Quattro ragazze e un cavallo azzurro

10-2Di Agnese Baini, Allegra Carboni, Marzia Lopiccolo e Giulia Turetta

  • Dove sei tu?
  • Sedere di Marco![1]

Eppur si muove.

Si narra che Galileo Galilei, dopo essere stato costretto all’abiura delle sue teorie cosmografiche, uscendo dal tribunale dell’Inquisizione nel 1633 abbia pronunciato queste tre semplici parole in riferimento allo stato della Terra. Non vi sono prove che Galilei abbia davvero affermato ciò – e pare anzi che si tratti di un’errata citazione attribuitagli anni dopo – ma a me piace credere che sia così, che il grande scienziato abbia davvero rimarcato fino all’ultimo la sua libertà di pensiero contro coloro che lo costringevano a negare pubblicamente l’evidenza.

Eppur si muove è ciò a cui ho pensato sfilando per le vie di Trieste assieme alle tante associazioni che hanno aderito alla manifestazione People – Prima le Persone, tenutasi il 13 aprile scorso. Mentre il ministro degli Interni costruisce il proprio successo politico su azioni che inevitabilmente portano all’odio, sentendosi legittimato dai sondaggi che danno la Lega a più del 32%, e negando, per esempio, ad oltre sessanta esseri umani soccorsi dalla nave Alan Kurdi della ong Sea Eye di sbarcare in un porto sicuro, ecco, simultaneamente, nonostante il drammatico contesto sociale, nonostante tutto, migliaia di persone hanno scelto consapevolmente di scendere in piazza per ricordare le leggi che tutelano i diritti e promuovono una reale giustizia sociale. Un’obbedienza costituzionale che in questo momento storico implica una chiara azione di disobbedienza civile. Una dimostrazione tangibile che esiste un’alternativa, un’Italia migliore, giusta.

Eppur si muove.

11Cosa ha significato per noi, quattro giovani ragazze, essere in corteo con quella celebrità di Marco Cavallo?

Ognuna di noi ha già incrociato Marco Cavallo: chi dal vivo, chi nei libri, chi nelle fotografie, chi nelle parole di chi c’era già più di quarant’anni fa quando Marco Cavallo è diventato un simbolo di libertà.

Sono tornata a casa con il corpo pieno di emozioni e la testa piena di desideri. Sono qua, ancora oggi, con un sorriso stampato in faccia e tanti pensieri che frullano in testa. E l’esigenza di provare a capire cosa è successo durante il corteo di sabato pomeriggio. Che cosa lo ha reso speciale? La mia risposta è Marco Cavallo. È lui che lo ha reso diverso, è di lui che si sentiva il bisogno.

19A differenza del cavallo di Troia, che dentro alla sua pancia portava i soldati pronti a farsi guerra, il nostro Marco portava sogni e speranze, i sogni e le speranze dei matti. Marco è da sempre il simbolo del fatto che vengono prima le persone, prima del loro disagio mentale, della loro etnia, del loro orientamento sessuale, del colore della loro pelle, del Dio in cui credono. Per questo credo sia stata fondamentale la sua presenza in città (per la prima volta dopo il ‘73!), perché in uno stato che etichetta le persone “di serie A e di serie B”, Marco Cavallo invece unisce, e anche stavolta ha fatto la magia di unirci tutti, migliaia di persone contraddistinte dalle nostre splendide diversità marciare, ridere e ballare insieme sotto un tetto di bandiere di pezze di mille colori, a testimonianza del fatto che dall’unione di cose diverse non può che generarsi qualcosa di meraviglioso.

25Che cosa è stato per me sfilare per le vie della città a fianco di Marco Cavallo? Sicuramente un turbinio di sensazioni.

Innanzitutto ho provato un’enorme emozione. L’emozione di vederlo arrivare: immenso e azzurro, pronto ad iniziare la sua camminata in mezzo a tutte quelle persone accorse in difesa dei diritti; poi mi sono sentita orgogliosa, orgogliosa della mia città e di tutti coloro che si sono avvicinati, chi per salutare il vecchio amico azzurro e chi per conoscerlo, con vivo interesse, per la prima volta. Poi però, in me si è insinuato anche un po’ di timore per la responsabilità di trovarmi lì, a portare avanti un simbolo ed un pezzo di storia così importante e dover fare attenzione che non gli succedesse niente, timore che, tuttavia, è svanito quando abbiamo iniziato a camminare tutti insieme e ho visto al mio fianco altre mani amiche pronte a far avanzare e a sostenere Marco. La sensazione che ho provato da quel momento, credo sia ciò che mi resterà maggiormente impressa nella memoria. Vedere così tante mani, di persone adulte ma soprattutto di bambini che, dopo aver giocato e scherzato con Marco Cavallo, erano concentrate a spingerlo con serio impegno, aiutandolo anche a superare gli ostacoli incontrati sul cammino, mi ha fatto pensare che proprio lì ci fosse il suo vero spirito. Quello che oggi, come allora, riesce ad unire le diversità e a far sperare in un futuro migliore per tutti.

Una volta qualcuno scrisse: «Il cavallo c’è ancora, anzi il simbolo, il significato, ciò che è, resta e cresce. Non occorre più oggi spiegare cosa sia questo gigantesco cavallo azzurro, dovunque va, nelle scuole coi bambini, al festival nazionale dell’Unità, in giro per le mostre, le fiere, i mercati, è una grande macchina teatrale. Il cavallo è azzurro, è il colore del cielo, è il colore del mare, è il colore, dicemmo allora, della libertà».[2]

36Sabato abbiamo visto proprio questo: il cavallo e tutto ciò che rappresenta, l’idea di libertà che trascina e la voglia di lottare, insieme e con il sorriso.

Marco Cavallo era con noi, ha capito che è il momento di tornare a manifestare insieme, dove l’accento è su questo stare insieme e cercare di capire che tessere relazioni, conoscerci, stare fianco a fianco può essere un antidoto che ci ripara ma anche una specie di incantesimo da lanciare. Stare insieme serve sia per difenderci sia per attaccare. Marco Cavallo ce lo ha ricordato perché dentro quel semplice cavallo azzurro di cartapesta ci sono le storie, ci sono le persone, ci sono i desideri di chi ha potuto, nel 1973, assaporare la libertà perché Marco Cavallo ha sfondato i muri.

E ora come non mai serve di nuovo che Marco Cavallo sia presente, perché ci sono muri che continuano ad essere eretti, barriere che crescono, persone che non hanno il diritto di essere tali a causa dell’indifferenza, dei pregiudizi e delle discriminazioni.


[1]Questo scambio di messaggi è realmente avvenuto. Nessun cavallo è stato maltrattato.

[2]Peppe Dell’Acqua, Non ho l’arma che uccide il leone, Merano, Alpha Beta Verlag, Collana 180 – Archivio critico della salute mentale, 2015, p. 185

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