Di Antonello D’Elia*


era il 9 dicembre quando la sua testata ha ospitato un mio contributo scritto sotto la spinta di un ennesimo caso di morte in un SPDC italiano, quella del giovane Wissem Abdel Latif deceduto legato ad un letto del San Camillo di Roma. Pochi giorni fa un altro uomo, Lorenzo, è morto in un altro reparto psichiatrico laziale, quello di Monterotondo, anch’egli sottoposto a contenzione meccanica.

La pietà per una morte comporta tacere il cognome, anche se la stessa delicatezza non era stata riservata al migrante tunisino, ma le due vicende accadute nell’arco di 4 mesi non possono rimanere oggetto di sola pietà né limitarsi a finire sul tavolo di un giudice. È per questo che mi permetto di scrivere una lettera aperta agli operatori, a coloro che sono partecipi di queste e di tante vicende analoghe che, pur con esiti non così estremi, quotidianamente si verificano nei nostri servizi.

Cari colleghi, penso di conoscere la vostra reazione a questi fatti: pena, dispiacere, sgomento, paura, rabbia, fanno parte senza dubbio delle emozioni che hanno suscitato in voi, come in me d’altronde. E quanti pensieri! Come è possibile che una persona che ci viene affidata in un momento difficile della sua vita esca cadavere da un luogo di cura? Troppa esperienza abbiamo per attribuire questi fatti al caso o alla sfortuna. Non è per questo che anni addietro abbiamo scelto di lavorare nella salute mentale. Non è per legare e somministrare farmaci sedativi che siamo stati assunti!

Anche i più convinti tra noi dell’esistenza di una malattia mentale chiusa negli spazi misteriosi dei nostri cervelli, che va trattata con tanta chimica, non sono estranei alla tensione verso un altro essere umano, attratti, solo incuriositi magari, dalla sua diversità. A volte spaventati dalla sua imprevedibilità o dai suoi comportamenti ma pur sempre convinti di poter curare: il motivo di una scelta professionale, giusto? Come fare i conti allora con queste morti? Come sottrarci al cinismo e al fatalismo, sapendo che alla lunga non ci danno alcun sollievo?

Tanto per iniziare dovremo fare i conti con la nostra competenza sanitaria: è mai possibile che la medicina che pratichiamo, le conoscenze che abbiamo appreso, i termini specialistici, le teorie e categorie che utilizziamo finiscano ridursi alle fasce di contenzione? Non volevamo essere figli delle neuroscienze? Non volevamo indossare i nostri camici di medici, di infermieri, con l’orgoglio dei nostri colleghi dei reparti accanto che salvano vite fino allo spasimo, che ricorrono a tecnologie avanzate e futuribili per guarire, curare, almeno lenire?

E ci troviamo a legare la gente a un letto come un secondino carcerario dell’ottocento! Ricacciati dalla medicina, quella vera, nella sentina sporca di urine e feci di un vecchio manicomio, quello schifo da cui pensavamo di essere finalmente affrancati e felici di dialogare alla pari coi colleghi dell’ospedale generale e non essere più visti come praticoni rozzi e impotenti.

I più giovani poi sono stati educati nella convinzione della natura esclusivamente medica della psichiatria, una branca come le altre soggetta alle Evidenze, ai Protocolli, alle Valutazioni di Esito condotte in termini di efficacia dei farmaci. Cosa dire dell’atto di iniziazione in cui per la prima volta, dimentichi della scienza, devono legare o far legare qualcuno a un letto per paura che faccia del male o per insegnargli a non farne? Un momento di verità terribile, il crollo di un’illusione. Legare i corpi per domare le menti si è letto. Altro che scienza!

E che dire della recente estetizzazione letteraria per cui legare è un’arte: non stringere legami ma legacci e fascette, per capirci. E non ci possiamo neppure consolare pensando che gli ospedali sono luoghi del dolore dove si può anche morire. È vero, ma in cardiologia si muore per complicanze, per una eccezionale aggressività del male, a volte anche per errore medico o infermieristico, perché negarlo, ma legare non è un atto medico e una sentenza della Cassazione ce lo ha detto chiaramente, e il male, in questo caso lo facciamo noi, non siamo quelli che lo combattono nell’altro.

Il fatto che una psichiatria così, impastata di contraddizioni e infarcita di violenza gratuita non possiamo volerla. Tra noi qualche Mengele ci potrà pure essere, ma da contare sulle dita di una mano. Il resto è procedura, abitudine, sciatteria quotidiana, convincimenti non smentiti dalla conoscenza e dal sapere.

E organizzazione sanitaria che si volta dall’altra parte, si indigna, dà la colpa agli infermieri, come nel caso di Monterotondo, pur di trovare un responsabile.

Un Ministero che non ha il coraggio di promuovere il documento sulla contenzione che ha prodotto, delle Regioni troppo prese da altro per diffondere direttive chiare per fermare queste pratiche e promuovere educazione ad azioni alternative.

Primari troppo certi del loro potere e non abbastanza prudenti per evitare di finire davanti a quei giudici che mostrano tanto di temere ma da cui contano di essere comunque assolti per meriti corporativi. L’errore, cari colleghi, è di sistema ma se a rivelarlo non sono le parti che quel sistema compongono e che più di tutti rischiano, si continuerà a morire legati e a lavorare nel timore di essere stanati dalla giustizia. Quella degli uomini, si intende, ma non è poco.

Da: http://www.sossanita.org/archives/17021

*Presidente di Psichiatria Democratica (componente del Coordinamento nazionale per la salute mentale)