slegalo_coverCorredato da un’introduzione affidata a Eugenio Borgna e da una postfazione a cura di Giandomenico Dodaro, il libro di Giovanna Del Giudice, psichiatra dell’equipe di Franco Basaglia a Trieste, protagonista nei percorsi della deistituzionalizzazione di numerose esperienze italiane e straniere, …e tu slegalo subito. Sulla contenzione in psichiatria, nell’attuale dibattito sulla contenzione fisica in psichiatria mostra, in maniera chiara e inequivocabile, essere la pratica del legare la persona affidata in cura una violazione dei diritti umani, un trattamento inumano e degradante assimilabile alla tortura. Il testo si propone come strumento operativo per chi lavora nella salute mentale, ma d’interesse anche per il cittadino attento al funzionamento delle istituzioni che le persone più fragili attraversano spesso con una diminuzione, o perfino una negazione, del diritto. Un dibattito quanto mai attuale in questi giorni in Italia, dove piangiamo la morte di Elena Casetto, giovane donna di 19 anni deceduta nel rogo della sua stanza d’ospedale a Bergamo mentre era legata al letto.

In questo lavoro l’autrice, a partire dalla dolorosa vicenda di Giuseppe Casu, venditore ambulante abusivo di frutta e verdura della città di Quartu Sant’Elena, morto il 22 giugno del 2006 nel reparto psichiatrico di diagnosi e cura dell’ospedale civile di Is Mirrionis di Cagliari, dopo essere stato legato al letto per 7 giorni senza soluzione di continuità, traccia i fattori, le circostanze, le giustificazioni che portano tuttora a contenere le persone in molti servizi psichiatrici ospedalieri italiani, mettendo in luce il paradigma che sostiene queste psichiatrie. Tutto ciò proprio nel contesto italiano dove, dopo le difficili battaglie degli anni settanta, si è arrivati alla chiusura del manicomio pubblico e alla Legge 180 che ha decretato l’ingresso nel mondo dei diritti, dell’uguaglianza e della solidarietà delle persone con disturbo mentale.

Quella morte non silenziata, non negata, non giustificata, ma indagata e assunta come limite invalicabile dell’agire psichiatrico, è diventata nel Dipartimento di salute mentale di Cagliari il punto di avvio di un tumultuoso quanto difficile cambiamento verso l’organizzazione di un sistema di servizi di salute mentale di prossimità capace di farsi carico delle persone anche con disturbo mentale severo, nella dignità e nel diritto, aperto ed attraversabile dalla comunità. Verso una possibile, praticabile quindi obbligata, abolizione della contenzione e di ogni pratica lesiva dei diritti umani.

Dal 2006 al 2009 la psichiatra ha diretto il Dipartimento di salute mentale di Cagliari, accompagnandone il cambiamento. La resistenza opposta è stata lacerante e violenta. Diviene chiaro che a Cagliari si è determinato uno scontro tra psichiatrie, tra differenti visioni, che ha coinvolto non solo il Dipartimento di salute mentale, i medici e la società degli psichiatri italiani, ma la città tutta, la regione, andando oltre i recinti degli specialismi ed aprendo un confronto sulla diversità, sui poteri, sui diritti delle persone più vulnerabili.

Ecco dunque che attraverso questo libro e la condivisione della sua esperienza Giovanna Del Giudice ci mette di fronte alla questione radicale della contenzione in psichiatria – farmacologica, psicologica e fisica, questione nella quale entra in gioco la dignità dei pazienti, ma anche degli operatori. La contenzione offende la dignità della persona che la subisce ma anche di chi la attua, è prevaricazione sull’altro, segno di grave inefficacia ed inefficienza dei servizi. Ritorna come potente spartiacque che distingue la pratica medica dalla violazione dei diritti umani, uno strumento di cura da uno strumento assimilabile alla tortura. Come affermato dall’art. 3 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo: «Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani e degradanti». In Italia oggi – e allo stesso modo in ogni altra parte del mondo – in 7 su 10 Servizi psichiatrici di diagnosi e cura la contenzione è pratica diffusa e non è difficile vedere letti con fasce che legano polsi e caviglie, corpetti che inchiodano sul letto le persone affidate in cura.

La contenzione non costa nulla, non ha bisogno di assistenza né di relazione, ma legare un individuo vuol dire negare la sua soggettività, annientare la sua identità, violare il suo corpo, privarlo di autonomia e libertà, renderlo oggetto inerme alla merce di ognuno. «La contenzione» – sottolinea Eugenio Borgna nella sua prefazione – «frantuma ogni dimensione relazionale di cura e fa ulteriormente soffrire esistenze lacerate dal dolore e dall’isolamento».

Ma un cambiamento è possibile. Si può dimostrare che è percorribile contrastare il ricorso alla contenzione anche nelle situazioni di esasperata durezza, che è possibile rimuovere la resistenza e la refrattarietà e dimostrare che il ricorso alla contenzione non è necessario né ineluttabile. E come dice Franca Ongaro Basaglia, «se tutto questo è stato possibile, significa anche che ora ricade su tutti la responsabilità di continuare a cercare e, per me, per quelli che sanno che cosa siano stati la forza ed il significato di questo cambiamento, di continuare a testimoniarlo, continuando a metterlo in pratica.»

La violazione dei diritti umani è una questione che riguarda tutti i cittadini e tutte le organizzazioni, e richiede una precisa presa di posizione affinché nessuno possa più subire, in nessun luogo, tali tipologie di trattamenti. In tal senso, l’opera di Giovanna Del Giudice riguarda tutti e come lo definisce Borgna è un libro di straordinaria importanza nel far conoscere le sorgenti della violenza in psichiatria e i modi in cui superarla nel rispetto della dignità e della libertà.

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