Pedagogia delle fasce

pedagogia-delle-fasceDi Maria Bagnis

Il SPDC di Alzano (Bg) è una brutta costruzione, anonima, appendice dell’Ospedale. Due porte chiuse, SPDC A e SPDC B. 14 posti letto nel primo e 16 nell’altro, 30 in tutto, sempre occupati. Un cartello proibisce di fare foto o video.

Non deve però averlo visto quel cartello Andrea, 16 anni, autistico, quando vi è entrato, il 20 marzo 2012 alle 15, accompagnato dal 118, trasferito con urgenza dal SPDC di Bergamo dove era stato ricoverato il giorno prima.

Non avrebbe, ovviamente, dovuto essere ricoverato lì: i minori non devono essere ricoverati in strutture psichiatriche per adulti, se non in caso di emergenza e solo per il tempo strettamente necessario, e poi gli autistici non sono malati psichici da curare nei SPDC. Ma tant’è, Andrea non aveva ancora compiuto 17 anni, li avrebbe compiuti solo 7 mesi più tardi. Di quei 7 mesi quasi 5 Andrea li passa lì.

È agitato, ripete di voler tornare a casa. Viene contenuto con polsini e cavigliere, con fascia addominale e bretelle. Agitazione psicomotoria.

Andrea si ritrova in un luogo sconosciuto, in una stanza che non ha mai visto, ci sono due letti ma lui è da solo.

Quali cure riceve, quale assistenza da parte di personale esperto della specificità del comportamento autistico?

Andrea è un ragazzino alto, magro, una testa di capelli rossi e ricci, nella cartella clinica si parla di ritardo mentale, di psicosi autistica, si fa riferimento a suoi agiti di aggressività. Ora si ritrova in un luogo che non ha mai visto, in uno spazio limitato e con porte chiuse, sente grida, voci e suoni che non conosce. Non sa dove si trova e non sa cosa gli sta succedendo. È spaventato, agitato, né la madre né gli operatori riescono a tranquillizzarlo. E allora il rimedio: lo si lega. E non solo quando è agitato, ma preventivamente, a scopo precauzionale, come è indicato nella cartella clinica, ma non si dice per prevenire cosa: che non abbia più paura? Che non provi più disperazione?

Il 20 marzo, è il giorno del ricovero, come prima terapia gli viene prescritta la contenzione fisica con polsini e cavigliere dalle ore 15 alle 8 del mattino successivo, da ripetere tutti i giorni per una settimana sino al 27 marzo, sia o non sia agitato. Una pedagogia delle fasce, si direbbe. Trascorsa così la prima settimana, dal 27 marzo viene stabilita contenzione notturna con fascia addominale e cavigliere tutte le notti, sempre a scopo di prevenzione (!). Questo trattamento Andrea lo ha subito – invariabilmente – per 5 mesi consecutivi.

La cartella clinica riporta le disposizioni riguardo alla contenzione, non dice quali sentimenti ed emozioni abbia provato Andrea quando, per la prima volta in vita sua, si è trovato bloccato nei movimenti, legato ad un letto, per ore e ore, senza che nessuno intervenisse, nemmeno la mamma. Paura, rabbia, disperazione, impotenza, solitudine…senza la possibilità di esprimerle se non con urla e movimenti scomposti, perché un ragazzo autistico non ha le parole per dare forma a quello che prova.

Il 3 agosto poi un esperimento: Andrea sarà contenuto ai quattro arti durante la notte alla presenza della madre, si attenderà che si addormenti e poi «si proverà ad allontanare la madre». Per quale motivo? Per interrompere il legame simbiotico tra madre e figlio, è la motivazione addotta da chi dovrebbe prendersi cura di lui.

Due anni dopo, quando la notizia di questo trattamento diventerà di dominio pubblico, l’AGSA (Associazione Nazionale Genitori Soggetti Autistici) interverrà: «Restiamo allibiti dall’arretratezza dei termini della diagnosi: psicotico simbiotico, definizione che non viene più usata dalla comunità scientifica per i disturbi dello spettro autistico, ora più ampiamente definiti come disturbi del neurosviluppo. L’autismo non ha nulla a che fare con la tesi retriva che una madre con la sua anaffettività ne sia la causa. Purtroppo, nella Psichiatria di Alzano Lombardo le idee espresse sull’autismo sono arretrate e dannose, e altrettanto lo sono i mezzi impiegati per fare in modo di interrompere il legame simbiotico con lo svezzamento: essi sono riconducibili a pratiche anacronistiche e scorrette, che non hanno alcuna scientificità e che hanno dimostrato largamente la loro inefficacia. In tal senso è opportuno ricordare che la Linea Guida n. 21 (Il trattamento dei disturbi dello spettro autistico nei bambini e negli adolescenti) dell’Istituto Superiore della Sanità non contempla affatto trattamenti psicodinamici come quelli applicati ad Alzano Lombardo. Ci chiediamo come un adolescente debba essere internato per 5 mesi in una struttura psichiatrica assolutamente inadeguata e impreparata ad affrontare i problemi che implica l’autismo» (Liana Baroni, ANGSA, 24.11.2014).

Nella cartella clinica era registrato che la mamma di Andrea aveva dato il permesso a contenere Andrea. Ma la sera in cui lo svezzamento era previsto, la mamma si opponeva recisamente affermando di non essere stata avvisata e di non essere assolutamente d’accordo. Tant’è che sulla cartella clinica di Andrea il giorno successivo la dottoressa responsabile segnalava di essersi scusata con la signora per non averla avvisata. Il trattamento dunque era avvenuto senza alcuna autorizzazione famigliare.

Ma di questo nessuno si preoccupa: due giorni dopo, il 6 agosto, veniva stabilito di chiudere a chiave la stanza di Andrea, lasciandolo dentro da solo, legato. Nella cartella non è indicato un termine per definire questo trattamento. Potrebbe essere Terapia, Punizione o Dimostrazione di chi è più forte.

Finalmente, 22 agosto, Andrea viene dimesso. Nei 5 mesi trascorsi in SPDC (luogo di cura!) Andrea ha passato 2.256 ore (94 giorni, più di 3 mesi!) legato, per una media di 14 ore al giorno. Nel registro delle contenzioni si indicano 11 episodi di contenzione, significa 205 ore ogni volta?

Con le dimissioni di Andrea, il suo calvario potrebbe essere dimenticato. Resta segnato nella sua cartella clinica, che per almeno 8 mesi risulta né firmata dal primario né archiviata e giace , insieme ad altre, in una pila appoggiata su un tavolo della sala riunioni del reparto B, alla portata di chiunque possa accedervi.

Sarà un medico del reparto che due anni dopo, il 6 agosto 2014, denuncerà quanto subito da Andrea in quei mesi nel SPDC di Alzano. Abuso di mezzi di correzione su minore, maltrattamenti nei confronti di minore e/o di persona affidata alle cure, violenza privata, lesioni psichiche gravi, sequestro di persona, sono i reati ipotizzati, il tutto aggravato dallo stato psichico della vittima e dalla sua incapacità a difendersi. Inoltre si denuncia la possibile manipolazione della cartella clinica (atto pubblico). A giustificazione del ritardo con cui la denuncia è stata presentata rispetto alla data degli avvenimenti, il medico adduce il clima vessatorio e intimidatorio tenuto da anni nei suoi confronti e il timore di ripercussioni negative in ambito lavorativo.

La notizia della denuncia viene ripresa dalla stampa e suscita un certo scalpore, circoscritto tuttavia agli ambienti specialistici e tacitato ben presto. Per 3 anni la denuncia giace, a coprirsi di polvere, sul tavolo della dottoressa Letizia Ruggeri, sostituto procuratore, inizialmente occupata nel caso Yara Gambirasio, di massimo clamore mediatico, e poi resta sepolta sotto una coltre di silenzio. Nel frattempo il medico che ha sporto denuncia ha trovato un modus vivendi all’interno della struttura, tra poco andrà in pensione. La mamma di Andrea ha le preoccupazioni che hanno le mamme dei ragazzi gravi, lacerate tra l’amore per i figli e l’impossibilità di gestire situazioni che da soli non si possono gestire.

Tre anni dopo, la denuncia viene archiviata. Non sono emersi (o non si sono visti?) elementi di reato.

Ma ad Andrea, a tutti gli Andrea di questa malata psichiatria, chi renderà un po’ di giustizia?

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