sprechi-sanità-2-640x426Di Gianluca Monacelli.

La Legge 180 rischia di essere ‘riformata in un quasi silenzio assenso’ sostanzialmente nei fatti, senza alcun articolo di legge o passaggio parlamentare.

Si tratta di una riforma che è tutta dentro gli atti delle amministrazioni regionali e centrali, che passa per la spoliazione delle risorse necessarie ai servizi per la promozione della salute mentale per fare “territorio, territorialità, fare con, inclusione sociale, assistenza e impresa sociale (con o senza assistenzialismo), cittadinanza” e, tutto quanto è utile a permettere l’espressione di forme altre di esistenza e per combattere pregiudizio, stigma, reclusione, prevaricazione, abolizione dei diritti e cattive pratiche. Il tutto è avvenuto e avviene attraverso una stagione nuova, quella dello scasso dei diritti. Ovunque si assiste alla decurtazione dei diritti dai lavoratori a quella della cittadinanza, sopra le macerie della crisi economica in nome di future prospettive immaginarie di soluzione alla fame reale, di lavoro e di dignità.

Invece di reclamare livelli alti di diritto alla salute, alla cura, alla titolarità di cittadinanza e di welfare, si assiste alla proclamazione della demolizione degli stessi nell’intento di ‘creare’ lavoro all’interno di una competizione impossibile sugli scenari geo-politici delle economie forti.

Deprivando i servizi della salute mentale del personale umano – unico strumento vero della psichiatria delle buone pratiche – la psichiatria del territorio si ferma. Si chiude in se stessa dentro gli studi medici e psicologici, diventa psichiatria e psicologia ambulatoriale distrettuale. La povertà di persone, di mezzi e idee (vedi le indicazioni Istituzionali rispetto agli ‘ultimi’ della società, ad esempio coloro che vivono in roulotte – che sono stati costretti a lasciarle per chissà quali non altri luoghi; oppure le iniziative di contrasto al cosiddetto ‘barbonismo domestico’ che rischia di essere un nuovo fermo di polizia psichiatrica – sempre all’insegna del decoro) fa sì, che sommersi dalle richieste di aiuto legate anche alla crisi economica e sociale, non ci sia più tempo e terreno per interrogarsi sulla pazzia e i suoi semi dentro la terra fertile del disagio globale, delle povertà affettive, sociali, culturali, sanitarie del territorio; ovvero di avere le opportunità per leggerlo, esplorarlo o di connettersi alle altre fonti residue di salute e di socialità sana. Quindi di dare risposte ai bisogni che non siano ‘solo’ quelli del ricovero di luogo in luogo.

Senza personale non si riesce più ad andare nelle case, sui luoghi di lavoro (anche quelli ‘protetti’).

La ‘società’ interpella la psichiatria metropolitana di territorio sempre più con la richiesta di occuparsi della ‘emergenza psichiatrica’ che peraltro è costantemente creata sia disattendendo i bisogni che amplificando la paura.

Si assiste a un assetto regionale laziale che prevede sempre più la privatizzazione dei posti letto. Vedi il documento di attuazione del decreto 101/2010 e succ. in cui la regione Lazio ha definito i ricoveri presso le ex case di cura psichiatriche come ‘interventi territoriali intensivi’ (denominati STIPT). L’uso non casuale del termine “Territoriale” può aiutare a capire che fine ha fatto il pensiero, sul senso della psichiatria del territorio e su come efficacemente promuoverla. Se c’è bisogno di posti letto perché gli SPDC ne sono carenti, le cliniche convenzionate, al costo di 201 € al giorno, diventano per la regione Lazio, il ‘naturale’ fornitore.

Che scandalo c’è se il privato viene incontro alle esigenze del pubblico e, ben pagato, ne integra le carenze? Questo atto non è una svista ma il modo di ufficializzare nel Lazio due modi di esserci nella psichiatria di territorio. Qui si apre una voragine culturale per la quale non basterebbero 10 cartelle di parole. Basta fare un calcolo di quanto costerebbe (e costerà) all’anno il nuovo accreditamento della regione Lazio tra STIPT, SRTRi, SRTRe, SRSR 24 hrs, SRSR 12 hrs; ebbene per un totale di 800 posti letto, escludendo le Comunità Terapeutiche e il capitolo OPG (ne parliamo tra poco) si arriverebbe a circa € 42.562.650/anno di euro. E  si devono escludere i costi per i farmaci che rimangono a carico della Regione.

Un patrimonio in gran parte sottratto alla psichiatria di territorio, alla possibilità di fare cura e assistenza, di ricoverare nei propri posti letto d’emergenza magari con l’apertura di CSM a 24 ore anche a Roma. Insomma di gestire processi di cura e non posti letto, percorsi e non internamenti.

Senza risorse non ci può essere crescita, innovazione, progetto per la psichiatria pubblica.

I manicomi giudiziari sono “quasi” chiusi per legge, ma non aboliti. Ben fatto finalmente. Vale rammentare che in tal modo e con questi tempi contrassegnati da rimandi, proroghe e sconsolate alzate di braccia di fronte alla complessità di un diritto lacunoso e contraddittorio, si prospetta un contenitore più ampio che è quello della ‘manicomialità circolare’: esci da una contenitore per entrare in un altro contenitore’. Ciò che interessa non è la qualità della proposta di cura e della cura offerta alla persona ma il contenitore più idoneo dove metterla. Dall’altra gli psichiatri e i giudici assumeranno posizioni “correttamente” difensive e inattaccabili, pensati.

In ultima analisi oggi non ci s’interroga più sul come lo curo ma dove lo mettole REMS!!

Per quanto riguarda le REMS (strutture residenziali per l’esecuzione della misura di sicurezza) il discorso vede implicate altre forme d’investimento: realizzare strutture abitative, costruirle, arredarle, rifornirle, assicurare personale sanitario e di sorveglianza, costituiscono un ulteriore interessante affare che vede nei fondi stanziati per la dimissione dagli OPG un obiettivo allettante, ben di più di qualsiasi ben pensato e condotto Piano Terapeutico Personalizzato. Se poi le REMS, i cui posti letto, programmati in eccesso, assorbiranno gran parte delle risorse schiacciando qualsiasi ambizione di cura. Il circuito OPG, CT, REMS si chiude.

A questo quadro vanno aggiunte le conseguenze del lasciare ‘in sospeso’ il tema e gli esiti delle dimissioni dagli OPG in modo da aumentare surrettiziamente un clima di paura, di timore per l’abbinamento da sempre amplificato di follia e violenza e da scoraggiare così operatori di servizi stanchi, svuotati e demotivati dall’assumersi responsabilità di cura. Le dimissioni e i progetti riabilitativi finiranno irrimediabilmente nel circuito del manicomio diffuso. La burocratizzazione è la nuova forma di presentazione per le mai sopite istanze reclusive; il progetto personalizzato uno strumento di intimidazione terroristico che scoraggia la valorizzazione delle conoscenze e competenze cliniche allargate dalla persona, alla famiglia, al contesto.

Non ultima la ‘voce di corridoio’ dei servizi per la salute mentale, che vedrebbe prossima la Regione Lazio privatizzare i Centri Diurni territoriali appaltandoli, naturalmente con relativo accredito, alle sempre prosperose case di cura neuropsichiatriche e affini, e parallelamente sottrarre personale già precario ai servizi territoriali pubblici. Vedi assistenti sociali, psicologi e psichiatri precari, i cosiddetti 980 ovvero ex art.15 octies, attraverso lo spegnimento dei rinnovi contrattuali a termine – anzitempo -, che al momento permettono l’apertura di molti CSM di Roma e del Lazio, per favorire un collocamento nelle REMS di altro personale (come già supposto sopra).

Il timore è che dell’impianto culturale, politico e programmatico delle Legge 180, nella Regione Lazio e nella città di Roma, rischia il completo ‘negazionismo’ istituzionale.

Franco Basaglia ci aveva avvisati: “la cosa importante è che abbiamo dimostrato che l’impossibile diventa possibile. […] Magari i manicomi torneranno ad essere chiusi e più chiusi di prima, io non lo so, ma a ogni modo noi abbiamo dimostrato che si può assistere la persona folle in un altro modo e la testimonianza è fondamentale. [Franco Basaglia, 1979]”.

3 Comments

  1. Assiderante; raggelante… vien da dire: quello che resta, quel che rimane; testimonianza?

  2. domenicotancredi

    Condivido tutto quello che dici . In Puglia da noi è la stessa cosa. Le residenze rappresentano un affare politico – clientelare e ancora altro . Credo che per poter incidere a questi livelli dobbiamo anche noi fare un salto di qualità : diventare un movimento che ha capacità e la forza per farsi sentire, sto pensando a quello che succedeva negli anni sessanta per i diritti civili e il Vietnam .

  3. Gianluca Monacelli

    Ciao Domenico, oggi più di ieri sento il gelo di darioskij e comprendo quanto quello che tu sostieni sia giusto. Bisogna superare gli steccati che dividono e aggregarci in un movimento di libertà per superare questa fase civile di abbrutimento culturale della nostra società.

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