di una vita di emarginazione e disagio profondo ho scelto di tentare una strada alternativa e passo dopo passo , minuziosamente , lavorando come un piccolo artigiano ho costruito la realtà di oggi : è stata dura ma ne è valsa la pena .

Le difficoltà che affronto tutti i giorni sono quelle reali che , chi più e chi meno , hanno tutti e non le fantasie della mia mente . Queste ultime , però , me le tengo ben strette : le utilizzo per ideare e progettare nuovi sogni , piccoli o grandi che siano.

Ciao, Alessandro

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